Archive for the ‘Mondayscreen’ Category

h1

Mondayscreen: Luigi Meneghello – I piccoli maestri

29 aprile 2013

Copertina I piccoli maestriSo che questo libro è già comparso tante, troppe volte dentro queste pagine. So di ripetermi, di non essere originale, so che dovrei raccontare qualcosa di nuovo, ché le parole sono una cosa grande e fragile, delicata, e riversarne troppe addosso allo stesso soggetto – specie quando è qualcosa di così cristallino, prezioso e nobile – è rischioso e quasi osceno, pericoloso e sbagliato come quegli abbracci troppo forti che finiscono con il far male dentro le costole, con lo schiacciare i polmoni rubandogli la loro aria.
Le cose belle vanno lasciate respirare, ripeto a me stessa. Non bisogna star loro troppo addosso, non bisogna nemmeno azzardarsi a tentare di fotografare una volta per tutte il centro del loro segreto: la bellezza è così, vive nel suo regno perfetto e irraggiungibile, un luogo dell’anima fatto di confini inafferrabili e sfumati. Sarebbe troppo facile averla, se così non fosse. Sarebbe troppo facile generarla a nostro piacimento, procurarcela come fosse una cosa qualunque. Ma la bellezza non è così, si annida dentro le cose in modi misteriosi, le illumina come nient’altro sa fare, seguendo strade che nemmeno con tutta l’acutezza e la capacità di analisi del mondo potremmo riuscire a definire. Cose che si limitano a esserci, e a brillare essendoci, e a rubarci il fiato con il loro brillare.
Insomma: non dovrei parlare ancora di questo libro, convinta come sono che nessuna mia parola riuscirà mai a dire qualcosa di davvero significativo, davvero concreto e scintillante, a proposito della sua bellezza. Non dovrei parlare ancora di questo libro, come mi ripeto ogni volta che, inesorabilmente, ricado dentro l’inganno che mi tende le mia mente e ci riprovo, ci ricasco, ricomincio a coprire di parole questa straordinaria storia vera fatta di eroismo, uomini, coraggio e meraviglia. Non dovrei, eppure lo faccio, chiedendo in anticipo scusa a tutti voi e all’autore delle parole nascoste dentro questo volume che sembra un libro qualsiasi, una cosa da nulla, e invece ha dentro di sé una forza – un potere grande e martellante – assolutamente imprevedibile ma capace di emergere lenta e inesorabile dallo scorrere di queste pagine, con la forza di un torrente chiaro e sottile che filtra, filtra, filtra tra le rocce e alla fine diventa un fiume, scava le valli, con la sua mano leggera riesce a perforare la pietra, a trasformarsi in alluvione.
Lo faccio perché l’amore, a volte, è fatto così. È irragionevole, esagerato, non di rado molesto. Ma non sa esistere in forme diverse da queste, non sa vedere la linea prima della quale bisognerebbe fermarsi: sa solo viversi, ininterrottamente, ricoprendosi ogni giorno di parole che sembrano sempre uguali, e forse lo sono, ma che non sono mai davvero lo stesse. E che, in ogni caso, non si può in nessun modo evitare di ripetere, ancora una volta, per sempre. Perché l’amore, non c’è niente da fare, vuole questo, è fatto così.

Per questo oggi parlo di questo libro meraviglioso che è venuto da me tanti anni fa e non mi ha più lasciato, e che in ogni suo ritorno, in ogni sua rilettura riesce a portare in dono qualcosa di nuovo e di indicibile, che mi riempie gli occhi di lacrime e la mente di una commozione che non ha termini di paragone.
Questo libro custodisce una piccola storia di vita
che va molto al di là dei confini del racconto o di quelli – ancora più angusti – dell’autobiografia: custodisce la storia di un gruppo di ragazzi che, dopo una vita trascorsa dentro l’avvolgente, conosciuto, soffocante e apparentemente infrangibile mondo costituito dal regime fascista italiano, dai suoi istituti, dalla sua retorica di ferro fatta di parole che intossicano le cose, e che servono solo per riempire il mondo di fumo, scoprono un giorno che esiste un altro mondo possibile, un altro modo di vivere. Scoprono che c’è una realtà al di fuori del regime, un mondo imprevisto fatto di  luoghi e di persone libere, una cultura di portata del tutto diversa rispetto a quella imparata a scuola, trasmessa da un sistema che non faceva altro che continuare in ogni modo a perpetuare se stesso, attraverso i suoi libri, le sue frasi fatte, l’intero universo della sua onnipresente propaganda.
Scoprire che questa realtà esiste e volere a tutti i costi uscire da se stessi e dai confini noti della propria vita per andare a conquistarla è, per questi ragazzi giovani e belli, confusi e illuminati, determinati e smarriti nello stesso tempo, una rivoluzione inevitabile, che sconvolge le loro vite e li immette nel centro di una storia che è la storia della loro nazione, di cui loro si sentono chiamati a farsi carico, del tentativo utopistico ma impossibile da non affrontare di cambiare radicalmente la sua realtà, di renderla qualcosa di davvero diverso e migliore.
Comincia così, la storia dei Piccoli maestri: con una scelta e un’assunzione di responsabilità, con la nascita di un gruppo di uomini nuovi che decidono di tentare, con la consapevolezza della morte vicina e continuamente presente alle loro spalle, di scappare tra i monti per cercare lì – fuori dal mondo, al di là di ogni norma, dentro una vita assolutamente imprevedibile per loro, signorini di città – la strada che conduce a una vita diversa, per loro e per il mondo che vorrebbero costruire dopo la fine del regime che ha avvelenato la loro esistenza dalla nascita fino a quel momento.

Non è, la loro storia, una storia di eroismo facile. È una storia fatta di dubbi e di errori, di interrogativi che non avranno mai una risposta semplice, di domande che restano nell’aria e a cui non si può dare risposta, e che hanno a che vedere con la giustizia, e con l’esistenza, e con la possibilità dell’uomo di afferrare qualcosa di giusto e di vero e di portarlo via con sé, al sicuro, nonostante qualsiasi affronto e qualsiasi orrore gli si scaglino addosso provenienti dal mondo di fuori.
È la storia tragica e commovente di un pugno di ragazzi coraggiosi che soffrono e sbagliano, e troppo spesso muoiono presto, in modi che non sono mai indagati troppo da vicino, ché il pudore nei confronti della morte è qualcosa di troppo grande, troppo sacro perché si possa superarlo sbattendo sulla pagina qualche decina di parole che tentino di dire l’indicibile. È la storia di una rivoluzione interiore che si traduce in una presa di posizione rivolta verso il mondo, in una serie infinita di atti e di scelte che forse sono imperfetti, forse sono ingenui, forse non sono quelli migliori per cambiare davvero la radice delle cose, ma che in quel momento sono avvertiti come l’unica alternativa possibile, l’unica strada da percorrere nel tentativo di riuscire infine a rileggere se stessi e di percepirsi finalmente come qualcosa di nuovo, definitivamente liberato dall’orribile eredità di un passato fascista che non si può che voler rigettare.

In questo libro si parla di dubbi, di libertà, di rivoluzioni e di amore. Si parla della storia, così com’è, con i suoi sentieri che si intersecano e creano cortocircuiti, con le sue domande per cui non esiste mai una soluzione facile, consolante, buona per tutti e capace di mettere a tacere l’enorme massa degli interrogativi che si nascondono sempre dentro le cose della vita. Si parla di un ragazzo che un giorno conobbe un Maestro e scoprì che non era, che non voleva più essere il giovane fascista che la vita gli aveva insegnato a essere, che voleva rigettare quell’eredità nefasta, e che l’unico modo di farlo era nella lotta condotta insieme a un pugno di amici, di pari, di propri simili pronti come lui a sfidare ogni sorta di dolore, ad affrontare a viso aperto perfino la morte, nel tentativo effimero e proprio per questo nobilissimo di afferrare qualcosa che potesse essere, finalmente, giusto e onesto, libero, vero.

Nelle pagine di questo libro pulsa quest’enormità, e pulsano infinite altre verità, ancora più grandi. Afferrarle tutte, racchiuderle in un mazzetto di parole, è impossibile e assurdo, semplicemente inutile: la grandezza di questa storia è troppo connessa con la grandezza dell’umanità vista nella sua luce migliore – che è poi anche la luce meno rassicurante, più sbalorditiva e terribile – perché sia possibile fulminarla e catalogarla, ricoprirla di parole che le rendano anche solo lontanamente giustizia. Questa storia non può far altro che continuare a dipanarsi, a scorrere sotto gli occhi di chi la legge attraverso i suoi luoghi e i suoi uomini, attraverso lo sciogliersi degli episodi che racconta. Come la memoria, come la letteratura, non ha bisogno di confini, ma ha solo bisogno di non smarrirsi mai, di continuare a farsi raccontare, con la certezza che in ogni nuovo racconto qualcosa di imprevisto e inedito verrà alla luce, troverà forza e comincerà a camminare dentro il mondo complesso delle cose vere, quello in cui tutti siamo immersi e in cui ognuno di noi ha bisogno di trovare strade, e lucciole che le illuminino, per avere il coraggio di muovere, sempre, ancora un altro passo.

