Archive for the ‘Nient’altro che il mondo’ Category

h1

97. E fu la notte, la notte per noi

7 aprile 2015

«Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E venne De Gennaro, che si mangiò il manganello, che in questura Fini portò.
E venne il bastone, che picchiò il manifestante, che non morse nessuno, e De Gennaro il manganello si rimangiò.

E venne Amato, che nominò De Gennaro (capo della Polizia).
E venne Prodi, che nominò De Gennaro (commissario straordinario per i rifiuti in Campania).
E venne Monti, che nominò De Gennaro (sottosegretario con delega alla sicurezza).
E venne Letta, che nominò De Gennaro (presidente di Finmeccanica).

Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E venne Strasburgo che spense De Gennaro che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto, che giustificò la Diaz con una conferenza stampa vera e una molotov finta, con un Poliziotto che si strappò la divisa (e disse che era stato accoltellato, ma poi fu condannato).

Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E poi venne Orfini che disse «oddio».
E poi venne la Serracchiani che disse «valuti in coscienza».
E poi venne Renzi che non disse nulla.
E poi arrivò Cantone che disse «non può pagare lui per tutti».

O tutti promossi o tutti bocciati. In questo caso tutti PROMOSSI.

Alla fiera della giustizia, per due soldi, una mano nuova a Giuseppe Azzolina non gliela renderanno mai (a Giuseppe la Polizia divaricò le dita della mano così tanto che gli squartò la pelle fino all’osso).»

(via  facebook)

Oggi hanno deciso che, quella volta, fu tortura. Lo sapevamo già tutti, l’abbiamo sempre saputo, lo sapevo perfino io, a tredici anni, quel giorno di estate di quattordici anni fa, ma oggi l’ovvio ci è stato confermato, e ci dicono perfino che dobbiamo esserne felici, che dobbiamo sentirci tutelati da chi, in Europa, vuole impedire che una cosa del genere succeda ancora.

Tutta questa vicenda, il pozzo nero che è stato Genova, continua ad essere il vero spartiacque “politico” della mia esistenza. Dopo Genova niente avrebbe più potuto essere come prima, per la giovane me-cittadina. Anche se, da parte delle istituzioni, ci fosse stata una reazione giusta, concreta, responsabile, definitiva, sarebbe stato impossibile tornare a fidarsi del tutto di questa nazione, della sua capacità di amministrarsi e di difendere gli uomini e le donne che ne fanno parte. Le cose, per di più, sono andate come sappiamo, e il naufragio della verità nel mare dell’omertà più desolante, e vergognosa è una colpa che è e rimarrà sempre imperdonabile, e di fronte a cui non ci sono parole.

In questo scenario di apocalisse inevitabile, l’unica cosa che possiamo fare è continuare a pensare a quelle ossa rotte e a quelle teste spaccate, a quella gente che, dopo, raccontava: «Noi, a Bolzaneto, eravamo tutti sicuri che in Italia ci fosse stato un colpo di Stato militare. Se esistesse ancora uno stato democratico, pensavamo, non potrebbero farci questo. Se sta succedendo, vuol dire che la democrazia non c’è più». Fuori da lì, invece, lo Stato c’era, saldo e intatto al suo posto. Lo Stato c’era e assisteva alla distruzione del suo significato senza fare una piega, anzi continuando impunemente a diffondere menzogne, parziali verità e ipocriti tentativi di fornire giustificazioni. Lo Stato c’era e continuava indisturbato la sua corsa, distogliendo lo sguardo dal sangue, dai denti spaccati e dalle manganellate, come se niente fosse accaduto. Certo della sua impunità, e del suo potere.
Oggi qualcuno ha decretato che quel che accadde quel giorno ha un nome. Ma oggi, ormai, questa etichetta non può più essere d’aiuto a nessuno.

Ogni volta che ripenso a Genova, mi vergogno di non esserci stata. Mi chiedo se avrei potuto esserci, mi chiedo cosa dovrei fare, ora, in quanto cittadina, di fronte a ciò che è stato, e mi chiedo se è normale non saper trovare alcuna risposta a queste domande.
Nel dubbio, allora, mi limito a risnocciolare il rosario di tutto ciò che so di quei giorni. Per tenermelo presente, per non dimenticare nemmeno un dettaglio, nemmeno uno scricchiolio di ossa che tremano. Perché la mia vergogna per ciò che è accaduto è il sentimento più nobile che sento di poter regalare, a chi fu torturato a Genova.
E anche se questo non cambia di una virgola le cose, coltivo ugualmente questa vergogna.  Perché anche in questo caso, «mi pare confusamente che, per ciò che è accaduto in Italia, qualcuno debba almeno soffrire».

