Archive for the ‘Passato’ Category

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97. E fu la notte, la notte per noi

7 aprile 2015

«Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E venne De Gennaro, che si mangiò il manganello, che in questura Fini portò.
E venne il bastone, che picchiò il manifestante, che non morse nessuno, e De Gennaro il manganello si rimangiò.

E venne Amato, che nominò De Gennaro (capo della Polizia).
E venne Prodi, che nominò De Gennaro (commissario straordinario per i rifiuti in Campania).
E venne Monti, che nominò De Gennaro (sottosegretario con delega alla sicurezza).
E venne Letta, che nominò De Gennaro (presidente di Finmeccanica).

Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E venne Strasburgo che spense De Gennaro che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto, che giustificò la Diaz con una conferenza stampa vera e una molotov finta, con un Poliziotto che si strappò la divisa (e disse che era stato accoltellato, ma poi fu condannato).

Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E poi venne Orfini che disse «oddio».
E poi venne la Serracchiani che disse «valuti in coscienza».
E poi venne Renzi che non disse nulla.
E poi arrivò Cantone che disse «non può pagare lui per tutti».

O tutti promossi o tutti bocciati. In questo caso tutti PROMOSSI.

Alla fiera della giustizia, per due soldi, una mano nuova a Giuseppe Azzolina non gliela renderanno mai (a Giuseppe la Polizia divaricò le dita della mano così tanto che gli squartò la pelle fino all’osso).»

(via  facebook)

Oggi hanno deciso che, quella volta, fu tortura. Lo sapevamo già tutti, l’abbiamo sempre saputo, lo sapevo perfino io, a tredici anni, quel giorno di estate di quattordici anni fa, ma oggi l’ovvio ci è stato confermato, e ci dicono perfino che dobbiamo esserne felici, che dobbiamo sentirci tutelati da chi, in Europa, vuole impedire che una cosa del genere succeda ancora.

Tutta questa vicenda, il pozzo nero che è stato Genova, continua ad essere il vero spartiacque “politico” della mia esistenza. Dopo Genova niente avrebbe più potuto essere come prima, per la giovane me-cittadina. Anche se, da parte delle istituzioni, ci fosse stata una reazione giusta, concreta, responsabile, definitiva, sarebbe stato impossibile tornare a fidarsi del tutto di questa nazione, della sua capacità di amministrarsi e di difendere gli uomini e le donne che ne fanno parte. Le cose, per di più, sono andate come sappiamo, e il naufragio della verità nel mare dell’omertà più desolante, e vergognosa è una colpa che è e rimarrà sempre imperdonabile, e di fronte a cui non ci sono parole.

In questo scenario di apocalisse inevitabile, l’unica cosa che possiamo fare è continuare a pensare a quelle ossa rotte e a quelle teste spaccate, a quella gente che, dopo, raccontava: «Noi, a Bolzaneto, eravamo tutti sicuri che in Italia ci fosse stato un colpo di Stato militare. Se esistesse ancora uno stato democratico, pensavamo, non potrebbero farci questo. Se sta succedendo, vuol dire che la democrazia non c’è più». Fuori da lì, invece, lo Stato c’era, saldo e intatto al suo posto. Lo Stato c’era e assisteva alla distruzione del suo significato senza fare una piega, anzi continuando impunemente a diffondere menzogne, parziali verità e ipocriti tentativi di fornire giustificazioni. Lo Stato c’era e continuava indisturbato la sua corsa, distogliendo lo sguardo dal sangue, dai denti spaccati e dalle manganellate, come se niente fosse accaduto. Certo della sua impunità, e del suo potere.
Oggi qualcuno ha decretato che quel che accadde quel giorno ha un nome. Ma oggi, ormai, questa etichetta non può più essere d’aiuto a nessuno.

Ogni volta che ripenso a Genova, mi vergogno di non esserci stata. Mi chiedo se avrei potuto esserci, mi chiedo cosa dovrei fare, ora, in quanto cittadina, di fronte a ciò che è stato, e mi chiedo se è normale non saper trovare alcuna risposta a queste domande.
Nel dubbio, allora, mi limito a risnocciolare il rosario di tutto ciò che so di quei giorni. Per tenermelo presente, per non dimenticare nemmeno un dettaglio, nemmeno uno scricchiolio di ossa che tremano. Perché la mia vergogna per ciò che è accaduto è il sentimento più nobile che sento di poter regalare, a chi fu torturato a Genova.
E anche se questo non cambia di una virgola le cose, coltivo ugualmente questa vergogna.  Perché anche in questo caso, «mi pare confusamente che, per ciò che è accaduto in Italia, qualcuno debba almeno soffrire».

