Archive for the ‘Nota Politica’ Category

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339. Storie del buio che stiamo attraversando

5 dicembre 2013

Pedalando verso casa ripensavo a una voce lontana che, ricordando il passato e la sua gioventù, diceva in dialetto “eravamo poveri, ma erano begli anni”.
Pensavo che ci fosse dell’ovvia saggezza, in quelle parole capaci di illuminare così semplicemente una verità tanto grande, e che questa saggezza, al di là della superficie, andasse oltre il generico rimpianto per la giovinezza passata, vista con gli occhi di chi ha la vita alle spalle e può permettersi di considerarla con un misto di tenerezza e di condiscendente benevolenza. In quelle parole c’era un senso più grande, che faceva pensare alla prospettiva di trovare uno stratagemma che consenta di costruire, partendo dalla sabbia sciolta di questo presente così faticoso e così ingiusto, un intero mondo diverso.

Pensavo, pedalando verso casa, che questa nostra esistenza senza certezze, questa necessaria sottomissione a una macchina complessa come quella della nostra società miope e irragionevole, questi nostri lavori sottopagati, questa nostra vita che si costruisce giorno dopo giorno nella totale assenza di tutele e di diritti, in cui ogni cosa ci viene concessa come un favore e un dono che non abbiamo meritato e per cui non saremo mai abbastanza grati, è senza se e senza ma una vergogna, uno spreco scandaloso delle nostre potenzialità, un evidente e offensivo insulto quotidiano alla nostra dignità. È esattamente da queste macerie, però, che potrebbe nascere qualcosa di totalmente nuovo. Una nuova idea della società potrebbe nascere proprio dalla nebbia di questo presente, se saremo capaci di partire da questa palude e di non dimenticarla mai più, se saremo disposti a ricordarci ogni giorno del nostro futuro cosa vuol dire – cosa vuol dire concretamente – vivere attaccati a un lavoro pagato troppo poco e troppo male, cedere alla tirannia terrificante del cottimo, delle ore di servizio pagate in nero, del “guarda che là fuori ce ne sono altri mille che sarebbero felici di prendere il tuo posto”. Potremo davvero cambiare le cose, se saremo capaci di non pronunciare mai la terribile frase “in fondo gli stage sottopagati li abbiamo fatti tutti”, “in nero abbiamo lavorato anche noi”, “si sa che la gavetta bisogna farla”, abbassandoci a credere che, dato che a noi è toccato inghiottire un mondo retto su certe regole, allora sia in fondo giusto che a quelle regole si sottomettano anche gli altri.
Questo fondo melmoso in cui stanno schiacciando la nostra generazione, mi dicevo sottovoce tornando verso casa, potrebbe anche essere la via d’uscita per ricominciare daccapo, andando finalmente in un’altra direzione, dal momento che noi ci siamo passati, dentro il meccanismo ripugnante di questo presente. L’abbiamo sperimentato, questo buio vergognoso che uccide le speranze e convince i migliori tra noi ad andarsene, perché solo in un posto diverso da questo c’è prospettiva di un futuro un po’ meno invischiato nei nostri sfaceli. Noi ci siamo passati, e se sapremo pensare che questo buio non è naturale, non è giusto, non è inevitabile, potremo inventarci un mondo tenuto in piedi da altre regole.
Infiniti anni fa, lessi nelle pagine di un libro vecchio e importante che, quando ci si scontra con l’ingiustizia, “sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Queste parole, nella loro forma così orgogliosamente fuori moda, mi sono tornate in mente mentre pedalavo verso casa. E pensavo che ci credo oggi così come ci credevo a dodici anni, e pensandoci mi dicevo che, sì, siamo poveri, ma questi sono begli anni. Per infiniti motivi, ma anche perché è solo sperimentando questa peculiare, strisciante forma di povertà che è la povertà del nostro tempo, che potremo mai rompere l’ingranaggio delle cose. Lanciarcelo alle spalle, e andare avanti tutti insieme. Al di là.