Read the rest of this entry ?

h1

Mondayscreen: Atiq Rahimi – Terra e cenere

22 aprile 2013

Copertina Terra e cenereQuesto libro si apre con una mela acerba e due denti caduti che non riescono a morderla, e con un vecchio e un bambino seduti a lato di una pista deserta e polverosa, vicino a una guardiola e a una sbarra, sulla strada che conduce verso una miniera. La mela sta in un fagotto fatto con uno scialle bianco e rosso, e passa dalle mani del vecchio a quelle del bambino, che prova ad azzannarla con i canini per far fronte alla mancanza degli incisivi perduti: quel piccolo frutto acerbo diventa un esile ponte capace di metterli in contatto, ma è un’illusione che dura solo per un secondo, prima che uno scoppio di strilli, uno sbuffo di polvere minacciosa, intervengano a rompere anche quella minuscola possibilità di relazione, e li condannino entrambi a ricadere nel loro isolamento, nel loro silenzio traboccante di un dolore che niente può spezzare.
Per molti anni, per me questo libro è stato solo l’immagine di quella mela, e di quei due miseri uomini, uno vecchissimo e uno giovanissimo, che nella loro sterile e polverosa attesa si aggrappano a lei, aspettando qualcosa che non viene, che non conoscono e che forse in fondo nemmeno desiderano. Qualcosa che non ha senso, in un mondo in cui nulla ha senso, e in cui a volte semplicemente capita di trovarsi smarriti in un deserto di polvere, ad aspettare l’arrivo di un camion come se quell’evento potesse in qualche modo cambiare qualcosa, perché l’uomo è fatto così: nel mezzo della devastazione si aggrappa alle cose minime, al camion da aspettare, ai noccioli di susine con cui giocare, per non smarrirsi definitivamente nell’oceano delle cose senza ordine, senza nome, senza ragione.
In questo libro non c’era altro, per me, oltre all’immagine di quella mela passata di mano e consegnata alla polvere, per la semplice e non troppo onorevole ragione che, per molti anni, oltre quella prima scena non sono riuscita ad andare. Questo racconto è con me da un decennio – frutto di un regalo ricevuto per un compleanno lontano, nel periodo remotissimo in cui il mondo intero, dopo aver visto due aerei schiantarsi su due grattacieli di New York, scoprì l’esistenza, dentro le linee ondulate della griglia del mappamondo, di un misterioso stato chiamato Afghanistan – ma per un decennio non sono riuscita a scavalcare il dosso delle sue primissime pagine, ad andare a vedere come finiva la storia del vecchio e del bambino, cosa c’era in fondo a quella pista di sabbia che portava a una miniera di carbone. Aprivo il libro, scorrevo le prime righe: la polvere, il vecchio, il piccolo, la mela. E poi la testa deviava in direzioni imprevedibili, la prosa di Rahimi mi sfuggiva, tutto si frammentava in una miriade di schegge di addolorato, disseccato niente. Le parole non riuscivano a legarsi tra loro, e a tenermi attaccata al loro procedere, e tutto evaporava in una tempesta di sabbia. E il libro restava lì, con aria inutile e vagamente imbarazzata, in attesa di giorni migliori.
Mi sono ricordata di lui solo una sera di qualche settimana fa, dopo aver visto un bel film tratto da un’altra storia afghana dello stesso autore. L’onda della bellezza di quelle immagini, il calore di quella storia terribile ma non scontata, imprevedibile e intensa entro i suoi confini di guerra e di polvere, mi ha riportato sulle tracce di questa microscopica storia, facendomi tornare alla mente l’immagine di quella mela lontana di cui non ho mai conosciuto il destino.
E così, ripercorrendo le parole di Rahimi, ho scoperto chi sono il vecchio e il bambino, e cosa aspettano lungo quella strada piena di niente: sono nonno e nipote, i due uomini uniti da quella mela, e sono in attesa lungo quella pista sperduta nella sabbia nel tentativo di raggiungere la miniera in cui lavora l’anello della catena esistenziale capace di congiungerli: Moràd, il padre del piccolo e il figlio del nonno, che da quattro anni piccona muri di carbone e che non sa cosa è successo, in sua assenza, al loro villaggio. È per dirgli questo, che il vecchio sta cercando di raggiungerlo. Per raccontargli di come i miliziani abbiano messo a ferro e fuoco il paese, bruciato la loro casa, ucciso sua moglie, sua madre, suo fratello e sua cognata. Per dirgli, anche, che da quel giorno suo figlio Yassìn, l’unico superstite della famiglia, il piccolo senza denti che non riesce a mordere la mela, è diventato sordo, ed è convinto che siano stati i carri armati con la stella rossa a portare via al mondo i suoi suoni, ad uccidere la sua famiglia e a rubare ai superstiti la voce.
Il vecchio aspetta un camion di passaggio che lo porti da suo figlio, e intanto sogna e riflette, e soprattutto si chiede se intraprendere quel viaggio senza senso, assieme a un bambino sordo e con il solo bagaglio di un foulard pieno di mele, sia stata la scelta giusta. Perché, e il vecchio lo sa, suo figlio non potrà non voler vendicare una carneficina del genere, non potrà sopportare un’onta tanto grande su di sé, non potrà non tornare a casa, e lanciarsi in una guerra che con ogni probabilità ucciderà anche lui. Il vecchio si dibatte nella selva di questi interrogativi, e la sua mente viaggia costantemente tra la realtà delle cose e la surrealtà delle immagini che si affollano nella sua memoria stanca e raccontano il massacro a cui ha assistito, scene di vita perduta, ricordi dei personaggi di fantasia che vivevano nelle parole dei poemi epici che, durante l’infanzia, sentiva raccontare dai vecchi.
Ora il vecchio è lui, ed è nel posto sbagliato, in compagnia di un bambino sordo che urla e chiede perché hanno rubato il rumore anche alle pietre, come mai anche loro, adesso, a sbatterle l’una sull’altra stiano così zitte, e si domanda cosa fare. Ma in fondo lo sa. Sa che deve continuare la sua strada, raggiungere Moràd e raccontargli la verità. E poi accettare quello che sarà, che non potrà non essere: il trionfo del sangue che chiama altro sangue, l’eterna, inesorabile, ineludibile vendetta, che per quanto crudele è comunque l’unica possibilità dentro un mondo che ha ancora almeno un barlume di rispetto per ciò che rende uomo un uomo. La vendetta che, anche se gli ucciderà l’ultimo figlio ancora in vita, è l’unico destino possibile per lui e per i disgraziati resti di quella che era la sua famiglia.

Solo che – ed è qui che Rahimi azzecca la mossa giusta e riesce a non deludere, a instillare nella sua storia afghana quella goccia di splendente e inquietante verità capace di trasformarla in qualcosa di più e di diverso rispetto a quello che tutti potremmo aspettarci – quando il vecchio finalmente raggiunge la miniera, scopre l’inverosimile, l’inaccettabile: Moràd sa già tutto, da tempo. Sapeva del destino della sua famiglia, dello sterminio di sua moglie, sua madre, suo fratello. Sapeva, e non ha mosso un dito. Non si è allontanato dalla miniera, non è tornato a seppellire i suoi morti, e a vendicare il loro destino. Moràd è uscito dal circolo dell’onore che uccide e brucia, Moràd ha provato a inventarsi una strada diversa. Moràd è l’eroe invisibile di questa storia, quello che non compare mai scena  – il vecchio, alla fine del suo viaggio, non parlerà con lui ma con uno dei suoi superiori, alla miniera, che gli racconta questa inascoltabile verità – ma che con la sua scandalosa, inconcepibile, ingiudicabile scelta riesce a gettare su questo racconto un’ombra di inquietudine, a renderlo acerbo come una mela in cui non si riescono a piantare i denti.
Il vecchio, infine, lascia la miniera senza aver visto suo figlio: non gli serve, quell’incontro, perché in nessun caso saprebbe inventarsi le parole giuste da dire, quando i fatti hanno già dispiegato a tal punto la loro scintillante, tragica evidenza.
Il vecchio si allontana dalla miniera, ed è l’immagine triste di un mondo che non può far altro che perpetuare la tragedia che l’inghiotte, come un mostro che divora se stesso. Non si può non commuoversi di fronte alla sua fragilità assoluta, di fronte al suo essere un puro guscio di dolore e di desolazione, di fronte al suo aver perso davvero ogni cosa, e la possibilità stessa di trovare uno spazio in cui inserirsi, dentro i giochi di una realtà che per lui non ha più alcun senso. Il vecchio è l’immagine di un mondo antico, segnato di bellezza e violenza, di splendore e sangue e onore, che non sa finire, e la cui scomparsa non sarebbe comunque risolutiva, non saprebbe comunque spalancare un orizzonte alternativo di bellezza, di felicità, di pace possibile. Tanto il vecchio che suo figlio sono l’immagine di un dolore infinito, di una guerra che non può far altro che perpetuare se stessa, di una fuga verso il nulla capace solo di aprire la strada a nuovi, diversi baratri.
In questo quadro di salvezza impossibile si chiude questo racconto che mi ha aspettato per anni, raccolto nella forma tonda di una mela passata di mano. E nella sua tragica, polverosa conclusione questa storia – raccontata come un lungo piano sequenza in cui sogni e realtà si mescolano e in cui i pensieri trascolorano nelle cose e viceversa – parla di mondi molto più vicini di quelli sperduti al lato di una strada lontana, in mezzo al nulla. E li racconta con  voce solida, con limpida chiarezza, gettando ombre sulla polvere e disegnando personaggi i cui contorni netti brillano con tragica, smagliante evidenza, capaci di guardarci da lontano, e di parlare, nella loro lingua antica e diversa, esattamente a noi.

