Archive for the ‘Via di qui’ Category

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31. Giardini segreti

31 gennaio 2015

Oggi mia madre, un paio d’ore prima di prendere un aereo, mi ha abbracciato forte accanto al tavolo della cucina dicendomi che, quando si avvicina il momento di partire, a lei sale sempre in gola la tristezza. Che sa che è assurdo desiderarlo, ma che nonostante tutto a lei piacerebbe fosse possibile stare sempre al caldo, sempre vicini, sempre affacciati tutti sullo stesso cortile, a un tiro di voce, a portata di mano. Rimanere sempre l’uno accanto all’altro, a una distanza non superiore a quella di un istante, di un desiderio, in modo da potersi sempre prendere, da non doversi mai lasciare.

Non è un desiderio così strano, in fondo. È un’ambizione legittima, comprensibile, dolce e quasi commovente. Lo sembrava davvero, lo giuro, questa sera, mentre il buio scendeva e mia madre mi stringeva forte e io stringevo lei dicendo solo “mamma, sono qui”. È un’ambizione legittima, comprensibile, dolce e – ovviamente – ingiusta e impossibile. Impossibile perché la vita non passa per tutti dallo stesso cortile, e perché è necessario uscire da casa, andare di là, costruire qualcosa al di fuori di ogni aspettativa, sfidando ogni sistema e ridendo di ogni hortus conclusus, con i suoi rassicuranti, ipnotici e velenosi fiori di digitale purpurea.

E così, questa sera, mentre abbracciavo mia madre e cercavo in ogni modo di convincerla che non c’è nulla di doloroso nella partenza in sé, e che si può essere vicini anche se non si guarda, al mattino, esattamente lo stesso angolo di cielo e la stessa tazza per la colazione, pensavo che non c’è via d’uscita a questa aporia, che non c’è un modo per salvare tutto e tutti, per portare a zero la lancetta della sofferenza.
Che sarà eternamente bella l’immagine della mamma che stringe il suo bambino che dorme, ma che quel bambino – lo si vede subito, se si guarda bene l’espressione che ha nel quadro – prima o poi aprirà gli occhi, e getterà il proprio sguardo sul mondo, e non sarà possibile arginare le conseguenze di questo primo e irrevocabile atto di autonomia.

Per quanto questo quotidiano gioco di fughe e di rimbalzi possa essere difficile da attraversare, un giorno dopo l’altro, non c’è alternativa al suo ipnotico e dolcissimo canto di sirena: non c’è alternativa all’eterno ritorno a quello che si è e, al tempo stesso, all’eterno slancio verso qualcos’altro. Perché siamo tutti inesorabilmente uomini, e come tali non possiamo sottrarci al vizioso circolo virtuoso dell’affetto, dell’orgoglio, dell’autonomia e dell’appartenenza.

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25. Cose di dentro

25 gennaio 2015

Frida Kahlo – MoséSi rifletteva di cose di dentro, questa sera. Cose che non hanno ragione, cose che nascondono i loro perché dentro la carne, dentro la pancia, nei luoghi misteriosi, caldi e pieni di buio in cui tutti siamo stati, prima di sapere di esserci.
Parlando di tutto questo (e della bellezza, della forza e della violenza che in tutto questo sono implicate) sentivamo forte e chiaro di essere a pieno contatto con un limite, con un estremo, con qualcosa di ingiustificabile e di irragionevole. Con qualcosa che mette di fronte solo a due alternative: o si prende o si lascia, o si accetta o si strappa, senza vie di mezzo possibili.