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290. La meglio gioventù

17 ottobre 2013

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La meglio gioventù si dà appuntamento una sera, sul Liston, per ricordare al mondo che anche lei esiste, e per farlo con il suo solito stile commovente e leggero, serio senza pesantezza, complicato senza arzigogoli, improvvisato ma pieno di forza, di saggezza, di capacità di fare e di dire e di costruire, qualsiasi cosa questo significhi. La meglio gioventù si trova in piazza con le sue bici colorate, i suoi cartelli scritti a pennarello, i suoi bicchieri trasparenti dentro cui versare un dito di vino da dividere tra tutti, e a guardarla si capisce che le cose – semplicemente – si fanno così, che esiste un modo di vivere che è quello giusto, che non è vero che tutto è indifferente, che non esiste via d’uscita, che tutto è indistinto e indistintamente criticabile.
La meglio gioventù l’ho vista stasera – appena tornata dal lavoro, con ancora sulle spalle lo zaino e in testa pensieri fatti a forma di virgolette da correggere e doppi spazi da eliminare – e la sua bellezza mi ha commosso al punto che, per non rovinare quell’incanto, per rubare il senso caldo di quella bellezza semplice, con il colore, la consistenza e la forma delle cose così come devono essere senza avvelenarla con nessun altro pensiero, ho potuto solo gettare uno sguardo su di lei e poi scappare veloce a casa. Ma quel solo sguardo è bastato per ricordarmi quanto grande e bello possa essere il mondo. E quanto senso abbiano i gesti, le scelte, le cose, se a compierli sono gli eroi qualsiasi della meglio gioventù.

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141. La sera, quella lì, quella in cui avevamo vinto

21 maggio 2013

Un anno fa, ci furono giorni sotto il sole a consegnare volantini, una notte folle trascorsa cercando l’alba dentro l’imbrunire, una serata di tensione e sconforto, un giorno di disperato attivismo irragionevole, infine una sera di commozione, liberazione e vittoria. Ci furono risme di volantini, bracciate di manifesti, secchi di colla e pile di adesivi, ci furono rulli da muratore e scotch da pacchi e corse, biciclette e giardini pieni di brutta gente, seggi elettorali tra cui fare la spola e telefonate frenetiche per comunicare numeri e risultati.
Ci fu la nascita di qualcosa di qualcosa di enorme e sconosciuto, ignoto e travolgente, in cui continua ad essere indicibilmente bello credere.

Oggi, ogni cosa è diversa. Il sole ha un altro sapore, lo scotch un altro gusto, gli adesivi si incollano ai cestini della carta straccia con uno spirito diverso. Oggi, forse, non si vincerà, e se pure si vincerà non riusciremo comunque a sentire questa vittoria come una vittoria davvero nostra.
Ma nonostante tutto, pur nelle infinite contraddizioni di questo momento, il ricordo di quei giorni smarriti nella nebbia dei mesi trascorsi oggi è tornato a farsi vivo con forza indicibile, con commovente grandezza. E nel suo ritornare imprevisto, mi ricordava che ogni tanto, incredibilmente, finisce che si vince. E che, spesso, quel che si vince è qualcosa di infinitamente più grande e più profondo di ciò per cui si era convinti di combattere, e che è proprio per questo miracolo che ha senso continuare a camminare, a lottare e infine a vivere. Che sono, poi, esattamente la stessa cosa.

