Archive for the ‘What’s happening in my life’ Category

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50. La prima volta

19 febbraio 2015

Mi ricordo la prima volta che ho insegnato come se fosse oggi.
Mi ricordo che era un primo pomeriggio di inizio autunno, e io avevo addosso un paio di pantaloni neri, una maglietta bianca, un golf azzurro con la zip.
Mi ricordo che non avevo un’idea precisa di quello che avrei fatto durante la lezione, né di chi sarebbero stati i miei allievi, né di come fare ad agganciarli e convincerli a concedermi la loro fiducia, ma mi ricordo anche che, allo stesso tempo, ero sicura che qualcosa avrei pur fatto, in qualche misterioso modo, e poche storie.
Mi ricordo la stanzetta senza finestre – una specie di sgabuzzino piazzato, irragionevolmente, alla metà di un corridoio – in cui mi sono ritrovata di fronte Ettore e Mercurio (quest’ultimo, peraltro, aveva pure un polso rotto, «ma il gesso lo tolgo lunedì, quindi intanto sono venuto lo stesso»), mi ricordo che gli ho fatto prendere in mano la mia chitarra, a turno, perché loro non ne avevano ancora una propria, e mi ricordo infine la faccia poco convinta della mamma di Ettore, quando alla fine dell’ora è venuta a riprendere il suo pargolo e si è trovata di fronte me, che dovevo essere piuttosto diversa rispetto all’idea di “insegnante” che c’era nella sua mente.
Mi ricordo che la mamma di Mercurio arrivò in ritardo, alla fine dell’ora, e che io e lui passammo del tempo insieme, fuori dal portone, aspettandola. Parlammo di tutto e di niente mentre lui, con il suo braccio ingessato, mi saltellava attorno prendendo a calci una palla fatta di carta appallottolata, e ci trovammo reciprocamente piuttosto simpatici, sicuramente abbastanza interessanti da poter continuare la strana e asimmetrica relazione che ci faceva essere maestra e allievo, per quanto assurdo potesse sembrare.
Come è andata a finire, poi, ormai è storia.

Mi ricordo, di quel giorno, il senso forte di essere sulla cresta di un’onda, in cima a una bolla di energia antica a solida, resistente, esaltante e allo stesso tempo folle. Mi ricordo che, in quella stanza bruttissima e senza luce, c’era un misto strano, unico, mai più provato dopo, di ragione e di istinto, di controllo e di ingenuità, di consapevolezza e di irresponsabilità. Mi ricordo che quel giorno ho provato, forte come mai prima, la sensazione di avere un ruolo, una parte da recitare, un compito da svolgere, e che questo non fosse restrittivo, falso o limitante ma anzi liberatorio, utile, sensato e vantaggioso. Inevitabile. Io dovevo essere la loro maestra, anche se avevo diciannove anni e nessuna idea del punto da cui cominciare. Loro dovevano fidarsi di me, e avere un po’ di desiderio di imparare quel che io potevo dargli, anche se avevano undici anni e tutto il diritto di non averne voglia.

Oggi ho ripensato a quel giorno di fine ottobre, alla meraviglia di quell’inizio, bello e caotico come sanno essere solo gli inizi, gli esordi, le prime volte.
Ho pensato a me che, dopo quelle prime due ore di lezione, mi trascino a casa con addosso una stanchezza atavica e un senso grande e quasi tangibile di orgoglio, sgomento e soddisfazione, e ho risentito, per interposta persona e a distanza di anni, quella meravigliosa sensazione di vertigine che si prova solo quando si scavalla l’onda alta e si sente che, di là, c’è qualcosa di grande e di vivo, qualcosa che pulsa di energia e di senso, meritevole di ogni stanchezza e di ogni pensiero.
Qualcosa a cui ha senso voler dedicare la parte migliore di noi: quella che ci sembra bella abbastanza da poter essere insegnata anche agli altri.

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48. Ciò che chiamiamo rosa

17 febbraio 2015

Questa mattina, ascoltando la rassegna stampa della radio con la mente ancora impastata dal tepore e dal sonno, ho sentito parlare di luoghi sconosciuti, che si preparano a diventare carne da cannone per l’angoscia mediatica dell’occidente.