Le cose che hanno a che vedere con quel mondo, con quella profondità, con quell’abisso ovale possono fare rabbia, possono sembrare ingiuste, possono farci pestare i piedi pretendendo al loro posto una ragione, un senso, un perché che si possa comprendere. Ma poi, quando la furia finisce, loro tornano sempre e comunque a prendere il sopravvento, armate di una forza che fa venire i brividi per quanto è cieca e sorda e ineluttabile. E allora, quando la rabbia finisce e le cose di dentro ritornano, solide e intatte come prima, l’unica cosa che si può fare è accettarle, allo stesso modo in cui si accettano i terremoti e le maree, allo stesso modo in cui si prende atto dei moti della terra senza nemmeno tentare di discuterli o di ricondurli a uno schema ragionevole.
Di fronte alla pancia e ai suoi misteri, secoli e secoli di metodo scientifico e di lotta si frantumano in un istante, dopo una resistenza inutile ed effimera. E tutto questo fa rabbia, paura e sgomento. Ma allo stesso tempo – e mai l’avevo capito davvero, prima di stasera – tutto questo è anche la migliore dimostrazione (l’unica possibile, probabilmente) del vero significato del verbo “appartenere”.

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17. Cose del mondo, là fuori

17 gennaio 2015

Passare tutta la giornata avvoltolati nella coperta delle parole degli altri, concentrati sulla loro consistenza, sulla forma delle frasi, sul bisogno di raddrizzarle e correggerle per ottenere qualcosa che sia levigato ma, al tempo stesso, anche autentico e onesto, somigliante alla voce dell’autore che le ha scritte, dà una sensazione che assomiglia a quella che si prova quando si mangia troppa cioccolata, o si dorme esageratamente a lungo durante il giorno, o si perde troppo tempo in una stanza surriscaldata.
Alla fine di tutto ci si sente ottusi, inerti, evaporati. La stanchezza che si prova è tutta diversa dalla stanchezza dello sfinimento fisico: è un torpore pesante, appiccicoso come lo zucchero quando incolla le dita, e se si tenta di scrollarsi via da quello stato di impotenza ci si accorge che non ci si riesce, a meno di fare un enorme sforzo di volontà, o di avere una straordinaria capacità di svuotare la mente, di fare il vuoto dentro di sé per consentire all’energia di ricominciare a fluire, dopo il passaggio del marasma.

Questa sera, dopo un giorno intero di lavoro di cesello, mi sono ritrovata seduta alla scrivania con un file finalmente concluso dentro la memoria del pc e con la mente divisa tra un senso rassicurante di orgoglio soddisfatto e un retrogusto vago di nausea nebbiosa, che minacciava di avere la meglio. Nel tentativo di non darla vinta allo stordimento, ho cercato qualcosa che venisse dal mondo della realtà, dall’universo delle cose vere, per uscire almeno per un po’ dalla realtà fittizia in cui avevo soggiornato per tutto il giorno, prima di andare a dormire.
Sono stata fortunata, perché nel cuore della notte ho trovato questo (qui c’è la traduzione). E ho pensato che sotto la coltre della fatica pesante, e del dolore sordo che portano con sé le cose che accadono, la bellezza e l’intelligenza riescono sempre a trovare una strada per brillare. E che, a volte, è sufficiente mettersi in ascolto delle parole altrui, perché tutto diventi di colpo più leggero e più onesto, più dolorosamente pieno di valore e di senso.

