Archive for the ‘Spoon River’ Category

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305. La luce perpetua

1 novembre 2013

Non avevo mai notato che, proprio a un passo dall’imbocco dell’autostrada, c’è un cimitero. Un cimitero vero, con le capelle di famiglia addossate sul fondo e un viale di accesso alberato (con degli strani, bellissimi alberi a foglie e gialle e rosse: niente cipressi, per una volta, a indicare la strada), con i sassi per terra e un muro di cinta vecchio e un po’ scrostato che lo abbraccia e lo conclude, risolvendo ogni interrogativo nella sua consistenza sassosa. È un posto incredibile, questo cimitero irragionevole e mai visto prima: un prodigio minuscolo e raccolto, un micro-universo totalmente autosufficiente, allo stesso tempo perfetto e assurdo, che sembra finto e che appare nella luce del pomeriggio come fosse un reperto archeologico arrivato dritto da un tempo remoto che non è il nostro, dimenticato lì da chissà quando, chissà perché. Sta in mezzo al niente, nella pura desolazione traboccante di idrocarburi che si fa spazio tra una strada a troppe corsie e un’area commerciale enorme e inutilmente affollata, e nel suo semplice esistere sembra essere allo stesso tempo un relitto e un’isola. Non un’isola dei morti a cui arrivare a bordo di navi spettrali, non una favola da tardoromanticismo che vira al decadente: un’isola bella e calda da guardare con stupore e sollievo, nella luce piena dell’una di un pomeriggio traboccante di sole, messa esattamente nel posto più assurdo, più sbagliato, più irragionevole e più perfetto che c’è.

Passando vicino a quest’isola incredibile, scoprendo per la prima volta l’esistenza di quel luogo stralunato e rassicurante insieme, non ho potuto non pensare che i luoghi in cui riposare – se proprio devono esserci – dovrebbero essere fatti precisamente così: discreti, completi, onesti nel loro essere appoggiati al nostro fianco senza pretendere nulla, semplicemente soddisfatti della propria essenza sospesa a metà tra esistere e non esistere. E il mio requiem aeternam, oggi, è stato solo questo: un secondo di stupore, meraviglia, sollievo. Un attimo perfetto di pienezza, di luce, di soddisfatto riposo, in cui tutto era bello e ogni cosa era vicina, nel modo magico e indicibile in cui a volte riesce ad esserci anche chi non c’è.

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277. Senza permesso, senza passaporto

4 ottobre 2013

Questa notte è stata agitata e nervosa, segnata da troppi movimenti senza scopo e da troppi minuti passati a cercare il bandolo di qualcosa che non c’era, invece che a cedere al tepore rassicurante di un mare di respiri vicini, come sarebbe stato tanto più giusto e più dolce fare.
Dopo una notte nervosa e agitata, però, succede che alla solita ora si accende la radio, e la realtà cambia del tutto forma. E ci si trova lì, nello stesso letto, questa volta congelati e immobili. E tutto di colpo riacquista la sua prospettiva, dolorosamente, in un mare agitato di pensieri caotici a forma di onde, corpi, terrore e raccapriccio. Sotto una coperta nera e sterile che – pur nella sua inutilità – è ormai l’unica cosa che possiamo permetterci. Fatta a forma di lutto nazionale.

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266. Coincidenze

23 settembre 2013

Guidando furiosamente tra le colline, sotto archi fatti di rami d’albero che costruiscono un tetto verde, solido, compatto, capace di filtrare i raggi del sole e di regalare un po’ d’ombra perfino nel mezzo del calore concreto e crudele delle due del pomeriggio, si scopre che l’universo riserva, a volte, coincidenze che mozzano il fiato.
Si scopre, ad esempio, che oggi è morto l’uomo che ha ispirato questa canzone qui:

Il carico di enormità che sta nascosto in questo frutto del caso è troppo enorme per dirlo a parole, e io non credo di volerci nemmeno provare. Mi limito a ricordare una storia di tanti anni fa, con tutti i suoi sensi nascosti. Mi limito a sbalordire di fronte ai fili della vita che a volte sanno incastrarsi in un meccanismo in cui tutto si tiene, senza motivo e senza perché, ma definitivamente. Mi limito a commuovermi in segreto mentre sento parole che mai prima avevo sentito, inventate da un vecchio signore che è morto proprio oggi, dall’altra parte del mondo. E che prima di morire, senza saperlo, ha parlato precisamente di noi.

Amén

Que te acoja la muerte
con todos tus sueños intactos.
Al retorno de una furiosa adolescencia,
al comienzo de las vacaciones que nunca te dieron,
te distinguirá la muerte con su primer aviso.
Te abrirá los ojos a sus grandes aguas,
te iniciará en su constante brisa de otro mundo.
La muerte se confundirá con tus sueños
y en ellos reconocerá los signos
que antaño fuera dejando,
como un cazador que a su regreso
reconoce sus marcas en la brecha.

Álvaro Mutis (da Los trabajos perdidos)

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265. Per L., che mai conoscerò

22 settembre 2013

[…]
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza.

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

Oggi è il giorno nero di L., che mai nella mia vita avrò il gusto di incontrare. Di fronte a lui, taccio e scompaio. E penso che tutto è nulla, e nulla è tutto. Sempre. Sicuramente. Non può essere altro che così. E così sia.

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Non al denaro, non all’amore nè al cielo – Capitolo 4

30 novembre 2009

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Tutto cominciò un giorno di Novembre.

Faceva freddo e l’aria era secca e leggera come se fosse sul punto di spezzarsi. Era mattina presto, quando tutto cominciò: una mattina nitida, liscia e ghiacciata.

