Archive for the ‘Personaggi’ Category

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79. Una stoffa verdina, tra il bosco e il pisello

20 marzo 2015

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L’attrice, con i capelli rossi tutti raccolti dietro la testa e quella sua faccia strana, lunga, piena di guizzi, racconta una storia di due secoli fa.
La storia di una signora modenese che insegnava l’inglese ai suoi figli, anche se tutti dicevano che non serviva a niente e che, con quelle sue fantasie, li avrebbe cresciuti smidollati e inadeguati; la storia di una fabbrica di macchine da scrivere dentro un bosco, con accanto un vecchio convento trasformato in casa e un’antica cappella riadattata a fienile; la storia di una culla con un rivestimento di stoffa verdina, tra il bosco e il pisello, che diventerà il colore dell’oggetto più rivoluzionario e più fortunato prodotto dalla ditta che nascerà da quella antica fabbrica, alimentata da utopie e principi il cui sapore abbiamo quasi dimenticato.

Tutto attorno a me, ad ascoltare questa storia, c’erano tanti ragazzi che mi parevano molto, molto giovani. Almeno un paio di classi delle superiori, a occhio, portate a teatro grazie a uno di quei progetti che si facevano, a scuola, già ai miei tempi, e che col passare degli anni mi appaiono sempre più utili, più preziosi e più pieni di senso.
Chissà cosa pensavano, quei ragazzi, di questa storia di lavoro. Chissà se loro – che da quando hanno l’età della ragione non hanno sentito parlare di altro che di bolle speculative, disoccupazione galoppante e crisi – l’avevano mai sentito dire che bisogna disprezzare il denaro che nasce dal denaro, perché l’unico denaro dignitoso è quello che nasce dal lavoro di tutti in vista di un obiettivo comune. Chissà che effetto gli faceva sentir dire che il lavoro deve essere pagato, e pagato bene, perché un industriale non ha ricchezza più grande della competenza dei suoi dipendenti; chissà che effetto gli faceva sapere che non esiste male più terribile della disoccupazione involontaria, e che il bene comune va messo prima del profitto, perché non esiste profitto che non nasca dal miglioramento delle condizioni di tutti.
Chissà cosa suggeriva, a quei ragazzi così giovani, la storia ottocentesca di Camillo Olivetti – ebreo, socialista, ateo e valdese. Tutto allo stesso tempo – raccontata dall’attrice dai capelli rossi e dalla faccia lunga e mobile. Chissà se loro, così belli, così eterei e così disillusi, riescono ancora a credere, almeno un po’, nella meravigliosa utopia di una nazione fondata davvero, senza vie di mezzo, su quella cosa nobile, preziosa e umile che è il lavoro.

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72. Colpi di cannone

13 marzo 2015

Il più giovane dei miei cugini oggi ha vinto una gara studentesca di sollevamento pesi. Ha pubblicato sul suo profilo facebook la foto della medaglia, accompagnata da un comprensibilissimo carico di orgoglio quattordicenne, e suo zio (che poi è anche mio zio) ha commentato quell’immagine con un sonoro e incoraggiante: “Sei una cannonata!”.