Oggi è stato il turno, in rapida successione, della “roccaforte libica di Derna” e della tregua tra Russia e Ucraina rotta a Debaltsevo. Giornali e giornalisti citavano questi luoghi, con la loro voce professionale e metallica, dando la sensazione che fossero posti conosciuti, familiari, domestici, e che nominarli fosse sufficiente a capirli, a sapere tutto ciò che accade e li riguarda. Oggi ci sono Derna e Debaltsevo. Abbiamo imparato, in tempi recenti, le sillabe di Sirte e di Kobane, e prima ancora quelle di Peshawar e Kirkuk, così eternamente ripetute da milioni di telegiornali che sembrava quasi di esserci davvero, in quelle strade. Sembrava quasi di poter avere, con quei luoghi in mezzo al deserto, lo stesso rapporto di distacco familiare che si ha con Milano, con Parigi, con New York. Qualche tempo prima, agli onori della cronaca drammatica erano saliti i nomi di Beslan, Mostar e Srebrenica, semplici nomi in fondo non troppo diversi da altri nomi. Nomi come Auschwitz, ad esempio, “un luogo di questa terra” che però ha legato per sempre il suo suono all’abominio, e che proprio per questo è riuscito in qualche modo ad assuefarci, diventando parte di un panorama terrificante ma noto. E per questo “gestibile”.

Mi chiedo, ancora mezza intontita dal sonno, da dove nasca il nostro bisogno di simboli, di luoghi emblematici, di posti che cristallizzino intorno a sé tutta la nostra paura di ciò che ci minaccia. Mi chiedo perché questi nomi suonino ormai così vuoti, sempre diversi ma comunque infinitamente ripetuti, e quale sia la via d’uscita per rendere il dolore del mondo compatibile con la misura della nostra vita, senza per questo banalizzarlo, senza strizzarlo dentro il puro suono di un nome. E mi dico che una risposta non c’è. Certo, non stamattina. Non oggi, mentre si combatte, nella roccaforte libica di Derna.

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Freundschaft

16 gennaio 2014

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Nella biblioteca con le sbarre alle finestre, oggi, M. aveva due maglioni indossati l’uno sopra l’altro, ed era felice di vederci in un modo limpido e infantile, quasi fanciullesco, che si toccava con mano e che gli stava straordinariamente bene dipinto in faccia, sotto la corazza sempre un po’ cinica e ruvida delle sue parole.
M. era a suo agio, oggi: ciarliero e rapido, allusivo e netto, chiedeva come sempre notizie su di noi – tenendo contemporaneamente le fila di tutto quello che accadeva attorno e considerando ogni cosa con la forza un po’ presuntuosa del suo essere un’autorità tra i suoi compagni – e mentre lo faceva si avvertiva, nella trama delle sue parole, un’urgenza di dire che solo lì, solo in quella biblioteca, si avverte così forte. Una fretta di costruire un contatto col mondo, di comunicare il prima possibile un’infinità di cose grandi e necessarie che raramente capita di sentire, nel mondo delle persone libere. E così, mentre parlavamo di preti dai lunghi capelli e di morale “sài scarsa!”, da un fascio di fogli è uscita fuori una cartolina con sopra uno scarabocchio nero. Pochissimi tratti chiari e netti, e sul retro solo un titolo: “Freundschaft”. “Siete voi, quelli”, ha detto M. di fretta, prima di continuare il suo discorso pieno di cose, il suo discorso che andava da tutt’altra parte e non aveva tempo di soffermarsi sulla nostra commozione, perché sapeva benissimo che tutto quello che c’era da dire era già stato detto, e non era necessaria nessuna parola in più.

Oggi, silenziosamente, in quella biblioteca con le sbarre alle finestre abbiamo imparato una nuova parola e abbiamo toccato con mano la consistenza inafferrabile di un sentimento che nel mondo regolare sguscia e sfugge, non si lascia prendere mai. Evidente e perfetta, oggi Freundschaft era lì: completamente raccolta dentro un mucchietto di pennellate dense e sognanti si lasciava guardare, e ancora non ho capito se erano più grandi la riconoscenza o lo stupore, dentro la perfezione di quell’istante.