Avevo aperto le finestre di casa, cominciando come sempre da quelle che guardano la collina, e il silenzio del paese si rifletteva senza trovare ostacoli contro le mie orecchie ancora piene di suoni notturni. A quell’ora di mattina riuscivo sempre a sentire che quel luogo mi apparteneva, e che io appartenevo a lui, alle sue strade senza pretese, ai suoi balconi pieni di segreti, al suo cimitero sulla collina, alle sue miserie e alla sua bellezza. Bastava pochissimo perché quella sensazione scomparisse: il rumore di una finestra che sbatteva lontano, i suoni insieme intimi e invadenti delle prime persone che posavano i piedi sul tappeto della camera da letto, scuotendosi via il sonno di dosso, e quel minuto di silenziosa sospensione sarebbe scivolato via fino all’alba del giorno dopo.

Quella mattina di Novembre, però, arrivato all’ultima finestra mi resi conto che l’equilibrio su cui avevo costruito i miei precari riti quotidiani, quelli che da anni regolavano e tenevano in piedi la mia vita, si era inevitabilmente rotto. Affacciato all’ultimo vetro, nel silenzio perfetto che saliva dalla valle, vidi che nel mio cortile era stata piantata una croce. Una croce enorme e goffa, fatta con due pezzi di legno legati assieme da una corda consumata i cui nodi stavano per cedere. La trave messa trasversalmente cominciava già a inclinarsi sempre più pericolosamente da una parte. Presto sarebbe crollata a terra, mettendo fine a quella grottesca messinscena, a quel teatrino vigliacco che, da subito, mi sembrò più che altro un patibolo.
Significava tante cose, quella croce comparsa nel mio giardino di notte. Significava che la tacita tregua instaurata tanti anni prima tra me e il paese si era rotta, che non c’era più speranza di continuare a convivere pacificamente, ognuno attaccato ai propri simboli e ai propri rituali, ognuno libero nel proprio terreno. Dal paese, qualcuno aveva voluto comunicarmi che era giunta l’era delle decisioni irrevocabili, che non ci poteva essere più tolleranza per quelli come me.
Mi rendo conto che dovrei spiegarvi tante cose, per farvi capire meglio questa storia. Dovrei raccontarvi della mia infanzia tutta colorata a pastello, della mia giovinezza piena di promesse, del momento in cui tutto si ruppe e di come poi sono finito in quella casa a mezza strada tra il paese per la collina, a masticare il mio rancore. Mi rendo conto che dovrei raccontarvi tutto questo, per farvi capire bene la mia storia, mettendo assieme, una dopo l’altra, parole che formano nomi, e circostanze, e eventi precisi. Dovrei, ma non ne ho nessuna voglia e vi prego di concedermi, morto come sono, di tacere queste piccolezze della vita dei vivi. Se volete sapere i fatti, se vi interessano i dettagli della mia storia, potete benissimo chiedere giù in paese: non avrete difficoltà a farvi dire tutto quello che volete, con l’adeguato corollario di strizzatine d’occhio e sottintesi.
Ciò che posso dirvi è che quella mattina di Novembre rappresenta, per me, il momento in cui tutto si è sfasciato. Quella croce nel mio cortile, il mio prenderla a calci, il paese che mi si avventa contro, le bestemmie che escono una dopo l’altra dalla mia bocca, come sputi, senza che me ne renda conto, sono tutti eventi riuniti nella medesima valanga. Poi c’è stato anche il carcere, e quella notte in cui mi ruppero dentro senza che si riuscisse a capire di chi era la colpa, e perfino quello, perfino il momento in cui mi uccisero di botte, in realtà è nato da quella mia presa di coscienza alla luce dell’alba. Una presa di coscienza che è stata una sorta di reazione nucleare che, una volta innescata, è andata avanti da sola fino all’esaurimento, fino alla distruzione.
La mattina in cui mi dissero che in nome di un Bene più grande, in nome di un infinito Amore che non riuscivo neanche a immaginare, avrei dovuto avere davanti agli occhi in ogni istante due pezzi di legno che ai miei occhi non avevano alcun significato è per me la mattina in cui è finita la mia vita.
La mia non è una storia esemplare. Non ero nobile nel mio rancore contro i miei simili, non ero un ribelle mentre prendevo a calci quel patibolo e non ero un martire quando mi calpestavano, anche se il buio della notte in cui mi uccisero è qualcosa che non si può dire. In realtà, io ero solo un uomo che aveva sbagliato obiettivo. Solo da qui, da questi due metri di terra che mi sono stati dati in questo cimitero in collina, ho capito che quello, quello solo è stato il mio errore. Ho lottato disperatamente contro un dio in cui non credevo, mentre le mani del dio che mi ha ucciso scomparivano lontano dalla mia vista, avvicinandosi pericolosamente alla mia gola. Ad uccidermi, furono proprio le mani di quel dio che controlla la terra, che governa le persone, che stabilisce i limiti di ciò che è giusto e punisce i dissidenti. Le mani di quelli che hanno costruito il giardino incantato solo per inventare la colpa e giustificare la cacciata.
Solo sottoterra ho capito che la mela proibita, la mela che rende liberi e insegna la differenza tra il bene e il male è ancora a portata di mano, è ancora là fuori, vicina e raggiungibile, nascosta dalle croci brandite come manganelli, seppellita di parole che servono solo per aumentare il fumo, per ricoprire ogni cosa di cenere.

 
 
 
 
UN BLASFEMO 
(DIETRO OGNI BLASFEMO C’E’ UN GIARDINO INCANTATO)
 
Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,
più non arrossii nel rubare l’amore
dal momento che Inverno mi convinse che Dio
non sarebbe arrossito rubandomi il mio
 
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l’anima a forza di botte
 
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c’è’ il bene e c’è il male
 
Quando vide che l’uomo allungava le dita
a rubargli il mistero di una mela proibita
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni
 
E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato
ci costringe a sognare in un giardino incantato.
 