 

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94. Fuori dal sogno

4 aprile 2015

Questa sera, in mezzo al passeggio del sabato pomeriggio, tra cani al guinzaglio e bambini lanciati a passo di corsa sopra i ciottoli del Corso della mia città, ho assistito al piccolo e silenzioso miracolo di un sogno che diventava reale. Ho sentito con precisione che un’immagine che esisteva solo nel mio ricordo, l’eco di un sogno sognato tanti mesi fa, si gonfiava dentro la memoria e poi tracimava – con travolgente e rivoluzionaria evidenza – nel mondo delle cose che esistono davvero, e ho guardato quell’incredibile transustanziazione con riverente, commossa incredulità, cercando solo di non farmi notare e di godere quanto più possibile di quel meraviglioso regalo delle cose.
Mesi fa, una notte, ho sognato una scena del tutto simile a quella che ho vissuto stasera (ambientata in un altro posto, sceneggiata da un altro regista, imprecisa nei contorni e nei confini, certo. Ma uguale nella sostanza, senza il minimo dubbio). Nel mio sogno incontravo un pezzo del mio passato, vedevo una faccia uscire dalla nebbia del tempo per avvicinarsi a me, e mentre tutto ciò accadeva sentivo chiaramente – con la strana lucidità tipica dei sogni – che il sentimento che provavo per il suo proprietario era finalmente un sentimento limpido, semplice, rotondo e privo di ricordi, di sottintesi, di sottili distinguo. In quel sogno abbracciavo forte il corpo uscito dalla nebbia e gli dicevo “ti voglio bene”, e nel farlo sapevo finalmente che questa stupida frase era vera, che non nascondeva niente e non significava niente più di quello che dichiarava. In quel sogno, meravigliosamente liberatorio, il passato era quello che doveva essere: qualcosa di concluso, di consegnato alla storia, e non aveva più nulla da nascondere. E c’era già un “dopo”, più grande e più bello, da vivere senza rimpianti e senza zavorre, senza pesi da trascinare avanti a forza.

Quando quel sogno ha preso corpo, oggi, la sua forma concreta si è rivelata totalmente diversa dall’immagine onirica che avevo salvato nella mia memoria, ma sarebbe stato comunque impossibile non riconoscere il sapore di quella sensazione. Oggi non c’era la nebbia, chiaramente, e non ci sono stati nemmeno abbracci definitivi o dichiarazioni sopra le righe. Ma al di là di questi trascurabili dettagli, la sensazione era esattamente la stessa che ricordavo: quella di una meravigliosa, sfacciata, ubriacante libertà. La libertà di essere ciò che siamo oggi, finalmente sollevati dall’obbligo di essere fedeli alle conseguenze di ciò che eravamo tanto tempo fa. La libertà di non avere più nulla da rimproverare a nessuno, nemmeno a noi stessi, e di poter essere, finalmente, qualcosa di radicalmente nuovo. Al di fuori di qualsiasi sogno: nel mondo – molto più interessante, sorprendente e rivoluzionario – delle cose che esistono davvero.

Immenso smarrimento, immensa libertà

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87. Il Compleanno

28 marzo 2015

Il calendario appeso al muro mi ricorda che, oggi, è il tuo compleanno.

Non so perché continuo ad annotarlo scrupolosamente ogni volta, gennaio dopo gennaio, sia sul calendario che sull’agenda: la data è incisa nella mia memoria, e non la scorderei in ogni caso, ma se anche dovesse succedere la dimenticanza non avrebbe nessun esito visibile. Non ci sono compiti da svolgere, per il tuo compleanno; non ci sono telefonate da fare, messaggi di auguri da scrivere, regali da impacchettare.
Il tuo compleanno è una storia che si risolve tutta in un pensiero, in un soffio, nel secondo in cui dico a me stessa che oggi i tuoi anni sarebbero stati ottantuno, e che ormai saresti stata la donna anziana che non hai fatto in tempo a diventare. Avresti avuto le rughe, oggi, e avresti sorriso di fronte alla torta con il tuo solito sorriso bianco e irresistibile; avresti parlato con la tua voce che ancora ricordo, e le tue mani ossute e lucide sarebbero state le stesse di sempre, nel loro muoversi nell’aria con quieta precisione.