 

h1

91. Il corpo dice tutto

1 aprile 2015

“Quando sei nato non puoi più nasconderti” recita il titolo di un vecchio film, e nonostante la sua stupidità da sentenza lapidaria questa frase va a colpire il nucleo di qualcosa che è problematico e denso, qualcosa che ha a che vedere con nervi scoperti e con cicatrici che, anno dopo anno, diventano sempre più trasparenti, ma che non scompaiono mai del tutto dalla memoria e dal retrobottega della nostra coscienza.
Perché, che lo vogliamo o no, un corpo ce l’abbiamo tutti, e dobbiamo trascinarlo insieme a noi nella buona e nella cattiva sorte, sotto gli occhi del mondo intero. Dopo la perdita dell’innocenza originaria, non possiamo più sperare di essere al riparo dallo sguardo dei nostri simili, non possiamo più invocare alcuna sospensione del giudizio, non possiamo più fingere di non avere uno spessore, di non occupare uno spazio. Dal secondo in cui siamo nati (e in alcuni casi anche da prima: le ecografie da tempo non sono più un tabù) non possiamo più illuderci che il mondo non ci veda: lo sguardo dell’umanità sta lì a soppesarci senza tregua, in ogni senso, e sarebbe bello ma illusorio poter confidare nella sua comprensione, nella sua compassione, nella sua tenerezza.

Questo pensavo, questa sera, seduta al tavolino di un bar. Attorno a me c’erano tante persone intelligenti e sensibili, preparate e rilassate, che parlavano senza impegno di conoscenti comuni, amici, colleghi di lavoro, bevendo una birretta mentre attorno passavano bambini in bicicletta e signori di mezz’età con cani al guinzaglio. La leggerezza della sera di aprile, la dolcezza di questo scenario quasi da cartolina, si sono incrinate irreparabilmente, però, quando il discorso è caduto su A.
A. è una ragazza che, nell’ultimo anno, ha perso parecchi chili, e che ora si aggira tra gli uffici con la pelle del viso che le tira sugli zigomi e con l’aria fragile ai limiti dell’implosione che ha, sempre, chi mangia troppo poco, e quindi deve concentrare tutte le sue energie nello sforzo costante di mantenersi dritto in piedi.
A. è, da sempre, una presenza un po’ anomala, bizzarra e sopra le righe, rispetto agli standard dell’azienda, ma la sua attuale discesa verso la magrezza estrema è, ugualmente, sotto gli occhi di tutti. E tutti – l’ho realizzato con la chiarezza con cui si riceve uno schiaffo, questa sera – sono convinti di capire questa sua deriva, hanno la certezza di saperla catalogare, di poterla giudicare con parole che stanno sospese sul crinale sottile che divide la pena dalla disapprovazione. Perché, in fondo, se A. è arrivata a questo punto è solo perché se l’è voluta. Se la mascella le sporge in modo così innaturale dalla faccia, se non ha più carne sopra le ossa e, in pausa, si siede nel piazzale raccogliendosi le ginocchia al petto, perché ha freddo anche sotto il sole, la colpa è solo sua.

La totale mancanza di delicatezza, da parte di quelle persone sensibili e per bene, nel parlare di una storia di cui nulla sanno, è l’emblema più evidente dell’impossibilità di difendersi dallo sguardo del mondo, della fine di ogni ipotesi di tenerezza possibile, del naufragio di ogni zona franca in cui potersi fermare a fare i conti con se stessi, al riparo dal giudizio altrui.
Gli occhi degli altri sezionano e soppesano, e non hanno pietà nel loro emettere sentenze. E questo dato di fatto, pur nella sua evidenza non poi così rivoluzionaria, ha cambiato il colore della mia serata e ha illuminato tanto passato e tanto futuro di una luce livida, minacciosa e un po’ imprevista.
Perché sotto i riflettori, senza scampo, siamo tutti. E tutti dobbiamo fare i conti con ciò che gli altri leggono dentro di noi, senza possibilità di poter sperare nemmeno in una briciola di tenerezza, di umiltà, di umana pietas.