Maggio 2012 sindacato

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121. Il mio sindacato, il mio lavoro, la libertà

1 maggio 2013

Dritto dal centro preciso, antico, del primo maggio:

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110. Stupidaggini

20 aprile 2013

[Antonio] mi disse: «È giusto fare i conti con se stessi, ma a un certo punto bisogna chiuderli».
Io gli dissi: «È solo un aspetto di fare i conti col mondo: non me la sento molto. Mi pare di avercela col mondo».
«Ti piacciono troppo le stramberie» disse Antonio. «Ti stuferai.»
«Se ci fosse un buon partito anarchico» dissi, «forse il mio posto sarebbe là.»
«Non dire stupidaggini» disse Antonio.
«In certi momenti non posso sopportare la società» dissi; «l’ipocrisia.»
«Bisogna abituarsi» disse lui. «Non bisogna fare i sentimentali. Il mondo c’è, ed è quello che è.»
«Preferirei che non ci fosse» dissi. «Vorrei stare sempre qua.»
«Stupidaggini» disse Antonio.
«Lo so» dissi; «ma preferirei lo stesso.»

Chi può dirlo, dove sarebbe il suo posto, nei giorni come questo?
Chi può dire qual è la via d’uscita, chi può inventare la strada per una vera appartenenza, nonostante tutti gli strati di schifo, pesantezza e fatica che il mondo continua a sommare, stratificandoli l’uno sull’altro, al gioco già di per sé così complicato della nostra esistenza? Ci sono giorni in cui c’è poco da fare. Sognare una patria perduta e inesistente, un meraviglioso partito-che-non-c’è a cui aderire e in cui sentirsi davvero a casa, e poi ricordarsi che invece il mondo vero esiste, là fuori, ed è quello che è. E che nessun luogo è abbastanza lontano per consentire di sfuggire davvero, a livello profondo, dalla scandalosa, plumbea, ma disgraziatamente vera realtà di tutto questo.

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75. “Le istituzioni sono anch’esse commoventi”

16 marzo 2013

Verso ora di pranzo, il telefono che avevo in tasca continuava a vibrare portando messaggi pieni di punti esclamativi e ottimismo. Io li leggevo un po’ di nascosto, mentre attorno a me si parlava di concorsi, e di cose vecchie, e di programmi d’esame da preparare. Leggevo quelle scintille di entusiasmo vicino e separato, ed esultavo silenziosamente, con la sensazione di essere bloccata in un’isola lontana dal centro delle cose, ma di partecipare ugualmente a quella che in fondo, dopo tanto tempo, poteva essere di nuovo vissuta come una buona notizia.

Questo sfasamento tra la realtà delle piccole cose da risolvere, attorno, e la percezione distante ma ugualmente concreta del mondo lontano in cui, almeno qualche volta, le cose riescono anche ad andare bene, si è insinuata nelle pieghe di quel pranzo con la forza dei segreti che forse non sono rivoluzionari e definitivi, ma che un po’ scaldano dentro, nonostante tutto. E mentre attorno si parlava di commissioni e di permessi orari da chiedere io mi rigiravo in bocca, come fosse una caramella futura, la prospettiva di sentire prima o poi quel “discorso da brividi” fatto dalla nuova presidente della Camera dei deputati. Per provare ad avere, almeno per un giorno, un briciolo di fiducia per il nostro futuro, e di speranza in quella cosa “commovente” che sono le istituzioni.

