Archive for the ‘Uncategorized’ Category

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Il momento, il precipizio

16 novembre 2012

C’è stato un momento, oggi, durante la lezione di Scam (che ormai, mioddio, comincia ad avere le mani forti da ragazzino grande, anche se oggi mi ha orgogliosamente mostrato come è capace di retroflettere le spalle in una maniera “che nessun altro al corso di nuoto ci riesce”, ricordandomi che, nonostante tutto, è ancora la mia adorabile molecola di caos) in cui il tramonto oltre le tende del Palazzo era semplicemente perfetto.

Lo guardavo di traverso, mentre Scam suonava, e anche se non si dovrebbe ci annegavo un po’ dentro, pensando a tante cose che non avevano nulla a che fare con quella scala di re minore, e con il quasi-diligente allievo che avevo di fronte.

Pensavo a quanto è fredda l’aria, a volte, quando si è sul punto di cadere. Pensavo alla forza che ci vuole per far finire gli universi, alla drammatica necessità umana di mettere dei punti fermi, e di sbattere contro i muri, e di trascinare alcune cose fino al loro ultimo respiro, fino al loro centimetro estremo, con la consapevolezza che solo facendo finire qualcosa si può sperare di arrivare oltre la barriera, di là, nel posto in cui c’è l’aria veramente pulita. Nell’unico posto in cui, ora, ha senso stare.
Quella scala di re minore, nella sua elementare e sconnessa brevità, è durata abbastanza per contenere il germe di un progetto, di un pensiero, di un mazzetto di parole da dire e di un intero universo da stravolgere, da prendere per mano e portare, finalmente, al posto giusto. In quelle quindici note, otto in su e sette in giù, era schiacciata una tale quantità di speranza, di fiducia, di irragionevole e disperato ottimismo, che quel momento ne brillava per forza di cose, inevitabilmente. E riusciva ad essere perfetto pur nel suo essere traboccante di paura, denso e ribollente di enormità.
E io ora non lo so se il precipizio sarà davvero tale, se saremo davvero capaci di fare quell’ultimo passo, quell’ultimo passo che distruggerà tutto, e spalancherà ogni porta, e ci porterà finalmente nel nuovo mondo, di là. Ma so che l’aria in cima a questo dirupo, per quanto fredda, è l’unica aria che è possibile voler respirare. E in quella scala di re minore, davanti a Scam che pizzicava le corde senza capire nulla, senza sapere, tutto è stato perfettamente chiaro.

Solo tutte le lacrime avute 
quando siamo stati migliori 
e la grazia e l’oscuro segreto 
ci scrosta nell’oscurità

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Considerazioni a margine di un Prato

6 ottobre 2012

L’erba semi-alta, in questa stagione, è tenace e flessibile come non ti aspetteresti mai. Ti ci siedi sopra, e lei si assesta sotto il tuo peso cercando continuamente di scappare fuori, di infilarsi nelle tue scarpe, di sbucare da sotto i vestiti e ritornare a farsi avanti, dritta e lucida, con la forza tenace della sua massa compatta che non teme nulla, e si schiaccia e si piega, e poi torna in piedi, solida e irridente. Sicura di te, più forte di te.
Pizzica le schiene e i colli, non ha paura di nulla, l’erba semi-alta, in questa stagione. Appena ti alzi, dopo essertici seduto sopra, la guardi riprendere la sua forma, a prezzo solo di qualche macchia più chiara sparsa qua e là sui fili, di qualche cicatrice di linfa ancora visibile nel punto esatto in cui la fibra si è piegata e non ce l’ha fatta a resistere.
E’ bella, l’erba semi-alta in questa stagione. Bella e indifferente, tenace, sparge la sua lezione senza curarsi di noi che pure la strappiamo filo a filo, giochiamo ad annodarla, la decapitiamo a partire dalle punte, presi in altri vortici e rivolti ad altre direzioni. Lei, lucida e sana, sa benissimo che le cose importanti corrono a diversa intensità, che non bisogna fermarsi ai singoli fili decapitati, alle cicatrici gialline sparse qua e là lungo i corpi verdi e brillanti che sono solo erba, e sembrano universi. Lei lo sa benissimo che le cose importanti sono altre: non cedere, cercare la via di fuga, infilarsi (nel)le scarpe, rialzarsi. Rialzarsi, soprattutto. Lei si rialza, senza nemmeno chiedersi se esiste un’alternativa possibile. E ha ragione, lei. Ha ragione lei, che è solo erba, a sentirsi tanto più forte e più solida di noi.
A margine di un Prato, si può pensare alla lezione verde dell’erba. E si possono pensare infinite cose su di lei, e su di noi. Infiniti ricordi e infinite notti, infiniti momenti sotto il sole. I fili d’erba sono più o meno sempre gli stessi. E se si rialzano loro, solidi e sani grazie all’aria umida di questo ottobre bagnato, se si rialzano loro, tutti insieme, viene quasi naturale sperare che tutto possa, in qualche suo modo, risollevarsi e tornare a respirare. Tornare dritto e solido, vero, verde. Tornare ad essere, semplicemente, quello che è e che, nonostante tutto, non riesce a non essere.