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365. Finire

31 dicembre 2013

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Finire non è tirare le somme, non è tracciare confini, non è un ultimo giorno di lavoro in cui si esce prima dall’ufficio e, per una volta, si pedala verso casa con il sole alle spalle e la luce tutto attorno a illuminare la pista e i minuti e le facce della gente che esce di corsa dai negozi con le mani piene di sacchetti di plastica, diretta a testa alta verso la sera.
Finire non è chiudere, non è tirare una linea, non è nemmeno proporre a se stessi di svegliarsi – domani – diversi e migliori, con nuovi progetti e nuovi obiettivi e nuovi propositi. Finire non è nulla di tutto questo e io, in tutti questi anni, non l’avevo ancora mai capito.

Finire è accorgersi che si è perfettamente al proprio posto nel luogo in cui si è, esattamente lì, tra le lanterne che volano e che – anche se non sono rosse e a volte impiegano un po’ di tempo a imparare qual è la strada del cielo – alla fine capiscono come sollevarsi reggendosi solo sulla loro forza fatta di aria e di fuoco. Finire è avere qualcosa da portare con sé dentro la cristallina consistenza del giorno nuovo, neonato, implume e morbido; finire è capire che tutto quello che siamo stati lo siamo ancora e lo saremo sempre, dentro tutte le possibilità e le strade che si allungano sotto i nostri piedi e che sono già qui, sono già arrivate a riempirci la sera e i mesi e la vita, mentre noi eravamo impegnati a condurre avanti il piccolo meccanismo dei nostri giorni. Finire non è altro che un diverso modo di dire “continuare”, e io non avevo mai afferrato la struggente, straordinaria forza di questo dato di fatto. Mai, prima di questo ultimo giorno in cui il passato, il presente e il futuro si sono allineati come cavalli sulla linea di partenza – frementi e indomiti, intrepidi e disciplinati insieme – pronti a lanciarsi verso quello che sarà ma insieme consapevoli del fatto che la loro coesistenza non stride e non sporca, ma anzi sa rendere tutto splendente e semplice, luminoso in modo incredibilmente facile.

E così, con la meraviglia di questa scoperta nuova, l’anno più folle, generoso, coraggioso e fortunato della mia vita è arrivato a fine corsa, questa sera, in una piazza piena di gente, sotto un diluvio di bolle, luci e fuochi. Provo per lui, ora che i suoi giorni sono sgocciolati via uno per uno e si sono appollaiati quieti e dolci nella coperta morbida del passato, una gratitudine che non ha parole e che non riesco nemmeno a definire dentro la mente, perché ciò che questi giorni hanno portato è stato – in ogni senso – semplicemente troppo enorme e troppo fondo, troppo unico per trovargli parole.
Arrivati a questo punto, allora, non si può far altro che contemplare increduli la fine, che poi non è una fine, di questo giorno brillante che ha portato con sé un’ultima molecola di inaspettata bellezza, una goccia di splendore che ora brilla esattamente al nostro fianco, aspettando solo di affrontare insieme a noi il diluvio di tutto quello che sarà.

Sotto un cielo pieno di luci e di fuochi, in questa notte, per la prima volta in vita mia ho sentito l’emozione della fine senza percepire nemmeno una punta di disagio, senza farmi pungere da nessun granello di dolore.
Perché nulla finisce, oggi. Nulla si ferma e si assesta, su questa nostra giostra che ha appena iniziato il suo giro, con noi sopra, incantati a guardare il mondo che si scompone e si ricompone sotto i nostri occhi, alla luce dei fuochi. Meraviglioso e sconosciuto, infinito e morbido. A portata di mano, pronto ad abbracciare proprio noi.