Read the rest of this entry ?

h1

Mondayscreen: Marcello Fois – Memoria del vuoto

8 aprile 2013

Copertina Memoria del vuotoLeggere questo libro, per me, vorrà sempre dire tornare a casa. Ricalpestare una polvere già conosciuta, ritrovare una geometria di equilibri che è rassicurante, stabile, sedimentata in un luogo segreto della mente da cui niente la potrà mai sradicare o scuotere. Insieme, però, è anche trovare in ogni riga, in ogni eco di parola, qualcosa di dimenticato, e di nuovo, che spalanca il cuore di fronte a una strana forma di stupore. Com’è possibile non aver mai notato lo splendore rotondo di questa frase? Com’è possibile non essersi accorti prima che quella precisa sensazione, quella specifica piega dell’esperienza, non poteva essere raccontata se non con quelle parole, proprio quelle lì? Tornare a casa è sempre un’esperienza ricca e strana, avvolgente e colma di una forma di imprevedibile stupore, e per me questo libro sarò per sempre un’enorme casa, colma di angoli non ancora esplorati, di squarci di panorama che si aprono da finestre che sono sempre state lì, ma da cui il mondo non aveva mai saputo assumere proprio quella specifica conformazione.
Non è solo per ragioni puramente biografiche – credo – che questo romanzo mi fa quest’effetto: sono convinta che sia nascosto nella sua struttura, nella sua conformazione, nelle sue ambizioni e in ognuna delle sue parole, il germe di questa sua vocazione alla grandezza estrema, all’infinito. Perché questo romanzo (l’ho sostenuto con forza, una vita fa, in cento pagine di una stranissima cosa che almeno ufficialmente si è guadagnata la definizione di “tesi di laurea”), è molto più di un romanzo: è – semplicemente – pura epica. E, come tutta l’epica, è enorme per statuto, per costituzione, per necessità. Va a sfiorare parti dell’uomo che precedono l’uomo, che hanno a che vedere col mare infinito dell’umanità, intesa come radice comune che travalica ogni singolo, che scavalca ogni accidente, ogni particolare, ogni precisazione. La storia di questo romanzo è epica perché non racconta una vicenda ma è costruita, tutta, su una serie di simboli che trascinano con sé un intero mondo di cose che ci riguardano, tutte, dalla prima all’ultima, e che hanno il respiro lungo e lento, liberatorio e rassicurante, del canto gregoriano e della tragedia greca: cose che scavalcano le epoche, cose su cui è assurdo fissare limiti di tempo, cose che, semplicemente, ci guardano dal fondo di un abisso.

Che questo romanzo sia epica, è chiaro fin dalle sue prime parole, fin dal primo comparire sulla scena del suo protagonista, che è un eroe perfetto, l’eroe per eccellenza: un bambino che nasce segnato dalla sorte, una creatura sul cui destino si addensano fin da prima della nascita una serie infinita di ombre e di luci, un essere meraviglioso e tragico capace di entrare in contatto con il cuore segreto, estremo, delle cose, con ogni aspetto della loro grandezza e della loro verità. Ma, accanto a questo, il protagonista di questa storia è anche un bandito: un fuorilegge su cui uno Stato lontano e inconsistente, inutilmente violento e in realtà totalmente disarmato, pone la più alta taglia mai promessa in cambio della vita di un ricercato, un assassino che uccide per riparare a torti antichi e imperdonabili, seguendo le leggi terribili e inesorabili che sono proprie delle faide, delle lotte all’ultimo sangue per saldare conti che non possono far altro che perpetrarsi all’infinito, moltiplicarsi senza fine in un gioco di specchi labirintico, da cui non è possibile trovare via d’uscita.
L’eroe di questa storia, il bandito Samuele Stocchino, è tutto questo, ed è infinite altre cose: è un cuore puro e uno spietato vendicatore, un eroe di guerra e un anima nobile, un amante fedele e un terribile messaggero di dolore. In lui convergono infinite linee, un mare indecifrabile di percorsi e di storie, e lui si fa carico di tutte loro, combattendo guerre e proteggendo uomini in pericolo, salvando vite e tagliando gole, avvicinandosi alla morte infinite volte – cercando in lei una pace impossibile nel mondo dei vivi – e venendo infinite volte da lei respinto, rispedito suo malgrado nel regno dell’esistenza, della realtà in cui non si può far altro che caricarsi sulle spalle il peso del proprio destino, consapevoli del fatto che sottrarsi alla grandezza del compito è semplicemente impossibile. 
C’è tutto questo, dentro questa storia: c’è il racconto epico della vita, delle azioni e della morte di un eroe perfetto che ama e uccide, soffre e spara, piange e combatte, attraversa la storia del suo paese e il suo infinito mare di dolore portando in essa il peso di un destino unico e tragico: quello di essere bandito ed eroe, di doversi sottomettere a leggi irrinunciabili e insieme portatrici di universi interi di dolore ulteriore, troppo profondo per essere detto, troppo perfetto per poter essere redento. Ci sono la vita e la morte, dentro questa storia. Ci sono l’eroismo e la tragedia, un amore puro e totale, destinato a durare una vita, e un odio altrettanto totale, nato per uno sgarbo consumato in una notte fatale e impossibile da perdonare. Ci sono la storia della Sardegna cruda e vera, fatta di boschi e cespugli e crepacci in cui cadere e in cui ricevere la visita di misteriose creature della notte che annunciano che ancora non è tempo di morire, e la storia dell’Italia e delle sue miserie, delle sue guerre combattute dalla parte sbagliata, del suo fascismo che invade tutto come un’onda nera.
C’è tutto questo, e insieme c’è qualcosa di molto più grande, molto più inafferrabile: un respiro che si nasconde dietro ogni parola di questo racconto amplificandolo, rendendolo più grande di come appare, suggerendo qualcosa di infinito e inafferrabile, impossibile da racchiudere in un circuito breve di parole eppure presente nella maniera più chiara, più onesta, più evidente possibile.
Niente è grande come questo respiro, quando si riesce a sentirlo dietro uno specchio di parole scritte. Niente è grande come questo respiro, e niente è più capace di colpire chi legge dritto al cuore, di andare ad annidarsi in uno spazio segreto dell’anima e di rimanere lì, pronto ad essere infinite volte riscoperto, infinite volte ricalpestato, con l’emozione ogni volta nuova del riconoscimento che non riesce a smettere di trascolorare nella sorpresa.

Read the rest of this entry ?

h1

Mondayscreen: Amélie Nothomb – Né di Eva né di Adamo

1 aprile 2013

Il Giappone ha su di me uno strano effetto: qualcosa che mescola un ovvio e incancellabile senso di fascinazione e di incanto a una specie di inquietudine che nasce dalla sensazione ineliminabile che ci sia, in quel modo di vivere e di leggere la vita, qualcosa che mi sarà per sempre estraneo, legato a un’innata tendenza al culto della forma che sarà sempre troppo difficile da afferrare e da fare mia, troppo estranea a me per poter anche solo pensare di riuscire prima o poi a dominarla.
Un sentimento simile, me lo provoca Amélie Nothomb, scrittrice di cui intravedo la grazia, le venature di genio, l’originalità colorata, ma che nasconde tutte queste doti che pure non posso evitare di percepire sotto un velo di eccentricità sopra le righe, di culto un po’ troppo esplicito per l’estremo e l’esagerato che me la renderanno sempre un po’ estranea, vagamente inafferrabile, impossibile da amare di un amore davvero completo, privo di ombre.
C’è un legame fortissimo, nella mia mente, tra questa donna belga con la pelle chiara e il Giappone in quanto tale: un legame che va al di là del fatto che i suoi libri siano tanto intensamente “nipponici” nell’ambientazione, negli oggetti, nei gesti. Vibra qualcosa di consonante, dentro la mia testa, quando leggo le sue parole e quando penso a quell’isola misteriosa di ciliegi e di nuvole, di nebbia che nasconde le montagne e di bellezza profonda, tanto più bella perché per natura, inesorabilmente imperfetta. Qualcosa lega a livello profondo questa donna e la sua isola, e le allontana entrambe, almeno in parte, da me e dal mondo che non posso non sentire mio, fatto di Platone e di Cartesio, di bellezza che vibra nei corpi e nelle cose raccontati come entità concrete, e non come ombre in cui l’essere e il non essere continuano da sempre, inesorabilmente, a tracimare l’uno nell’altro.
Amélie Nothomb, insomma, è una scrittrice inafferrabile che non potrò mai amare del tutto, ma che ugualmente sa avvicinarsi a me come una di quei vicini di casa strani e imprevedibili, che si incrociano a volte sulle scale e di cui è bello stare a sentire le storie, per quanto inverosimili, inconcepibili, egocentriche possano sembrare. E, tra tutte le sue storie, brilla questa Né di Eva né di Adamo, che è una storia d’amore intercontinentale che supera lo spazio, il tempo e le nazioni: la storia dell’amore di una giovane belga nata in terra giapponese, innamorata perdutamente del suo paese natale – che pure, per un intrico della legge, non è il suo paese – che dopo una vita trascorsa altrove ritorna, alle soglie della giovinezza, a mettere piede nella sua isola. E ci trova, tornando, sapori che aveva dimenticato, suoni perduti che però sono inevitabilmente parte di lei, sepolti nelle nebbie dorate della sua infanzia che giganteggia dentro queste pagine come un enorme universo perduto ma sempre presente, una terra lontana in cui non si può non voler tornare, perché solo quella terra, quel passato, è casa. Questa storia, insomma, è la storia di un ritorno. Di un piatto fatto con cavolo cinese, gamberi e salsa Hiroshima divorato a bocca piena, con voluttà perfetta, di un’ascesa nietzscheana al monte Fuji, per guardare l’alba dal bordo del suo cratere e sentirsi finalmente degni di far parte di quella nazione che è un universo intero, un mondo nel mondo, un luogo che è per definizione altro, altrove, perfetta estraneità in cui sprofondare. E, accanto a tutto questo, questa storia è anche la storia dell’amore della stessa ragazza per un giovane giapponese buono, dolce, teneramente dedito a questa fanciulla straniera che infila le mani dentro il formaggio plasticoso di una cosiddetta “fonduta svizzera” riletta in salsa nipponica e impazzisce di felicità alla vista di un foulard colmo di perfetti, luminosi, scintillanti cachi arancioni appena raccolti nel mezzo della neve.
L’amore di Rinri per Amélie è tanto perfetto quanto – per forza di cose – evidentemente impossibile, assurdo, destinato non a infrangersi ma a evaporare come un fiocco di neve a contatto con una superficie troppo calda, troppo lanciata in una direzione diversa da quella della sua sublime e semplice bellezza: è un amore che si insinua nella vita di questi due ragazzi come l’acqua si infila in una crepa della terra, fatto di tenerezza e felicità, e con lo stesso senso di inesorabilità finisce in una fuga e un susseguirsi di telefonate che si fanno sempre più rare, prima di cessare del tutto, senza bisogno di nessuna parola, senza l’orrore dello strappo netto che ogni addio inevitabilmente impone.
Nel nascere, nel fiorire e nello sciogliersi di questo amore concreto, si snoda la storia dell’amore incorruttibile della giovane Amélie per quel mondo-nel-mondo che il Giappone inevitabilmente è, e che viene raccontato in queste pagine attraverso una serie di quadri che si susseguono con logiche non sempre chiare, ma che proprio in questa estemporaneità trovano il senso più alto della loro bellezza. E così, dentro questo piccolissimo romanzo nipponico assistiamo al dipanarsi della storia d’amore senza fine di una donna per un’idea e per il paese che, di quell’idea, è la più perfetta incarnazione possibile.
Quella che rimane, alla fine, è una sensazione fragile e forte, come un fuoco freddo: un senso di comprensione e di distacco, di desiderio di fusione e di totale abbandono impossibile da scindere da un altrettanto totale desiderio di fuga. Restano questo, e una serie di immagini che non si allontanano facilmente dalla mente: quella della schiera di persone raccolte attorno alla bocca di un vulcano spento ad aspettare il sorgere del sole, per esempio. O quella della terrificante tempesta di neve che inghiotte ogni cosa e da cui ci si può salvare solo grazie a un rifugio impossibile che pure esiste, creato chissà da chi, e dentro cui si può trovare una vasca d’acqua bollente contro cui provare a dimostrare a se stessi di possedere ancora un corpo. Oppure, alla fine, l’immagine struggente di un giovane giapponese, timido e dolce di una dolcezza senza nome, trasformato in un uomo che porta dentro la corazza dell’età adulta i semi del ragazzo che era, e che è capace di trovare le parole giuste, nonostante ogni distanza e ogni cambiamento di vita, tempo e latitudine, e che dentro la semplice affermazione «voglio darti l’abbraccio fraterno del samurai» sa rinchiudere un intero mondo, e un’intera storia, in una perfezione senza tempo che è quella di un intero popolo.
Finisce così, questa storia d’amore e di fuga e di libertà: con un ritorno, e un abbraccio fraterno, e un mondo intero da continuare ad amare di una passione indicibile, impossibile da far smettere di brillare, nel mezzo di ogni caos, di ogni partenza, di ogni scossone imposto dalla contingenza fredda e inutile, scolorita, della vita.