14025498357_60a703744f_k

h1

88. Un gran mistero

29 marzo 2015

Domenica pomeriggio.

Giro la chiave della Signorina Felicita e, prima ancora di aver fatto in tempo ad arrivare alla rampa dell’autostrada, mi ritrovo invischiata in questo “Mambo reazionario”, che dura quattro minuti ma che riesce ugualmente a colonizzare tutti i miei pensieri fino a destinazione e oltre.

Il Mambo reazionario è una canzonetta facile facile, una cosa quasi da ridere, ma parla di tante cose su cui i miei pensieri non riescono a smettere di svolazzare, in questo periodo, come mosche dalle parti di un vaso di miele. Il mondo che il Mambo reazionario dipinge ha contorni che sono tanto banali quanto pungenti, fastidiosi come un maglione di lana che pizzica. Il mondo che questa canzone racconta fa venire le bolle sulla pelle, senza che si possa accusarlo di altro che della sua innocente normalità.

Il Mambo reazionario parla della banalità e della sua capacità di assimilare tutto a sé, parla del fascino sottile di quel che è comune, semplice, per bene, e della sua forza che gli fa sconfiggere anche chi, a parole, dichiara di essere alternativo, ribelle, fuori dagli schemi. Il Mambo reazionario dipinge, con tranquillità disarmante, un mondo in cui le griglie della norma sono ovunque, e in cui chi finge di non volerci entrare non è altro che una patetica imitazione della volpe di Esopo, ridicola prima di tutti agli occhi di se stessa.

Il Mambo reazionario parla di un mondo che fa rabbia e ribrezzo, ma che allo stesso tempo – proprio perché fa rabbia, proprio perché fa ribrezzo – vince su tutto a mani basse, senza che ci sia nemmeno la possibilità di combattere.
Quel mondo è tutto attorno a noi, e basta vederlo, giudicarlo, criticarlo, per essere già diventati sue vittime. Da quel mondo non è possibile chiamarsi fuori, non è possibile dichiararsi estranei, non è possibile liberarsi una volta per tutte. L’unica cosa che si può fare è resistergli con tenacia muta, giorno per giorno, senza acuti e senza prese di posizione troppo drastiche per essere vere.
Interrogandosi, nei ritagli di tempo, sul grande mistero del cambiamento impossibile.

Come farà a cambiare il mondo?
È davvero un gran mistero.

h1

86. La Grande Paura

27 marzo 2015

Ci deve essere una qualche ragione biologica, se la Grande Paura arriva quasi sempre di sera. Una ragione che risale, probabilmente, all’epoca delle caverne, quando alle orecchie dei nostri progenitori scimmieschi arrivavano messaggi che sibilavano qualcosa tipo “ora tu vorresti abbassare le difese, vorresti dimenticarti del mondo e pensare che è tutto a posto, lo so. E proprio perché lo so sono qui a impedirtelo, a ricordarti che là fuori ci sono mostri e fiere pronti ad aggredirti, e contro cui devi difenderti ogni singolo secondo della tua vita. Sono la voce della tua coscienza, che ti tormenta per salvarti, e che ti ricorda che mai, mai e poi mai, sarai davvero al sicuro”.

La Grande Paura, con gli strascichi che trascina con sé fino dentro la nostra vita di oggi, è cieca e stupida, irrazionale e furiosa. Arriva proprio nelle sere in cui non serve, si apposta dietro i pensieri come fanno i tarli nel legno, e da lì inizia a sussurrare. Biascica cose prive di senso, nascosta nel suo insospettabile retrobottega, e il suo potere di convincimento è grande proprio perché si poggia sul fondo di irrazionale che alligna in ciascuno di noi, e che è impossibile da esorcizzare, anche dopo anni di metodo scientifico, di allenamento al buon senso e di fede nella realtà.