 
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Un addio

18 agosto 2009

 

Questa sera è morta Fernanda Pivano.
Da anni, quando la vedevo in televisione, mi faceva venire in mente le tartarughe secolari delle Galapagos, creature meravigliose, rugose ed eterne, con troppo passato alle spalle per potersene andare da questa vita, creature troppo radicate nell’esistenza per poterla lasciare. Portatrici di troppi segreti, di troppa conoscenza universale, rovente, ultra-umana, per poter pensare di perderle.
Invece era una donna, Fernanda Pivano, e se ne è andata via, a 92 anni. In una clinica di Milano. Poco dopo Ferragosto. Di sera.

Cesare Pavese l’aveva conosciuta giovanissima, e le chiese per due volte di sposarlo, nel 1940 e nel 1945. Lei, entrambe le volte, rifiutò. Nonostante tutto questo, in mezzo a tutto questo, questa coppia di scrittori-traduttori giovani e pazzi riuscì a pubblicare, per la prima volta in Italia, l’Antologia di Spoon River. Nel 1943, grazie a un imbroglio di Einaudi ("Cara Fernanda// L’inverosimile è avvenuto. Hanno autorizzato Lee Masters"). E quest’uomo e questa donna folli, in questi anni assurdi e pesantissimi, in mezzo a una guerra e dopo essersi conosciuti, amati e rifiutati, riuscirono anche a scriversi qualche poesia e qualche decina di lettere meravigliose, struggenti, tenere e ironiche. Lettere che parlano di loro con una forza e una nostalgia commovente e dolorosa.

Roma, 25 maggio 1943 


Cara Fernanda,

che Lei è cattiva ed egoista l’ho sempre saputo, ma neanche io non scherzo e quindi sono disposto a correre il rischio.
Ma parlando di cose più decenti, si è decisa o no a studiare? Si ricordi che a Roma non si viene senza sapere una lingua. […]
Sono stato da Cecchi che ha lodato molto la traduzione di Spoon River: è quindi certo che questo libro La renderà celebre. […]
Chi sono questi giovanotti che Le fanno le domande strane per entrare in conoscenza, vorrei sapere. Io non ho mai fatto domande strane alle ragazze, ed è per questo che le ragazze non mi hanno voluto nè poco nè tanto. Mi correranno dietro quando avrò settant’anni, ed io dirò con gusto: avete visto? Bisognava decidersi prima.

Cara Fernanda, quando ci si rifiuta di sposarmi, almeno si ha il dovere di risarcirmi facendosi una cultura e imparandola più lunga di me. Non aspetti a saper leggere un libro quando sarà vecchia come il bacucco e per sedurre i giovanotti non servirà più a nulla essere una raffinata intenditrice di poesia. O, almeno, sposi subito il capostazione e la smetta. […]
Fernanda, si mangia poco a casa nostra e, su cinque, tre hanno preso la tosse asinina. L’attendo anch’io, e in questa certezza La saluto caramente, non senza augurarmi che noi due siamo insieme, in una casetta di mare, entrambi con la tosse asinina, a darci i colpetti sulla schiena e confondere i nostri ruggiti. Suo. 
             Cesarino

Questa sera che se ne è andata, penso a una ragazza che a 25 anni traduceva Spoon River senza sapere l’inglese, che ha conosciuto Hemingway e consegnato a DeAndrè il premio Tenco, che ha vissuto mondi e tempi ultra-umani e inimitabili, che con lei se ne sono andati per sempre in un universo che noi comuni mortali non potremo mai raggiungere. Ma d’altronde bisogna andarsene, quando il proprio tempo è finito. E’ vile sedersi e brancicare le carte.

Tom Beatty

I was a lawyer like Harmon Whitney
Or Kinsey Keene or Garrison Standard,
For I tried the rights of property,
Although by lamp-light, for thirty years,
In that poker room in the opera house.
And I say to you that Life’s a gambler
Head and shoulders above us all.
No mayor alive can close the house.
And if you lose, you can squeal as you will;
You’ll not get back your money.
He makes the percentage hard to conquer;
He stacks the cards to catch your weakness
And not to meet your strength.
And he gives you seventy years to play:
For if you cannot win in seventy
You cannot win at all.
So, if you lose, get out of the room—
Get out of the room when your time is up.
It’s mean to sit and fumble the cards,
And curse your losses, leaden-eyed,
Whining to try and try.

 

 

Ero avvocato come Harmon Whitney
o Kinsey Keene o Garrrison Standard,
perché anch’io dibattei la questione della proprietà,
sia pure alla luce artificiale, per trent’anni,
nella sala da gioco del teatro.
E vi dico che la Vita è un giocatore
che ci sovrasta di testa e di spalle.
Nessun sindaco può chiudere la bisca.
E chi perde può strillare quanto vuole:
non riavrà il suo denaro.
La percentuale della Vita e difficile coprirla;
essa serve le carte per cogliervi debole
e non per incontrarvi in piena forza.
E vi dà settant’anni per giocare:
se non riuscite in settant’anni,
non riuscite mai più.
Andatevene dalla stanza se perdete –
andatevene, quando il vostro tempo è finito.
È vile sedersi e brancicare le carte,
e maledire le perdite, con occhi cerchiati,
piagnucolando per tentare ancora.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River – Traduzione di Fernanda Pivano


 

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25 years ago

11 giugno 2009

 

 

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Non al denaro, non all’amore nè al cielo. Capitolo 5

6 febbraio 2009

Vi devo parlare di vita e di morte, se mi chiedete di raccontarvi la mia storia.
Per parlarvi di me, vi devo descrivere la frontiera che separa questi due stati confinanti che si odiano e si guardano con astio, ma che sanno di poter esistere solo a condizione che il loro vicino sopravviva. Vi devo raccontare cos’è vivere e che cos’è morire, insomma.
Non che io pretenda di saperne qualcosa, sia chiaro. Non so nulla se non quello che ho vissuto. Ma, se volete, quel poco che so ve lo posso raccontare.

Io, sapete, da sempre ho saputo di non essere destinato alla vita. Esistono persone così, persone che nascono con l’obbligo di passare il confine tra la vita e la morte prima di aver anche solo respirato l’aria del primo dei due regni. Io ero tra questi.