Mi buttai nel paesaggio. O meraviglia della corsa! Lo spazio ci libera da tutto. Non c’è tormento che resista all’espansione di sé nell’universo. Il mondo sarebbe così grande per niente? La lingua dice una cosa giusta: darsela a gambe vuol dire salvarsi. Se stai morendo, scappa. Se stai soffrendo, datti una mossa. Non esiste altra legge che il movimento.
La morte mi aveva imprigionata da Yamamba, la luce del giorno mi liberava restituendomi la geografia. Esultavo: no, Yamamba, non ho lo spirito della zuppa, sono una persona viva e te lo dimostro, mi do alla fuga, non saprai mai quanto sia incommestibile. La mia insonnia è stata bianca come la neve circostante, ma ho l’incredibile energia dei sopravvissuti e corro sulla montagna che è troppo bella perché possa permettermi di morirci. Ogni volta che arrivo in cima a un versante scopro un mondo magnifico e immacolato da far paura.
Paura, sì. È un bel pezzo che scappo, e avrei già dovuto riconoscere il paesaggio di ieri. Non è affatto così. La tempesta ha operato una metamorfosi tanto profonda sull’universo? Afferro la cartina e punto il riferimento: il monte Fuji. È lontano da qui, ma appena sarà visibile saprò di andare nella direzione giusta. Nel frattempo, ho finalmente trovato l’unico posto in Giappone dal quale non si vede il monte Fuji: è quello in cui mi trovo. Corriamo altrove.
Mi perdo. Lo smarrimento mi inebria, corro ancora più veloce. Yamamba, ti ho fregato, nessun essere umano si è mai spinto dove sono arrivata io. Faccio la smargiassa per nascondere il terrore. Stanotte sono scampata alla morte, ed eccola che mi raggiunge. Era scritto che il mio trapasso sarebbe avvenuto a ventidue anni sulle montagne giapponesi. Ritroveranno il mio cadavere?
Non voglio crepare, corro. Come si fa a correre tanto? Le dieci del mattino. Il cielo è di un blu assoluto, neanche l’ombra di una nuvola. È una bella giornata per non morire. Zarathustra salverà la pelle. Le mie gambe sono così grandi, mangeranno le cime, voi non avete idea del loro appetito.
Ma corro e non trovo niente. Ogni volta che arrivo in cima a un versante prego di vedere il monte Fuji, lo chiamo come si chiama il più caro degli amici, ricordati, fratello mio, ho dormito sull’orlo del tuo cratere, ho gridato per salutare il sorgere del sole, sono dei tuoi, te ne supplico, riconoscilo, riconoscimi, faccio parte dei tuoi, aspettami in cima a quel versante, rinnegherò tutti gli dei per credere solo in te, sii là, sono perduta, a te basta apparire e sono salva, arrivo sulla cresta, e tu non ci sei.
La mia energia è diventata quella della disperazione, corro ininterrottamente. Mezzogiorno si avvicina. Sono quasi sette ore che non faccio che perdermi e aggravare la mia situazione. La mia macchina gira a vuoto, verrà la morte e mi inghiottirà nella sua neve nera. È la fine della mia corsa su questa terra. Non ci voglio credere. Zarathustra non può morire, non si è mai visto.
Nuovo versante. Non ci credo più, ma salgo lo stesso. Non ho niente da perdere, sono già perduta. Le mie gambe, che non hanno più energia per aver fame, si arrampicano. Ogni passo costa molto caro. Ecco la linea della vetta, una nuova delusione, senza alcun dubbio. Corro gli ultimi metri.
Il monte Fuji è là, davanti a me. Cado in ginocchio. Nessuno sa quant’è grande. Ho trovato il posto dal quale lo si vede per intero. Urlo, piango, sei immenso, tu che annunci la vita! Quanto sei bello!
Il saluto mi fulmina le budella, mi tiro giù le braghe e mi libero. Monte Fuji, ti lascio una testimonianza imperitura a dimostrazione del fatto che non hai a che fare con una persona indifferente. Rido di felicità.
Mezzogiorno in punto. Guardo il profilo della cresta, devo solo seguirla, i miei occhi calcolano sei ore di marcia fino a valle. Non sono niente se sai che vivrai.
Corro lungo la linea della vetta. Per sei ore di sole e di cielo blu avrò il monte Fuji solo per me. Queste sei ore non basteranno a contenere la mia estasi. L’esaltazione mi serve da combustibile: non ce n’è di migliore. Zarathustra non ha mai corso così veloce e così in preda all’ebbrezza. Do del tu al Fuji danzo sulla cresta. È un momento sublime, vorrei che non finisse mai.
Quelle sei ore sono le più belle della mia vita. Converto in marcia la mia gioia. Ora so perché una musica trionfale si chiama marcia. Il monte Fuji riempie il cielo, ce n’è per tutti, ma io ce l’ho per intero solo per me, chi non c’è peggio per lui. Nessuno più di me sa quanto il Fuji sia grandioso e superbo, il che non gli impedisce di essere il più piacevole dei compagni di strada. È il mio migliore amico. Zarathustra non scherza, quanto a presunzione.

Monte Fuji quasi acquaforte

Amélie Nothomb, Né di Eva né di Adamo, Voland, 2009, 160 pagine.