[…] Quelli di Charlie Hebdo erano nostri fratelli, e noi come tali li piangiamo. I loro assassini erano orfani,  persone che ci erano affidate: pupilli della nazione, figli di tutta la Francia. I nostri figli, quindi, hanno ucciso i nostri fratelli. Tragedia. In qualsiasi cultura, un evento del genere provoca un sentimento che non è stato mai evocato in questi giorni: la vergogna.
Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera: una situazione psicologica molto più difficile rispetto a “dolore e collera”. Se proviamo dolore e collera possiamo limitarci ad accusare gli altri. Ma come fare quando si prova vergogna, e si è in collera verso gli assassini ma anche verso se stessi?
Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno sembra volersene assumere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia disabili e psicotici a marcire in prigione, dove diventano il giocattolo di manipolatori perversi; quella di una scuola che è stata privata di mezzi e di supporto, quella di scelte urbanistiche che parcheggia gli schiavi (senza documenti, senza tessera elettorale, senza nome, senza denti) in periferie che sono fogne. Quella di una classe politica che non ha capito che la virtù non si insegna se non con l’esempio.
Intellettuali, pensatori, universitari, artisti, giornalisti: abbiamo visto morire persone che erano “dei nostri”. Quelli che li hanno uccisi sono figli della Francia. Allora, apriamo gli occhi sulla situazione, per capire come siamo arrivati qua, per agire e costruire una società laica e colta, più giusta, più libera, più uguale, più fraterna.
«Nous sommes Charlie», possiamo appuntarci sul bavero. Ma la solidarietà nei confronto delle vittime non ci esenta della responsabilità collettiva di questo delitto. Noi siamo anche i genitori dei tre assassini.

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16. Il livello del dibattito

16 gennaio 2015

Qualche settimana fa, pochi giorni dopo la pubblicazione in rete di un videomessaggio in cui due cooperanti italiane rapite in Siria chiedevano aiuto per avere salva la vita, ho messo da parte un link da conservare a futura memoria. Per non dimenticare quanto in basso possa scendere il livello del dibattito, nel nostro paese, e quanto fango si possa gettare gratis, stando comodamente seduti di fronte al proprio pc, sulle scelte e sugli ideali di persone di cui non si sa nulla, e che – in qualunque modo la si pensi in merito alla guerra in Siria, alla cooperazione internazionale e ai problemi del Medio Oriente – hanno quantomeno avuto il coraggio di spendersi in prima persona per una causa in cui credevano, e non certo spinte dalla prospettiva di guadagnarci qualcosa.

Oggi che le due cooperanti sono di nuovo in Italia e che lupi di ogni genere si preparano a stringersi attorno alle loro teste, per spiegare loro come si fa a vivere e quanto dovrebbero sentirsi in colpa per la terribile vergogna di non essere morte là dove avevano voluto andare a portare aiuto, ho ripensato a tutti i rapiti della mia giovinezza, all’alba degli anni Duemila. Ad altre due cooperanti rapite in Iraq e ai loro sorrisi smaglianti (per cui vennero ferocemente criticate: che avevano da ridere, quelle due irresponsabili, invece di pensare a tutti i soldi sperperati per loro?) il giorno della loro liberazione; alla povera Giuliana Sgrena che ha visto morire accanto a lei, in una sparatoria troppo assurda per essere credibile, l’uomo che l’aveva appena liberata, a Baghdad; a Florence Aubenas e alla sua faccia pallida nel messaggio in cui chiedeva aiuto; a Enzo Baldoni, lasciato morire e poi dimenticato anche da morto; a Daniele Mastrogiacomo che nelle foto sembrava così vecchio e così disperato, in Afghanistan, e che sulla scaletta dell’aereo che lo riportava a casa esultava, con addosso una felpa bianca.

Per chi appartiene a una generazione diversa dalla mia, la parola “rapimento” evoca sicuramente nomi e situazioni diverse: per me, invece, ha a che vedere con queste immagini qui, con queste facce, con queste storie che da ragazzina mi sembravano grandi, importanti, sfaccettate, meritevoli di tutto il rispetto del mondo. Queste persone rapite e liberate, queste vicende di uomini e donne che mettevano in gioco tutto perché credevano che la loro presenza in un luogo rischioso potesse servire a qualcosa, avesse un senso e un valore, potesse aiutare a smuovere la fissità immutabile delle cose, mi riempiva di ammirazione e di orgoglio. E anche oggi, nel momento in cui si può tirare un sospiro di sollievo a proposito della sorte di queste due ragazze rapite e in cui ci si deve preparare a lasciare spazio ai cecchini della parola, che già sono lì, pronti a impallinarle, voglio continuare a pensare le stesse cose che pensavo allora, senza cambiarle nemmeno di una virgola. Voglio continuare a pensare che conta solo la vita di chi si salva.
E che nessuno commento al vetriolo, nessuna cattiveria detta da qualche pavido benpensante, nessuna acida malvagità sarà mai più importante di questo.

