Archive for the ‘Oroscopio’ Category

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17. Cose del mondo, là fuori

17 gennaio 2015

Passare tutta la giornata avvoltolati nella coperta delle parole degli altri, concentrati sulla loro consistenza, sulla forma delle frasi, sul bisogno di raddrizzarle e correggerle per ottenere qualcosa che sia levigato ma, al tempo stesso, anche autentico e onesto, somigliante alla voce dell’autore che le ha scritte, dà una sensazione che assomiglia a quella che si prova quando si mangia troppa cioccolata, o si dorme esageratamente a lungo durante il giorno, o si perde troppo tempo in una stanza surriscaldata.
Alla fine di tutto ci si sente ottusi, inerti, evaporati. La stanchezza che si prova è tutta diversa dalla stanchezza dello sfinimento fisico: è un torpore pesante, appiccicoso come lo zucchero quando incolla le dita, e se si tenta di scrollarsi via da quello stato di impotenza ci si accorge che non ci si riesce, a meno di fare un enorme sforzo di volontà, o di avere una straordinaria capacità di svuotare la mente, di fare il vuoto dentro di sé per consentire all’energia di ricominciare a fluire, dopo il passaggio del marasma.

Questa sera, dopo un giorno intero di lavoro di cesello, mi sono ritrovata seduta alla scrivania con un file finalmente concluso dentro la memoria del pc e con la mente divisa tra un senso rassicurante di orgoglio soddisfatto e un retrogusto vago di nausea nebbiosa, che minacciava di avere la meglio. Nel tentativo di non darla vinta allo stordimento, ho cercato qualcosa che venisse dal mondo della realtà, dall’universo delle cose vere, per uscire almeno per un po’ dalla realtà fittizia in cui avevo soggiornato per tutto il giorno, prima di andare a dormire.
Sono stata fortunata, perché nel cuore della notte ho trovato questo (qui c’è la traduzione). E ho pensato che sotto la coltre della fatica pesante, e del dolore sordo che portano con sé le cose che accadono, la bellezza e l’intelligenza riescono sempre a trovare una strada per brillare. E che, a volte, è sufficiente mettersi in ascolto delle parole altrui, perché tutto diventi di colpo più leggero e più onesto, più dolorosamente pieno di valore e di senso.

[…] Quelli di Charlie Hebdo erano nostri fratelli, e noi come tali li piangiamo. I loro assassini erano orfani,  persone che ci erano affidate: pupilli della nazione, figli di tutta la Francia. I nostri figli, quindi, hanno ucciso i nostri fratelli. Tragedia. In qualsiasi cultura, un evento del genere provoca un sentimento che non è stato mai evocato in questi giorni: la vergogna.
Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera: una situazione psicologica molto più difficile rispetto a “dolore e collera”. Se proviamo dolore e collera possiamo limitarci ad accusare gli altri. Ma come fare quando si prova vergogna, e si è in collera verso gli assassini ma anche verso se stessi?
Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno sembra volersene assumere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia disabili e psicotici a marcire in prigione, dove diventano il giocattolo di manipolatori perversi; quella di una scuola che è stata privata di mezzi e di supporto, quella di scelte urbanistiche che parcheggia gli schiavi (senza documenti, senza tessera elettorale, senza nome, senza denti) in periferie che sono fogne. Quella di una classe politica che non ha capito che la virtù non si insegna se non con l’esempio.
Intellettuali, pensatori, universitari, artisti, giornalisti: abbiamo visto morire persone che erano “dei nostri”. Quelli che li hanno uccisi sono figli della Francia. Allora, apriamo gli occhi sulla situazione, per capire come siamo arrivati qua, per agire e costruire una società laica e colta, più giusta, più libera, più uguale, più fraterna.
«Nous sommes Charlie», possiamo appuntarci sul bavero. Ma la solidarietà nei confronto delle vittime non ci esenta della responsabilità collettiva di questo delitto. Noi siamo anche i genitori dei tre assassini.

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241. Ora non rimane che / provar la verità

29 agosto 2011

 Molti mesi fa, in un film bello e commovente, c’era questa canzone che si agitava per attirare l’attenzione di chi guardava. Era bella, la canzone, ed era bella anche la scena del film, con una luce calda da fotografia virata in seppia e un movimento di camera rotondo e circolare che ritornava sempre al punto di partenza.
Oggi, in un momento di pausa dalla digitazione sfrenata che ormai è la colonna sonora delle mie mattine e dei miei pomeriggi (mantengo autorità sulle sere, ma non durerà a lungo, lo sento: la digitazione qui dilaga, dilaga) ripensavo a quella scena. E’ una scena invernale, quella, fatta di legno fuoco e neve, e oggi è stato il primo giorno in cui ho avvertito che l’autunno (la più bella e la più crudele delle stagioni) sta per arrivare, in cui ho riconosciuto la sua sfumatura nella luce del tramonto: forse è per questo che ci ho ripensato.
Mentre sentivo tutto quell’autunno che mi si concretizzava attorno, tutto quello sfumare di stagioni che frullano via, pensavo a cosa dice questa canzone, che è una canzone dolce, di resa e rassegnazione, di liquida, placida, quieta ammissione che si è fatto quel che si poteva, e nonostante tutto non è stato abbastanza. E, dunque, adesso non rimane che provare con la verità. 
E tutto questo sfido chiunque a digerirlo, nella prima sera dell’anno in cui si sente che l’estate ha ceduto, che anche questa è passata, e che l’autunno è di nuovo qui, bello, complicato e crepuscolare come sono sempre gli autunni.