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351. Il bilancio

17 dicembre 2013

Abbiamo approvato il nostro primo bilancio, questa sera. Sentendoci un po’ ridicoli, un po’ stonati, un po’ ingenui, abbiamo ripercorso e poi detto “sì” a quello che abbiamo costruito in questo nostro ultimo anno, che è insieme l’ultimo e il primo di qualcosa che è ancora giovane ma che lentamente si sta facendo le ossa, in un modo meraviglioso e inaspettato che è bello e spaventoso scoprire, un giorno dopo l’altro. Abbiamo fatto il bilancio e ci siamo un po’ stupiti di fronte a quei numeri che nonostante tutto tornavano, e che ci dicevano che siamo riusciti a galleggiare sulle onde del presente, a non farci travolgere dalla mole grande di tutto ciò che non sappiamo, di tutto ciò di fronte a cui abbiamo dovuto inventare, improvvisare, tentare la sorte sperando di riuscire, infine, ad addomesticare la realtà riducendola, per quanto possibile, al nostro volere.
Approvare il bilancio è un atto di forma, un passaggio burocratico che serve per fissare un paletto da cui ripartire, per sancire di fronte a tutti quello che oggi siamo; è qualcosa che appartiene, per forza, al mondo delle cose accadute, che non si toccano e non si cambiano, che sono come sono per forza di cose e una volta per sempre. Fare il bilancio significa mettere a fuoco queste cose. Aprire il quaderno a righe in cui si fanno le somme, copiare i numeri in bella grafia e poi mostrarli a tutti, perché quei numeri raccontano – che lo si voglia o no – una storia che appartiene a tutti quanti, di fronte a cui ognuno è chiamato ad assumersi la responsabilità di essere creatore, artefice, genitore.

Approvare il bilancio è un atto formale che mette di fronte a cose grandi, più grandi di quanto può sembrare in un primo momento, più grandi di quanto fa supporre la retorica un po’ vuota e un po’ pesante della burocrazia che pretende lo svolgimento dei suoi sempiterni riti. E così, dopo averlo approvato, capita di ritrovarsi a occhi spalancati nella notte cercando di tirare somme più grandi e più splendenti, che coinvolgono pieghe diverse della vita, numeri che non si possono annotare in colonna in un quaderno a righe. E, mentre si cerca di afferrare il filo di questi conti che chiamano in causa l’economia di un’intera esistenza, capita di ritrovarsi a concludere che, tirando le somme, stiamo vivendo la vita più pericolosa, emozionante, intensa e vera che mai ci sia stato dato di vivere. E che nella trama fitta di questo vivere pericolosamente sia nascosto il segreto bello e vero di ciò che siamo, di ciò che ogni giorno – in piena, ubriacante, mozzafiato libertà – scegliamo, vogliamo, amiamo essere.

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350. Esordi, spine e dignità

16 dicembre 2013

Poche cose sono flebili, fragili e implumi come la dignità. Poche cose sono più leggere, più esposte ad ogni bava di vento, più capaci di degenerare in qualcosa di drasticamente diverso da loro se ci si distrae anche solo per un attimo, se per un secondo si cede e ci si dimentica quali sono i pilastri a cui aggrapparsi, nonostante tutto e a prescindere da qualsiasi cosa, per non farsi trascinare via dall’orrore della tempesta che spacca e offende, e lascia dietro di sé solo terra bruciata.
La dignità, nella sua essenza così impalpabile e sottile, ha due facce e due direzioni: è uno stato dell’anima, una cosa che cresce da dentro e che, nella sua radice recondita, nessuno può rubare o calpestare, ma insieme è qualcosa che ha senso solo se viene riconosciuta dal mondo di fuori, solo se l’universo è disposto a vederla, a farsene carico, a garantirla. Senza il rispetto del mondo, ci si può sforzare quanto si vuole di mantenere salde le proprie stelle polari, di tenere fede ai propri propositi, di non rinunciare all’irrinunciabile tesoro che rende ogni uomo degno di essere tale: mancherà sempre qualcosa, e l’orgoglio e la presunzione avranno gioco facile a vincere, condannando a una vita di rancore – probabilmente molto motivato, ma non per questo meno sterile – che uccide chi lo prova prima di chiunque altro.

