Archive for the ‘Teoriecritiche’ Category

h1

54. Come se amici fossimo sempre stati

23 febbraio 2015

Ci sono tre uomini, seduti su un divano decisamente troppo piccolo per la loro stazza.

Il Lungo è smisurato e dolce, non sa dove incuneare le sue gambe senza fine e parla con una cadenza inconfondibile e strascicata, piena di vocali estenuate e di sillabe molli. Ogni tanto si interrompe, guarda i suoi interlocutori e sorride con il suo sorriso disarmante, che mostra fin troppo chiaramente che, nonostante i moltissimi centimetri dei suoi femori e della sua spina dorsale, il Lungo è e rimarrà in eterno un bambino grande, intelligente, preparato e responsabile, ma allo stesso tempo sempre travolto dalla sua bontà, dalla sua gentilezza infinita che gli impedisce di opporsi alle cose ma che chiede solo di essere cullata, coccolata, accolta e vezzeggiata.
Il Lungo è un meraviglioso bambino alto un metro e novanta, e io adoro la sua grazia così sproporzionata, tutta fatta di gomiti e di ginocchia, che è un costante elogio alla bontà e all’imperfezione.

Il Rosso è criptico e sigillato, sembra fatto di un unico blocco di acciaio temperato, impossibile da scalfire, inafferrabile fino all’ultimo ricciolo di barba. Per i primi minuti della conversazione conserva la sua algida riservatezza, non dice una parola e si impone di studiare la situazione, di guardarsi attorno con circospezione, senza lasciarsi trascinare in direzioni meno che sicure. Dopo poco, però, comincia impercettibilmente  a sciogliersi, come un cubetto di ghiaccio la cui superficie diventa poco a poco tremolante, bagnata, con gli angoli meno netti, finché non si entusiasma e non prende posizione, dimostrando che, nonostante tutto, c’è qualcosa che può andare a toccare le corde interiori anche di chi è fatto d’acciaio.
Il Rosso è un uomo autonomo e misterioso, che concentra tutte le sue energie nel bastare a se stesso e nel guardare il mondo per squadrarlo, prendergli le misure e infine comprenderlo, e io ammiro la sua testardaggine di metallo, così come la sua tenace volontà di mostrarsi sempre più duro, più solido, più inscalfibile di quanto in realtà sia.

Il Curvo è un mistero in forma umana, un grande crocevia di interrogativi e di nodi che non si sciolgono. Il Curvo vorrebbe ma sente di non potere, desidera ma dispera di ottenere, il Curvo è capace di una dedizione totale, cieca, decisamente ammirevole – in astratto – ma totalmente scollegata dalla realtà delle cose e del mondo, che gli si ritorce contro sottoforma di frustrazione e di risentimento. Il Curvo è un uomo che sa di non avere ancora trovato chi riconosca le sue doti, i suoi talenti, i suoi meriti, e che continua a menare testate contro il muro coriaceo della realtà, senza capire che, quello, è per definizione più forte di lui.
Il Curvo è un adolescente fuori tempo, nobile e saldo come un crociato, talmente dedito alle cause che sceglie di sostenere – qualsiasi esse siano – che a volte non si rende conto che la guerra che sta combattendo è ormai finita da anni, e che nella giungla vietnamita è rimasto solo lui.

Guardo questi tre uomini, stasera, tutti accartocciati su quel divano troppo piccolo, e mi sembrano straordinariamente trasparenti, facilissimi da capire, da riconoscere, da apprezzare nonostante ogni differenza, ogni delusione e ogni debolezza. La loro presenza mi ricorda un pezzo di quello che sono. La loro imprecisione mi porta a dire – quasi mio malgrado – che insieme abbiamo costruito qualcosa che merita di essere difeso. Nonostante tutte le derive della vita, nonostante i cambiamenti, nonostante il peso che deriva, almeno qualche volta, dalla responsabilità di restare fedeli a se stessi.