h1

Mondayscreen: Alan Bennett – Gli studenti di storia

18 marzo 2013

“I personaggi sono sempre più importanti delle tematiche”, scrive Alan Bennett nella prefazione al testo di questa commedia che probabilmente mai nella vita avrei letto, se non mi fosse capitato di trovarmi, una sera di qualche settimana fa, nella pancia di una seconda galleria di teatro, a guardare dall’alto e da lontano un manipolo di dodici attori che mettevano in scena proprio questa storia, e di incantarmi a osservare il crescere preciso della statura di ognuno di loro, sulle tavole di quel palcoscenico, mano a mano che la vicenda si dipanava, e il definirsi sempre più preciso, un momento dopo l’altro, della loro consistenza di persone che pulsava dietro la maschera della finzione.
Contano solo le persone, dentro questa storia semplice, infatti. Contano solo le persone, e la maniera sempre infinitamente complessa in cui costruiscono i loro rapporti reciproci, in cui mettono in scena ciò che sono e lo incrociano con i percorsi e i destini di quegli infiniti universi di verità che per semplicità chiamiamo “Altri”.
Questo The History Boys, insomma, è una storia di personaggi: la storia di otto ragazzi neodiplomati che, alla fine degli studi, belli e giovani, pronti a lanciarsi nella vita con la forza sicura dei vincitori, tornano a scuola per preparare l’esame di ammissione alla facoltà di Storia delle due più antiche e prestigiose università britanniche, animati da quel misto di apparente disprezzo, di reale emozione, di umanissima presunzione e di altrettanto umano – e segreto – terrore di non essere all’altezza che è così inscindibilmente legato alla giovinezza in quanto tale, e a tutti quei momenti in cui la vita gira e si torce, in cui la si sente passare dritta dentro un nodo cruciale, un punto di svolta. Gli otto ragazzi tornano a scuola, ognuno diverso e ognuno uguale a tutti gli altri, ognuno unico e ognuno invariabilmente disegnato a partire dall’ombra dello sguardo che gli altri gli riservano: e così, tra le pieghe dei loro rapporti reciproci, emergono subito la figura del debole e dello spaccone; del vincente che nella vita rischia di essere azzoppato solo da sé stesso e dalla propria immotivata tendenza alla distruzione; dell’astuto che costruisce la sua forza su una fragilità invincibile; del gregario solido che resta sempre un passo indietro, e che sa che è questo il solo modo per arrivare, alla fine, un metro più lontano degli altri; dell’anima semplice e solida, elementare, che combatte quella battaglia quasi per caso e che sa che – in qualche modo – sarà proprio la sua attitudine di mulo paziente, di pacifico e non-turbato spettatore a garantire anche a lui la sua parte di trionfo, dentro questa vicenda.
La storia di questo spettacolo, insomma, è la storia di questi personaggi che mano a mano che la vicenda si svolge ci accorgiamo di conoscere da sempre: conosciamo già le loro parole, prima che le pronuncino, conosciamo il modo semplice ma così familiare in cui si raccontano l’un l’altro quello che riempie e domina le loro vite. Conosciamo la trama segreta del loro reciproco amore, inscindibile da quella della loro reciproca crudeltà, come forse è inevitabile che sia. Li conosciamo e li vediamo crescere, svilupparsi e poi alla fine imboccare la fase discendente della loro parabola esistenziale, come succede per forza quando si sceglie di raccontare, in forma di commedia, lo splendore e il dramma di ogni giovinezza.
Gli otto eroi di questa storia, però, non sono soli nella loro sfolgorante preparazione all’ingresso della vita adulta: accanto a loro respirano e vivono le figure dei loro maestri, coloro che dovrebbero conoscere la strada attraverso cui accompagnarli verso una qualche forma di “trionfo”, e che invece emergono dalle battute di questa commedia nella loro essenza di uomini colmi di equivoci, e manie, e fobie ed errori, più che in quella di impavidi e affidabili condottieri. E di cui, proprio grazie a questa invincibile virtù di umanità, spettatori e attori si innamorano inevitabilmente, ogni battuta un po’ di più.
I due maestri di questa storia non potrebbero essere più diversi tra loro: Hector, il più vecchio, è eccentrico e appassionato, innamorato e testardo, estremo ai limiti del grottesco. Ama le cose che insegna di un amore adolescenziale, totale, estraneo a qualsiasi regola: le ama e vuole condividerle con i suoi allievi ma, in virtù di un patto tacito e definitivo, non è disposto a lasciare che loro le sfruttino per avere successo agli esami. Ciò che Hector insegna è un segreto privato tra lui e i ragazzi, un turbine di mistero da raccontarsi solo dietro una porta chiusa, un vortice di amore per la poesia, per l’arte, per il mondo, destinato ad essere insieme totale e segreto, incomunicabile. E i ragazzi stanno al suo gioco, disponibili a innamorarsi anche loro di ciò che il maestro ama, e a difenderlo da qualsiasi attacco esterno. Finché, sulla scena di questa storia, non arriva il professor Irwin, il contraltare di Hector, chiamato d’urgenza da un preside arrivista e preoccupato dalle effettive chance di successo dei ragazzi agli esami. Irwin è giovane, giovane e spietato. Intelligente e fragile, ammantato di poche certezze faticosamente costruite, e a cui non può in nessun modo rinunciare. Vuole portare a termine il suo compito, vuole che i ragazzi vengano ammessi all’università, a qualsiasi costo, e la strada che trova per ottenere il suo scopo è quella di spingerli verso la contro-intuizione, verso l’opposizione a qualsiasi costo. Per avere successo, insegna Irwin, bisogna emergere dalla massa. Bisogna saper gettare sul piatto tutte le proprie carte, senza ritegno, senza paura di esagerare, senza rispetto nemmeno per la verità. La verità non esiste, in fondo: esiste solo un esame da superare, e la capacità di mettersi in luce abbastanza da riuscire a farlo, la capacità di dimostrare ai commissari, al mondo, alla vita, che si è migliori, più acuti, meno appiattiti degli altri. Machiavellico e, a suo modo, eroico, Irwin è l’anima fragile di questa vicenda, la figura insieme tragica e sublime del vincitore che finisce per essere anche, inesorabilmente, lo sconfitto. In lui si sommano giovinezza e decadenza, idealismo e grettezza, pragmatismo e inquietudine. Di lui tutti si innamorano, per forza di cose, e sarà lui a sparigliare le carte di questa storia, a condurla al limite estremo dopo cui non c’è ritorno. E – come forse è giusto che sia – in definitiva sarà proprio lui a pagare il prezzo più alto per tutto questo.

Non è una meditazione sul senso dell’insegnamento, questa commedia leggera e danzante, corale, veramente collettiva, che parla forte e chiara ai ricordi e alle esperienze di ciascuno di noi. Non è una rivisitazione anni ’80 dell’Attimo Fuggente, non è la storia del passato che si scontra con il presente, né quella di una liberazione che passa attraverso un modo nuovo di trasmettere le conoscenze. Questa storia, come dice Bennett, è solo la storia dei suoi personaggi. La storia di un manipolo di uomini (e una donna, una sola: l’eroica ex-professoressa di Storia dei ragazzi che in questa vicenda è madre e sorella, confidente e spalla, vestale ironica e implacabile, perfetta) diversi che combattono ciascuno la propria battaglia esistenziale, cercando disperatamente di trovare in essa un senso, un barlume di dignità. Alla fine della storia, né Hector né Irwin vincono o perdono: entrambi, semplicemente, escono di scena con la loro statura di persone vere, intrise di contraddizioni, bellezza e dramma. Disegnati sulla pagina, rappresentati sulla scena, i loro personaggi vivono e incantano per la loro umanità implacabile, per il cumulo di contraddizioni che portano con sé. Loro, i loro amori, il loro destino – e quello dei loro otto history boys – sono l’unico senso di questa vicenda, sono tutto quello che c’è da dire sulla Storia, e sulla Poesia, e sulla scuola, e in definitiva sulla vita in quanto tale, al di là di qualsiasi altra precisazione. Chiudere il libro, uscire da teatro, significa aver fatto i conti nel modo più semplice e definitivo possibile con tutto questo.

Read the rest of this entry ?