La Grande Paura si apposta nella notte e suggerisce cose nere come il mondo da cui proviene, sfidandoti a resisterle. E in questa battaglia, che è una di quelle battaglie in cui si può solo perdere, ci si ritrova ad essere tutti un po’ pazzi. Tutti simili al protagonista di Bianca, tutti imprigionati in un mondo troppo crudele e troppo stupido, troppo pieno di minacce che si addensano dai quattro punti cardinali e si preparano ad avventarsi sulle nostre piccole vite. Un mondo in cui non si può essere al sicuro dall’invincibile pericolo delle cose che finiscono, e che sono il terreno di coltura in cui la Grande Paura trova forza e sostanza.
Fino a quando arriva il mattino, e il mostro si sgonfia, e si possono dismettere i panni del folle per tornare ad armarsi di fiducia e ragione. Fino alla prossima notte di atavico spavento.

h1

81. Il Processo

22 marzo 2015

Qualche mese fa, al lavoro, mi è capitato di leggere e impaginare un bel saggio – lucido, preciso, succinto: di meglio non si potrebbe chiedere – dedicato al tema del perdono e ai suoi indistricabili paradossi.
In quelle pagine, in mezzo a molte altre osservazioni interessanti, si faceva riferimento a un testo teatrale che non avevo mai sentito nominare, una strana e spaventosa tragedia che racconta la storia di un villaggio ebraico devastato da un pogrom, nel diciassettesimo secolo, e di tre cantori erranti che vi arrivano per caso, durante la festa di Purim, aspettandosi di trovare un pubblico disposto a guardarli recitare. Gli unici ebrei rimasti nel paese, però, sono un vecchio oste e sua figlia, disperati superstiti di quella tragedia che ha spazzato via la comunità e ha spezzato anche le loro piccole vite, lasciando solo il guscio vuoto di quel che erano stati.
Lì, in una notte piena di magie, di presagi e di minacce – perché, almeno a sentire il vecchio Pope ortodosso del villaggio, gli sterminatori stanno tornando per finire quel che hanno cominciato – viene messo in scena un macabro, terribile e umanissimo processo a Dio, che viene chiamato sul banco degli imputati perché risponda, se una risposta esiste, alle accuse che gli vengono rivolte dalle fiammeggianti parole dell’oste Berish.
Quel processo, tragico e ubriaco, avrà luogo ma non arriverà a sentenza: sarà un altro fuoco ad arrivare per primo, coronando nell’unico modo possibile la tragica sceneggiata di Purim recitata dai cantori e dal loro folle, lucidissimo ospite.

Oggi, in una domenica di nuvole, ho preso in mano il libro con la copertina gialla in cui è raccontata questa tragedia e ho letto la storia di Shamgorod, delle sue maschere, della sua accusa rivolta all’Altissimo e delle inevitabili conseguenze a cui quel grido conduce. E non c’era perdono possibile, nel mondo degli uomini, di fronte a questo macabro e surreale Processo.

10429266_1536874453239628_9128317732539781089_n

BERISH: Ha annientato la fiorente comunità di Shamgorod; ha seminato la morte […]. Se ci tiene a perseverare nelle sue vie, tanto peggio, che perseveri! Ma io, io non risponderò amen. Può schiacciarmi se vuole: io non reciterò il Kaddish. Può uccidermi, ucciderci tutti: io griderò che è lui il colpevole. […]

SAM: Veramente, taverniere, Dio vi benedice e voi l’ oltraggiate. Vi ha salvato e voi, voi lo addolorate!

BERISH: […] Se posso scegliere fra Dio e gli uomini, preferisco aver pietà degli uomini. Dio è grande: che si arrangi! Gli uomini non ne sono capaci.

h1

80. Celle, poesie e libertà

21 marzo 2015
Era gruvi, gruvi era
il tuo cacio con i fori,
era brughi, brughi era
il tuo bosco con i fiori,
era frutti, frutti era
la speranza del tuo viaggio,
era preghi, preghi era
quel che avevi nello sguardo,
fu più rapida di un sorso
la tua anima di sorcio.

Alla radio, oggi, recitavano Toti Scialoja. Poesie bellissime fatte di gatti, libellule, topi, vermi e paesi dai nomi elementari che però, nell’affascinante calderone delle parole, riescono a diventare stranamente evocativi, suggestivi, misteriosi.
Poesie tutte comprese nell’atmosfera sospesa, eterea, polverosa e magnetica che solo dentro le parole di questo strano uomo si ritrova, e che incanta senza che sia possibile capire davvero perché.