Uscito dal ventre di mia madre, non fui in grado di fare nulla se non rantolare, incapace di lanciare il primo urlo di dolore della mia vita, quello che mi avrebbe aperto i polmoni e avrebbe dimostrato definitivamente all’universo che un nuovo essere umano era venuto al mondo, partecipava dell’infinito scambio tra ossigeno e anidride carbonica, esisteva in questa vita.
In quei primi secondi della mia esistenza, assomigliavo più a una ranocchia azzurra che a un piccolo essere umano. Rantolavo tra le braccia di quelli che osavano toccarmi, gridare era fuori discussione, piangere anche: ero vivo da un minuto, e già capivo quanto sia difficile respirare. Tutti i presenti nella stanza si guardavano lanciandosi occhiate da sotto le ciglia e tenendo le mani occupate in altro. Per non dover ammettere quello che era chiaro a tutti, e che proprio per questo nessuno voleva dire: che quella ranocchia che ero io avrebbe sopportato qualche altro respiro, e poi avrebbe smesso di rantolare, e trovato pace. Tutti sapevano cosa sarebbe successo dopo: sarei stato pulito e vestito, mi avrebbero accompagnato fuori casa e poi lasciato alla terra, con le debite preghiere che mettevano per sempre la parola fine sulla mia pseudo-esistenza.
E, poi, la vita avrebbe continuato il suo corso, come la vita fa sempre e comunque, senza cattiveria e senza perchè.
Non valeva nemmeno la pena di chiedersi cosa non andava, in me. Non era qualcosa di visibile, era un mistero nascosto dentro, chissà dove. Sarebbe cambiato qualcosa se avessimo saputo dargli un nome?

Io, però, in quel mio primo giorno di esistenza, riuscii a non morire. Sotto gli occhi di coloro che la guardavano e aspettavano, la ranocchia continuava a rantolare.
Passò la notte, passò la giornata successiva. Mia madre mi guardava, e non sapeva se compiacersi per la mia costanza nel respirare o se piangere quel figlio così palesemente inadatto alla vita. Attorno a lei, invece, tutti dimostravano (o fingevano di dimostrare) gioia, come di fronte a un prodigio di cui sentivano in qualche modo di avere il merito: il medico lodava i miei sforzi, cominciò a dire a mia madre che forse si poteva sperare. In qualche modo, in un modo oscuro tanto quanto la mia malattia, tenevo duro, e continuavo a respirare.
Come dicevo, la vita continuò il suo corso, senza pietà e senza cattiveria. Io che, anche se in maniera strana, ero salito sulla sua giostra, mi lasciai trascinare da lei: il tempo passava, e la ranocchia blu prese a crescere, poco alla volta, aggrappata alla misteriosa bava di ragno che la teneva in vita.
Non voglio e non posso raccontarvi di tutte le volte in cui sentii i miei polmoni svuotarsi, e pensai che a quel dolore non volevo cedere: nessuno che non abbia provato a non avere aria può capire cosa sia il terrore del non riuscire a respirare.
Quel terrore fu il sentimento più forte della mia infanzia, e in ogni istante tutti i miei sforzi erano concentrati nel combatterlo. Non posso dire che la mia infanzia fu accompagnata dalla morte, che è un concetto ambiguo e troppo astratto: fu, piuttosto, accompagnata dalla paura di morire. Dalla paura del momento della morte, dell’istante un cui avrei capito che non ce l’avrei più fatta, e che tutti i miei anni di impegno respiratorio erano passati invano, sconfitti definitivamente. La mia esistenza era un continuo rimandare l’istante di terrore che avrei provato morendo, un continuo scendere a patti tra le mie forze e le forze del mondo misterioso, oltre il confine.
Però, è innegabile, a trovare l’accordo tra i mondi ero proprio bravo, e quindi sopravvivevo. Mi trasformai da ranocchia in neonato, e poi da neonato in lattante, e poi da lattante in bambino. Un bambino con qualcosa che non funzionava nel cuore.
Vedendo la mia costanza nell’esistere, il medico cercò di capire che cosa ci fosse che non funzionava dentro di me. Non si può dire che lo capì davvero, in fondo era solo il medico del paese lì sotto, non si intendeva né di ranocchie né di rantoli, ma riuscì a intuire quanto bastava per modificare definitivamente la mia vita.
Spiegò alla mia famiglia quello che in fondo tutti già avevano intuito, senza avere bisogno della laurea in medicina, e cioè che il mio cuore aveva qualcosa che non funzionava: non batteva abbastanza forte, o con abbastanza costanza, o forse qualche valvola non lavorava come avrebbe dovuto, o magari qualche membrana era troppo sottile, di un materiale scadente che prima o poi avrebbe ceduto. Era impossibile e ozioso cercare di stabilire quale, tra queste o mille altre possibili imperfezioni, era quella che il loro sfortunato figlio aveva estratto dalla boccia di vetro delle possibilità.

La mia esistenza si trasformò in un infinito nascondino giocato contro la morte, in una selva di divieti e impossibilità. Imparai la storia di Achille, l’eroe greco forte e bello che, anche lui come me, nascondeva dentro di sé il germe della morte. Mi spiegarono che Achille preferì una vita breve e gloriosa a una vita lunga e tranquilla, ma che, dopo aver avuto la morte contro cui per cieco orgoglio si era lanciato, nell’aldilà si era pentito della sua scelta. Tutti quanti insistevano molto sulla seconda parte della storia. Achille, ormai rinchiuso per sempre nel regno dei morti, diceva che è meglio essere l’ultimo schiavo tra i vivi che essere il re tra i defunti.
Mi insegnarono che qualunque sacrificio era niente, se paragonato alla morte. Che qualsiasi prezzo era basso, se la posta in gioco era la vita. Che poter correre, uscire di casa, avere un amico, vedere il mondo da una prospettiva diversa rispetto a quella fornita dalla veranda che dà sulla strada, immaginarsi un futuro e scegliersi un destino, mi sarebbero sembrati desideri infantili e stupidi, se disgraziatamente un giorno avessi deciso di cedervi, e la cosa avesse compromesso la mia vita.
E io, da bravo, imparai tutto questo, e per anni mi adeguai alle regole.