Che tu sia, per me, un legame eterno tanto con il passato che con l’infinito tempo a venire, non è una cosa che ho scoperto oggi. Tu sei la dimostrazione invincibile del fatto che niente passa e che niente scompare, nemmeno quando arriva la morte a spazzare via tutto con la sua cecità, e questo dato di fatto è quanto di più simile all’eternità e alla fede possa esistere nella mia vita. Tu sei tutto l’eterno di cui ho bisogno, oggi e in ogni altro giorno, per sempre.
Quello che ho scoperto oggi, però, è che è proprio nel momento in cui andiamo a mettere le mani dentro l’infinito che abbiamo più bisogno delle cose minime. Ho bisogno di scrivere il tuo compleanno sul calendario, insieme a quello di tutti gli altri, perché esista qualcosa di tangibile a parlare della tua presenza, a prescindere dal fatto che la tua presenza non scompare e non cambia forma mai.
Quel tratto di penna sulla pagina bianca del mese di marzo sta lì per dirmi che tu esisti tanto quanto ciascuno di noi, e per ricordarmi che la tua presenza dà colore e sostanza al modo in cui io vivo e guardo alle cose. A ogni singola cosa, in ogni singolo giorno, per sempre.

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86. La Grande Paura

27 marzo 2015

Ci deve essere una qualche ragione biologica, se la Grande Paura arriva quasi sempre di sera. Una ragione che risale, probabilmente, all’epoca delle caverne, quando alle orecchie dei nostri progenitori scimmieschi arrivavano messaggi che sibilavano qualcosa tipo “ora tu vorresti abbassare le difese, vorresti dimenticarti del mondo e pensare che è tutto a posto, lo so. E proprio perché lo so sono qui a impedirtelo, a ricordarti che là fuori ci sono mostri e fiere pronti ad aggredirti, e contro cui devi difenderti ogni singolo secondo della tua vita. Sono la voce della tua coscienza, che ti tormenta per salvarti, e che ti ricorda che mai, mai e poi mai, sarai davvero al sicuro”.

La Grande Paura, con gli strascichi che trascina con sé fino dentro la nostra vita di oggi, è cieca e stupida, irrazionale e furiosa. Arriva proprio nelle sere in cui non serve, si apposta dietro i pensieri come fanno i tarli nel legno, e da lì inizia a sussurrare. Biascica cose prive di senso, nascosta nel suo insospettabile retrobottega, e il suo potere di convincimento è grande proprio perché si poggia sul fondo di irrazionale che alligna in ciascuno di noi, e che è impossibile da esorcizzare, anche dopo anni di metodo scientifico, di allenamento al buon senso e di fede nella realtà.

La Grande Paura si apposta nella notte e suggerisce cose nere come il mondo da cui proviene, sfidandoti a resisterle. E in questa battaglia, che è una di quelle battaglie in cui si può solo perdere, ci si ritrova ad essere tutti un po’ pazzi. Tutti simili al protagonista di Bianca, tutti imprigionati in un mondo troppo crudele e troppo stupido, troppo pieno di minacce che si addensano dai quattro punti cardinali e si preparano ad avventarsi sulle nostre piccole vite. Un mondo in cui non si può essere al sicuro dall’invincibile pericolo delle cose che finiscono, e che sono il terreno di coltura in cui la Grande Paura trova forza e sostanza.
Fino a quando arriva il mattino, e il mostro si sgonfia, e si possono dismettere i panni del folle per tornare ad armarsi di fiducia e ragione. Fino alla prossima notte di atavico spavento.