 

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Il nonno partigiano

25 aprile 2012

Io non ce l’ho, il nonno partigiano. Non ce l’ho per ragioni anagrafiche, sociali, ideologiche. Non ce l’ho per il caso che guida le vite delle persone, per la vita com’era nelle nostre campagne negli anni Quaranta, per il velo di mistero che circonda le scelte esistenziali di ciascuno di noi.
Non ce l’ho, il nonno partigiano. E  proprio questa mattina, nella mia stanza già non più buia ma non ancora chiara, mi chiedevo “ma quand’è che questa festa di oggi ti è entrata così dentro? Con quali parole, in quale stagione dell’esistenza? Per mezzo di chi la festa della Liberazione è diventata il simbolo di ogni libertà possibile?”. Ho scoperto di non ricordarmelo. Non mi ricordo il momento in cui mi hanno insegnato a cantare Bella Ciao, e oltre alle parole sicuramente vibranti e giuste e fondamentali della maestra L. (arrivate però a scuola, quindi tardi, quindi quando sicuramente il germe di quest’adesione doveva già essere insediato nella mia mente di bambina) non ricordo un momento precedente di presa di coscienza. Nemmeno un racconto, se non qualche vaga memoria di nonno P. che parla della rivolta di Cave e di un sabotaggio alla miniera di ferro (ma era un atto autonomo, una rivalsa del paese contro gli occupanti arraffoni, non una scelta esistenziale. Mi rimane, nella mente, l’immagine di mio nonno che racconta di come camminavano a turno sul nastro trasportatore della bilancia che pesava il minerale estratto, per falsare i dati di produzione: un’immagine quasi circense, bellissima, ma terribilmente poco bellica).

Eppure, ogni anno al 25 aprile, la forza del senso di appartenenza che, nonostante tutto, genera in me questa giornata mi sorprende come sorprende a volte la constatazione che – sì, anche oggi – è  arrivata di nuovo l’alba. Non ha origini definite, non ha un momento fondativo, questo sentimento, che però è colmo di motivazioni e di qualcosa che – nonostante tutte le oscillazioni del nostro mondo vago e complesso – ha a che fare con una certezza. Sul 25 aprile, non possono esserci dubbi. Il 25 aprile è qualcosa di intoccabile. Anche quando la retorica dei palchi prova a farci credere che c’è una similitudine tra il fascismo e lo spread, anche quando sento dire “oggi la resistenza è combattere contro la decadenza dei partiti”, anche quando i fatti tendono a indicare tutta un’altra direzione, a spingere verso lo sconforto e la resa, io in fondo so che niente potrà mai toccare il nucleo di quello che questa festa è. Perché poi, dopo la retorica del palco e della gente in alta uniforme, succedono cose che mettono dritti dentro il centro di quello che conta. Succede che, nella piazza più “perbene” di Padova, una decina di persone si mette a cantare Bella Ciao, mentre la banda dei bersaglieri si allontana soffiando indietro la sua marcetta. Succede che tornano, come sempre, le parole bellissime di chi racconta la storia di questo 25 aprile partendo da lontano, da colline e montagne, da pomeriggi da studenti, dall’emergere di una coscienza diversa da quella che era stata insegnata da una società e da un mondo incapaci di difendersi dall’onda nera della dittatura. Succedono queste cose, e allora tutto si compone, e tutto si riempie di quell’emozione che non ha nome e che si identifica, forse, con il senso di appartenenza a qualcosa che dopo decine di anni continua a parlare. Continua a parlare e, forse, se non a indicare una strada quantomeno a ricordarci che è stato possibile. L’epopea di second’ordine e di prima qualità dei Piccoli Maestri, il coraggio enorme di chi prendeva e saliva, senza piani e senza certezze, per difendere  dallo sfascio almeno  “il tesoretto dell’antifascismo” portandoselo sui monti è qualcosa che è successo davvero. Qualcosa che non deve e non vuole essere un monito, forse nemmeno un insegnamento, qualcosa che sicuramente non chiede di essere paragonato ai giorni presenti, attualizzato, banalizzato nella retorica del “ogni generazione ha la sua Resistenza”. Qualcosa che, semplicemente, è accaduto. E che, accadendo, ha generato per me e per ognuno di noi un mondo nuovo e, nonostante ogni possibile considerazione, migliore del precedente. Ma forse, ancora di più, qualcosa che semplicemente accadendo sta lì a ricordarci che le cose impossibili, a volte, riescono a trovare un incredibile modo per sfondare la barriera e tracimare nell’esistenza, inesorabilmente. E che non tutto è perduto, mai. E tante altre cose, senz’altro, cose che ora non so dire e fatico anche a pensare, in quest’alluvione di sentimenti ed emozioni che è sempre, per me, questo giorno.