Fu solo da ragazzo, dopo una vita pallida trascorsa dentro casa, che misi a fuoco il pensiero che cambiò la mia esistenza: capii che, certo, la vita è il più importante dei possedimenti dell’uomo. Ma insieme ebbi anche la folgorante certezza che la mia, senza alcun dubbio, non poteva definirsi vita. Era un respirare, un esistere, uno scambiare ossigeno con il mondo. Ma di quello che disegna la vita di un essere umano, di desideri e prospettive e fatiche e salite, non c’era mai stata traccia in tutti quegli anni di misero esistere.
Io ero un ragazzo che esisteva da anni, ma che ancora non era nato. E che, a differenza di Achille, non aveva nemmeno avuto il suo momento di gloria nell’istante della scelta eroica.

Un giorno, però, nacqui. Nacqui per miracolo, per una di quelle infinitesimali probabilità che ogni tanto, per un caso così assurdo da sembrare impossibile, si presentano sul nostro cammino.
E, anche in questa come in tutte le altre nascite, c’entrava una donna.
Una donna che conobbi dalla mia veranda, e che mi parlò dal basso della strada, con i piedi ben piantati sul mondo che le apparteneva. Il giorno in cui, lei per prima, mi rivolse la parola, fu il giorno in cui iniziò la mia gestazione. Come un feto nel liquido amniotico, crescevo grazie alle parole di questa donna che mi raccontava se stessa e il mondo. Vederla tornare, ogni giorno, era esattamente come ricevere il cibo e l’ossigeno che mi facevano crescere. Imparai, in quei mesi, tutte quelle scaglie di umanità che la mia vita precedente mi aveva precluso. Imparai cosa significa attendere, imparai una paura diversa da quella del morire. Imparai a costruire speranze. Immaginai per la prima volta un futuro. Crescevo come un bimbo nella pancia della mamma.

E, come un bimbo nella pancia della mamma, un giorno capii che era venuto per me il momento di nascere. O di morire, a seconda dei punti di vista. Fu una necessità ineluttabile, un istinto che non avrei in nessun modo potuto controllare. Con addosso la paura misteriosa che tutti voi avete sentito nell’istante della vostra nascita, con quella paura troppo grande per essere ricordata, e che infatti tutti dimenticano, mi apprestai a scendere nel mondo. Nessuno ci crederà, ma conoscevo bene il prezzo di quella scelta, conoscevo il mio destino. Come Achille, finalmente, anch’io scelsi il mio destino. E anch’io preferii la gloria al nulla.

Chiusi gli occhi, una sera: chiusi gli occhi e baciai quella donna. Nacqui. Morii.

Tutto diventò bianco, per un istante, e quell’istante è stata la migliore vita che potessi regalarmi. La vita che nessuno di voi potrà mai capire.
Poi tutto abbuiò, e un’onda calda mi salì dentro, fino alla gola, fino alla bocca.
Il filo di vento che mi aveva fatto esistere, il mio fragile cordone ombelicale con l’esistenza, si era puntualmente rotto con la mia nascita. Ero libero, per la prima volta nella mia vita. Ero nato. Avevo sgambettato il destino, avevo scelto, avevo vissuto, avevo pagato il mio prezzo.
In mezzo a tutta quell’oscurità in cui ero precipitato, ancora stretto alla donna che tutto questo aveva generato e a cui stavo lasciando la vita sulle labbra, si sentiva un grido. Forse mio, forse suo. Di certo, era il grido della mia nascita. Il grido del neonato che prede possesso del mondo, il grido che non avevo mai potuto lanciare, e che invece adesso sentivo forte e chiaro, di cui ero orgoglioso in quel primo, ultimo momento della mia breve, intensissima vita.
Non ricordo altro che quel flash di luce, quell’orgasmo infinitesimo, quell’istante di suprema coscienza. Ma mi basta. E’ stata tutta la mia vita.

La mia esistenza qui a Spoon River, ora, non è diversa da tutta la mia esistenza precedente. Sono abituato a tutto questo inutile esistere, e non passo il mio tempo a compiangermi.
Come tutti i bambini morti troppo presto, ho un conto aperto col destino, un conto che la sorte non potrà mai ripagare, un credito con la giustizia che non si salderà mai: l’universo sarà per sempre in debito con me.
Ma io, assieme al vecchio Jones, sono forse l’unico dei sepolti in questo cimitero a essermi addormentato senza rimpianti. A sapere che ho avuto nelle mani la mia vita, e ne ho fatto quanto di meglio mi è stato possibile. Sono l’unico, qui, a sapere che la vita è una scelta e la morte, che è sua gemella, non lo è di meno. Il mio suicidio è stato il mio supremo atto di libertà, il mio ribellarmi a un’esistenza indegna per spiccare un salto verso la vita. Ché vita ed esistenza non sono la stessa cosa, nemmeno lontanamente.

E che nessuno di voi provi, anche solo per un secondo, a giudicarmi: sappiate che il coraggio di guardarmi negli occhi, voi teorici della vita ad ogni costo, non lo trovereste mai.

 

UN MALATO DI CUORE

“Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo.”

Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.

Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.

Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai, o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.

Non credo che chiesi promesse al suo sguardo
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce
quando il cuore stordì, e ora no, non ricordo
se fui troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzì, e ora no, non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce.

E fra lo spettacolo dolce dell’erba
fra lunghe carezze finite sul volto
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.

Ma che la baciai, questo sì lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra.
Ma che la baciai, perdio, sì lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.

“E l’anima d’improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no, non mi riesce di sognare con loro.”