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12. Il difficile

12 gennaio 2015

Il secondo giorno, è sempre il più difficile. Il primo giorno, si sa, sei baldanzoso, solido nella tua rabbia, convinto delle tue ragioni. Soffri, certamente, il primo giorno, ma per quanto la tua sofferenza possa essere grande resta comunque relativamente facile da gestire, perfettamente comprensibile, ancora ragionevolmente radicata nei territori della logica, delle cause e degli effetti, dei “perché sì” rivendicati ad alta voce. Il primo giorno non fai che ripassare, nella testa, i buoni motivi che ti hanno indotto a fare certe scelte, le ottime ragioni per cui hai deciso di mettere un punto in fondo a una riga e scavare un vallo – magari solo mentale, ma comunque profondo, dignitoso, necessario – che stabilisse un punto di non ritorno. Il primo giorno ti ripeti parola per parola tutti gli argomenti capaci di consolidarti nella tua posizione, te li rigiri nella mente come fossero caramelle, formulandoli a parole con la lucidità spietata di un avvocato che sostiene la sua causa e che non ha nessuna intenzione di darla vinta alla Pubblica Accusa. Il primo giorno riesci ancora a parlare e a pensare, e per qualche bizzarro miracolo della mente umana, più parli e pensi più ti anestetizzi di fronte a quello che ti sei lasciato alle spalle. Argomento dopo argomento, la fatica dello strappo e dello scarto fanno meno male, il dolore del taglio e della ferita sembra colpire qualcun altro, si allontana da te ed entra nel mondo della pura teoria. Entra nel mondo in cui le buone ragioni contano qualcosa.

Il giorno dopo, invece, arriva il difficile. Perché la bocca diventa amara, e le parole non escono più belle fluenti come prima. Il secondo giorno l’avvocato del diavolo comincia a lavorare, e cambia le carte in tavola, e il grande processo istituito dentro la testa poco a poco inizia a rivelare inaspettati retroscena, tanto che alla fine capire chi sia il vero colpevole diventa solo questione di stile, un arzigogolo barocco privo di qualsiasi significato. Il secondo giorno non è cambiato niente, eppure della rabbia e delle certezze del giorno prima non è rimasto più niente, e tutto il cumulo del risentimento passato si rivela per quel che è: nient’altro che fumo, neve destinata a sciogliersi sotto il primo raggio di sole.

Ed è quando inizia il difficile che le cose fanno male veramente. Perché si è costretti ad ammettere – prima di tutto il resto, oltre a tutto il resto –  che si è stati ridicoli e idioti, grotteschi come la peggiore delle maschere. Perché si è costretti ad ammettere che non ci sono valli da scavare né punti da mettere, che tutto è orizzontale e non può far altro che continuare, come sempre, al di là di tutte le alternative. E allora, quando inizia il difficile, non c’è altro da fare che prendere atto dei propri ridicoli singhiozzi, delle proprie assurde prese di posizione, per poi cominciare a perdonare se stessi e a smettere di intossicarsi di parole. Provando, piuttosto, a guardare quello che la risacca ha lasciato dietro di sé, per vedere se da qualche parte c’è qualcosa da trovare.

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11. Il destino di Anguilla

11 gennaio 2015

Ho sempre pensato d’essere una persona stanziale fin dentro al midollo. Una piccola lumachina che non potrebbe mai rinunciare al peso della sua casetta sempre ben poggiato sulle spalle, che non saprebbe proprio come resistere alla sua solitudine, se per caso un giorno dovesse accorgersi che non ne avverte più la presenza vicina e concreta.