Quando ho letto quelle parole, ho sentito con inconfondibile chiarezza la voce di mio nonno che dice la stessa identica frase rivolgendosi a una piccola me, ormai quasi vent’anni fa.
Mi ricordo con la precisione propria della memoria infantile il tono di voce che aveva mentre pronunciava quelle parole, così come ricordo la ruvidezza lievissima della sua barba appena fatta quando mi baciava sulla guancia, l’odore del suo dopobarba, il colore pastello delle sue camicie e delle sue cravatte policrome.
Mi ricordo anche le storie che mi raccontava, ovvio: conservo nella memoria un prezioso mazzetto di aneddoti sulla sua giovinezza, un piccolo archivio di memorie in cui c’è posto per la storia del boicottaggio della miniera, per quella della gallina rubata e per qualche altra mirabolante avventura degli anni della guerra. Quei racconti, però, sono un’altra faccenda. Quella è memoria vera, quelle sono radici, quella è la storia della famiglia, una storia in cui – come capita quasi sempre – realtà e romanzo si fondono, rendendo impossibile ricostruire qualcosa che somigli alla verità.
Tutto questo è importante e indimenticabile, ovviamente, ma quei racconti si collocano su un piano totalmente diverso rispetto a quello in cui è andato a rintanarsi il ricordo della voce di mio nonno quando mi guardava e mi diceva “Sei una cannonata!”, e io capivo che il suo orgoglio – esagerato e immotivato come è sempre l’orgoglio dei nonni – aveva molto poco a che fare con la mia persona, ma era strettamente legato alla sua soddisfazione di intravedere, dentro di me, qualcosa che sentiva parte di lui.
Quello che mio nonno salutava in me con quella frase era il senso della continuità della vita, del perpetuarsi delle generazioni, era la certezza che un pezzo di qualcosa che aveva a che fare con lui si era annidato per sempre dentro la bambina di dieci anni che io ero, e lì avrebbe continuato a esistere.

Rileggere quelle parole, questo pomeriggio, ha innescato un vertiginoso riavvolgersi del nastro della mia memoria, mettendo in modo un imprevisto sovrapporsi di voci, di facce e di storie. E per un attimo mi è sembrato di essere – come tutti, in fondo – solo questo: una palla di cannone pesantissima, arrivata da lontano, che attraversa l’aria descrivendo una parabola sconosciuta fatta solo di piombo, mistero e memorie non sue.

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71. Canzoni per l’estate

12 marzo 2015

La mia amica Valentina è una di quelle persone che hanno la rara capacità di restare vicine, prossime, presenti, a prescindere da ogni distanza. Si allontanano, scelgono, fanno, vivono la loro vita e poi di tanto in tanto ritornano e, con quattro-parole-quattro, riescono a rinsaldare tutti i legami e a riannodare tutti i fili, con una grazia e un’intelligenza semplici e lievi che lasciano a bocca spalancata, e che fanno pensare che le cose, nei rapporti tra esseri umani, a volte possono anche essere facili.

La mia amica Valentina mi ha scritto, oggi, per dirmi che tra qualche mese si sposa, e mi ha raccontato della sua futura casa e della famiglia che sta per far nascere con un’emozione e una consapevolezza che non hanno potuto che sembrarmi assolutamente sublimi: questo momento è la pienezza, l’apice, l’estate della sua vita, dice Valentina. Questi mesi sono il momento in cui tutto deve ancora accadere, in cui tutto è a portata di mano, tutto appartiene a lei e al suo futuro marito, mentre quello che verrà dopo “sarà già il momento di qualcun altro, se avremo dei figli. Sarà già l’era successiva, l’ora di farsi da parte e fare spazio”. In ognuna delle sue parole (e anche nelle intercapedini tra le parole, nelle pause, nelle virgole, nelle prese di fiato) ho sentito forte e chiaro che la sua vita, in questo momento, è esattamente così. Proprio come vivere un’estate perfetta e breve, fuggevole, da godere finché c’è, con la consapevolezza che presto tutto farà posto a qualcosa di nuovo. Avvertire tutta quella gioia contagiosa e tiepida è stato, senza mezzi termini, commovente. Come ricevere in regalo il centro perfetto di una vita altrui, con tutto il carico di meravigliosa, totale felicità che questa porta con sé.

Alla fine del suo messaggio Valentina mi ha anche chiesto se mi veniva in mente qualche musica bella, lieve, “non trionfale né allegrissima” da suggerirle per la sua cerimonia, cosa che ovviamente ha colpito e affondato il mio animo musicale, spalancando le porte su un enorme mare di emozione, alternative e possibilità.
E così, cercando di trovare qualcosa di adatto e seguendo l’onda di quest’emozione così bella, inaspettata e gratuita, nella cucina della Casa della Luce, a fine serata, ballavamo sulle note di questo, come se non ci fosse un domani.
E anche la nostra vita dimostrava di essere, senza mezzi termini, nel centro più sfolgorante della sua estate.