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56. Il sublime

25 febbraio 2013

I giorni lunghi come ere, i giorni in cui si attraversano interi mondi (e giuro che non c’è nemmeno una briciola di esagerazione, dentro questa frase), iniziano con un momento di sublime sospensione. Con l’attimo fantastico del risveglio della coscienza, con uno spazio di vuoto perfetto incuneato tra il sonno e la veglia in cui non esiste ancora alcun dolore, alcuna coscienza del mondo esterno, ma solo la percezione perfetta del proprio esserci, del proprio essere vivi ed esistenti nonostante tutto, prima di tutto, a prescindere da qualsiasi altra determinazione.
Oggi, la giornata è iniziata così: con un secondo sublime di totale ignoranza e di completa riconquista di se stessi, istantanea, forte e perfetta. E io sono grata a quel momento, quel momento in cui ho ricordato che in fondo stavo aprendo gli occhi al nuovo giorno, e che questa era l’unica notizia che valesse qualcosa, prima che tutto il caos dell’universo cominciasse a imperversare: gli sono grata perché è solo da lì, solo da momenti come quello, che si passa per arrivare a qualcosa che sia una reazione, una risposta. E, chissà, magari anche alla capacità di ribattere alle cose del mondo colpo su colpo, siano esse orrende verità da appurare con le lacrime agli occhi e la rabbia che pulsa nel fondo del cervello o sublimi rivoluzioni in fondo semplici, inevitabili, ma proprio per questo piene di senso, e pienezza, e verità. Passa tutto da lì: dall’appropriarsi di sé stessi, prima di scendere nel mondo e cominciare a camminare. Con la consapevolezza forte che, se le cose sono come sono, molto spesso si può essere solo e soltanto – orgogliosamente – dalla parte del torto.

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3. Auguri

3 gennaio 2013

In un ospedale della mia città, recentemente è successo questo. Leggevo qua e là commenti soddisfatti, riflessioni anche intelligenti sul merito e sulla forma della questione, parole piene di  buonsenso pronunciate da persone animate da ottime intenzioni e sostenute da sanissimi principi. Leggevo, e mi sembrava bello che in tanti spendessero parole e tempo per una questione del genere, in fondo così marginale, così “al limite”. Leggevo quelle parole belle e tolleranti, e mi sembravano a loro modo giuste, ma intanto non potevo impedire alla mia mente di pensare. E i pensieri, si sa, non sempre tengono la strada.

Pensavo che le parole sono importanti, certo, e che le conquiste sociali si fanno un passo alla volta, lentamente, con la pazienza esasperante della goccia che scava la roccia e allunga la stalattite e porta il fiume a sfociare nel mare, millenni dopo. Che non c’è altro modo, non ci sono scorciatoie, non c’è un’altra strada per arrivare ai risultati. E che quando una piccola cosa, nell’infinita complessità del mondo, riesce ad andare per il verso giusto, forse sarebbe il caso di esserne felici, e non di mettersi a fare i sottili distinguo, i bastiancontrari per vocazione. Nonostante tutto, però, la notizia continuava a suonarmi vagamente sgradevole, un po’ inquinata, abitata da un retrogusto triste, e impossibile da scacciare.

Pensavo al mio giovane concittadino neonato, e alla vita che avrà, in questo paese, oggi, ora, a partire da adesso. A quanto sarà complicata la sua strada in un mondo in cui ancora ci rallegriamo per una parola scritta su un pezzo di carta, a tutte le spiegazioni che dovrà dare prima ancora di poter capire davvero cosa vuol dire scegliere, cosa vuol dire “essere normali”, cosa vuol dire “discriminazione”.
Se piangerà un po’ di più o un po’ di meno di un suo coetaneo, se sarà più introverso o più espansivo, più casinista o più discreto, più accomodante o più aggressivo, tutto sarà sempre ricondotto, in ogni momento, al suo essere un bambino “anomalo”. Sarà diverso per sempre, questo bimbo neonato che ora dorme in una culla e non sa nulla, ma è già accerchiato dagli sguardi di una intera società. E non sarà una parola scritta su un pezzo di carta a salvarlo da questo destino: non sarà quella parola, e purtroppo non sarà nemmeno l’amore delle donne che hanno avuto – nonostante tutto – il coraggio di metterlo al mondo, qui e ora, oggi, in questo paese. Dovrà combattere, quel bimbo che non sa ancora nemmeno di esistere, una battaglia che si può vincere solo dentro gli animi delle persone, un passo alla volta. Una battaglia lunghissima, di cui quasi sicuramente nemmeno lui – che è ancora così giovane, così nuovo in questa vita – vedrà la fine, e che non si combatte a colpi di notizie che rallegrano scritte sui giornali. Una battaglia che sembra essere una battaglia “di parte” ma che in realtà riguarda in modo molto più radicale di quanto sembri ciascuno di noi, dal primo all’ultimo, e che è riassumibile nell’infinita lotta per garantire ad ognuno la possibilità di costruire nella maniera che ritiene più giusta per se stesso la propria strada verso la felicità.