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78. Papà

19 marzo 2015

Questa mattina ho mandato un sms a mio padre, subito prima di iniziare a lavorare, per dirgli che speravo che avrebbe passato una bella giornata e che, sotto il sole di questa primavera, avevo pensato a lui. Mi ha risposto praticamente subito – cosa rara – ringraziandomi e suggerendomi con il suo consueto stile ellittico di guardare questo video. Cosa che ovviamente non ho potuto esimermi dal fare, subito, senza avere il tempo di indossare guantoni, ginocchiere e paradenti.

Ascoltando questa canzone, che non conoscevo, non potevo non pensare a ogni verso che papà, in effetti, è una persona fatta proprio così. Un uomo tenuto insieme da un impasto di fatica, orgoglio e ostinazione, un uomo che nella vita ha dovuto andare a cercare, e poi mettere in campo, tutto il coraggio del mondo, concentrando ogni sua energia nel tentativo – nobile, cristallino e disperato – di lasciarsi alle spalle tante cose che non poteva accettare, per riuscire a vivere e a diventare quello che voleva a ogni costo essere, e che ora è.
Mio padre è questo, è la sua storia e le sue scelte su cui davvero “non può fare niente”, e mi accorgo oggi che il mio amore per lui è straordinariamente ancorato a questo, impossibile da sganciare da questa sua testardaggine piena di umanità, di rabbia e di terrestre fragilità.
Mio padre non è – e non è mai stato – un eroe onnipotente, un semi-dio capace di ogni cosa, un deus-ex-machina che scende dall’alto a risolvere i problemi altrui. Papà è un cavaliere errante, un don Chisciotte caparbio, disarmato eppure eternamente impegnato nella sua lotta, un pugile che ha vinto nel momento stesso in cui ha scelto di rassegnarsi alla necessità di combattere, indipendentemente da come andrà a finire l’incontro.
Prima o poi, in questa vita o in un’altra, vorrei dirgli che è proprio per questo che lo amo. Perché non vuole salvarmi, perché non salva nemmeno se stesso ma allo stesso tempo non smette mai di fare appello a tutto il coraggio e tutto l’orgoglio che possono stare racchiusi dentro un essere umano, dimostrandone allo stesso tempo l’enormità e la debolezza, così tenacemente fuse insieme.
Prima o poi, in questa vita o in un’altra, vorrei dirgli che non avrei mai potuto amare un papà fatto altro che così. Sempre e comunque – in silenzio, senza farsi notare – dalla parte del torto.

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74. L’eterna lotta tra vero e fedeltà

15 marzo 2015

A dodici anni, subito prima di cadere nei marosi dell’adolescenza, attraversai un’intensa fase di amore profondo, furioso e abbacinante per la figura e l’opera di Ludwig van Beethoven.
Adoravo tutto, di quel personaggio pieno di poesia e di commovente grandezza: amavo la sua musica, ovviamente, ma soprattutto mi incantava l’uomo che immaginavo fosse stato, le sue follie, la sua solitudine, la sua fine così triste, romantica e disperata.
Presa nell’impeto di quel sentimento totale e trascinante, cercai di leggere tutto ciò che Beethoven aveva scritto in vita (le sue lettere, i quaderni di conversazione superstiti, il testamento di Heiligenstadt), e dopo averlo letto di mandarlo a memoria, per tenerlo sempre con me, come se quelle parole fossero l’unica cosa lasciatami in pegno da un amico fidato, come un gruzzolo di saggezza e di genio da custodire gelosamente e non perdere mai di vista.
Tra le molte cose imparate in quel periodo che ancora ricordo, c’è un breve aforisma (elementare in modo struggente, a ripensarci oggi. Allora, però, certo non la vedevo così) che recita: «Fare tutto il bene che si può / amare la libertà sopra ogni cosa / e, fosse anche per un trono, non tradire mai la verità».
Le parole di questo breve monito non mi sembravano solo belle: mi parevano proprio sacrosante. Le rigiravo in bocca pensando che, sì, quell’uomo che amavo tanto aveva proprio ragione: niente è più importante della verità. Tutto il resto – interesse, buon senso, sentimenti – viene dopo: la prima cosa è accettare di vedere le cose per come sono, la prima cosa è toccare la verità, che è una sfera liscia, inscalfibile, perfetta. Niente viene prima di lei, niente al mondo, mai, in nessun caso. Quanto romantico, adolescenziale assolutismo, dentro questo pensiero.