Quando facevo le elementari, un giorno la maestra ci chiese se preferivamo passare il Natale a casa oppure lontano, in vacanza: in classe si crearono subito due fazioni, e ne nacque un dibattito pieno di buoni argomenti. Io, orgogliosamente schierata dalla parte dei casalinghi, peroravo la mia causa ed ero sinceramente stupita dal constatare quanti, tra i miei compagni, fossero del parere contrario. La mia posizione mi sembrava scontata, ovvia, l’unica possibile. A Natale si deve stare a casa, non si discute. Come si fa con l’albero, e i regali, e il pranzo dalla nonna, se no? Come si fa a portarsi tutto dietro, se si va via?

Qualche anno più tardi, ogni volta che dovevo andare in vacanza – anche se si trattava di stare via solo qualche giorno – riempivo un quaderno ad anelli con una piccola selezione di cose irrinunciabili, che mi servivano da coperta di Linus e da supporto alla memoria, da casa surrogata e vettore di ricordi. Poesie copiate, testi di canzoni, lettere e ricordi assortiti: tutto andava bene, purché fosse scritto su un foglio di carta e mi stesse vicino per dirmi chi ero, in qualunque momento e in qualunque luogo.

Quando sono diventata adulta e ho cominciato a vivere in altre stanze e in altre case, ho portato in ognuna di loro cose inutili il cui unico senso era dire “questo non è un posto qualunque, questo è il posto in cui io, ora, ho le mie giovani radici”. Guardavo con ammirazione i miei amici che partivano per l’erasmus pieni di leggerezza, portandosi dietro solo i vestiti e qualche libro, e mi chiedevo come potevano farcela a vivere per sei mesi, o anche di più, senza avere con sé nulla che non rispondesse a un’immediata necessità concreta, nulla che fosse inutile e domestico allo stesso tempo. Dev’essere anche per questo che io, in erasmus, non ci sono mai andata (e, per quanto mi sforzi e per quanto sia convinta che avrebbe potuto essere un’esperienza meravigliosa, non ce la faccio proprio a rimpiangere di non averlo fatto).

Nonostante tutto questo, però, oggi penso di aver sentito forte e chiaro quell’impulso alla fuga che non è mai stato parte di me, quel desiderio violento e irrazionale di andarsene solo via, di sbattersi la porta alle spalle e non pensare più né a gusci né a ritorni. L’ho sentito forse per una mezz’ora, mentre guidavo sotto il tramonto, e pensavo che forse a un certo punto bisogna davvero avere il coraggio di andarsene, di chiudere una pagina della propria vita e inaugurarne un’altra, nuova fiammante, senza compromessi. Pensavo tutto questo, ma più ci pensavo più mi tornava in mente la storia di Anguilla, del suo destino barbaro e straniero, del suo ritorno impossibile. Così, di minuto in minuto e di ricordo in ricordo, quello strano demone si tranquillizzava e l’onda della domesticità tornava a crescere, occupava di nuovo gli spazi consueti, nonostante tutto.
Oggi però, forse per la prima volta nella mia vita, ho capito che c’è un’alternativa all’assoluta fedeltà alle proprie radici. Ho capito che si può anche scegliere di prendere e partire, senza coperte di Linus e paracaduti a coprire le spalle. Che ciò che davvero ci lega a un luogo è il nostro desiderio di essere lì e non altrove, la nostra eterna scelta di non allontanarci da lì, pur avendone la possibilità.
Sono cose ovvie, lo so. Ma per le lumache come me, sono vere rivoluzioni.