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56. Musica per bambini marziani

25 febbraio 2015

Questa mattina, mentre navigavo nella solita nebbia del solito sonno, la voce bella e buona della giornalista di Qui comincia… (io vorrei conoscerla, un giorno la proprietaria di quella voce di burro e di ovatta. Solo per dirle che lei dev’essere una persona veramente tanto buona. E che il suo ruolo sociale nell’accompagnarci verso la vita, ogni giorno che il Signore manda in terra, non è sufficientemente riconosciuto. E che io le voglio bene, soprattutto e prima di ogni altra cosa) parlava di Igor Stravinski.
Raccontava cose che in gran parte non ho capito (posso dire, a mia discolpa, che quando la sveglia si è accesa il discorso era già iniziato) ma a un certo punto ha raccontato un aneddoto piccolo e prezioso, che splendeva come una gemma brillante dentro la nebbia. Pare che nei suoi ultimi giorni di vita il compositore, anziano e malato, fosse ormai molto debole, ma che questo non offuscasse la sua personalità. Una volta, ad esempio, sua moglie gli porse una lettera da firmare. L’aveva scritta lei al posto suo, perché non si stancasse, ma lui invece di siglarla col suo nome prese in mano la penna e sotto, rivolto a lei scrisse solo: “Mamma mia, quanto ti amo!”.
Dopo aver raccontato questa favola di folli musicisti russo-americani e di amore furibondo della terza età, la voce di ovatta ha presentato questa canzoncina per voce e pianoforte, descrivendola come “una melodia per bambini marziani”. La definizione mi è sembrata, semplicemente, perfetta. Ideale per iniziare la giornata con qualcosa di sideralmente assurdo, qualcosa che ha superato il silenzio e il gelo dello Spazio profondo, pur di giungere fino a noi.
Poi la musica è iniziata, e io ormai ero completamente conquistata: dalla storia del vecchio musicista innamorato, dalla civetta e dal gatto, dai bambini astrali che, in qualche luogo della galassia, ascoltano questa musica e la cantano, al di sopra della vita di noi uomini.

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52. Città

21 febbraio 2015

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L’uomo veneto di solido stampo antico e autoctono ti aiuta quando sei in difficoltà, ma mentre lo fa si sforza in ogni modo di non farsi scoprire.
Il meccanico che stamattina è venuto a rianimare la batteria esanime della mia macchina, per esempio, mi ha fatto senza dubbio un enorme favore arrivando di gran carriera, a bordo del suo furgone, fin dall’estrema periferia della città, nonostante fosse sabato mattina e l’officina ufficialmente fosse chiusa, ma una volta arrivato mi ha rivolto un totale di forse trenta parole, comprensive di «buongiorno» e «allora è questa la macchina?». Senza fare troppi convenevoli ha estratto i suoi cavi, collegato quel che doveva collegare e mi ha fatto avviare il motore, prima di pronunciare un lapidario: «Così puoi andare, ma non so quanto dura. Se mi segui in officina, ti cambio al volo la batteria». Io, che non osavo sperare tanto, ovviamente non ho fiatato e l’ho seguito, commossa dal bel rumore che faceva la macchina appena risuscitata.
Abbiamo attraversato – lui davanti, io dietro – chilometri e chilometri di strade provinciali deserte, strade a senso unico alternato, lungargini, finendo in un posto che non pareva neanche la periferia della mia città ma una landa rurale al di fuori dello spazio-tempo, punteggiata di campi nomadi, strade di sassi e cartelli “Attenzione, area soggetta ad allagamento improvviso”. Arrivati in officina – sì: contro ogni aspettativa c’era proprio la zona industriale, alla fine di quel pezzo di terra vuoto e paleoveneto – ha suonato il clacson perché gli aprissero il portone, ha cambiato la batteria senza dire una parola, ha fatto la ricevuta e ha concluso dicendo: «A posto così, allora. Ce la fai a tornare indietro, adesso? Hai capito dove siamo, o prima seguendomi ti sei persa? Se continui dritto la strada da cui siamo venuti, arrivi a C. Hai presente?» «Sì sì, sicuro, non c’è problema» ho detto (anche se non era per nulla vero), troppo impegnata a sorridere al pensiero che – ancora una volta – l’avevo smascherato, l’uomo veneto di antica stoffa, incapace di essere fiero della sua gentilezza.