h1

Mondayscreen: Massimo Carlotto – Le irregolari

11 marzo 2013

Le irregolari sono venute da me in una notte lontanissima, una notte di una vita fa, per motivi grandi e perduti, che nemmeno ricordo. Sono venute in un inverno freddissimo, poco prima di Natale, e mi hanno rubato il sonno per una notte intera, esattamente come hanno rifatto oggi, quando ho riletto queste pagine cercando ricordi, e trovandoci dentro, invece, una manciata di memoria dispersa in un mare di cose nuove.
Quando si legge la storia delle irregolari, dei loro giovedì passati a marciare a testa bassa sotto i manganelli della polizia, dei loro figli – sfolgoranti di ideali e di gioventù – rubati per la strada o nelle case da una polizia assassina e poi semplicemente scomparsi, inghiottiti dal pozzo nero dell’orrore e della dittatura, non si può non gettare da parte il demone del sonno, cadere a peso morto dentro la grandezza di questa storia che racconta cose che in qualche misura già conosciamo, ma che ugualmente trovano nelle parole di Massimo Carlotto, nel suo sguardo che sa essere insieme carezzevole e fermo, uno sguardo che dice con ogni parola “ci siamo capiti, non c’è bisogno di sprecare troppo fiato: non c’è bisogno di perdersi in chiacchiere“, un contraltare perfetto, ugualmente distante dai rischi del cinismo e da quelli, altrettanto pericolosi, della retorica strappalacrime, dello strattone troppo netto alle corde dell’emozione. E che proprio grazie a questa virtù di precisione, misura e secchezza riescono a uscire dalle pagine di questo piccolo libro con la forza di colpi di frusta che sibilano precisi nell’aria, e rubano pace e sonno, mettendo chi  le legge al centro di qualcosa che è più che un fatto storico: qualcosa che ha a che vedere da vicino con le responsabilità di ognuno di noi nei confronti della sua vita, con la capacità di vivere nella propria società in maniera onesta e degna, con l’interrogativo eterno sulla parte giusta del mondo, e sulla propria capacità di abitarla.
La storia delle Irregolari è una storia di lacrime, inevitabilmente: la storia della lotta per la verità e la giustizia di un gruppo di madri argentine che negli anni della dittatura hanno visto scomparire i loro figli. Ma è qualcosa che va molto al di là del lutto, molto al di là della semplicità ineffabile del loro dolore per cui non c’è redenzione: è la storia di una generazione, di un popolo, di un’età della vita del mondo e della vita dei singoli, una storia di furti e riscatti, di atrocità e di rivolta, di figli ammazzati e di madri casalinghe che, loro malgrado, si sono trasformate in guerrigliere rivoluzionarie, imparando a conoscere la necessità e il bisogno della lotta per strappare al mondo nero della dittatura almeno l’ombra di qualcosa da salvare: una tomba, un nipote rubato, la speranza della giustizia e della condanna dei colpevoli.
Non è una storia di torturatori e di torture, questo Buenos Aires Horror Tour: non è solo questo. Più di tutto, è una storia di resistenza: la storia della resistenza di un manipolo di giovani – tutti ventenni, tutti innamorati, quasi tutti già sposati e genitori di figli: come se in loro la vita si fosse manifestata al culmine della sua urgenza, avesse espresso nel minor tempo possibile il massimo del suo potenziale, prima dell’arrivo di una fine tanto inconcepibile, tanto crudele e nera da non lasciare parole abbastanza grandi per dirla – e quella della resistenza delle loro madri impossibili da domare, impossibili da mettere a tacere con storie più meno consolatorie di ipotetiche democrazie o con esplicite, scandalose menzogne. Nell’intrecciarsi di queste due resistenze che si passano il testimone – da un lato quella dei figli, tutti scomparsi, tutti evocati solo nelle parole dei vecchi che attraversano le notti di Buenos Aires a bordo di un taxi colectivo in un eterno pellegrinaggio nei luoghi in cui i ragazzi sono stati rapiti e inghiottiti dal buio, dall’altra quella delle madri che non possono che seguir luchando – c’è il senso di questa storia che supera i confini dell’Argentina e che parla di ogni rivolta, di ogni tentativo di ogni singolo individuo di porsi al di fuori del meccanismo corrotto di uno stato che macina tutto, ma non può aver ragione delle singole storie di coloro che hanno la forza di porsi al di fuori del sistema.
Lo dice chiaramente fin dalla prima pagina, Massimo Carlotto, che questa non è solo la storia argentina di una dittatura finita e dei suoi martiri innocenti: è la loro storia, ma insieme è anche quella del Torito nel suo carcere peruviano, di El Chino resistente in Cile, armato solo di una corazza fatta di cinismo e buonsenso, di concreta e ribelle rassegnazione, è la storia di tutti i fuoriusciti che hanno attraversato gli oceani nel disperato tentativo di salvare sé stessi e, grazie a questo, lasciare accesa almeno l’ombra di una speranza per il proprio popolo, per la propria lotta, per la propria Idea. Ed è, infine, la storia di infiniti amori grandi più di qualsiasi possibilità di distruzione, di qualsiasi scarica elettrica, di qualsiasi pallottola o volo della morte: la storia della lotta implacabile e terribile di infinite donne che, non avendo nulla da perdere ma stringendo forse l’enormità di un amore impossibile da spegnere, hanno imparato a lottare e hanno saputo trasformarsi nella coscienza collettiva, nella voce impossibile da azzittire di chi rifiuta l’oblio e l’amnistia generalizzata, di chi non può accettare che “tutto sia come prima”.
Carlotto sa raccontare questa storia con una misura, una forza, una consapevolezza che lasciano sbalorditi, mettendo insieme i pezzi delle storie che incontra, quelli della sua vicenda personale e quelli degli altri ribelli sul filo dell’abisso di cui si parla in queste pagine fino al punto in cui diventa chiaro, evidente più di qualsiasi altra cosa, che si tratta sempre di un’unica storia, la stessa vicenda raccontata ogni volta con parole nuove. Una storia capace di moltiplicarsi in un’infinità di sfaccettature – ognuna delle quali ha un nome, spalanca un universo, possiede una dignità assoluta e perfetta – senza mai perdere il peso totale dell’insieme, ricordando però che, alla base di tutto, la matrice da cui ogni storia prende senso è sempre la stessa. E ha a che vedere con qualcosa di perfetto e totale che, per semplicità, potremmo chiamare “umanità”, e che quando compre a tradimento nelle pagine di un libro ruba il sonno, la pace, la capacità di continuare quietamente  a mettere un passo avanti all’altro, e introduce nel centro preciso di infiniti terremoti, in un territorio pericoloso in cui tutto trema, e non ci sono pareti solide contro cui appoggiarsi. Ma che è l’unico luogo del mondo in cui stare, per non perdere almeno l’ultima briciola di qualcosa che non possiamo che chiamare enorme, infinita, umana dignità.

Read the rest of this entry ?

h1

Mondayscreen: Stefano Benni – Elianto

4 marzo 2013

Sono tanti i motivi per cui ci si innamora di un autore, o di un libro, o di un modo di raccontare e di guardare il mondo, o in generale di una delle infinite forme che sa prendere quella cosa enorme che per brevità chiamiamo “letteratura”. Sono tanti, ma forse uno dei più forti – e, insieme, uno dei più semplici – è tanto banale da scivolare vicinissimo all’infantile, e trova proprio in questo suo essere così elementare e stupido la sua forza dirompente, impossibile da controllare: banalmente, semplicemente, inevitabilmente, ci innamoriamo del libri perché, in fondo, noi piccoli uomini abbiamo bisogno di compagnia. Abbiamo bisogno di vedere la nostra vita trasfigurata per mezzo delle parole per sentirci parte in ogni momento di un organismo collettivo, per avere la certezza di non essere solo voci che urlano nel deserto, per sapere in modo profondo che esiste qualcun altro che combatte dalla nostra parte, che vive le stesse cose che viviamo anche noi, con la stessa intensità e la stessa umanità. Che quelle cose non sono solo un mucchio di “dissipazioni di materiale elettrico” prodotto dal nostro cervello, colonne di fumo che iniziano e finiscono nello spazio limitato di un “me”, ma sono capaci di diventare oggetti concreti, di prendere vita e inserirsi in un meccanismo ben oliato che vada oltre, che sia capace di crescere e camminare ed esistere di per sé, a prescindere da qualsiasi piccola, marginale umanità. Che sia capace di trasformarsi in una storia, insomma, per dirlo in una parola. In qualcosa che abbia la stupefacente capacità di appartenerci, di parlare proprio di noi e a noi, e insieme di essere anche altro, e di trovare senso e valore proprio in questa sua alterità.
Quando troviamo un autore, una storia, un modo di raccontare fatto così, non possiamo che accoccolarci nelle sue parole per metterci al riparo dalle sferzate del mondo fuori, e sentirci temporaneamente in un luogo che forse non è perfetto, forse non è nemmeno il regno delle vette più alte che la letteratura è capace di raggiungere, ma che è comunque una casa. Un posto in cui fermarsi e non sentirsi soli. Non serve che sia sublime, la letteratura di cui ci si innamora: basta che sia capace, per lo spazio limitato di un momento, di uno spoglio elettorale, di un’influenza o di un pomeriggio grigio, di farci sentire che nonostante tutto il mondo esiste, e in esso gli uomini, e perfino uomini che ci somigliano e che in più sono capaci di raccontare quel mondo come noi non saremmo mai in grado di fare.

Questa premessa un po’ banale serve per dire che questa settimana non si poteva far altro che ricadere, ancora una volta, nella meraviglia semplice e colorata di uno di quei libri che, in qualche modo, sanno sempre essere una garanzia. Nelle parole avvolgenti e sfolgoranti di Stefano Benni, che hanno il dono raro di riuscire ad essere insieme carezzevoli e guizzanti, mai statiche, mai ferme e prevedibili ma sempre insieme drammaticamente reali e profondamente assurde, nella loro capacità di disegnare mondi che non esistono, eppure sono il nostro mondo, senza possibilità di equivoco.
Questa è, in fondo, l’essenza di Elianto, un romanzo semplice in cui si parla di malattia, e di salvezza, e di viaggi intergalattici per provare a mettere al sicuro almeno qualcosa, nel marasma del dolore e del grigiore collettivo. Elianto è un romanzo sulla decadenza e sulla speranza, sul “come siamo diventati” ma anche sul coraggio della ricerca costante di una via di fuga, un romanzo pieno di assurdo e di dolore che si trasfigura in immagini eccessive, esasperate, colorate e ghignanti senza per questo cessare mai di essere, esplicitamente, dolore vero.
La storia è la storia di un ragazzo malato, chiuso in una clinica abitata da medici folli e infermieri carezzevoli, da suore senza voce e dirigenti corrotti e senz’anima: un ospedale silenzioso ma non per questo macabro, in cui ogni tanto arriva la morte, vestita da ballerino di tango, e invita qualcuno dei degenti ad alzarsi dal letto, a sorridere e a lanciarsi fiducioso nell’ultimo giro. Il giovane Elianto sta chiuso lì dentro perché il Morbo Dolce l’ha vinto, perché non ha più alcuna forza, alcuna capacità di opporsi alle cose. Sta lì e aspetta di sapere cosa sarà della sua vita, e intanto guarda le ombre proiettate sul muro della sua stanza dai rami di un vecchio albero del cortile, che sono in realtà una mappa intergalattica che segnala le strade segrete attraverso cui si può viaggiare tra i mondi, attraverso cui l’enormità dell’universo può entrare in contatto con quella piccola stanza di Villa Bacilla, e portare in essa almeno l’ombra di una speranza.
Aspetta, Elianto, che è l’anima pura di questa storia. Non il protagonista, non il personaggio principale: solo l’anima. Il centro quieto attorno al quale vortica tutto, l’occhio del ciclone verso cui tutto converge, e che proprio per questo è capace di essere – a prescindere da ogni cosa – uno spazio in pace, un’oasi di attesa.
Nel mondo fuori, intanto, sono in molti a combattere per la sua salvezza. Perché è da quella salvezza che dipendono i destini del suo paese, Tristalia, una landa desolata in cui dominano i media e in cui – per ricevere acqua e corrente elettrica – bisogna rispondere a un quiz televisivo sforzandosi di indovinare la risposta che “sarà maggioranza”, quella che la terribile volontà popolare decreterà essere la risposta vincente, in una grottesca scimmiottatura di una democrazia che in realtà a Tristalia non esiste: nel paese, infatti, tutto è governato dal Zentrum, un supercomputer-dittatore che ha in mano le sorti della nazione, e che non lascia scampo a nessuno.
Ma almeno per la Contea – la patria di Elianto – sembra esserci l’ombra di una speranza di riscatto: per riuscire a conservare la propria autonomia, per strapparsi dalle grinfie e dal dolore di Tristalia, per uscire dal vortice grigio di spari e onnipotenza televisiva che la domina, un rappresentante della Contea dovrà sfidare e sconfiggere in una gara di nozioni il giovane Baby Esatto, dopato e folgorato rappresentante del Governo, piccolo mostro onnisciente apparentemente privo di punti deboli. Il suo unico tallone d’Achille è nascosto in un ricordo del suo passato, e quel ricordo è Elianto: per questa ragione il giovane eroe malato deve vivere, per questa ragione si mettono sulle sue tracce i suoi tre migliori amici – ragazzi intrepidi armati solo di una chitarra, una minigonna e una telecamera giapponese – alcuni yogi tibetani miniaturizzati, un piccolo plotone di diavoli innamorati, un maestro Zen diventato triste e tutti gli altri personaggi che Benni lancia su queste pagine continuando ad aggiungere legna che alimenti le scintille di questo fuoco d’artificio in forma di libro. Il mondo cospira contro Elianto, lo aggredisce con un male che sembra più forte di lui e di chiunque, con la Dolcezza di un dolore senza speranza. Ma, dentro il mondo, piccoli semi di rivolta estemporanei, grotteschi, meravigliosi e sublimi nella loro assurdità si mettono in cammino per non cedere a quel dolore, per concedersi almeno una chance di salvezza, che valga per loro e per tutti coloro che, addormentati e grigio, imbolsiti e perduti, abitano Tristalia. E ci vuole poco a capire che quest’umanità muta e immobile, che scompare nello sfondo di queste pagine, non siamo altro che noi: noi che abitiamo inconsapevoli a Tristalia, noi che viviamo sospesi nelle grinfie del Zentrum e che avremmo un infinito bisogno di giovani eroi nobili, di anime pure e quiete che sappiano sconfiggere la violenza di un potere demoniaco – anche se apparentemente “per bene” – e che possano infine salvarci.