Questo pensavo, oggi, in un giorno di esordi e di spine. Pensavo alla bellezza delle cose che cominciano, all’euforia che le accompagna, alla gioia piccola e pura del sapere che si sta facendo la cosa giusta, che la si sta facendo come si deve, che si è al posto in cui si deve essere e che – almeno per un attimo, per un’ora, finché il destino ce ne concede la possibilità – già nel semplice essere lì tutto riesce ad assumere un senso; pensavo al pungere della realtà che graffia, e che nella sua ingiustizia cieca fatta solo di cinico, necessario, freddo inchinarsi alla necessità delle cose riesce ad abbuiare la vita, e a renderla pesante anche in un giorno luminoso, puro e giusto come questo.
E, pensandoci, pensavo che – nonostante la sua inafferrabilità e la sua debolezza – solo la dignità può riuscire a salvarci, in tutto questo. Solo il minuscolo tesoretto del rispetto per noi stessi, solo il guscio di lumaca – così faticosamente costruito – della stima per ciò che siamo e per ciò che possiamo, in prospettiva, dare al mondo può proteggerci dalla durezza delle cose, dal dolore di una contingenza che ci offende e che non fa che ripeterci, ogni giorno un po’ più forte, che di noi non c’è bisogno, a questo mondo.
Il nucleo di ciò che dobbiamo custodire con le unghie e con i denti, di fronte a questo mondo e ai suoi insulti, sta nascosto lì, in quella cosa fragile e spaesata che per comodità chiamiamo dignità e che forse, in fondo, non è altro che “l’onore, per modo di dire”, così come i nostri tempi lo declinano. Così come questa realtà triste e stupida, irrecuperabilmente corrotta, pretende da noi.

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344. Frammenti di mattino

10 dicembre 2013

In piedi davanti all’armadio, questa mattina, fissavo la piccola pila dei miei vestiti affrontando la prima, microscopica sfida della giornata: quella di capire cosa mettere addosso, di scegliere – tra il repertorio non poi così vasto delle alternative possibili – l’oggetto più giusto per scaldarsi lungo tutta la parabola del giorno appena nato, la cosa più adatta per correre attraverso le ore e i minuti nel modo più domestico e più rassicurante possibile, nella maniera più appropriata all’economia complicata di quell’entità composita che è la vita.

Mentre fissavo quei vestiti fin troppo conosciuti, sentivo il meccanismo dell’analisi mentale che si attivava lentamente, scuotendosi di dosso la ruggine dolce del sonno e il tepore delle lenzuola gialle abbandonate proprio lì a due passi e capivo che, mentre ancora la coscienza barcollava dondolando sul confine della notte appena finita, la mente logica già aveva cominciato la sua corsa folle lungo i soliti binari.
Guardavo quei vestiti e mi sforzavo di inserirli in una tabella di calcolo, di considerare pro e contro, di pensare in prospettiva, di valutarli in un’ottica che tenesse insieme passato e futuro, anche se al livello elementare del “questa maglietta l’ho già messa una volta: la uso anche oggi così poi la ficco in lavatrice”. E per un secondo, mentre riflettevo e calcolavo e ragionavo, mentre sentivo il meccanismo della logica che si sforzava di fare il suo lavoro nel migliore dei modi, come sempre, la percezione dell’inutilità di tutto questo si è fatta avanti forte e chiara, nella mattina appena iniziata. È stato evidente, di colpo, che tutto quello sforzo era inutile, che le cose importanti non stavano nascoste in quell’armadio, non sarebbero mai e poi mai dipese dall’economia di quella stupida scelta. Che la vita era altrove, in altri luoghi, in altri pensieri e in altre decisioni, e che era ridicolo sprecare tante risorse energetiche per arrivare a preferire la felpa viola al golfino nero.
In quel secondo, ho pensato a un mondo meraviglioso in cui la contingenza scorra avanti senza sforzo, in cui la scelta di un vestito avvenga spontaneamente, senza calcolo, senza investimenti mentali, senza presunzione di ragionevolezza e di coerenza. Un mondo in cui di fronte all’armadio aperto l’unica domanda da porsi sia “cosa ho voglia di mettermi”, e in cui nessun altro pensiero para-razionale intervenga ad ammantare con i suoi presunti diritti di precedenza quella che non è altro che una minuscola decisione capace di migliorare un po’ l’economia di una giornata, ma in cui è assurdo investire tempo e pensieri, riflessioni sul passato e il futuro, il meglio e il peggio, il giusto e l’ingiusto. Un mondo semplice in cui esista solo il presente, per le cose piccole, e il passato e il futuro siano bussole a cui guardare unicamente quando ad essere in gioco ci sono cose che lo meritano, scelte importanti, circostanze che riguardano davvero noi, e la nostra volontà, e gli altri e il modo di avere a che fare con ciascuno di loro. Cose più dense e più forti di uno stupido maglione da mettersi addosso, insomma.
Pensavo tutto questo, stamattina, guardando il mio armadio aperto mentre ancora barcollavo nella giornata neonata. E pensandolo, la pesantezza delle cose piccole e futili veniva sconfitta dalla consapevolezza di tutto quello che, nella vita, è altro. Di tutto quello che sa brillare, nelle mattine preziose e rare come quella di oggi, nonostante ogni nostro sgambetto, nonostante le piccole ondate di nebbia autoprodotta che noi, piccoli uomini, a volte non possiamo proprio fare a meno di alimentare e dentro cui ci smarriamo, convincendoci che stia nascosto in loro il segno di qualcosa di importante. Qualcosa che invece, fortunatamente, sta acquattato altrove, in un mondo senza nebbie fatto solo d’istinto, semplicità e luce. L’evidenza di questo era chiara, nell’istante piccolo di quella stupida scelta. E percepire così nettamente quell’evidenza è stata una benedizione inaspettata, un solletico rassicurante, nell’aria tiepida e nuova di questo giorno appena iniziato.