 

 

La verità non si sa, non si sa
come riconoscerla
cercarla nascosta
nelle tasche, i cassetti, il telefono

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Oltre la frontiera

28 maggio 2008

Oroscopio della settimana, da me come sempre religiosamente letto:

"Anche se non sei malato, hai bisogno di una medicina. Di che tipo? Ti serve un farmaco che trasformi quello che c’è di abbastanza buono nella tua vita in qualcosa di veramente eccezionale; un farmaco che ti permetterà di andare oltre i tuoi sforzi mediocri e di scuoterti di dosso l’apatia, che ormai consideri ragionevole. Questa medicina non ha la forma di una pillola o di una pozione, ma sarà prodotta dal tuo stesso corpo quando deciderai di abbandonare la tua zona di sicurezza e andrai a giocare oltre la frontiera. Cerca di essere il medico di te stesso, Bilancia. Esci dal tuo stato di trance. Vìola il tuo codice. Fuggi dai tuoi giochi mentali."

Sapete, amici, io ieri ho provato a seguire il consiglio dell’amico Rob.
Sono uscita dal mio stato di trance e ho detto tutta la verità, nient’altro che la verità. L’ho fatto provando a capire se ne ero ancora capace, se ero ancora capace di fare fino in fondo una cosa buona per me stessa, che di certo avrebbe disturbato qualcuno ma che era essenziale per tornare con i piedi per terra, per riprendere il controllo di una parte della mia esistenza che avevo da troppo tempo appaltato ad altri, altri che non se la meritavano.
Ho risolto un problema piccolo che mi pesava sul diaframma da giorni, e mi sono sentita ancora libera di decidere di quello che non mi piace nella mia vita, libera di violare il mio codice, di essere sincera e non sempre conciliante/paziente/tollerante.

Sono piccole, minuscole vittorie da infilare una dopo l’altra come quelle perle di legno con cui si fanno le collane quando si è bambini.

E allora, dato che ieri questa piccola rivoluzione aveva funzionato, oggi ci ho riprovato.
Ho fatto una cosa piccola piccola (ma ormai credo solo alle cose piccole piccole, alle rivoluzioni silenziose e meditate, ai passi e non alle mete), ma che per me è stata davvero come giocare oltre la frontiera. Oltre una frontiera che non avevo mai sorpassato volontariamente. Mi sento fiera di me, ingenua per la soddisfazione che ricavo da queste cose minime che riesco a fare per la mia vita, stupida per questo mio festeggiare prima ancora di sapere se il piede con cui ho mosso il primo passo finirà appoggiato su qualcosa di solido o sul più vicino burrone.

Ripensavo, mentre passavo la frontiera, alle sagge parole della mia amica C.: "credimi, davvero, non si muore". 

Estarèmo a vèdere, ormai è il mio motto definitivo.

Vi bacio tutti 

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O, magari…

13 maggio 2008

"Quello che rende un fiume così riposante per chi lo guarda è che non ha dubbi", ha scritto il giornalista Hal Boyle. "È sicuro di arrivare dove sta andando, e non vuole andare in nessun altro posto". Il tuo compito per il resto del 2008, Bilancia, è fare esattamente lo stesso. Nei prossimi otto mesi avrai molte occasioni per diventare un fiume che scorre verso il suo destino, in sublime e sorprendente libertà."

Questo dice, per questa settimana, l’amico oroscoparo. Ma, questa volta, non so mica se ci ha preso.

Sento tante cose che mi sfuggono dalle mani. E mi sfuggono prima ancora di aver avuto il tempo di prenderle. Pensavo di avere tempo, pensavo che il destino avrebbe spinto le cose sulla strada giusta, pensavo che le cose succedono o non succedono, e che non è in nostro potere modificare questi dati di fatto. Non lo so se è così davvero. 

Intanto, però, i giorni colano via, tutto cambia e io sono qui, incerta se dedicarmi a un sano disinteresse per ogni cosa (che mi porterebbe a occuparmi solo di fare la fotosintesi sotto il sole di questa primavera forte come da anni io non la sentivo) o se osare, darci dentro, progettare e trarre conclusioni, avere un po’ di coraggio e rischiare di beccarsi una sberla.

Come al solito, temo, vincerà la filosofia della via di mezzo. Non sarò mai una vera gaudente disinteressata e felice. Non sarò mai una donna decisa e decisiva.

O, magari, cambio vita.