Tornata a casa – orientarsi non è stato per nulla difficile, alla fine dei conti – ho trovato un sacco di cose belle, qui. E ho pensato che, dopotutto, è proprio vero che tutte le città sono sempre la stessa città, a saperla guardare bene. E questo pensiero mi è sembrato stranamente coerente con il viaggio nebbioso e umido di questa mattina, con il suo avermi rivelato un lato del posto in cui vivo che mai avevo visto, con la sua capacità di rendere evidente quanto relativo sia il concetto di “bellezza” e quanto, a volte, anche un tragitto a bassa velocità, con la batteria della macchina in crisi esistenziale, possa essere limpido, appassionante e rivelatore.

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44. Ulisse e l’aranciata

13 febbraio 2015

Il fisarmonicista con il berretto di lana bianca e azzurra (a dire il vero ormai sono anni che non porta più quel berretto, ma la sua immagine per me resterà sempre legata a quel vecchio dettaglio, ormai incancellabile dalla mia mente) continua a rendere meravigliose le strade di questa città, che pure non si meriterebbe il suo quotidiano regalo, la sua presenza leggera, un po’ misteriosa, sempre disinvolta, affilata e divertita.
Quasi tutte le sere, tornando a casa, passo davanti a lui, alla sua fisarmonica e al suo sgabello, e non c’è giorno in cui il suo talento così naturale, così solido e sicuro di sé non mi strappi un sorriso e un guizzo di felicità, perché poche cose sono commoventi come la bellezza semplice, facile come bere un bicchiere d’acqua, come prendere fiato e respirare, del tutto priva di peso e di sovrastrutture (almeno in apparenza).
A volte – spesso, a dire il vero – suona melodie conosciute e orecchiabili, mettendoci però sempre dentro qualche dettaglio personale, qualche variazione improvvisata che se ne sta lì discreta ma perfettamente percepibile, come un granello di sale dentro un impasto dolce, a rendere interessante l’insieme; altre sere invece, soprattutto se è tardi e c’è in giro poca gente, suona melodie sconosciute e bellissime, probabilmente musica popolare che arriva da chissà dove, attraverso chissà quante menti e quante mani, e che lui continua a rielaborare con la sua eleganza rilassata e provocatoria insieme, con l’aria di fare un regalo prima di tutto a se stesso.
Ha l’eleganza di un nobile, la bellezza di Ulisse e la generosità di un bambino, il fisarmonicista con il berretto di lana bianca e azzurra, e io vorrei trovare un modo, prima o poi, per ringraziarlo di ciò che fa, della sua grazia naturale e limpida, della fedeltà della sua presenza che attraversa gli anni e che ogni sera mi aspetta sempre nello stesso posto, sempre uguale a se stessa ma mai ripetitiva, mai stucchevole e banale.