h1

32. La vita, non il mondo

1 febbraio 2015

Ho passato la mattinata a leggere storie di gente triste.
Ragazzi abbattuti, aspiranti scrittori depressi, persone che si sentono messe al margine, fagocitate da un sistema che sa solo nutrire, crescere e poi – senza passare dal via – masticare i suoi stessi figli, senza lasciargli nemmeno l’illusione di un’alternativa possibile.
Le pagine che leggevo, una dopo l’altra, sono state scritte da persone che si sentono espulse dal circolo della vita e che, di fronte a questa situazione di cui non hanno colpa ma di cui sono costrette a pagare le conseguenze, provano una rabbia cieca e certamente motivata, ma allo stesso tempo furiosamente impotente, futile, sterile. Una rabbia che non si trasforma mai in una spinta verso qualcosa di esterno – magari anche nella forma, certamente sbagliata, dello stimolo barbaramente distruttivo – ma solo in un tetro prendere atto del proprio fallimento interiore, con tanti saluti a ogni velleità rivoluzionaria, a ogni svolta possibile.
Nelle pagine di questi ragazzi tristi c’era una quantità di dolore e di impotenza difficile da sopportare, una massa di piombo e di grigiume che nemmeno la letteratura – secolare strumento di liberazione, eterna porta d’accesso a mondi più liberatori e più gratificanti di quello reale – riusciva a vincere. Nessuno di loro scriveva per essere felice, nessuno di loro scriveva per inventare un mondo che non c’è. Le loro parole erano, tutte, un triste canto funebre su un presente già morto, su un’interminabile quotidianità fatta solo di frustrazione e di ingiustizia.

Dopo aver finito l’ultima storia, dopo aver completato il mio viaggio nel mondo plumbeo delle prigioni di oggi, sono andata a salutare mio nonno. Mi ha parlato di tante cose: di suo fratello e del nuovo Presidente della Repubblica, dei documentari di RaiStoria che guarda alla sera e di quando lui era bambino e la tessera del Balilla costava sei lire.
Mio nonno diceva frasi come «è normale che non si abbia tutti la stessa idea. Solo col fascismo bisognava essere tutti d’accordo. Ma quella era la dittatura» e come «una volta si sentiva quello che facevano i politici e si criticava, si diceva “ecco, fanno finta di avere idee diverse, ma tanto si sa che alla fine vanno tutti al bar a bere insieme, sono tutti uguali!”. Adesso invece capisco che era giusto così. Che nella politica bisogna mettersi d’accordo, non si può dire sempre solo no».
Mentre parlava io sorridevo senza farmi notare e mi meravigliavo pensando che mio nonno, a 84 anni, sa ancora cambiare idea. Sa riprendere in considerazione quello che pensava ieri, e sa accorgersi che forse oggi ha cambiato opinione. Sa guardare alle cose del mondo senza sentirsi un ingranaggio di un meccanismo perverso, ma con la lucida, solida, rassicurante tranquillità che gli è propria e che gli permette di dire “io so chi sono. Le cose di fuori, per quanto criticabili, non potranno mai rubarmi questo”.

Qualche ora dopo ho preso la macchina, ho guidato sotto un sole basso e accecante, sono uscita in anticipo dall’autostrada per perdermi un po’ in mezzo ai campi, prima di andare alla Casa della Luce.
Una volta arrivata a destinazione, poi, ho attivato tutti i miei infallibili sistemi-per-la-perdita-del-tempo: ho tolto la polvere da mensole dimenticate, ho arrotolato due materassi vecchi da buttare nel bidone, ho sistemato nello sgabuzzino provviste un po’ inutili ma comunque consolatorie e ho riempito di zenzero della verdura insignificante, per farla sembrare più dolce e più buona. Come sempre succede, tutti questi sistemi hanno funzionato a meraviglia e hanno inghiottito i minuti con implacabile precisione e con indicibile perizia. Come sapevo, alla fine del loro banchetto c’era A. in fondo alle scale, e poi sul pianerottolo, e poi dentro casa, e subito dopo sono arrivati, come sempre, un diluvio di parole, e torrenti di pensieri e di emozioni ad altissima intensità.