 

A me piace parlare con Nuto; adesso siamo uomini e ci conosciamo; ma prima, ai tempi della Mora, del lavoro in cascina, lui che ha tre anni più di me sapeva già fischiare e suonare la chitarra, era cercato e ascoltato, ragionava coi grandi, con noi ragazzi, strizzava l’occhio alle donne. Già allora gli andavo dietro e alle volte scappavo dai beni per correre con lui nella riva o dentro il Belbo, a caccia di nidi. Lui mi diceva come fare per essere rispettato alla Mora; poi la sera veniva in cortile a vegliare con noi della cascina.
Adesso mi raccontava della sua vita di musicante. I paesi dov’era stato li avevamo intorno a noi, di giorno chiari e boscosi sotto il sole, di notte nidi di stelle nel cielo nero. Coi colleghi di banda che istruiva lui sotto una tettoia il sabato sera alla Stazione, arrivavano sulla festa leggeri e spediti; poi per due tre giorni non chiudevano più la bocca né gli occhi – via il clarino il bicchiere, via il bicchiere la forchetta, poi di nuovo il clarino, la cornetta, la tromba, poi un’altra mangiata, poi un’altra bevuta e l’assolo, poi la merenda, il cenone, la veglia fino al mattino. C’erano feste, processioni, nozze; c’erano gare con le bande rivali. La mattina del secondo, del terzo giorno scendevano dal palchetto stralunati, era un piacere cacciare la faccia in un secchio d’acqua e magari buttarsi sull’erba di quei prati tra i carri, i birocci e lo stallatico dei cavalli e dei buoi. […]

Di Nuto musicante avevo avuto notizie fresche addirittura in America – quanti anni fa? – quando ancora non pensavo a tornare, quando avevo mollato la squadra ferrovieri e di stazione in stazione ero arrivato in California e vedendo quelle lunghe colline sotto il sole avevo detto “sono a casa”. Anche l’America finiva nel mare, e stavolta era inutile imbarcarmi ancora, così m’ero fermato tra i pini e le vigne. […]
Una di quelle notti, sentii raccontare di Nuto. Da un uomo che veniva da Bubbio. Lo capii dalla statura e dal passo, prima ancora che aprisse bocca. Portava un camion di legname e, mentre fuori gli facevano il pieno della benzina, lui mi chiese una birra.
– Sarebbe meglio una bottiglia, – dissi in dialetto, a labbra strette.
Gli risero gli occhi e mi guardò. Parlammo tutta la sera, fin che da fuori non sfiatarono il clacson. […] Mi raccontò che lui a casa aveva fatto il conducente, i paesi dove aveva girato, perché era venuto in America. – Ma se sapevo che si beve questa roba… Mica da dire, riscalda, ma un vino da pasto non c’è…
– Non c’è niente, – gli dissi, – è come la luna.  […]
– È come questa musichetta, – disse lui. – C’è confronto? Non sanno mica suonare…
E mi raccontò della gara di Nizza l’anno prima, quando erano venute le bande di tutti i paesi, da Cortemilia, da San Marzano, da Canelli, da Neive, e avevano suonato suonato, la gente non si muoveva più, s’era dovuta rimandare la corsa dei cavalli, anche il parroco ascoltava i ballabili, bevevano soltanto per farcela, a mezzanotte suonavano ancora, e aveva vinto il Tiberio, la banda di Neive. Ma c’era stata discussione, fughe, bottiglie in testa, e secondo lui meritava il premio quel Nuto del Salto…
– Nuto? Ma lo conosco.
E allora l’amico disse a me chi era Nuto e che cosa faceva. Raccontò che quella stessa notte, per farla vedere agli ignoranti, Nuto s’era messo sullo stradone e avevano suonato senza smettere fino a Calamandrana. Lui li aveva seguiti in bicicletta, sotto la luna, e suonavano così bene che dalle case le donne saltavano giù dal letto e battevano le mani e allora la banda si fermava e cominciava un altro pezzo. Nuto, in mezzo, portava tutti col clarino. […]
Quella notte, prima di scendere a Oakland, andai a fumare una sigaretta sull’erba, lontano dalla strada dove passavano le macchine, sul ciglione vuoto. Non c’era luna ma un mare di stelle, tante quante le voci dei rospi e dei grilli. […] Che anche loro, questa gente, avesse voglia di buttarsi sull’erba, di andare d’accordo coi rospi, di esser padrona di un pezzo di terra quant’è lunga una donna, e dormirci davvero, senza paura? Eppure il paese era grande, ce n’era per tutti. C’erano donne, c’era terra, c’era denari. Ma nessuno ne aveva abbastanza, nessuno per quanto ne avesse si fermava, e le campagne, anche le vigne, sembravano giardini pubblici, aiuole finte come quelle delle stazioni, oppure incolti, terre bruciate, montagne di ferraccio. Non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri “Per male che vada mi conoscete. Per male che vada lasciatemi vivere”. Era questo che faceva paura. Neanche tra loro non si conoscevano; traversando quelle montagne si capiva a ogni svolta che nessuno lì si era mai fermato, nessuno le aveva toccate con le mani. […]
Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa, e ne avevo abbastanza. Allora cominciai a pensare che potevo ripassare le montagne.