Questa sera ho scoperto – con poco stupore, a dire il vero – che sono in molti, in città, ad essere affezionati a questo ragazzo e alla sua musica. Il suo talento, in effetti, è troppo evidente per passare inosservato, e la cosa non è sorprendente: la bellezza si fa sempre sentire chiara e forte, quando è autentica.
Non mi aspettavo, però, che tra i suoi fan ci fosse anche la signora bassa e impellicciata, con le dita laccate di rosso e la messa in piega fresca di parrucchiere, che ho visto avvicinarsi a lui porgendogli un sacchetto con dentro una lattina di aranciata, una cannuccia e un involucro avvolto in carta stagnola, di sicuro proveniente da qualcuno dei bar della piazza. La signora gli ha detto qualcosa come «te go portà qualcossa da magnar, caro, che xe ore che ti si qua…co’ tuto ‘sto fredo… te se giassa le man!», e il ragazzo ha smesso per un attimo di suonare, ha aperto la borsa di plastica e, annusandola, ha ringraziato la signora con un sonoro «Oh, che bello! Si mangia! Grazie, signora, grazie veramente».

Un attimo, un solo attimo dopo, la signora non c’era più e il ragazzo aveva ricominciato a suonare, con il sacchettino posato accanto, e guardando la scena da lontano non ho potuto evitare di percepire chiaramente che quel momento di contatto tra loro non aveva avuto niente a che fare con l’elemosina. Quello a cui avevo appena assistito era un atto di cortesia, uno scambio tra pari che liberamente si fanno un regalo, antico e sacro come l’omaggio rituale a un ospite straniero in visita.

Questo gesto così semplice, perfetto e gratuito, afferrato per caso in una sera qualunque in una strada qualsiasi di questa città che fa così poco per farsi amare, era commovente, colmo di grazia silenziosa, e mi ha ricordato che cos’è una “comunità”, al di là di tutto e prima di tutto. A prescindere da ogni ordinanza, ogni razzismo, ogni stupida e artificiosamente amplificata paura.

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27. Le storie di ieri

27 gennaio 2015

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Nell’estate tra la prima e la seconda media, mi capitò per le mani il volumetto dell’Einaudi che conteneva, meravigliosamente abbracciati, Se questo è un uomo e La tregua. Cominciai a leggerlo, durante una vacanza in montagna, con l’atteggiamento e la consapevolezza che può avere un’undicenne che si trovi di colpo di fronte a uno dei libri più importanti della storia della narrativa del suo paese: con rispetto e devozione, disposizione a farmi stupire e con una certa – relativa ma solida – coscienza di ciò a cui andavo incontro. Il libro, com’è ovvio, mi piacque moltissimo, mi travolse e mi fece piangere. Ma, contro ogni aspettativa, a tagliarmi il fiato e a farmi innamorare definitivamente di Primo Levi (amore che ebbe poi la sua consacrazione qualche mese più tardi, quando incontrai Il sistema periodico e mi convinsi una volta per tutte di essere di fronte al libro più bello che avessi mai letto) fu la seconda parte del volume più ancora della prima.
Se questo è un uomo era un racconto terribile e perfetto, semplicemente perfetto. La portata di quella storia e la sua straordinaria grandezza erano evidenti, indiscutibili, pronunciate a gran voce dalla prima all’ultima parola del libro. In quelle pagine trovai la storia che sapevo avrei letto, la storia della deportazione e dell’olocausto, raccontata con una perfezione e un’esattezza quasi imbarazzanti. Quella raccontata in quelle pagine era una storia unica: una storia che non si poteva toccare, non si poteva discutere, non si poteva paragonare a nulla. Si poteva solo prendere per quel che era, con riverente e attonita consapevolezza. E io, come tale, la presi.
La tregua, invece, fu una scoperta meravigliosa e inaspettata, e la mia gratitudine per Levi che l’ha scritta (e per coloro che, all’Einaudi, scelsero di abbinare i due romanzi in un unico volume) è infinita. Perché contro tutte le aspettative, quel romanzo faceva piangere ma faceva anche ridere. Smuoveva, dentro, cose che avevano a che fare con la vita, con la salvezza, con lo scorrere del sangue nelle vene e con il suo essere – è vero – doloroso, ma anche tumultuoso, caldo e vitale. Tutto quel che ho imparato sul dolore dei sopravvissuti, tutto quel che so sulla prospettiva di una sopravvivenza anche al di là dell’orrore, io l’ho imparato in quelle pagine, in quel racconto ironico, acuto, doloroso, che spezzava il cuore con la sua esattezza leggera, con il suo essere una lunghissima emersione dall’abisso, compiuta lentamente, un passo alla volta, perché l’improvviso cambio di pressione non uccidesse i superstiti. La tregua è la miglior storia mai scritta a proposito della vita dopo la morte, oltre la morte, al di là dell’esperienza della morte. C’è, dentro, tutta la meraviglia della prosa di Levi, tutto quello che da quel momento in poi ho amato della sua scrittura e della sua vita. E, soprattutto, c’è il senso più vero e più profondo di quel che significa continuare a vivere nonostante l’orrore, rivendicando nonostante tutto il diritto a sorridere, a resistere, a combattere con intelligenza e spessore di uomini anche i mostri più abominevoli della storia.