Subito dopo, dentro la stessa radio, una voce leggeva Dei delitti e delle pene e insigni filosofi e giuristi ne commentavano alcuni passi di straordinaria bellezza e di sbalorditiva modernità (“Ecco. Un’altra cosa che ogni italiano – perlomeno – dovrebbe aver letto, e che puoi serenamente aggiungere all’infinita lista di quel che ancora ti manca”,  pensavo amaramente mentre guidavo nel traffico del pomeriggio di sabato, in città).
A intervalli, tra un pezzo e l’altro di Beccaria, comparivano le voci meno ferme e meno impostate di alcuni agenti di polizia penitenziaria, persone comuni che raccontavano cosa significa, davvero, lavorare nel luogo in cui chi ha commesso un delitto paga la sua pena, e che mentre parlavano portavano con sé un diluvio di ricordi, di contraddizioni e di incoercibile tristezza.

L’alternanza di queste voci, di queste bellezze e di questi dolori, di questi interrogativi che si accavallavano senza sosta l’uno sull’altro mi sembra il senso più bello, vivo e vero di questo pomeriggio fatto di cose che all’apparenza fingono di essere semplici ma che invece sono infinite, di domande a cui non esiste risposta facile, del terribile scorrere cieco della realtà in cui ci sono carceri, voci, filosofie e poesie che parlano di insetti e di città. Tutto caoticamente insieme. Tutto mescolato in un unico magma in cui proviamo disperatamente a fissare qualche paletto, con la forza cristallina della ragione, ma in cui alla fine prevale sempre il cieco caos del tutto che è eterno e forte, semplice e infinito come uno di quei quadri astratti che, a guardarli per un attimo, sembrano fin troppo facili, quasi fanciulleschi. Scarabocchi che chiunque avrebbe potuto realizzare, come si dice. Fino a quando non ci si perde a seguire i filamenti della tela, e si è costretti ad ammettere che – riga dopo riga, segno dopo segno – non si arriverà mai da nessuna parte.

scioloja-salita-1024x742
h1

73. Grosse colère

14 marzo 2015

grosse-colere-preview

La rabbia è rossa, appiccicosa come gli spaghetti scotti e raccapricciante come il gesso che stride sulla lavagna.
La rabbia è inutile, stupida e scontrosa. Fa a pezzi il tuo camioncino più bello senza nemmeno rendersi conto di ciò che il suo gesto significa, e con la sua arroganza cieca calpesta tutto e tutti allo stesso modo, incapace com’è di vedere le differenze e di fermarsi a ragionare.
La rabbia è insensata e ardente, e a volte scappa fuori dalla bocca, come i segreti e le parolacce. Nei libri dei bambini la disegnano brutta come un gorilla rozzo e prepotente, e non è che la sua forma cambi molto, quando poi si cresce. La sua ottusità rimane la stessa, la sua bruciante forza distruttiva anche, e quando decide di prendere il sopravvento non c’è nulla che si possa fare per fermare il suo delirante decorso. Solo inseguirla, non perderla di vista, rifletterci sopra e provare a marcarla da vicino. Aspettando, mentre si cerca di non perdere la fiducia e di minimizzare i suoi danni, che la sua fiamma ipnotica finisca di bruciare.

P1010627(1)

h1

63. Loro (ovvero noi)

4 marzo 2015

Quattro e trenta del mattino.
Quattro occhi spalancati, dentro la stanza.

«A cosa pensi?»
«Pensavo a loro.»
«Lo so. Pensavo a loro anche io.»

Loro. Loro, ovvero una comitiva di ragazzini conosciuti dieci giorni fa e già diventati parte della famiglia. Loro, una classe qualunque di una scuola qualunque in una periferia qualunque della città, loro incontrati per caso attraverso le geometrie inafferrabili che sorreggono lo scorrere delle graduatorie. Loro, che dopo così poco tempo sono già qui con noi di notte, perché non si può tirare una riga su quello che si è, che si fa e che si ama nascondendosi dietro la semplice scusa che, a una certa ora, il lavoro finisce.

Così, insomma, pensiamo a loro, adesso, alle quattro e trenta del mattino. Ci penso perfino io, che non li ho visti mai e mai li vedrò, ma che non posso non spalancare gli occhi di fronte a quello che dicono, scrivono e pensano, che non posso non dolermi di fronte alle loro potenzialità sprecate, alla loro bellezza che nessuno sembra vedere e che noi – noi adulti, noi che viviamo in questo paese, noi che abbiamo una responsabilità nei confronti di questo mondo e di chi lo abita insieme a noi – non possiamo permetterci di gettare al macero così, come fosse un dettaglio di cui è possibile anche fare a meno, quando invece è tutto ciò che abbiamo, la nostra unica possibilità, la nostra unica alternativa. Pensiamo a loro, in questo momento, perché pensare a loro è solo un altro modo di pensare a noi stessi, e questa cosa è fin troppo chiara, alle quattro e trenta del mattino, nel momento in cui le cose riescono ad essere più nettamente che mai quello che sono, senza scuse e senza le ombreggiature superflue di cui si sanno ammantare, poi, quando il giorno inizia.