 

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Non al denaro, non all’amore nè al cielo. Capitolo 3

5 maggio 2007
Non so cosa siete venuti a cercare qui, e non so nemmeno perché ho cominciato a parlare con voi. Una volta non l’avrei fatto, ne sono certo. Dev’essere che con la morte e il tempo alcune cose cambiano. Solo alcune cose, però, non tutte. Nonostante la morte e il tempo, certe cose non cambiano mai.
Forse siete venuti qui semplicemente perché suscito in voi qualche perversa forma di curiosità, e questo vi basta per convincervi a stare qui ad ascoltarmi; magari state anche per farmi una delle solite domande che mi sentivo porre così spesso, un tempo, e che ora spero tanto vi si strozzino in gola.
Magari siete dei sostenitori del “riscatto sociale”, e siete qui per sentirvi raccontare la storia di un uomo che nonostante le disgrazie della vita è riuscito a crearsi un destino onorevole da persona per bene. Oppure, siete anche voi dei poveri disgraziati come ero io una volta, e siete qui a cercare qualcosa che si potrebbe chiamare conforto, o consolazione, o sostegno.
In tutti questi casi, non ho nessuna voglia di raccontarvi come è andata la mia vita. Se lo volete sapere potete andare a chiedere giù da basso, tutti sanno chi sono e a nessuno dispiacerà raccontarvi di me. Vi racconteranno la mia carriera folgorante, vi racconteranno le storie lacrimevoli delle persone che ho ucciso protetto dalla legge, vi racconteranno la storia di un giudice inflessibile, perfetto, granitico. Vi racconteranno anche che ho gestito questo paese come fosse il mio regno, eliminando tutti coloro che era in mio potere eliminare, anche se non l’avrebbero meritato davvero. Vi racconteranno che mi odiavano, che gli facevo paura, che sono stati felici quando hanno saputo che ero morto e che non mi sarei mai più presentato davanti agli occhi di nessuno per decidere del suo destino.
Vi racconterebbero molte cose vere, i miei compaesani.
È vero, io in tutta la vita non ho mai concesso una grazia, mai riconosciuto un’attenuante. E’ così che ho fatto carriera tanto presto, sapete? Al potere piacciono tanto le persone com’ero io: inflessibili, perfette, granitiche, pure esecutrici di una legge che non hanno scelto né voluto e che non gli si chiede né di commentare né di interpretare. Applicare e basta, senza troppe commozioni, senza opinioni personali, e, se proprio si ha un dubbio, comminando la pena peggiore. Il giudice perfetto è quello che giudica qualsiasi cosa tranne se stesso, la legge che applica e colui che gliel’ha dettata (…una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge. Prima cambiarono il giudice, e subito dopo la legge). Io ero il giudice perfetto per il potere, e infatti il potere ha dato potere a me.
Non intendo dire che i miei superiori mi abbiano mai ammirato, questo no. Facevo schifo anche a loro col mio corpo tutto sbagliato, col mio essere così repellente, ma loro hanno capito subito che io ero l’uomo giusto al posto giusto. Io sapevo tutto quello che serviva sapere per poter emettere sentenze, non una parola di più ma non una di meno, e soprattutto ero disposto a tutto pur di accaparrarmi la mia parte di potere, e non farmela portare via da nessuno, una volta l’avessi agguantata. Il potere sopra di me sapeva che non l’avrei deluso mai, e non si sbagliava.
 
Curiosamente, ne sono certo, se chiedeste di me in paese oggi tutti glisserebbero sulla mia malformazione. Vi racconterebbero ogni male possibile del giudice, del giudice maledetto di cui sono tanto felici di essersi liberati, e stenderebbero un discreto velo di silenzio sul nano che io ero prima di diventare giudice. Si comporterebbero, sono pronto a giurarci, come se il nano e il giudice fossero due persone diverse, come se il nano fosse morto il giorno in cui ha passato gli esami da procuratore.
 
Il potere rende alti, questo lo sanno tutti.
 
Eppure non si può capire il giudice senza aver conosciuto il nano. Perché per tutta la mia vita il nano è stato l’anima, la voce e la volontà del giudice. Il nano ha suggerito all’orecchio al giudice, parola per parola, ogni sua sentenza; ogni suo proclama, recitato a gola spiegata e impostando la voce, era in realtà un urlo del nano sepolto sotto la parrucca e la seta nera. Il nano ha suggerito al giudice parole ancora più dure di quelle che compaiono sulle sentenze, gliele ha suggerite sputando fiele e vendetta, del tutto indifferente ai “vostro onore” che invece avrebbero tanto lusingato chi sa di avere tra le mani il potere di decidere della vita altrui. Il nano ha vissuto per tutta la mia vita sotto la toga e ha soffocato il giudice, che sarebbe stato ingenuo, sarebbe stato clemente, avrebbe voluto provare a vivere davvero nella terra che amministrava, nel paese in cui viveva. Il nano ha diffidato il giudice stupido dal credere davvero alle suppliche degli imputati, ha diffidato il giudice ingenuo dall’illudersi che qualcuno avrebbe mai potuto andare al di là del suo aspetto deforme, del suo corpo da mostruoso bambino nascosto sotto la toga. Il nano non aveva terra né paese, aveva solo vendette da portare a termine; il nano non aveva nemmeno una vita da ricordare, aveva solo un’esistenza di sputi e di vergogna da nascondere e da dimenticare, da cancellare con una vita nuova, con una vita in cui finalmente guardare gli altri dall’alto in basso, e decidere per loro. Io, io ero il nano.
 