Oggi, tornando a casa, ho ripensato a quell’estate, a quella lettura, al senso di liberazione che dentro di me si era sostituito al terrore perfetto provocato dalla più limpida delle storie dell’orrore. E ho pensato che, oggi, la mia Giornata della Memoria è questo: è il ricordo del male, ma è anche la fiducia nell’uomo che – nonostante il male – non solo resiste, ma trova la strada per emergerne più completo, più uomo, più eterno di prima.
Per me Primo Levi è questo, questo sono le sue parole. Il suo ricordo e quello che so di lui fanno di me quello che sono, e io non ho termini di paragone capaci di dire quanto gli sono grata per quello che è stato, per ciò che ha vissuto, scritto e fatto. Non ho parole per dire l’ammirazione e la tenerezza che provo per lui, per la sua intelligenza di uomo giusto, per la sua forza di persona che indica la strada e che combatte per resistere, giorno dopo giorno, senza chiudere gli occhi di fronte a nulla ma limitandosi ed essere ciò che ognuno di noi è chiamato ad essere: un testimone onesto, un uomo intero. Un individuo cosciente, consapevole, coraggioso e saldo.

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24. Non è star sopra un albero

24 gennaio 2015

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La mia amica A. è una ragazza intelligente, appassionata e molto, molto, molto bella. Bella che la gente in auto si ferma per guardarla. Bella che se si siede a un bar e ordina un succo di frutta, quando si alza per andare a pagarlo alla cassa scopre che qualcuno ha già provveduto a farlo per lei. Bella di una bellezza che più di una volta l’ha messa in pericolo, e che lei si porta addosso con orgoglio e consapevolezza, e con un filo – un accenno appena – di tremante rassegnazione.

Oggi, mentre beveva una tazza di tè di fronte a me, la mia amica A. mi raccontava dei suoi progetti per il futuro, della fatica che si è lasciata alle spalle, dei mesi bui che ha attraversato e di come, mentre ci passava in mezzo, abbia imparato che dentro la mente umana c’è molto, molto più di quello che la più folle fantasia dei romanzieri di ogni tempo abbia mai saputo inventare.
In quel momento aveva in faccia una faccia che non le vedevo addosso da mesi, e mi parlava di terapie, sogni e libertà. Diceva che, combattendo i mostri appostati dentro al suo deserto personale, ha capito che non c’è niente, niente che sia anche solo lontanamente comparabile con la sensazione di essere finalmente liberi, dopo tanta fatica, dentro di sé. E di aver realizzato che questo genere di libertà è diverso da quello che comunemente ci si aspetta: è la libertà che si prova quando si smette di voler essere liberi a ogni costo e si accetta di fermarsi in un punto preciso, si accetta di essere legati senza possibilità di fuga a qualcosa, a qualcuno o anche solo a se stessi, e si sceglie di aderire alla realtà piuttosto che di passare il tempo a sfuggirle. È la libertà che si prova quando quello che è stato messo da parte si ripresenta prepotentemente sul fronte della scena, e di fronte alla domanda sotterranea “scegli di curarti di lui o eserciti il tuo sacrosanto diritto alla ritirata?” si decide di preferire la prima opzione.