Tra qualche ora ci alzeremo, e ci metteremo a lavorare, e leggeremo questo articolo, e sapremo per certo che le cose che dice sono vere e sacrosante, e che bisogna continuare a ripeterle senza stancarsi, senza avere paura di sembrare voci che gridano nel deserto. Per ora, però, non lo sappiamo. Per ora guardiamo il buio, alle quattro e trenta del mattino, e pensiamo a loro. Sperando che qualcuno riesca ad afferrarli, tutti, uno per uno, e a insegnargli almeno qualcosa di tutto ciò di cui avranno bisogno per rendere questo mondo un po’ migliore di com’è.

h1

55. Il tempo andato non ritornerà

24 febbraio 2015

10974281_10153024577781357_3379224055486734801_o

Questa bambina qui sopra si chiama Shokoria, e qualche giorno fa una scheggia di granata l’ha ferita alla testa, in Afghanistan. L’hanno portata all’ospedale di Emergency di Lashkar Gah, dove è stata operata e dove, adesso, pare si stia riprendendo: i medici che la curano dicono che ha ricominciato a mangiare e che, se la stuzzicano, ride perfino. Sperano tutti che la craniotomia d’urgenza che ha subito – e che le ha salvato la vita – non le procurerà danni sul lungo periodo, ma questo potrà dirlo solo il tempo. Per ora, almeno, ha avuto diritto a una possibilità di futuro, ed è viva oggi. E questa alla fine è l’unica cosa che conta davvero (in Afghanistan, ma non solo lì).

Sono incappata nella foto di Shokoria in questa sera piovosa, una di quelle sere in cui si girovaga nella rete senza meta, cercando solo qualche palliativo capace di far scivolare via il tempo il più velocemente possibile. Contro tutte le aspettative, invece, ho incontrato lei – ovviamente senza averla cercata – e il suo comparire inaspettato nella mia sera ha dato un significato tutto nuovo all’espressione “fuori scala”. Mi ha ricordato quanto sono risibili le nostre recriminazioni, quanto ridicole le nostre pretese. Mi ha ricordato che c’è qualcuno che, là fuori, fa cose realmente importanti, e che dal momento che questo qualcuno non sono certo io, forse è il caso di prendersi un po’ meno sul serio. Ma, soprattutto, mi ha ricordato che il tempo sprecato non ritorna, che i secondi di una sera inutile sono destinati a finire nel tritacarne del tempo e a morire senza lasciare traccia, e che questo scempio è un insulto alla mortalità, alla dignità umana, all’umano desiderio di pace e felicità.
Così, guardando questa bimba afghana con la testa fasciata, ho capito quale lusso sia lo sperpero del tempo, quanto sia criminale buttare all’aria i minuti senza riuscire a fare nemmeno il minuscolo sforzo di usarli per vivere davvero, con il carico di dignità, orgoglio e felicità che questo verbo reclama. Nella mia sera insignificante, Shokoria mi ha fatto provare vergogna di fronte alla tentazione – propria dei ricchi, dei colti, di chi non deve fare i conti con la sopravvivenza – dell’infelicità auto-indotta, e mi ha ricordato quanto sia facile caderci dentro, gettando nel grande falò di ciò che scorre preziosi, impagabili frammenti di tempo. Tempo che, dopo essere andato, di certo non ritornerà.

h1

51. I se vol ben

20 febbraio 2015

Esterno sera.
Arrivo sotto casa trafelata, sobbalzando sui ciottoli della strada, e lego la bici al paletto sotto il portico di fronte, elevando nel contempo al dio dei ladri il consueto mantra tipregofammelaritrovarequianchedomaniperfavoremiserve. Attraverso la strada cercando di non far cascare nessuna delle masserizie che mi sono tolta di dosso (il caschetto, i guanti grossi, la sciarpa-bis, i faretti della bici), raggiungo il portone e, un attimo prima di mettere la chiave nella toppa, dico a me stessa “Eddai, è venerdì, ce li siamo meritati”.
Torno dall’altra parte della strada e mi avvicino alla vetrina del negozio gastro-fighetto che sta di fronte alla Casa della Luce, una vecchia bottega-gastronomia-drogheria che sembra uscita dal cuore degli anni Cinquanta. Con i prezzi, però, ritarati sull’attuale disponibilità economica della signora impellicciata padovana media. Lancio un’occhiata al bancone. Ce li hanno.