Alla fine, pensando a tutti i volti di questa giornata e cercando di tenere insieme il suo esordio depresso, il suo procedere caldo e il suo finale luminoso, ho capito una volta di più che la temperatura delle cose è la vita a deciderla, non il mondo. Quello che c’è fuori può essere plumbeo, meschino e ingiusto quanto vuole, ma non potrà mai nulla contro le armi segrete e silenziose, infallibili, che la vita sa affilare, quando decide di tenerti al caldo. E in questo pensiero tutto il dolore del mondo si annichiliva, lasciando spazio a un’indicibile sensazione di quieta, silenziosa, vitale felicità.

h1

27. Le storie di ieri

27 gennaio 2015

primo-levi-pag-10

Nell’estate tra la prima e la seconda media, mi capitò per le mani il volumetto dell’Einaudi che conteneva, meravigliosamente abbracciati, Se questo è un uomo e La tregua. Cominciai a leggerlo, durante una vacanza in montagna, con l’atteggiamento e la consapevolezza che può avere un’undicenne che si trovi di colpo di fronte a uno dei libri più importanti della storia della narrativa del suo paese: con rispetto e devozione, disposizione a farmi stupire e con una certa – relativa ma solida – coscienza di ciò a cui andavo incontro. Il libro, com’è ovvio, mi piacque moltissimo, mi travolse e mi fece piangere. Ma, contro ogni aspettativa, a tagliarmi il fiato e a farmi innamorare definitivamente di Primo Levi (amore che ebbe poi la sua consacrazione qualche mese più tardi, quando incontrai Il sistema periodico e mi convinsi una volta per tutte di essere di fronte al libro più bello che avessi mai letto) fu la seconda parte del volume più ancora della prima.
Se questo è un uomo era un racconto terribile e perfetto, semplicemente perfetto. La portata di quella storia e la sua straordinaria grandezza erano evidenti, indiscutibili, pronunciate a gran voce dalla prima all’ultima parola del libro. In quelle pagine trovai la storia che sapevo avrei letto, la storia della deportazione e dell’olocausto, raccontata con una perfezione e un’esattezza quasi imbarazzanti. Quella raccontata in quelle pagine era una storia unica: una storia che non si poteva toccare, non si poteva discutere, non si poteva paragonare a nulla. Si poteva solo prendere per quel che era, con riverente e attonita consapevolezza. E io, come tale, la presi.
La tregua, invece, fu una scoperta meravigliosa e inaspettata, e la mia gratitudine per Levi che l’ha scritta (e per coloro che, all’Einaudi, scelsero di abbinare i due romanzi in un unico volume) è infinita. Perché contro tutte le aspettative, quel romanzo faceva piangere ma faceva anche ridere. Smuoveva, dentro, cose che avevano a che fare con la vita, con la salvezza, con lo scorrere del sangue nelle vene e con il suo essere – è vero – doloroso, ma anche tumultuoso, caldo e vitale. Tutto quel che ho imparato sul dolore dei sopravvissuti, tutto quel che so sulla prospettiva di una sopravvivenza anche al di là dell’orrore, io l’ho imparato in quelle pagine, in quel racconto ironico, acuto, doloroso, che spezzava il cuore con la sua esattezza leggera, con il suo essere una lunghissima emersione dall’abisso, compiuta lentamente, un passo alla volta, perché l’improvviso cambio di pressione non uccidesse i superstiti. La tregua è la miglior storia mai scritta a proposito della vita dopo la morte, oltre la morte, al di là dell’esperienza della morte. C’è, dentro, tutta la meraviglia della prosa di Levi, tutto quello che da quel momento in poi ho amato della sua scrittura e della sua vita. E, soprattutto, c’è il senso più vero e più profondo di quel che significa continuare a vivere nonostante l’orrore, rivendicando nonostante tutto il diritto a sorridere, a resistere, a combattere con intelligenza e spessore di uomini anche i mostri più abominevoli della storia.

Oggi, tornando a casa, ho ripensato a quell’estate, a quella lettura, al senso di liberazione che dentro di me si era sostituito al terrore perfetto provocato dalla più limpida delle storie dell’orrore. E ho pensato che, oggi, la mia Giornata della Memoria è questo: è il ricordo del male, ma è anche la fiducia nell’uomo che – nonostante il male – non solo resiste, ma trova la strada per emergerne più completo, più uomo, più eterno di prima.
Per me Primo Levi è questo, questo sono le sue parole. Il suo ricordo e quello che so di lui fanno di me quello che sono, e io non ho termini di paragone capaci di dire quanto gli sono grata per quello che è stato, per ciò che ha vissuto, scritto e fatto. Non ho parole per dire l’ammirazione e la tenerezza che provo per lui, per la sua intelligenza di uomo giusto, per la sua forza di persona che indica la strada e che combatte per resistere, giorno dopo giorno, senza chiudere gli occhi di fronte a nulla ma limitandosi ed essere ciò che ognuno di noi è chiamato ad essere: un testimone onesto, un uomo intero. Un individuo cosciente, consapevole, coraggioso e saldo.