Quella frasetta così elementare ha percorso, sottovoce, tutta la strada che ha trasformato la ragazzina che la imparò a memoria, tanto tempo fa, nella persona che sono adesso. Senza farsi notare ha plasmato la mia vita, nel bene e nel male, e nonostante la sua apparente insignificanza ha saputo essere una bussola a cui credevo non si potesse fare a meno di fare riferimento, se si voleva essere uomini integri, onesti, interi.
Finché oggi, nel bel mezzo di una sera nuvolosa, piena di pioggia che si preparava all’orizzonte, mi sono ritrovata a pensare che forse la fedeltà viene prima anche del mio amato, irrinunciabile “vero”. Essere fedeli a qualcosa – a un sentimento, a un’idea, a un qualunque legame tra uomini – forse è più importante anche della pretesa di mettere sempre in chiaro la realtà delle cose, e forse pur di restare fedeli a qualcosa o a qualcuno è giusto anche chiudere un occhio su ciò che è vero e immutabile (e che resta tale, a prescindere da noi). Forse la fedeltà vince la lotta sulla verità, dopotutto, se scegliamo di essere un po’ meno giudici pur di diventare un po’ più profondamente uomini.

Nel mezzo di questa sera nuvolosa mi sono sforzata di capire se questo cambio di prospettiva è troppo grande, per la mia vita. Mi sono chiesta se è possibile, arrivati a questo punto, cambiare idea a proposito di una cosa così radicale, così costitutiva di tutto quello che ho sempre pensato.
Sono rimasta lì, per un po’, a guardare l’eterna lotta tra vero e fedeltà e la loro incapacità di vincere l’una sull’altra, e mentre riflettevo – senza approdare a definitive soluzioni – sul loro sovrapporsi mi è sembrato di risentire lo stesso rimescolamento massiccio, imprendibile e grandioso, che non si può evitare di provare quando si sente, ad esempio, una musica come questa:

 

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72. Colpi di cannone

13 marzo 2015

Il più giovane dei miei cugini oggi ha vinto una gara studentesca di sollevamento pesi. Ha pubblicato sul suo profilo facebook la foto della medaglia, accompagnata da un comprensibilissimo carico di orgoglio quattordicenne, e suo zio (che poi è anche mio zio) ha commentato quell’immagine con un sonoro e incoraggiante: “Sei una cannonata!”.

Quando ho letto quelle parole, ho sentito con inconfondibile chiarezza la voce di mio nonno che dice la stessa identica frase rivolgendosi a una piccola me, ormai quasi vent’anni fa.
Mi ricordo con la precisione propria della memoria infantile il tono di voce che aveva mentre pronunciava quelle parole, così come ricordo la ruvidezza lievissima della sua barba appena fatta quando mi baciava sulla guancia, l’odore del suo dopobarba, il colore pastello delle sue camicie e delle sue cravatte policrome.
Mi ricordo anche le storie che mi raccontava, ovvio: conservo nella memoria un prezioso mazzetto di aneddoti sulla sua giovinezza, un piccolo archivio di memorie in cui c’è posto per la storia del boicottaggio della miniera, per quella della gallina rubata e per qualche altra mirabolante avventura degli anni della guerra. Quei racconti, però, sono un’altra faccenda. Quella è memoria vera, quelle sono radici, quella è la storia della famiglia, una storia in cui – come capita quasi sempre – realtà e romanzo si fondono, rendendo impossibile ricostruire qualcosa che somigli alla verità.
Tutto questo è importante e indimenticabile, ovviamente, ma quei racconti si collocano su un piano totalmente diverso rispetto a quello in cui è andato a rintanarsi il ricordo della voce di mio nonno quando mi guardava e mi diceva “Sei una cannonata!”, e io capivo che il suo orgoglio – esagerato e immotivato come è sempre l’orgoglio dei nonni – aveva molto poco a che fare con la mia persona, ma era strettamente legato alla sua soddisfazione di intravedere, dentro di me, qualcosa che sentiva parte di lui.
Quello che mio nonno salutava in me con quella frase era il senso della continuità della vita, del perpetuarsi delle generazioni, era la certezza che un pezzo di qualcosa che aveva a che fare con lui si era annidato per sempre dentro la bambina di dieci anni che io ero, e lì avrebbe continuato a esistere.