Cesare Pavese, La luna e i falò.

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9. La nascita dei mostri

9 gennaio 2015

Ti allunghi sotto le coperte fredde, prima di dormire, nel momento in cui diventi consapevole che la giornata è finita. Finita davvero, non per modo di dire. Finita nel peggiore dei modi, quello che sconfigge tutti e apre solo nuovi buchi neri della ragione. Finita nel modo che genera i mostri.

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Ho conosciuto queste incisioni quando andavo in prima liceo. Per tutto l’anno le loro copie su carta rimasero esposte nei corridoi della scuola, in una specie di mostra permanente dedicata ai Disastri della guerra. Aprivi la porta della nostra aula e vedevi un uomo impiccato a un albero; andavi in bagno, e ci trovavi una donna che spostava un cannone; scendevi al piano di sotto, e c’erano uomini in camicia bianca che venivano fucilati.

Ho sempre avuto la sensazione che quelle immagini fossero lì per vaccinarci da qualcosa. Dalla guerra asettica che si vedeva in tv in quegli anni, probabilmente: una guerra fatta solo di schermini verdi e di uomini che, cliccando su un joystick, ammazzavano e sparivano, ignari di tutto.

Se questo era lo scopo, quelle immagini hanno funzionato: ci hanno insegnato che ammazzare è questo, è quei gesti, quelle facce disperate.
Guardiamo Goya e non sappiamo chi stia uccidendo chi, quale sia la causa per cui i personaggi combattono, chi vince e chi perde.
Sappiamo solo che gli uomini si sparano addosso l’un l’altro, fin dalla notte dei tempi. E che poi, alla fine, muoiono tutti allo stesso modo.

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7. Plus fort que la haine

7 gennaio 2015

Oggi, mentre tutti scoprono di colpo di avere tantissime cose da dire, mi accorgo che quelli che ci mancano sono proprio i fondamentali.
Le nozioni di base, quelle che dovrebbero stare sepolte dentro il non-detto perché sono talmente elementari che ci si dovrebbe vergognare perfino a pensarle, figuriamoci poi a dirle ad alta voce. Ad esempio, che l’amour deve sempre e comunque essere plus fort que la haine, prima di tutto e nonostante tutto. Perché, se non fosse così, cos’altro potrebbe restare di quello che è successo? Cosa rimarrebbe da dire, a noi piccoli uomini, per provare a sovrastare il fischio delle pallottole?