Elianto è una storia di dolore e di speranza. Una storia che fa sorridere e sogghignare, che trascina nel vortice di mondi lontanissimi, e che facendolo ci ricorda in ogni pagina quanto sia assurdo il nostro mondo, quanto sia doveroso non arrendersi ad esso, quanto sia colpevole ogni pensiero che non vada nella direzione della reazione, della rivolta, della fuga verso una salvezza capace di valere per noi e per tutti. Viaggiando anche in universi lontani, se serve, pur di riportare un briciolo di libertà, un granello di speranza, nella landa desolata che dimostra di essere, a volte, il posto che comunque non possiamo far altro che chiamare “casa”.

Read the rest of this entry ?

h1

Mondayscreen: Herman Melville – Benito Cereno

25 febbraio 2013

“Benito Cereno incarna, agli occhi di Melville, il cupo e ironico nocciolo demoniaco dell’universo”, sussurra Cesare Pavese dalla quarta di copertina di questo libro, e – di fronte a una recensione così – ogni altra precisazione appare superflua, puro rumore che può solo mettersi disordinatamente al fianco delle parole tanto più precise, tanto più sensate di un uomo che le storie di Oceani, di abissi e di Americhe le conosceva con l’immediatezza e la forza dell’amore, delle intuizioni che scavano dentro e non hanno bisogno di troppi giri di frase.
La storia di Benito Cereno, infatti, è una storia proprio così: una storia nera, demoniaca, in cui però non c’è traccia di terrore vero ma piuttosto un costante, strisciante senso di minaccia che aleggia su ogni cosa, impregnandola del suo odore, conquistando con la sua presenza inevitabile anche chi legge e vorrebbe riuscire a stare fuori da quel vortice, tenersi al sicuro sul lato comodo della verità che dovrebbe “spettare” al lettore, ma che dalle pagine di questo libro continua a comparire e scomparire, con la forza delle onde che portano striscianti, nauseanti, svuotanti mal di mare.
Non c’è alcun porto sicuro, in queste pagine. Non c’è nessun luogo in cui sia possibile rifugiarsi e, sentendosi con le spalle al coperto, limitarsi a guardare lo scorrere della storia e dei suoi personaggi: fin dall’inizio del racconto il lettore cade nel suo clima rarefatto, freddo pur nella sua ambientazione esotica, segnato da trame continue di tensione e di sospetto, e non ne esce fino alle ultime pagine, quando è l’autore stesso a fare un passo indietro affidando lo scioglimento della vicenda alle parole secche, riportate tra virgolette, di una serie di atti processuali che raccontano la “verità” della storia, ne spiegano lo svolgersi, accostano i fatti uno dopo l’altro rendendoli disponibili per una comprensione che però non riesce, nemmeno per un attimo, ad essere rassicurante e a mangiarsi il senso di disagio, di dolore profondo e sospeso, che le pagine precedenti hanno saputo costruire un passo alla volta.

Non è una storia complicata, quella di questo racconto che è insieme intensamente marittimo e intensamente umano, in cui non si riesce a capire se domini la forza dei flutti o quella, radicale, delle viscere della terra: è la storia del capitano di una nave americana per la caccia alle foche – pacifico e ottimista, un po’ stolido ma di buon cuore, intensamente umano e proprio per questo disarmato e ignaro, fragile e imbelle – e del suo incontro con quella che appare a tutti gli effetti come una nave di fantasmi. Un vascello spagnolo che compare una mattina, all’orizzonte, e che sbandando e oscillando rischia di andarsi a schiantare contro gli scogli della costa cilena dove è ormeggiata la nave del buon capitano Delano, che interviene subito per portare aiuto a quell’equipaggio ubriaco, a quel vascello alla deriva. Ed è così che l’onesto, stolido, ignaro capitano americano entra in contatto con un mondo che sembra quanto di più lontano possa esistere dal suo: un mondo di sotterfugi, di energie segrete, di cose che non sono quelle che sembrano. Perché la nave fantasma è, in effetti, una nave alla deriva. Ha perso la rotta, il carico, gran parte del suo equipaggio, e più di tutto ha perso la capacità di salvare se stessa, di tenere la direzione entro le insidie dell’Oceano. Procede sbandando in mezzo ai mari, con il solo sostegno di una manciata di marinai bianchi, di un capitano spagnolo – Benito Cereno, appunto – malato e ormai arrivato oltre i limiti della follia e di un certo numero di schiavi neri che erano originariamente parte del carico e che ora si aggirano sul ponte, lucidando asce o sfilacciando gomene, cantando e impegnandosi in brevi, estemporanee risse che si generano senza motivo apparente ed evaporano come fumo.
In questo universo disperato e fragilissimo, segnato dalla malattia, dalla paura, dalla quasi-certezza della morte, mette piede il capitano Delano, portando acqua, cibo, proposte di soccorso, e ricavando in cambio un carico di dubbi che non riesce mai, nemmeno per un attimo, a scrollarsi di dosso. Perché quella nave spagnola, il suo capitano pazzo, il suo carico di ex-schiavi liberati, sono portatori di segreti che non si possono svelare, ma che pure esistono, e premono da ogni lato impedendo ogni minimo abbandono, ogni più piccolo cedimento verso la fiducia.
La nave dei folli spagnola è più di quello che dice di esserlo, e il capitano americano lo percepisce, ma non ha a nessun livello i mezzi per penetrarne il segreto, per compiere quel passo in più verso il cuore nero dell’abisso che gli consentirebbe di capire qualcosa, ma che lo esporrebbe al rischio terribile di perdersi, di non sapersi ritrovare più. Così, dentro questo clima di terrore sottinteso, di strisciante e claustrofobica paura, cade anche il lettore che si imbatte in questa storia. Alla fine la sua curiosità verrà soddisfatta, ogni gesto riceverà la sua logica spiegazione e ogni tassello dell’insieme ricadrà al posto giusto, verrà perfettamente illuminato dalla lama di luce portata – nonostante tutto – dalla giustizia terrena e dai suoi tribunali: ma niente potrà rimettere le cose a posto, niente saprà portarsi via l’eco di tutte quelle pagine in cui la verità sfugge, e ci sono attorno solo onde grigie e cangianti come piombo fuso, solo grida lontane e incomprensibili, impossibili da definire ma di cui si coglie senza possibilità d’equivoco il timbro minaccioso, disperato. Quelle onde misteriose, fredde, dense, quel mare fatto di metallo, quei rumori che incidono l’aria e colpiscono alle spalle sono la realtà più vera di questo racconto, quella a cui non si può sfuggire.
E, alla fine, quando tutto diventa chiaro, non si può che guardarsi indietro, abbracciare con lo sguardo l’immagine complessiva di questa storia che sembra una storia da nulla, e rabbrividire un po’ di fronte all’enormità del suo abisso. Che è vasto, e infernale, e brulicante – con la stessa intensità –  di dolore, spavento e senso.