Interno sera.
Entro nel tempio del salume, chiudendo piano alle mie spalle la porta, che è fatta di vetro sottile, con gli stipiti di metallo verniciato di bianco e uno sghiribizzo d’ottone a fare da maniglia. Dentro c’è un’altra cliente, evidentemente affezionata. Ha una pelliccia corta, fatta a giubbetto, e gli occhiali da sole sulla testa, l’aria cordiale di chi si sente a casa propria. Parla animatamente con uno dei due uomini dietro il bancone, che le dice tutto contento «lo go, lo go, glielo fasso veder!» e poi sparisce nel retrobottega, scostando una tenda fatta di fili sottili che scendono fin al suolo. Non faccio in tempo a dire all’altro: «Buonasera, vorrei una vaschetta di pomodori secchi per favore» che il primo ritorna, tenendo in mano un foto-album di nozze. Piccolo, discreto, moderno, di quelli con le foto stampate direttamente sulle pagine.
Esce da dietro il bancone, appoggia l’album sul congelatore dei surgelati, e comincia a mostralo alla signora impellicciata. «Ecco qua… Eh, sì, l’è ‘nda proprio tuto ben, tuto ben… Ecco, questa xe me moglie… E questa la mamma dello sposo…». La signora, educatamente, sfoglia l’album profondendosi in complimenti. Loda tutto, di quelle foto: la sposa, il suo vestito, i testimoni, la villa del rinfresco. «E anche lo sposo, che bel ragazzo!» commenta di fronte a un bel primo piano di un giovanotto con i capelli scuri e un fiore all’occhiello. Attimo di silenzio, poi il signore azzarda un «Sì… sì… par carità! Po’ però… a dire il vero… beh, no è proprio il me tipo, ecco. Però, cossa go da dir… lori i se vol ben…». La signora afferra al volo e cambia prontamente discorso continuando a sfogliare l’album, che tra l’altro è veramente piccolo e discreto. Proprio della lunghezza giusta per tenerlo nel retrobottega e mostrarlo, quando alla sera ormai in giro c’è poca gente, ai clienti più affezionati.
Pago i miei pomodori all’altro uomo con addosso il cappello e il camice bianco, ringrazio a mezza voce ed esco, tenendo tra le mani la mia brava vaschetta sigillata. Quando mi chiudo alla porta alle spalle, dalle parti del congelatore ferve ancora la discussione su quel matrimonio bellissimo, perfetto, da incorniciare, da favola, da sogno. Tranne per lo sgradevole incomodo costituito dalla presenza dello sposo, quella brutta persona, unico neo in quella giornata altrimenti inappuntabile.

Esterno, un po’ più sera.
Raggiungo il cestino più vicino, pochi metri oltre la porta, getto via lo scontrino della gastronomia e respiro a pieni polmoni, cercando di evitare che l’ondata di malinconia arrivi a travolgere me e gli incolpevoli pomodori secchi che ho in mano, e che mi dispiacerebbe proprio contaminare di brutti pensieri. Però, nonostante gli sforzi, non riesco a non pensare che la società è una cosa davvero, davvero incomprensibile e assurda, che il mondo è un luogo faticoso, che le persone sanno essere violente in modo subdolo e sottile, e che non c’è difesa di fronte a questo.
Mentre mi ripeto tutto questo attraverso la strada, apro il portone, salgo le scale ed entro a casa. E lì di colpo tutto si mette a correre veloce: ci sono cose da preparare, luci da accendere, bicchieri da riempire, c’è tutta la vita vera che continua a prescindere da tutto e che è pronta ad accoglierci e a scavare una nicchia fatta su misura per noi.
Ma resta, in sottofondo, il ricordo della cattiveria microscopica, gratuita e inesorabile a cui ho assistito, e di tutto ciò che sta nascosto dietro di lei. E mi dico che, di fronte a tutto questo, ancora una volta non si può fare altro che una sola cosa: volersi bene. Con buona pace dei matrimoni, dei loro album e di tutte le mani che li sfogliano, li analizzano e li giudicano.