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334. Padroni a casa nostra

30 novembre 2013

Questa città, al sabato non è la mia città.

Pullula di persone che, in fondo, non sono diverse da quelle che la abitano di solito, ma che viste così – tutte insieme, tutte vicine, tutte così apparentemente simili tra loro, già un passo oltre il confine dell’indistinguibile – sembrano aliene, minacciose, potenti come un’onda di piena che occupa tutti gli spazi che negli altri giorni della settimana mi illudo siano miei. Questa mole enorme di voci e di corpi e di gente si muove come una corrente marina, togliendo centimetri ai miei passi, costringendo ogni gesto a convertirsi in una serie di complicati zig zag che starano la mia percezione delle cose, e nel suo precipitare liquido e implacabile rende perfino il marciapiede sotto casa una terra straniera, un rettangolo di portico da cui scappare via il più velocemente possibile per rifugiarsi nella quiete familare della Casa Volante, in cui invece ogni cosa è come sempre, piccola e muta, rassicurante.

Cosa ci sia di così terribile, nella massa umana che occupa le strade della mia città al sabato pomeriggio, è difficile dirlo, e ogni volta che mi sforzo di metterlo a fuoco scopro frammenti di risposte che non riescono a comporsi in nulla di chiaro, e che sanno solo farmi vagamente vergognare di me stessa; afferro solo scie di pensieri a cui non è il caso di dare corpo, perché conducono sicuramente in una direzione che non è quella giusta, una direzione che non sa spiegare nulla e che è capace solo di aumentare il carico di fastidio e il senso di estraneità che sta appostato sotto le mie finestre, nella strada stipata di gente, passeggini e cani tenuti al guinzaglio.
Non ci sono risposte a questo senso di irredimibile estraneità che va semplicemente accettato per quello che è, inghiottito nel suo mero esistere prefestivo e accettato con la certezza che – sempre, e fortunatamente – al sabato segue una domenica, e alla domenica un lunedì in cui la città tornerà ad abbracciarmi, sarà di nuovo la città che conosco e che posso sentire come mia, al di là di tutte le possibili invasioni.
Nonostante questo, però, mentre mi muovo piano dentro il cuore bollente della Casa Volante aspettando che sia l’ora di uscire di nuovo in mezzo alla folla, di tagliarla in due con il passo più veloce e più drastico che penso di poter inventare per arrivare a un teatro che non conosco, in cui farmi raccontare una storia che non so, sento forte e chiara la sensazione di essere un’ospite, oggi, su queste strade.
E penso che i padroni – qualsiasi cosa ciò significhi – sono loro, quelli che ora sono là fuori; loro che durante la settimana lasciano campo libero alle nostre illusioni ingenue, pronti però a riscuotere quel che gli è dovuto a ogni annuncio di festa, a ogni nostra momentanea distrazione. A ogni implacabile scoccare di week-end.