Rileggere quelle parole, questo pomeriggio, ha innescato un vertiginoso riavvolgersi del nastro della mia memoria, mettendo in modo un imprevisto sovrapporsi di voci, di facce e di storie. E per un attimo mi è sembrato di essere – come tutti, in fondo – solo questo: una palla di cannone pesantissima, arrivata da lontano, che attraversa l’aria descrivendo una parabola sconosciuta fatta solo di piombo, mistero e memorie non sue.

Bombenfund aus dem 17. Jahrhundert

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71. Canzoni per l’estate

12 marzo 2015

La mia amica Valentina è una di quelle persone che hanno la rara capacità di restare vicine, prossime, presenti, a prescindere da ogni distanza. Si allontanano, scelgono, fanno, vivono la loro vita e poi di tanto in tanto ritornano e, con quattro-parole-quattro, riescono a rinsaldare tutti i legami e a riannodare tutti i fili, con una grazia e un’intelligenza semplici e lievi che lasciano a bocca spalancata, e che fanno pensare che le cose, nei rapporti tra esseri umani, a volte possono anche essere facili.

La mia amica Valentina mi ha scritto, oggi, per dirmi che tra qualche mese si sposa, e mi ha raccontato della sua futura casa e della famiglia che sta per far nascere con un’emozione e una consapevolezza che non hanno potuto che sembrarmi assolutamente sublimi: questo momento è la pienezza, l’apice, l’estate della sua vita, dice Valentina. Questi mesi sono il momento in cui tutto deve ancora accadere, in cui tutto è a portata di mano, tutto appartiene a lei e al suo futuro marito, mentre quello che verrà dopo “sarà già il momento di qualcun altro, se avremo dei figli. Sarà già l’era successiva, l’ora di farsi da parte e fare spazio”. In ognuna delle sue parole (e anche nelle intercapedini tra le parole, nelle pause, nelle virgole, nelle prese di fiato) ho sentito forte e chiaro che la sua vita, in questo momento, è esattamente così. Proprio come vivere un’estate perfetta e breve, fuggevole, da godere finché c’è, con la consapevolezza che presto tutto farà posto a qualcosa di nuovo. Avvertire tutta quella gioia contagiosa e tiepida è stato, senza mezzi termini, commovente. Come ricevere in regalo il centro perfetto di una vita altrui, con tutto il carico di meravigliosa, totale felicità che questa porta con sé.

Alla fine del suo messaggio Valentina mi ha anche chiesto se mi veniva in mente qualche musica bella, lieve, “non trionfale né allegrissima” da suggerirle per la sua cerimonia, cosa che ovviamente ha colpito e affondato il mio animo musicale, spalancando le porte su un enorme mare di emozione, alternative e possibilità.
E così, cercando di trovare qualcosa di adatto e seguendo l’onda di quest’emozione così bella, inaspettata e gratuita, nella cucina della Casa della Luce, a fine serata, ballavamo sulle note di questo, come se non ci fosse un domani.
E anche la nostra vita dimostrava di essere, senza mezzi termini, nel centro più sfolgorante della sua estate.

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64. Il tuo passo è leggero

5 marzo 2015

Ci sono giorni in cui la coincidenza tra le cose “così come sono” e le cose “così come ce le hanno raccontate” è quasi troppo smaccata, eccessivamente evidente, dotata di una peculiare luminosità traboccante e chiassosa. Giorni in cui ci si sorprende di fronte alla capacità del mondo di essere – attraverso gli anni, le stagioni e gli uomini che passano e vanno – sempre così follemente identico a se stesso.

Giorni in cui, camminando in mezzo ai capannoni sotto il sole delle due del pomeriggio, si sente forte e chiara la sensazione del vento di marzo, e si percepisce con la pelle e con i sensi che le cose sono esattamente così, proprio come ce le hanno raccontate, uguali a se stesse ancora una volta, di nuovo e per sempre.
E viene quasi voglia di lasciarsi cadere, di cedere allo splendore doloroso che c’è attorno e farsi portare via da quel brivido che scuote ogni cosa e che scorre senza fine, nelle vene della terra e dentro il sangue degli uomini. Viene quasi voglia di darla vinta al vento di marzo, e al suo eterno ritornare.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo sono
un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.