Non sono pentito di nulla di quello che ho fatto. La mia unica missione, il mio unico compito è stato quello di ripristinare con le mie mani una giustizia superiore all’imperfettissima pseudo-giustizia della legge. Io sono convinto di aver davvero protetto i deboli, sostenuto gli indifesi, punito i violenti, i vili e i meschini. Io ero debole, ero indifeso, e il mondo è stato violento, vile e meschono nei miei confronti, prima che l’ombra del potere si posasse su di me; io ero debole ed indifeso di fronte a ciascuno degli imputati che sono passati di fronte al mio tribunale. Io ero il nano, sempre e comunque, e amministravo la mia giustizia. Non sono pentito di nulla, dunque. Non c’è nulla di cui mi debba pentire.
Anche perché, a pensarci bene, ognuno di noi ha avuto semplicemente quello che ha meritato. Io il disprezzo dei miei concittadini, i miei concittadini le mie vendette. Il potere ha agito nel migliore dei modi per conservarsi, e si è conservato. Io sono qui sotto un metro di terra, e della mia statura non si ricorda più nessuno. Ognuno ha avuto ciò che ha meritato.
Lascio dietro di me una scia di sangue, di violenza e di odio, ma non ho nulla da rimpiangere. Non ho nemmeno paura del giudizio di Dio, se mai arriverà. Dopotutto, anche lui non è altri che un giudice. Capirà.
 
 
 
UN GIUDICE

Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
d’una ragazza irriverente
che vi avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:

vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.

Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo
troppo vicino al buco del culo.

Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.

E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva "Vostro Onore",
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.

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Non al denaro, non all’amore nè al cielo. Capitolo 2

4 aprile 2007

Se volete ne parliamo. Per me non c’è nessun problema, non c’è niente di cui io mi debba vergognare. E poi, se anche ci fosse, figuratevi se dopo tutta la mia vita posso anche solo pensare di vergognarmi di qualcosa adesso, sepolto quassotto.

Anzi, a voler dire proprio la verità sono felice che siate arrivati: non vedevo l’ora che venisse qualcuno ad ascoltarmi parlare, è un sacco di tempo che aspetto di raccontare a qualcuno quello che da anni mi batte e ribatte dentro la testa, e se voi avete voglia di starmi a sentire…ecco, siete i benvenuti. Anche se in realtà, sapete, io non aspettavo proprio voi, per dare finalmente fondo a tutta la riserva di parole che ho pensato in questi anni. Da quando ho cominciato a pensare, da quando ho cominciato ad aspettare l’arrivo di qualcuno che ascoltasse la mia storia, mi sono sempre immaginato che sarebbe arrivato, prima o poi, qualcuno da giù. Qualcuno del villaggio, qualcuno che mi avesse conosciuto da vivo, che sapesse chi ero io. Non pretendevo certo il mazzo di fiori, però, ad essere sincero, me l’aspettavo che qualcuno del paese, prima o poi, da sotto salisse fin qua. Me l’aspettavo che qualcuno sarebbe venuto prima o poi a vedere cosa ne è stato, qui in collina, del povero scemo del villaggio.

Perché io questo ero, sapete? Se il mondo fosse un po’ meno ipocrita, questo dovrebbe esserci scritto sulla mia tomba: “Qui giace lo scemo”. E magari sotto, più in piccolo: “Una morte pietosa lo strappò alla pazzia”. Invece, vedete, non c’è scritto niente sulla mia lapide. Giusto il nome, e tanti saluti. Forse l’hanno fatto per me, perché non dovessi sopportare anche quest’ultima umiliazione postuma. Certe volte la gente viene presa da questi stupidi, fastidiosi e inutili rigurgiti di umanità, di pietà, di buon cuore, sempre quando ormai è troppo tardi perché possano servire a qualcosa.

Non hanno mai capito, in paese, che io non mi sono mai vergognato di essere quello che per tutti ero, di essere lo scemo. Non hanno mai capito che io non ero scemo, ma che io scemo avevo scelto di esserlo.

 

“Che farete da grandi, bambini?” “il medico”, “il giudice”, “…”. Ecco, io ero quello che diceva “…” Era il mio modo di dire “lo scemo” senza dirlo, era l’unica circostanza in cui tutti capivano il mio silenzio. Non sapevo dire, dunque ero lo scemo, e lo sarei stato sempre.

E’ buffo pensare che, qui in collina, tra me, il medico e il giudice non c’è proprio alcuna differenza. Ed è meraviglioso accorgersi che finalmente, qui in collina, quelli che in vita hanno sempre dato la risposta giusta si rendono conto di essere in tutto uguali a quelli che la risposta giusta non l’indovinavano mai. Ma non divaghiamo.

 

Insomma, come vi dicevo, io ero lo scemo senza esserlo davvero. Semplicemente, un giorno mi ero convinto che quelli come me, quelli che non sanno rispondere, quelli che ammutoliscono di fronte alle domande, fossero scemi, e così scemo sono diventato. Era facile, era il ruolo fatto apposta per me, in questo pazzesco normale paese di infelici, falliti e incerti. Io ero lo scemo, ero nato per quello. E poi, se anche ci fosse stato bisogno di altre prove per dimostrarlo, sarebbe bastato considerare che io ero venuto al mondo senza padre né madre (esistono, sapete, delle strambe creature prive di madre), e questo non lasciava dubbi sul mio essere predestinato fin dall’origine alla demenza, alla stupidità. Ero nato per essere lo scemo, tutto lo testimoniava, era evidente.

Non si può non essere scemi quando non si riesce a parlare, quando di fronte a qualsiasi domanda, di fronte a qualsiasi persona, il proprio splendido cervello, che da solo funziona tanto bene, si ingarbuglia in un guizzante ammasso di sinapsi, in uno spaventoso vuoto di risposte. A me capitava questo, quando provavo a parlare. Avevo tutte le parole del mondo da dire, e dalla mia bocca non usciva fuori niente, tutto rimaneva strozzato in fondo alla mia gola, nell’abisso buio della mia scatola cranica. Se fossi vissuto qualche decennio più tardi, chissà, forse avrebbero detto che ero “autistico”. E magari qualcuno mi avrebbe curato, mi avrebbe insegnato a mettere ordine in quell’infinito polverone di parole e di cose, e poi, chi può dirlo, magari tutti avrebbero capito che io non ero affatto scemo, e quindi io scemo non sarei stato. Magari, se solo fossi nato qualche decennio più tardi, io avrei potuto essere il giudice, io il medico. E non avrei mai saputo, da vivo, che tra essere medico e essere scemo, è solo questione di nomi, non c’è dietro nulla di più radicale, nulla di più vero.