Mentre la mia amica A. parlava, vedevo la sua bellezza vorticarmi sotto gli occhi e prevedevo le sue parole prima ancora che le uscissero dalla bocca. Perché, sì, è proprio chiaro che la libertà è davvero quella cosa lì, esattamente quella che diceva lei. La libertà è sapere che c’è qualcosa per cui vale la pena essere un po’ meno liberi, la libertà è scegliere di appartenere a qualcosa e di non essere solo polvere nell’universo.
Sarebbe bello esistesse un modo meno cruento per capirlo, un modo più economico e meno sanguinolento, ma purtroppo non è dato agli uomini avere in premio una cosa tanto grande senza prima aver pagato il giusto prezzo. Ci vogliono deserti, e tanta paura, e parecchie sbucciature, tanto per cominciare. Ma alla fine la libertà – come in un vecchio film, come nelle storie di schiavi neri che si liberano, come uno squillo di tromba nella lontananza – all’ultima scena arriva sempre. E davanti a una tazza di tè capita di riconoscerla, e di dirsi sottovoce che, sì, qualsiasi sia stato il prezzo pagato per raggiungerla, ne è senza il minimo dubbio valsa la pena.

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23. Miserabile

23 gennaio 2015

Mio nonno ha lavorato ogni singolo giorno della sua vita. Ha cominciato da bambino, come all’epoca era ovvio, dando una mano in campagna; finite le elementari è diventato ragazzo di bottega in un negozio del paese; dopo il servizio militare si è messo in società con un amico, ed è diventato posatore di tegole; infine – ultimo tassello del suo personale cursus honorum – si è trasformato in muratore, che è stato poi il suo mestiere di tutta la vita. Qualche anno fa, una domenica mattina, abbiamo fatto insieme un lungo giro in macchina per la città, fermandoci sotto tutte le sue case, sparse qua e là come i sassolini di un misterioso percorso delle favole. Erano tante, le stazioni di quella specie di pellegrinaggio laico. Erano una vita intera, tradotta in forma di infissi, cemento e mattoni.

Alla domenica, giorno di riposo dell’impresa, mio nonno non si fermava. Lavorava la terra dei suoi suoceri, nello stesso paese in cui aveva vissuto da bambino; in autunno faceva la vendemmia, in inverno ammazzava il maiale, distillava la grappa, spaccava la legna. All’occorrenza – in caso di imprevisti, emergenze, traslochi – era pronto in ogni giorno dell’anno a posare piastrelle, riparare tubi rotti, ridurre alla ragione termosifoni gocciolanti, abbattere tramezzi, caricare e scaricare sacchi di sabbia, casse di piastrelle, carriole piene di terra.

Mio nonno ha fatto tutto questo, e infinite altre cose, ogni singolo giorno della sua vita; ancora oggi, che va per gli ottantacinque, nei giorni di pioggia scalpita, consapevole com’è di non poter uscire di casa a “fare” qualcosa.

Mio nonno, oltre al lavoro, ha conosciuto da vicino anche la povertà: la povertà vera, quella della campagna di una volta, fatta di tanta polenta e di un solo cotechino diviso in venti bocche, con fette spesse in proporzione. Mio nonno è stato povero sul serio, in un modo che per me è inconcepibile, totale e inimmaginabile. E dopo esserlo stato è stato fiero di non esserlo più, di aver costruito con le sue mani la strada per un benessere piccolo ma rotondo, concluso, possibile, semplice e sufficiente a se stesso. Onesto e adamantino, privo di compromessi.