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Prima di sparire

17 luglio 2014

Ieri, mentre tornavo a casa, un’anziana signora mi ha fermata sulla pista ciclabile al grido di «Ciò, cara, cussì no te va mica ‘vanti» e mi ha spiegato che la mia pedalata era tutta sbagliata: bisogna poggiare sui pedali la parte di piede che sta subito sotto le dita, non la conchetta a metà della pianta, come invece faccio io da tutta la vita, ignara della mia insipienza. Per non parlare, poi, della mia sella, che era (ed è tuttora) scandalosamente bassa, proprio inaccettabile. Davanti a casa sua la signora mi ha dato dimostrazione pratica di come fare a misurare l’altezza giusta a cui regolare il sellino, servendosi di un complicato algoritmo che teneva conto della lunghezza degli stinchi e della posizione dei pedali, e poi è stata inghiottita da un cancello verde, con la sua bicicletta rugginosa carica di spesa, su cui comunque riusciva a correre più veloce di me.

Intanto, sulla strada, la vecchia drogheria che questo inverno vendeva sigarette, lattine di tonno e pacchi di biscotti si è trasformata in un pretenzioso wine bar, pavesato di tricolori in occasione dei mondiali e con una sorta di tendone verandato, circondato da cespugli in vaso, probabilmente finti. Ogni mattina, quando guardo quel posto così lucido e così antipatico, mi chiedo se la nostalgia per un negozio in cui sono entrata una volta sola in vita mia significa che, io e quella strada, abbiamo già cominciato a invecchiare insieme, e non so bene cosa rispondermi. Ma la sensazione che ci sia un palese errore nel paesaggio mi viene incontro ogni mattina, a quella curva, senza che sia possibile farci nulla.

Nel mondo, fuori, la mia collega I. è venuta a trovarci con la sua bambina in braccio. La piccola è uno spettacolo della natura: ha i capelli scuri e gli occhi azzurri, la chierica sulla nuca e invisibili elastici magici che le stringono la pelle cicciotta dei polsi. Ha lo sguardo remoto dei piccoli, con occhi che si muovono veloci finché non si fissano su un punto, e lo trapassano per secondi lunghissimi, facendoselo scorrere dentro. Se ne è andata, I., con la sua bambina appoggiata alla spalla e un sorriso sfuggente sulla faccia. E si è portata via, mentre metteva la retro nel piazzale del parcheggio, un bel po’ di luce e di fiducia nel mondo, sostituendolo con una coperta pesante di rabbia impotente e insensata.

In mezzo a tutto questo, intanto, noi ci prepariamo a sparire. Non per sempre, non del tutto: solo per un po’. Andiamo qui. E questo “qui” è molto più di un semplice “qui”, è un posto magico con il sapore salato del primo passo, del primo respiro, della prima volta. E questo, oggi, viene prima di tutto, prima di ogni pesantezza e di ogni buio. Oggi non c’è altro che il gusto lieve di questa partenza. E la certezza che la luce, in quel remoto e inesplorato altrovesaprà insinuarsi dentro i nostri occhi in modi inediti e irrinunciabili. E saprà trascinare con sè ogni cosa, e noi prima di tutto.

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354. Posti in cui siamo, posti in cui saremo

20 dicembre 2013

“Eravamo da due giorni a Cochin, una città del Kerala, nell’India del Sud. Il Kerala è la più povera regione dell’India, ma nel tempo stesso, la più bella e la più moderna. Per alcuni anni il governo è stato comunista, e, ancora, i comunisti sono molto forti. I porti del Kerala sono quelli che hanno avuto i più antichi contatti con l’Europa. I primi cristiani, si dice convertiti da San Tommaso, sono antichi come quelli europei: gli arabi, i portoghesi, gli olandesi sono stati qui come di casa (massacrando, sfruttando, convertendo). Infatti a Kochin, che è un porto stupendo, alla cui imboccatura, tra pacifiche lagune si allungano delle isole che sembrano il Paradiso Terrestre, non si ha molto l’impressione di essere in India: la gran dolcezza indiana è un po’ meno incombente, e così la sporcizia. Il modo di annuire non ha quel meraviglioso dondolio della testa di giovinetta appena comunicata, che è il gesto di tutta l’India.”

Pier Paolo Pasolini, L’odore dell’India

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