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62. La primavera finalmente in arrivo

3 marzo 2015

Anche se sono passati quasi trent’anni, mia sorella ancora si ricorda che, nei giorni immediatamente successivi alla mia nascita, quando lei e mio padre venivano in ospedale a trovare mia madre e me, in macchina ascoltavano Solo una sana e consapevole libidine… di Zucchero.
Non era la  colonna sonora più azzeccata per un momento del genere, siamo d’accordo, e molto probabilmente se qualcuno avesse mai voluto scegliere la musica da incidere nella memoria di una bambina di quattro anni accanto all’evento “è nata la sorellina” non avrebbe selezionato proprio quelle canzoni lì, ma è chiaro che, nel caos del momento, tutti avevano cose più importanti a cui pensare per dedicare attenzione a dettagli trascurabili come la cassetta ideale da inserire nell’autoradio.
E così, senza che nessuno l’abbia voluto, quella musica si è legata indelebilmente alla mia nascita, e a ripensarci ora mi sembra particolarmente bello e giusto che le cose siano andate così. È bello e giusto rimettersi, almeno per questi dettagli marginali e trascurabili, all’arbitrio del caso, alle sue bizze irragionevoli e un po’ sciocche, confortanti nella loro surreale concretezza.

Ho ripensato a questa buffa peculiarità della musica e delle cose della vita, oggi, mentre pedalavo veloce verso una visita dal dentista e verso tutte le cattive notizie che una cosa del genere porta immancabilmente con sé. Mentre sfrecciavo via, preoccupata e un po’ distratta, il mio lettore mp3 ha cominciato a propormi, in successione, una serie di canzoni come questa, questa e questa, e intanto intorno c’erano sole, luce e aria tiepida, e io sentivo la primavera in arrivo, potente e inarrestabile, sull’asfalto della statale.

Quelle canzoni, per me, sono l’emblema della primavera, la sua concretizzazione sonora, la rappresentazione del suo lato più dolce e più struggente, più malinconicamente bello. Sono entrate nella mia memoria durante una primavera lontana, e a quel momento resteranno per sempre legate, nei secoli dei secoli.
In quella primavera antica, tutti i venerdì sera prendevo la mia macchina e correvo a fare delle prove di orchestra che portavano con sé, ogni volta, lunghi e impegnativi after-prove. Io aspettavo quei momenti per tutta la settimana, come piccole bussole piene di emozione, e quando finivano risalivo poi sulla mia auto, giravo la chiave e la voce di Battiato cominciava a uscire dal cruscotto, con il suo timbro acuto e le sue vocali lunghe, fino a quando non rigiravo la chiave in senso contrario, una volta arrivata sotto casa. Durante quell’antica primavera, quella musica mi accompagnava nel momento più dolce e più struggente della mia settimana, e faceva da basso continuo a un mare apparentemente senza limiti (che solo molto tempo dopo si è rivelato per la palude che era) di speranze e di illusioni, di arzigogolati pensieri e di ardite elucubrazioni, tutti illuminati dai fanali rossi della macchina che mi stava davanti, e che salutavo con due colpi di abbaglianti quando finalmente arrivavamo al bivio in cui i nostri percorsi si dividevano.

Queste canzoni, ascoltate e riascoltate infinite volte nelle notti di una primavera lontanissima, per me saranno sempre figlie e sorelle di quella stagione della mia vita, di quei pensieri, di quelle speranze senza uscita di sicurezza.
Riascoltarle, alla luce della primavera di oggi, è stato strabiliante e catartico allo stesso tempo, tenero e sconvolgente in modo epidermico, intuitivo. Sulla statale, oggi, grazie a quella musica ho misurato la distanza che passa tra ciò che è e ciò che è stato. Grazie alla memoria di quel momento mi sono resa conto che c’è un’altra primavera, proprio qui, a portata di mano.
E che questa volta non ci sono fari a cui accodarsi, tristezze da lasciar cicatrizzare o centri di gravità da inventare, ma solo pedali da schiacciare e una sconvolgente, pazzesca, apocalittica libertà. Una libertà totale, impossibile anche solo da intuire nelle notti di quella primavera lontana.