Eppure anche senza sapere, senza riuscire a dirlo, io sapevo di avere un mondo intero nascosto dentro la scatola cranica. Io sapevo di avere il mio piccolo mondo privato, un mondo meraviglioso che riuscivo a disegnarmi, a dipingermi, a raccontarmi tanto bene, quando nessuno mi vedeva. Quando sono arrivato qui in collina ho capito subito che un piccolo mondo mentale bello come il mio, tra tutti i miei vicini a Spoon River, ce l’aveva solo il vecchio. Il medico non ce l’aveva, il giudice nemmeno. Solo il vecchio, in questo, poteva competere con me. Ma lui partiva in vantaggio: il vecchio la strada per raccontare il suo piccolo universo privato l’aveva trovata, mentre io ho annaspato tutta la vita per cercarla, e non l’ho mai vista neanche da lontano.

Così, insomma, io sono diventato lo scemo. Un bambino scemo, prima, poi un ragazzo scemo, poi un uomo scemo, un uomo senza parole, un uomo ostrica ripiegato sul vuoto del suo delirante cervello. Avrei potuto accettare di diventare poi un vecchio scemo e infine un morto scemo ma, forse lo sapete anche voi, a volte nella vita capita di sentire uno strano impulso a provare a modificare il proprio prestabilito destino, a cambiare binario, a uscire di strada.

A me un giorno è capitato, e così ci ho provato, ho provato a cambiare il mio orizzonte preconfezionato di scemo del villaggio. All’inizio non sapevo bene come fare (dopotutto, scemo ci ero nato, ricordate?) ma poi mi sono detto che, evidentemente, io ero lo scemo perché mi mancavano le parole. Erano le parole il problema, erano le parole la misteriosa chiave che mi mancava per farmi amare dagli altri almeno tanto quanto io amavo loro (ho capito solo dopo che l’amore che io portavo al mondo era di gran lunga più grande dell’amore che la gran parte del mondo potesse anche solo lontanamente concepire. Ho capito solo dopo che io amavo un mondo di persone che sapevano solo amarsi da sole). Così per molto tempo ho creduto che, inseguendo i vocaboli, avrei finito per trovare gli uomini. È stato così che ho cominciato a imparare l’enciclopedia. Se gli uomini volevano le parole, le parole avrebbero avuto. Ne avrei imparate più di loro, gli avrei dimostrato che anche nella mia mente c’era un ordine. Gli avrei dimostrato che ero scemo perché avevo scelto di esserlo, perché loro avevano scelto di indurmi a scegliere di esserlo. Che, se solo avessi voluto, avrei potuto essere come loro.

E così, da scemo sono diventato pazzo.

Ho capito solo da qui, dopo molto tempo, che questa mia sterzata inaspettata, questo mio sussulto di coraggio, questa  mia scarsa rassegnazione all’orizzonte che era stato scelto per me, deve aver fatto una gran paura a tutti quanti. Credo di averli spaventati a morte, gli altri del paese. Lo capite anche voi che lo scemo non può  tentare di distruggere l’ordine che scemo lo fa essere, lo scemo non può attentare alla società dei detentori della parola, alla società di quelli che hanno una testa che segue il binario giusto. Se lo fa, evidentemente scemo non è. Questo devono aver pensato tutti, giù al paese. Me li sono immaginati tante volte i miei compaesani spaventati che si guardano in faccia, scuotono la testa e si dicono: “ci siamo sbagliati, lo scemo in fondo non è scemo”. Li vedo come se li avessi qui, di fronte a me, mentre agitano la testa e concludono che allora, se non ero scemo, io dovevo essere, senza ombra di dubbio, pazzo. La mia piccola rivolta, la mia rivolta per arrivare da loro, era solo il gesto di un pazzo smarrito dentro la sua follia.

Solo che io, capite, a questo non ero preparato. Forse voi non ci avete mai pensato, ma tra scemo e matto c’è una bella differenza. Lo scemo è buono, lo scemo è innocuo, allo scemo tutti in fondo vogliono bene (per come possono, certo. Non certo come volevo io). Il pazzo, invece, il pazzo è il germe del disordine nell’ordine universale, il pazzo è il buio, il pazzo è il pericolo. E, se è così, il pazzo va al manicomio. Questo è successo a me. Sono andato al manicomio, e così la mia vita è finita. Ancora ne parlano, ogni tanto, di sotto, ricordandosi a vicenda di come una morte pietosa mi ha strappato alla mia follia. Però, non prendetevela, io di questo non vi parlerò. Le parole per parlare di questo, mi dispiace, non ho ancora imparato a tirarle fuori dall’abisso del mio cervello, della mia carne, del mio ricordo.

 

Questa è la mia storia, questa è la storia dello scemo (dopo la morte, sapete, da pazzi si torna ad essere semplici, simpatici scemi) per come ve la racconterebbero quelli che vivono ai piedi della collina.

Io, invece, so che la mia storia va molto più in là di questo. Arrivato qui, arrivato finalmente nell’unico posto in cui tutti, veramente, provano davvero a vivere essendo uguali, ho capito tutto quello che avrei dovuto capire da subito. E, da quando l’ho capito, ho cominciato finalmente a dar luce alle storie compresse nella mia testa. Da sotto un metro di terra ho partorito le mie storie e, loro gemelle, ho partorito anche le parole giuste per raccontarle, ho dato alla luce, nel buio senza sole, le mie parole.

E in questo, sapete, in questo nessuno mi supera, per la prima volta.

 

 

UN MATTO (DIETRO OGNI SCEMO C’E’ UN VILLAGGIO)


Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro

E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l’ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
"Una morte pietosa lo strappò alla pazzia".