E così, più di tante parole di esultanza per questa “conquista” padovana, mi sembra il caso, oggi, di fare gli auguri a quel bambino neonato. Che abbia spalle abbastanza forti e coraggio sufficiente per combattere – suo malgrado – una battaglia che è sua ed è di ognuno di noi, una battaglia che supera di molto i piccoli, silenziosi confini della culla in cui spero tanto che lui ora stia dormendo, a pugni chiusi come fanno i minuscoli, il sonno del giusto.

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…erano tutte un’alba.

22 maggio 2012

Nelle giornate come ieri, quelle sbattute e macerate da una pioggia per cui non esistono altre definizioni che “castigo di dio”, capita che molte cose si mettano a girare, che briciole di passato recente si ricompongano, che le cose della vita appena trascorsa trovino finalmente un po’ di pace, e un posto, e un approdo temporaneo. Che il diluvio riesca a creare quel tanto di spazio, nel mezzo della vita inclinata di ogni giorno, in cui può anche organizzarsi una qualche forma id illuminazione, una percezione istantanea e flebile di una chiarezza di qualche tipo.

Mentre cadeva quest’acqua impietosa, ieri mattina, quasi senza rendermene conto parlavo con un’amica della notte di qualche settimana fa, passata a correre e strisciare con in mano un secchio di colla e sotto lo stomaco la sensazione fortissima del “non chiederti nulla, non pensare nessun altro pensiero: prendi questo rullo, spalma questa colla, e per ogni altra domanda ci sarà tempo dopo. Per questa notte esiste solo questa sublime, ilare, concreta irresponsabilità. Per questa notte esiste solo questa lieve, serissima, perfetta guerra per bande, a perdifiato”.
Le parlavo di quella notte, alla mia amica, e il pensiero delle cose da dire si intasava con la sensazione fin troppo netta dell’impossibilità di ogni ulteriore definizione. La colla. La notte. La guerra per bande. Non ci sono parole per raccontare cosa tutto questo ha voluto dire senza cadere nel ridicolo o, peggio, nella retorica becera degli invasati.
Non ci sono parole per raccontare il momento fuori dal tempo e da ogni logica in cui abbiamo capito che il cielo era davvero diventato chiaro, che era giorno, che un’altra notte aveva perso, e l’abbiamo capito davanti a una cabina dell’Enel già per metà coperta da un manifesto con sopra scritto “libertà è partecipazione”. Non esistono parole adeguate, abbastanza serie e semplici, abbastanza piane e concrete e vere, per raccontare queste storie minime capaci di riempire di sé settimane intere di vita reale, e mentre, sotto la pioggia, cercavo di raccontare tutto questo ai capelli mossi e alle unghie rosse della mia amica che non vedevo da tanto tempo, me ne rendevo conto con chiarezza quasi dolorosa, e insieme con una consapevolezza solida, rotonda, che non faceva alcun male ma che rientrava, a suo modo, in un grande ordine collettivo.

Le cose per cui non ci sono parole restano sospese da qualche parte, nel basso del nostro cervello. E continuano a fondarci, a costruire quello che siamo, un giorno dopo l’altro, come un dono, una condanna, una maledizione e un privilegio.
L’abbraccio lungo di Stefano, quella notte dell’altra settimana, la notte che avevamo vinto, e l’immagine di Federico in cima a un albero, e Emanuele che grida al telefono “dove siete? Aspettate: vi raggiungo. Qui ci hanno chiusi dentro al seggio, ma appena ci liberano arrivo” , e le facce piene di euforia semplice dei più giovani di noi, e poi quei passi un po’ ubriachi verso casa, alla fine, stordite da troppe cose e sbalordite dalla possibilità di essere tanto felici, e di poterlo essere insieme, tutte queste cose sono andate a capitolare precisamente in quel luogo della mente, e da lì non si scuciranno più.
Mentre cadeva tutta quell’acqua impietosa, ieri, il passato trovava definizioni mai viste, e insieme riconosceva la vecchia maledizione dell’indicibilità. Come forse è inevitabile e giusto che sia.