Mio nonno è stato povero, e non ha mai cessato di lavorare, nemmeno per un giorno. Ma di certo, sono pronta a scommetterci, non si è mai sentito miserabile. Ed è, questo, solo uno degli infiniti motivi per cui io non smetterò mai di meravigliarmi di fronte alla sua statura di uomo, al suo orgoglio privo di boria, alla sua serenità consapevole e quieta. Perché la miseria, questo è certo, è una grandezza priva di unità di misura, e a volte si insinua strisciante là dove non te l’aspetti, dove non riesci a riconoscerla, a neutralizzarla. La miseria è uno stato dell’anima. E per questo c’è chi, miserabile, non lo sarà mai.

(perché a volte è guidando, sotto una falce di luna e tra i fanali delle auto, che ti accorgi di cosa sei diventata)

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19. La schiavitù dell’uomo bianco

19 gennaio 2015

Esci di casa dieci minuti di prima, un giorno, e ti accorgi che il mondo a quell’ora è tutto diverso da quello che conosci, a quello che sei abituata a frequentare, e che pure prende il sopravvento solo dieci minuti dopo.
La folla di ragazzini che di solito aspetta assiepata di fronte al liceo ancora non si è radunata, a quell’ora, e sotto il portico si vede solo qualche naufrago sparso, che sposta il peso da un piede all’altro e aspetta rassegnato che arrivino i suoi compari.
In compenso per strada ci sono parecchi ragazzini più piccoli, che corrono fortissimo in bicicletta per andare, probabilmente, alla scuola media dietro l’angolo, che evidentemente comincia le lezioni qualche minuto prima del liceo. Questi piccoletti sono belli e scamazzati come solo a undici anni si può essere, e si portano dietro zaini enormi, borse da ginnastica bitorzolute, cartelline da cui aggettano righelli e fogli da disegno, sciarpe penzolanti da colli che restano sempre nudi.
C’è una quasi alba rosa e ardente, oggi, dieci minuti prima del solito, e la sua luce è abbacinante perfino sulla statale piena di camion, anche nelle ultime profondità della zona industriale che tutti ci avvolge, e in cui stiamo andando a rinchiuderci.

È una crudeltà, un assurdo metafisico andare a chiudersi in un ufficio, oggi, e dedicarsi a riordinare pazientemente le caselline di un grande gioco pazzo, necessario perché si possa lavorare, certo, ma assolutamente incapace di competere con la luce che c’è fuori, con la vitalità delle persone vere che si trascinano a scuola, con quella coppia di sorelline che ho incrociato poco prima della stazione mentre correvano verso la loro classe, e si somigliavano in maniera meravigliosa e quasi imbarazzante, quasi l’una fosse la copia leggermente miniaturizzata dell’altra: stessa faccia, stessi occhi assonnati, stessa determinazione da ragazzine-guerriere.

È un’assurdità, una crudeltà, uno spreco, chiudersi in ufficio, oggi. Il mondo lo dichiara a gran voce, era scritto in faccia a ognuna delle persone che ho incontrato sul mio cammino. Eppure sappiamo tutti benissimo che quest’assurdità è l’unica alternativa possibile, e che non è sensato provare a ribellarcisi (e che, anzi, bisogna esserne grati e pregare che duri). Oggi, nonostante il cielo e l’alba rosa, tutti condurremo la nostra paziente battaglia contro le caselle (qualsiasi forma prendano nella vita di ognuno di noi… le caselle, è noto, sono capaci di avere infiniti alter-ego), perché siamo consapevoli che non esistono regole del gioco diverse da queste a cui appellarsi, e che vale la pena continuare a marciare restando sul tabellone.
Ma da qualche parte, sotto la coperta di sensazioni e ricordi di quello che c’è fuori, non può non farsi strada la consapevolezza della nostra benigna, terribile, sorridente e inesorabile schiavitù. Che ci tiene legati a questa scrivania e che è l’isolante più potente è subdolo che esista: quello capace di tenere separata la vita di ogni secondo dalle cose “veramente vere”, che sono poi le uniche che saranno capaci di valere qualcosa, al momento fatidico della resa dei conti.

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