h1

331. Il problema non è la caduta: è l’atterraggio

27 novembre 2013

Tra i grandi miti quello che sentivamo più vivacemente era il mito della Caduta: quel fatale insgambararsi di Adamo, origine del Male. Quando venne la mia ora m’insgambarai correndo nel portico, feci il lungo tuffo a pesce, armonioso, andai a picchiare con la fronte sullo spigolo ben profilato dello scalino dell’ultima porta verso la strada, a sinistra. Non con la fronte della fronte: col tenero sonno. Lo spigolo vivo, armonioso (era tutto così armonioso), ci entrò agevolmente. Non c’era dubbio che si trattava della Caduta. Il Male era schifoso. Mi aspettavo che l’intero contenuto acqueo della testa sgusciasse fuori di getto, coi semi dei pensieri e dei sentimenti. Invece sulla tempia sfondata c’era solo un corto budellino rosa, una minuscola Ernia di testa.

(Luigi Meneghello, Libera nos a malo)

Era fatale che, prima o poi, dovesse succedere. Fatale come il primo morso alla mela proibita. Dopotutto succede – per forza di cose – che prima o poi si cada: non c’è nulla di scandaloso, nulla di anomalo, nulla per cui provare davvero vergogna. Ma ugualmente, mentre raccoglievo me stessa dall’onta della Caduta – con l’orecchio sinistro che fischiava e il ginocchio che doleva più per la stizza che per la vera e propria ferita – cercavo solo di fare tutto più velocemente possibile, per non far accorgere l’universo di quella momentanea rottura dell’ordine delle cose, per fare finta che nulla fosse successo. E, mentre un po’ stordita ricominciavo a pedalare, pensavo a Gigi, alle sue parole sul Male assoluto, sui tonfi di testa che mettono in relazione con il Dolore e sull’insgambararsi umiliante a cui nessuno può sottrarsi. E lentamente l’ordine delle cose, un po’ illividito, tornava a ricomporsi, dentro il tessuto liscio del tempo.

h1

329. Bolle, bandi e bicchieri

25 novembre 2013

2145536591_1b77d917ea

Oggi è un giorno di gelo, di buio netto e definitivo che assidera le mani e che chiede solo di stringere forte i pugni, per scaldare le falangi, mentre si corre veloci verso casa.
In questa sera, nella prima sera di inverno veramente consapevole di se stesso, immaginiamo progetti e solleviamo bicchieri asimmetrici brindando a un futuro che non finisce più di imbizzarrirsi davanti ai nostri occhi, che non si stanca mai di inventare – dietro ogni curva – un panorama imprevisto che diventa di colpo vero, e in cui non si può far altro che provare a gettarsi, con sano spavento e consapevole sventatezza.
Ci sforziamo di scrivere, in questa sera di bicchieri e di bolle, qualcosa che un giorno potrebbe realizzarsi. Ci sforziamo di immaginarlo, di regalargli parole che lo rivestano e lo descrivano, lo rendano convincente, e mentre lo facciamo ci rendiamo conto che quello che ci dà alla testa non sono le bolle dello spumante quanto l’energia nascosta a forza dentro tutto quel futuro possibile, dentro tutto il lago di possibilità che sta compresso in così poco spazio davanti a noi, e che sta solo a noi trasformare in qualcosa di vero.
E così un’ebbrezza fatta di bolle, bandi e bicchieri ci riempie la sera mentre fuori arriva – inesorabile e un po’ in ritardo – la prima gelata dell’anno, e tutto si muove, dentro. Tutto viaggia verso l’alto come gas di spumante che non riesce a stare fermo, che nuota a tutta forza per arrivare in superficie ed esplodere nell’aria, nel tentativo inconsapevole ma irrinunciabile di mescolarsi una volta per tutte al mondo in cui – irresponsabili, emozionati, coraggiosi e increduli – respiriamo noi.