Io non ce l’ho, il nonno partigiano, e non mi ricordo chi mi ha insegnato Bella Ciao. Ma sento, in fondo sento, di appartenere a questo giorno, al suo bene e al suo male, e di avere per lui una tenerezza e una gratitudine che, seppure senza nome, sono forti e limpide, impossibili da confondere con qualsiasi altra cosa.
Oggi è stato un giorno di parole e di enormi sommovimenti di masse di esistenza. Oggi è stato il giorno bellissimo della Liberazione.

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L’odore del sangue

18 aprile 2012

Quando in sala si sono riaccese le luci, ero accartocciata sul bracciolo destro della poltrona verde. Il cinema, per fortuna, era quasi vuoto: gruppetti sparsi, piccole monadi, qua e là, e tanto spazio libero per chiudersi silenziosamente in una bolla lunga due ore, piena di pugni.
Già a scrivere questo provo vergogna:  ci vuole più rispetto per il concetto di “pugno”, penso, mentre mi dico che non sono proprio capace di trovare altre parole. Anche se di fronte a tutto quello che tracima da quelle due ore abbondanti di irragionevole, definitiva, inenarrabile violenza, il rispetto delle parole è davvero il minimo che si possa sforzarsi di conservare.
Noi eravamo seduti in platea, l’altra sera. E di fronte a noi degli attori recitavano la storia vera di qualcosa che non ha nemmeno un nome, e che nonostante questo arriva a riguardarci in maniera talmente radicale che, alla fine, non c’è altro da fare che accartocciarsi sul bracciolo di una poltrona, per difendere almeno il nucleo centrale del proprio “dentro”. E alla fine resta solo la forza per sgusciare via dal cinema con l’aria allucinata di chi non sa come rileggere tutto il mondo quieto di fuori, dopo una tale massa di scurissima bile, e può solo dire a se stesso “grazie al cielo casa mia è proprio là, giusto di là da questa strada. Cinquanta metri, sessanta passi. Datemi solo una porta da chiudere, un getto d’acqua sotto cui fare la doccia e dentro cui sciogliermi, definitivamente”.