Sotto quella pioggia, davanti a quelle unghie rosse e a quegli occhi marroni che conosco così bene e che si sforzavano di afferrare quello che – non per loro colpa – era inafferrabile, progettavo nuove fughe lungo strade bagnate, attraverso nuovi paesi domestici, vicini e mai conosciuti. Ci pensavo con un certo senso di colpa, mentre la pioggia cadeva. Non si guida quando piove, se non è strettamente necessario. E la Signorina Felicita ha le gomme così consumate che è un po’ irresponsabile spingerla senza motivo lungo curve scivolose mai viste prima. E poi, lo sai, non si scappa mai da nulla, dov’è che credi di andare? Viene tutto con te, in ogni caso, sempre.
Cadeva la pioggia, fissa e dolce, inesorabile, mentre giravo la chiave di accensione e mettevo la retro. Tutto era chiaro. Nella confusione di quello che non si saprà mai dire, tutto il passato aveva miracolosamente trovato il suo posto, sotto il diluvio. E dopo tante parole, con ancora concreta la sensazione di tanta indicibile grandezza messa al sicuro e al riparo sotto la pelle, a quel punto c’era solo da andare.

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L’essere odiati fa odiare

2 marzo 2012

Quando avevo dieci anni, avevo il sonno leggero e il sabato libero. Mi svegliavo, ogni sabato mattina, alla stessa ora di sempre, giusto in tempo per sentire mia sorella che, dal letto vicino, si alzava per andare a scuola, mentre io stavo lì imbozzolata tra il sonno e il non-ancora, aspettando che scattasse la porta di casa e che il campo rimanesse libero, per me. Poi, aprivo l’anta del suo mobile dei libri e rubavo la sua antologia di italiano, piena di perle e di bellezza a portata di mano.

L’antologia era bella, piena di colori. Una cosa quasi da bambini, mi sembrava, più che da scuole superiori. In copertina c’era la riproduzione di questo quadro di Warhol,  solo che i fiori erano di quattro colori diversi, e in ogni volume ce n’era uno solo illuminato, gli altri erano fuori fuoco. Il mio volume preferito era quello con il fiore azzurro, quello sulla poesia. Ovviamente non avevo i mezzi per capire quasi nulla di quello che c’era là dentro. Ma mi innamorai lo stesso, un po’, di alcune cose che mi si pararono davanti agli occhi nel tourbillon dell’assoluta incomprensione. Ricordo precisamente, ad esempio, che c’era un mini-capitolo su Saba pieno di splendore, e che rimasi conquistata dalla facilità della poesia sulla bambina con il vestito azzurro e la palla in mano, ma anche da Trieste e dal suo amore con gelosia, e soprattutto dalla crudelissima poesia sugli assassini e le razze in antica tenzone, con quel bellissimo “lui era gaio e leggero, […] le sfuggì di mano come un pallone”. C’erano molte altre cose belle, in quel volume. Ricordo del Pascoli d’annata (se non sbaglio il sempreverde Lavandare), ricordo ovviamente un po’ di Leopardi, un po’ di Ungaretti. Tutto affastellato, come è giusto che sia in un’antologia per la quarta ginnasio colma di caos e di pienezza che sbuca da ogni parte.  Era proprio questo che adoravo, di quella raccolta: il suo essere così piena di cose da lasciarsi leggere senza nessuno sforzo: bastava aprire gli occhi, girare le pagine, e le immagini salivano da sole, senza fatica, senza bisogno di cercare. Se c’era una pagina noiosa, bastava sfogliarla, e scompariva per sempre.
Ma oltre a tutto questo c’era un altro motivo per cui quel libro mi piaceva così tanto. Una poesia lunga lunga, messa verso la fine. Una poesia strana di cui avvertivo confusamente la facilità e l’importanza, che mi stupiva per il suo essere così lineare e semplice, e così stravolgente e insolita, nuova, piena di cose a cui, all’epoca, non avevo ancora fatto in tempo a pensare. Era la poesia di Pasolini su Valle Giulia, che avevo letto la prima volta per via di quel suo titolo altisonante (“Il PCI ai giovani!”, con tanto di punto esclamativo) e che continuavo tenacemente a rileggere, nel tentativo di capirla ogni volta un po’ meglio. A pensarci con gli occhi di ora, mi chiedo cosa diavolo potevo trovarci, all’epoca, in una cosa così. Non sapevo nulla di nessuna cosa del mondo, in fondo: quella poesia era proprio al di fuori della mia portata. Ma anche se lo era, mi affascinava la sua carica polemica. Avvertivo confusamente che lì, proprio lì dentro, c’erano delle cose scomode e vere, delle cose che di solito non si dicono, e che invece bisognava dire, e bisognava ascoltare, senza alternative.