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333. Barcollare

29 novembre 2013

Nell’ufficio in cui lavoro il sole entra solo di taglio, riflesso, filtrato dai vetri scuri che lasciano vedere fuori senza permettere a chi passa di capire nulla di ciò che succede dentro. Più che vero sole è una sua versione riveduta e corretta, un suo surrogato pallido che riesce a farsi notare solo se ci si sforza di prestarci attenzione, se ci si impegna a convincersi che quella cosa che disegna ombre sul piazzale là fuori è proprio la luce del giorno, proprio la stessa a cui siamo da sempre abituati. Il sole c’è, insomma, ma da dentro si fatica a vederlo, specie nei giorni in cui ogni molecola di energia mentale, ogni secondo di attenzione e di presenza a se stessi, sono devoluti allo sforzo totalizzante di tenersi in equilibrio, di portare in fondo il proprio compito meglio che si può, anche se non si sa bene come si potrà mai riuscire a farlo.
Nell’ufficio in cui lavoro, mi ricordo ogni giorno cosa significa barcollare ondeggiando sulla propria prima bicicletta, mi ricordo la difficoltà dell’istante in cui si impugna la penna per scrivere la prima lettera del proprio nome, attraverso a ripetizione il secondo di vertigine brevissima che precede il primo pizzico alla corda di una chitarra: ripercorro all’infinito tutta quella collezione di istanti in cui ogni cosa sembra indicibilmente vasta e fonda, e sembra impossibile anche solo illudersi di riuscire a dominare – prima o poi, col tempo, con infinita pazienza – un’enormità tanto grande.

L’esperienza del barcollare è densa e difficile, forte e rara nella vita di ogni giorno: nell’esistenza a cui siamo abituati, di norma si calpestano sentieri conosciuti, si ripetono gesti di cui si conosce la carta geografica, in cui ci si sa ritrovare, in cui ci si può bene o male riconoscere, pur nell’eterno trasformarsi di tutto, sempre.
In quest’ufficio in cui il sole è più un’idea che una cosa concreta, invece, di sentieri conosciuti non ce ne sono. Ogni giorno è una vertigine, e ogni giorno bisogna calcare la prima pedalata, ogni giorno bisogna vergare il primo tratto di penna.
Sulla corda tesa di tutto quello che non so, l’unica cosa che posso fare è tentare di muovere sempre un altro passo, di non lasciare alla forza di gravità il tempo di vincere. E in questo gioco di energia e di vertigini c’è spazio perfino per un po’ di bellezza, sospesa a mezz’aria, nel confine stretto tra rischio, spavento e irragionevole euforia su cui continuo a barcollare, momento dopo momento, spiando il sole nascosto fuori dalla finestra e ridendo dentro, silenziosamente.

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331. Il problema non è la caduta: è l’atterraggio

27 novembre 2013

Tra i grandi miti quello che sentivamo più vivacemente era il mito della Caduta: quel fatale insgambararsi di Adamo, origine del Male. Quando venne la mia ora m’insgambarai correndo nel portico, feci il lungo tuffo a pesce, armonioso, andai a picchiare con la fronte sullo spigolo ben profilato dello scalino dell’ultima porta verso la strada, a sinistra. Non con la fronte della fronte: col tenero sonno. Lo spigolo vivo, armonioso (era tutto così armonioso), ci entrò agevolmente. Non c’era dubbio che si trattava della Caduta. Il Male era schifoso. Mi aspettavo che l’intero contenuto acqueo della testa sgusciasse fuori di getto, coi semi dei pensieri e dei sentimenti. Invece sulla tempia sfondata c’era solo un corto budellino rosa, una minuscola Ernia di testa.

(Luigi Meneghello, Libera nos a malo)

Era fatale che, prima o poi, dovesse succedere. Fatale come il primo morso alla mela proibita. Dopotutto succede – per forza di cose – che prima o poi si cada: non c’è nulla di scandaloso, nulla di anomalo, nulla per cui provare davvero vergogna. Ma ugualmente, mentre raccoglievo me stessa dall’onta della Caduta – con l’orecchio sinistro che fischiava e il ginocchio che doleva più per la stizza che per la vera e propria ferita – cercavo solo di fare tutto più velocemente possibile, per non far accorgere l’universo di quella momentanea rottura dell’ordine delle cose, per fare finta che nulla fosse successo. E, mentre un po’ stordita ricominciavo a pedalare, pensavo a Gigi, alle sue parole sul Male assoluto, sui tonfi di testa che mettono in relazione con il Dolore e sull’insgambararsi umiliante a cui nessuno può sottrarsi. E lentamente l’ordine delle cose, un po’ illividito, tornava a ricomporsi, dentro il tessuto liscio del tempo.