h1

324. Briciole e caffè

20 novembre 2013

Sul tavolino basso che sta in mezzo ai divani con i cuscini marroni, nel locale verde e accogliente dove ci troviamo per parlare di tutto quello che siamo, che siamo stati e che saremo, c’è un vasetto pieno di chicchi di caffè. Se ne stanno lì, profumati e decorativi, inutili e lisci, vellutati e leggeri, soli accanto a un piattino con appoggiate sopra quattro o cinque piccole salviette nere, sul piano di vetro di quella superficie attorno a cui tutti ci stringiamo. Mentre parliamo – mentre ci guardiamo indietro, mentre pensiamo ad oggi, mentre ci sforziamo di trovare nuove strade su cui far correre i figli che, nonostante tutto, abbiamo messo al mondo e che ora non possiamo abbandonare a cuor leggero al loro destino – tutti accarezziamo quei chicchi, li prendiamo e ci giochiamo, ce li strofiniamo tra le dita per rubargli l’aroma e sfogare un po’ della tensione di questo strano, necessario, inevitabile momento in cui bisogna essere sinceri e forti, coraggiosi e impavidi. Dobbiamo sembrare molto buffi, nell’economia del nostro rapporto con questi strani oggetti, nella microscopica necessità di questo piccolo tic a cui non sappiamo rinunciare, che ci parla del nostro bisogno di aggrapparci a qualcosa, di tradurre in un gesto semplice la mole di tutto quello che, attorno, è complicato e pesante.
Contemporaneamente, intanto, P. gioca con le briciole del toast rimaste smarrite sul suo piatto ormai vuoto. Con una salvietta ripiegata le ammucchia e le sposta, disegna con loro gli stessi ghirigori che sono impressi sulla ceramica, le sparpaglia e le riassembla, e quando si accorge dell’assurdità di quella sua ginnastica chiede perfino scusa, “sono compulsivo, perdonatemi!”. Ma nei suoi gesti, in realtà, ci sono i gesti di tutti noi. Nel suo bisogno d’ordine tutti noi ci riconosciamo, dentro questa sera in cui una pioggia sottile cade lenta sulla città, e ci sfida a resisterle.
Alla fine della serata, di questa microscopica battaglia a base di briciole e chicchi di caffè restano una manciata di parole, qualche promessa, qualche piccola certezza in più, a cui appoggiarsi e da cui sporgersi per guardare al futuro. E resta la consapevolezza che quelle cose insignificanti – quelle briciole di pane, quei chicchi di caffè – sono state nostre alleate dentro i confini di questo momento. Bevendosi la nostra tensione, assecondando i nostri gesti, sono state dalla nostra parte. E ci hanno ricordato cosa siamo, di cosa abbiamo bisogno. E cosa, nonostante tutti i nostri limiti, vogliamo ad ogni costo provare a essere, ancora per un po’.

h1

323. Dare parole al dolore

19 novembre 2013

tumblr_mr3xtqhPud1qcsitmo1_500

Cuori bianchi, sonno e morte, pugnali e profezie, in questa sera bagnata e pesante, piena di grandezza e di colpi di spada.
E, insieme a tutto questo, la consapevolezza che la morte e la vita si toccano ininterrottamente, negli inganni della follia e del sogno, nel mondo in cui ciò che siamo assume contorni imprevisti e diventa materiale da tragedia. E, dopo esserlo diventato, chiede a gran voce solo una cosa: essere rivestito di parole che sappiano sacrificarsi al dolore e ricoprirlo con le loro armi segrete, rendendolo concreto e assaltabile alle spalle. Nel prodigio delle parole che scavano dentro la massa informe del male tutto pulsava e strideva, questa sera, rimbombando con la forza grande di una battaglia infinita, di abnormi abissi arrivati da lontano solo per inghiottirci una volta per sempre, trascinandoci via con sè.