Lo sapevo, che sarebbe stato duro precipitare di nuovo dentro Genova. Genova, come mi ha scritto una volta una lettrice di questo blog, è un secchio pieno di denti. Genova sono quelle ore a guardare una televisione dentro cui succedevano cose incredibili, e un pomeriggio d’estate passato a chiedersi “perché”. Genova è la voce spezzata di una giornalista che non sa spiegare quello che succede, ed è la sequenza di un omicidio infinitamente rivista sottoforma di scatti fotografici, e sono quelle persone con addosso magliette colorate che corrono, corrono, corrono inseguite da getti di idranti, con gli occhi pieni di lacrime e i polmoni pieni di gas, “le armi chimiche usate a Genova, capaci di trasformarti in uno stronzo”.
Genova è, poi, quella notte in cui io tredicenne dormivo senza sapere che, proprio nel mondo che avevo guardato alla televisione per tutto il giorno, un manipolo di uomini in divisa stava per entrare in una scuola a massacrare decine di innocenti, e a uccidere qualcosa che, per noi, non si ricomporrà mai più. Genova è così tante cose che non si riesce nemmeno a definire se stessi in rapporto a lei, se non ci si è stati.
Ed è per questo che, di fronte ai pugni di questo film, si resta divisi, spaccati in due lungo la linea di confine del “siamo tutti noi che, quella notte, abbiamo perso l’innocenza e la fiducia in una possibilità altra, nell’altro mondo possibile. A tutti noi hanno insegnato, per sempre, che non ci sarà mai più nulla in cui avere fiducia: siamo tutti vittime, tutti, tutti noi abbiamo un motivo per piegarci su questo bracciolo tentando inutilmente di difenderci” e quella del “le tue sono solo parole, tu non eri là. Quei manganelli non li hai visti, non era tuo quel sangue: la mattina dopo anche tu, proprio come il poliziotto buono, hai detto solo ‘andiamo a fare colazione’, sei partita per le vacanze, hai continuato la tua vita quieta. Tu, oltre tutte le parole, lì non c’eri, ed è indecente questo tuo appropriarti postumo di qualcosa che non ti apparterrà mai, e di fronte a cui dovresti solo tacere”.

Genova è una ferita che non potrà mai chiudersi, mai. Genova è qualcosa per cui non c’è redenzione e non c’è perdono: quello che è stato distrutto quel giorno non potrà ricomporsi mai più. Non per noi, almeno. Non per noi, e non per questo mondo così come lo conosciamo.  E’ per questo che questo film ci accartoccia e ci uccide ogni minuto un po’ di più, per due infinite ore di torture, sangue e vergogna: perché mostra senza mezzi termini un mondo inesorabilmente incrinato, fatto a pezzi come una bottiglia che vola e cade e si distrugge inesorabilmente, un mondo in cui ogni cosa è una scusa per tutto e in cui la normalità può sprofondare ad ogni passo nel baratro. In cui non esiste salvezza per nessuno, e in cui ognuno potrebbe trovarsi, in qualsiasi momento, a subire la violenza più indicibile e disumana, sotto gli occhi del mondo intero capace solo di guardare, senza reagire in alcun modo. Sotto gli occhi del mondo intero che, pur vedendo un fiume di sangue, non ha deviato di un centimetro il suo percorso verso il proprio “dopo”.
E’ l’odore di quel sangue, per definizione senza nome, l’unica cosa che resta alla fine. L’odore di quel sangue e la consapevolezza che mai, mai potremo davvero togliercelo di dosso.

 

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Non è niente, stai tranquilla, è solo il cuore

27 febbraio 2012

“Ma…’quanto freddo nei polmoni, che dolore’?”
“Eh…”
“Quello di ‘non è niente, non è niente, lascia stare’?”
“Proprio quello.”
“Ma…”
“Eh. Stava in un cd che mi hai regalato tu, tra l’altro, quella canzone. Non so se ti ricordi…”
“Chiaro che mi ricordo. La malavita. L’anno della maturità.”

 

Per una di quelle assurde stratificazioni del destino, ieri notte la situazione era indicibilmente simile a quella di questo giorno qui. Un’altra vigilia, un’altra notte, un’altra volta la stessa strada, un’altra volta il bisogno di tornare a casa per dormire e rubare alla notte un po’ di forza, e intanto i piedi che slittano sui pedali per continuare ad andare per il puro, insindacabile e stupido gusto di non fermarsi qui.
Quando ho ricordato quell’altra notte, in cui guidando guidando mi sono scontrata a distanza con i fuochi artificiali venuti a consolarmi, c’era qualcosa che vibrava in modo anomalo tra i polmoni e il diaframma. La consapevolezza netta che, pur nella totale consonanza delle situazioni, qualcosa si era rotto, da qualche parte, e non c’era più possibilità di ricostruirlo uguale. E, insieme, il contraltare a tutto questo: la possibilità di una via d’uscita anche senza fuochi artificiali celesti venuti da lontano, da un altrove smarrito nella pianura lunga, a sinistra; la possibilità di una via d’uscita di un altro colore, molto più piccola e solida e attaccata alla terra.

Niente fuochi d’artificio, questa notte, sotto il cielo nero. Solo un’enormità di stelle e una luna a forma di bocca di Stregatto. Terribile e fiera, inesorabile, nel centro del cielo, proprio sul punto di cominciare ad andare giù.