La poesia su Valle Giulia, letta e riletta sotto le coperte in tutti quei sabati mattina di non-più-infanzia, è una di quelle cose che ti incidono la vita anche se non vuoi. Non la graffiano con cattiveria, ma lasciano un segno leggero, visibile solo in controluce, ma che si sente, indiscutibilmente, a passarci sopra il dito. Indiscutibilmente, e per sempre.

Ora, oggi, in questo momento in cui tutti citano a sproposito quelle parole, che sono state dalla mia parte in tutti questi anni, per sostenere tesi pretestuose e convincerci di cose che non sono vere, ripenso a quelle mattine sotto la coperta blu e non posso fare a meno di arrabbiarmi un po’ di più ogni volta. Perché in fondo, pur senza capire nulla, quello che quelle parole volevano dire, l’avevo afferrato meglio io.

È triste. La polemica contro 
il PCI andava fatta nella prima metà 
del decennio passato. Siete in ritardo, figli. 
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati… 
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi 
quelli delle televisioni) 
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio 
delle Università) il culo. Io no, amici. 
Avete facce di figli di papà. 
Buona razza non mente. 
Avete lo stesso occhio cattivo. 
Siete paurosi, incerti, disperati 
(benissimo) ma sapete anche come essere 
prepotenti, ricattatori e sicuri: 
prerogative piccoloborghesi, amici. 
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte 
coi poliziotti, 
io simpatizzavo coi poliziotti! 
Perché i poliziotti sono figli di poveri. 
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. 
Quanto a me, conosco assai bene 
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, 
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, 
a causa della miseria, che non dà autorità. 
La madre incallita come un facchino, o tenera, 
per qualche malattia, come un uccellino; 
i tanti fratelli, la casupola 
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni 
altrui, lottizzati); i bassi 
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi 
caseggiati popolari, ecc. ecc. 
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, 
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio 
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, 
e lo stato psicologico cui sono ridotti 
(per una quarantina di mille lire al mese): 
senza più sorriso, 
senza più amicizia col mondo, 
separati, 
esclusi (in una esclusione che non ha uguali); 
umiliati dalla perdita della qualità di uomini 
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare). 
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care. 
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. 
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete! 
I ragazzi poliziotti 
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione 
risorgimentale) 
di figli di papà, avete bastonato, 
appartengono all’altra classe sociale. 
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento 
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte 
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte 
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, 
la vostra! In questi casi, 
ai poliziotti si danno i fiori, amici.