macbeth03

h1

284. In un locale piccolo e stretto

11 ottobre 2013

In questo locale piccolo e complesso, fatto di scale e di vetri, incastrato in verticale sulla piazza più bella della città, c’è l’umanità più bella che conosco. Ci sono un ragazzo biondo che è l’ultimo dei giusti rimasti sulla terra, un ragazzo moro che arranca nella vita dibattendosi per trovare nonostante tutto la propria strada, un ragazzo con i capelli lunghi che è l’incarnazione pura della bontà e uno con i capelli rasati a zero che annaspa in un mare di cose e di fatica, e prova a vivere lo stesso, un minuto alla volta, con coraggio da leone e forza quieta. C’è una splendida barba rossa, ci sono le spalle piccole e forti del mio amico I., c’è la giacca marrone scuro del mio amore, e i suoi occhi che si guardano in giro cogliendo la struttura e lo spessore delle cose che si muovono e cambiano attorno a noi, accarezzando tutto con la loro grazia indicibile, con la loro stupefacente e dolcissima acutezza.
C’è l’umanità più bella che conosco, in questo locale, e anche quella che non conosco, riassunta nelle mani che stringono libri e li posano, li toccano e li scelgono, e poi afferrano bicchieri, ridono e parlano, tessono reti e stringono fili rossi che sono rapporti, legami, verità complesse dentro cui mai potrò entrare, e di cui però percepisco ugualmente la cristallina e semplice bellezza.

C’è anche l’umanità più faticosa che conosco, in questo locale: un’umanità fatta di uomini adulti che si comportano come ragazzini scemi, di persone incapaci di mettere a fuoco il proprio limite, di gente che parla troppo forte e troppo a lungo, e lo fa solo per ascoltare il suono della propria voce e sentire che non è sola nella vastità di un mondo che è davvero desolato, nonostante sia pieno di gente. C’è un’umanità faticosa, stretta qui dentro, con cui bisogna per forza sforzarsi di convivere, anche se il suo respirare avvelena un po’ l’aria.

In questo locale piccolo e stretto, nella piazza più bella della città, ci siamo noi, io, l’umanità e la sua bellezza, la sua bruttezza e il suo fibrillare. E tutti noi, in mezzo a tutto questo, facciamo sottovoce un rumore dentro cui è bello lasciarsi andare, per un attimo. Increduli di fronte alla complessità di questo organismo meraviglioso che ci sta attorno. E che è il mondo intero, nella sua traboccante e ilare complessità che leva il fiato.

h1

263. Un cuore bianco

20 settembre 2013

Ci sono giorni che diventano grigi senza motivo, in cui il fastidio sbuca fuori strisciando da fessure sconosciute e si impossessa di ogni traccia di bellezza, rendendo tutto inutilmente fastidioso, senza l’ombra di un perché. Non sono giorni di dolore e tristezza vera: sono solo giorni grigi, un po’ insulsi, pesanti senza una sola ragione.
Anche – o forse soprattutto – in giorni così, però, a volte la meraviglia sguscia fuori da dove non l’aspetti. E si limita ad arrivare di soppiatto, a prenderti e a portarti via nel suo mondo di nuvole, abissi e vuoto che taglia l’anima. Un mondo in cui il bianco divora ogni grigio con la sua forza dirompente che arriva a volo radente, e porta tutto via con sé.

È il petto di un’altra persona a spalleggiarci, ci sentiamo realmente spalleggiati solo quando abbiamo qualcuno dietro, lo dice la parola stessa, alle nostre spalle, come in inglese, to back, qualcuno che magari non vediamo e che ci copre le spalle col petto che è sul punto di sfiorarci e che alla fine sempre ci sfiora, e a volte, addirittura, questo qualcuno ci mette una mano sulla spalla con la quale ci tranquillizza e al tempo stesso ci sottomette. In questo modo dormono o credono di dormire gran parte delle coppie, dopo la buonanotte i due si girano dallo stesso lato, di modo che uno dà le spalle all’altro per tutto il tempo e si sente spalleggiato da lui o da lei, e quando nel pieno della notte si sveglia di soprassalto per un incubo o non riesce a prender sonno, soffre per la febbre o si crede solo e abbandonato al buio, non deve far altro che voltarsi e vedere, di fronte a sé, il volto di colui che lo protegge, che si lascerà baciare quel che si può baciare in un volto (naso, occhi e bocca; mento, fronte e guance, tutto il volto) o che magari, mezzo addormentato, gli metterà una mano sulla spalla per tranquillizzarlo, o per sottometterlo, o forse per aggrapparsi.

(J. Marias – Un cuore così bianco)

h1

253. Il blocco

10 settembre 2013

“Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione”. E se fossi in grado di scriverla, poi, quella rivoluzione riuscirebbe pure a portare dentro di sé un briciolo di bellezza. Basterebbe saperlo. Basterebbe saperlo fare.