Read the rest of this entry ?

h1

Mondayscreen: Ascanio Celestini – La pecora nera

18 febbraio 2013

Ci sono voci, ci sono persone, che si amano o si odiano. Prevedono solo sentimenti “totali”, complete aperture di cuore o definitive serrate, senza mezzi termini. Non so se sia un pregio o un difetto, un dono o un vizio, ma è così: ci sono persone che sanno essere molte cose diverse, e persone che in ogni gesto, in ogni movimento della testa, in ogni inflessione della voce e ogni sussurro di parola non sanno che essere, con tutta la forza del mondo, solo se stesse, con una chiarezza impossibile da fraintendere. Ascanio Celestini è un uomo così. Così tanto “lui” da non potersi sfuggire, da essere sempre intrinsecamente se stesso, all’ennesima potenza, con la sua cadenza di voce e il suo tono un po’ dimesso e un po’ ironico, con le sue parole che non si prendono mai troppo sul serio ma che insieme hanno lo sconvolgente, commovente dono di non essere mai, nemmeno una volta, ciniche o crudeli, disarmate di umanità, svuotate di calore.
Ascanio Celestini ha la straordinaria capacità di riuscire, con ogni sua parola, a parlare dell’umanità in un modo unico, carezzevole senza mai essere pacificante, tenero ma non stucchevole, dolce di una dolcezza che non è mai eccessiva, mai facile, ma che insieme sa che non c’è altro modo per rapportarsi alla vita, per parlare agli uomini degli uomini, che non sia il tentare di avvicinarsi a loro con la forza netta ma delicata, rispettosa, delle carezze leggere, quelle fatte a mano aperta, sfiorando appena un centimetro di pelle.
La dolcezza è necessaria, soprattutto nelle cose dure, e Celestini lo dimostra in ogni suo sguardo sul mondo: la dolcezza è necessaria per guardare nel fondo delle cose, per non distogliere gli occhi dall’ingiusto e dal crudele, per trovare il coraggio di mettere davvero a fuoco la verità portandola fino al punto più estremo, quello in cui è più definita, quello in cui lascia meno scampo. Un amico, una sera molto lontana, mi disse “io penso che la compassione sia l’unico modo per sollevarsi un po’…un po’ al di sopra della merda, ecco”, e io credo che nessuna recensione sarebbe più efficace di questa frase per definire quello che fa Ascanio Celestini nei suoi spettacoli, nei suoi monologhi, nelle sue canzoni. E, anche, nelle pagine di questo libro minuscolo che racconta una storia di pazzi e di terra, di ragni mangiati e di bambini che si arrampicano a fatica su cancelli pericolosi, di suore sorde e di papi che muoiono, da andare a guardare e magari fotografare con il cellulare. Una storia che parla di un uomo nato “nei meravigliosi anni Sessanta”, in cui tutto è bello e nuovo, scintilla di colori mai visti prima, e in cui i pazzi sono ancora attraversati da scariche di corrente che dovrebbe raddrizzarne il destino, e che fanno brillare i loro manicomi anche di notte, come lucciole impazzite, traboccanti di un’energia crudele impossibile da canalizzare. In questo mondo folle, in questo mondo che è tutto margine, tutto limite di qualcosa che dovrebbe essere la normalità, il “centro”, ma che non compare mai nemmeno alla lontana, sulla scena di questa storia, vive Nicola, che è uno strano bambino con una strana famiglia. Ci sono una nonna, un padre, dei fratelli, una madre catatonica in un letto di manicomio, ma soprattutto c’è una vita che corre minuto dopo minuto a un solo passo dalla tragedia, e dalla morte, e dall’assurdo della mancanza di qualsiasi senso. E non ha nemmeno senso chiedersi come ci sia finito, al manicomio, Nicola che era nato negli anni Sessanta in cui tutto brillava, in cui il dolore sembrava alle spalle. Lui non se lo chiede: succede e basta, per colpa di una storia lontana e adulta fatta di soprusi e morte e indifferenza. Ma non è lì, il centro di questo racconto. Il centro di questo racconto è Nicola stesso, che racconta da morto le sfumature che hanno reso “sua” la sua vita, e lo fa con la consapevolezza di non essere un esempio, una metafora, un paradigma, un oggetto di rivendicazioni o di denuncia. Nicola è solo Nicola, e la sua storia è solo la sua. Una storia qualsiasi. E, di conseguenza, solo la nostra. Una storia qualsiasi che parla di un bambino, di un uomo, di un supermercato in cui andare a fare la spesa accompagnati da una suora, di una morte che è talmente tanto parte della vita da attraversarla ogni minuto, da parte a parte, fino ad arrivare senza nemmeno farsi scoprire.

Nella prefazione di questo libro, Concita De Gregorio parla di come solo scegliendo una storia, una sola, al di là di ogni pretesa obiettività di sguardo, di ogni supposta purezza di giudizio, si può arrivare a dire qualcosa di vero a proposito delle cose grandi della realtà: l’amore, la follia, la giustizia, l’emarginazione. Io voglio bene a Concita De Gregorio, ma questa volta penso di non essere d’accordo con lei. La storia di Nicola, la storia di questa pecora nera che racconta da morta la sua propria esistenza, per come l’ha guardata e capita, per come questa vita ha saputo sedimentarsi nella sua memoria, non è simbolo di nulla. Non è la porta per entrare nell’oscuro mondo della follia, non è lo strumento di una denuncia, non è un cunicolo attraverso cui possiamo portare vicino a noi qualcosa che altrimenti preferiremmo tenere lontano, emarginato sull’altra riva, quella in cui ci sono le cose “sbagliate” che non hanno nulla a che vedere con noi, con il nostro essere “giusti”. La storia di Nicola parla per sé, e parla con la sua voce, e non significa altro che questo: essere una storia, delle parole, una voce. Il regalo più grande che Celestini fa a questo pazzo innocente, a quest’uomo puro e onesto nonostante tutto, è quello di consentirgli di parlare anche senza avere nulla da dire, senza nessun significato da veicolare. Parlare solo per lasciare un segno, una manciata di polvere scagliata verso il cielo, prima di sparire dal mondo.
I significati, poi, possiamo aggiungerceli noi. Possiamo riflettere sulla follia, sulla parte della ragione e quella del torto, sul prima e sul dopo, su ora e su ieri, sui manicomi e la loro chiusura, sulla corrente e le pillole magiche. Ma questo, questo succede solo dopo. Prima, non ci sono altro che le parole di Nicola, i suoi ricordi di uno stanzino buio, delle uova di campagna della nonna, di un Capodanno lontano in cui successero cose enormi. Solo questo, niente di più. Raccontato, però, con una voce dolce che accarezza il mondo senza paura, senza cinismo, con spalancato dolore. Con l’unica voce che consente di accarezzare questa storia senza scivolare mai nel patetico, senza cedere mai alla banalità, e sollevandosi, anche se solo per un centinaio alle pagine, “un po’ al di sopra della merda” nel senso più puro e più onesto di quest’espressione. Aggrappati a un filo fatto di luci, di voce, e di cristallina compassione.

Read the rest of this entry ?

h1

Mondayscreen: Jane Austen – Orgoglio e pregiudizio

11 febbraio 2013

Il Mondayscreen di oggi non farà finta di rispettare le regole: ammette subito di essere un pezzo irregolare, come quei compiti fatti di nascosto all’ultimo minuto, proprio un attimo prima di entrare in classe, arruffando un po’ le carte per cercare di salvare almeno le apparenze, con l’inutile e ridicola speranza che il professore non se ne accorga o perlomeno finga di farlo, per non spezzare il circolo eterno del sacrosanto gioco delle parti.  Questo Mondayscreen, invece, ammette senza vergogna la sua natura di compito raffazzonato, e chiede scusa ai suoi lettori, ma nonostante tutto non può evitare di sorridere un po’, di nascosto, al pensiero che proprio ora, in questa “luce bassa della sera prima”, sia finalmente arrivato il momento di dedicare un po’ di spazio, una manciatina di pensieri alla vecchia zia Jane e al suo romanzo più totale, più tipico, più prevedibile e banale e paradigmatico. L’Ultra-Romanzo di questa donna acuta e ironica, dissacrante e coraggiosa, perfettamente integrata e inserita in una mondo perduto che però, per lei, è l’unico universo possibile, l’unico mondo di cui ha senso provare a parlare. Jane Austen è tutta dentro i confini del suo universo ottocentesco, lo domina con la grazia elegante delle donne d’altri tempi, e insieme ride di lui ogni minuto, con una ferocia e un’intelligenza che lasciano storditi, a due secoli di distanza, e che brillano sotto le belle immagini di questa storia prevedibile e in fondo “inutile”, che però non riesce a smettere di affascinare, nonostante tutto il cinismo e il buonsenso e la ragionevolezza del mondo.
Perché, davvero, non c’è dubbio che quella di Orgoglio e Pregiudizio sia una storia qualsiasi. Una storia prevedibile fino oltre il confine del banale, estranea a noi in maniera definitiva. Una storia tutta compresa entro i confini di un mondo ingessato e formale, ignorante e frivolo che è ormai scomparso, e la cui fine non lascia certo dietro di sé strascichi di rimpianto. Però, nonostante io sappia benissimo tutto questo, non posso fare a meno di cadere innamorata, ogni singola volta, sotto il peso leggerissimo delle parole di un’autrice così intelligente e lieve, così perfetta e tagliente, da essere capace di dare senso anche a una storia che è l’emblema del non-senso, di rendere vicina, prossima, familiare la più lontana, estranea, scombinata delle vicende. E, forse, il compito della “grande letteratura” (qualsiasi cosa significhi quest’espressione) in fondo non è altro che questo.

Non saprei nemmeno da dove cominciare, se dovessi dire cos’è che amo tanto di questo libro, cos’è che me lo fa sentire, nonostante tutto, così prossimo. Forse, il fatto che a raccontarlo è la voce perfetta di una donna che è interamente, fino al fondo del midollo, parte della società che descrive: tutto, nel mondo di questo romanzo, è costruito in modo perfetto, ogni gesto è quello “giusto”, ogni parola e ogni pensiero sono più veri di qualsiasi verità, perché sono messi uno in fila all’altro con la serena sicurezza di chi sa di guardare alla sua materia, senza mezzi termini, dal punto di vista di Dio. Jane Austen è una divinità, rispetto all’ambiente dei suoi romanzi: ne conosce ogni piega, ogni anfratto, e la sua mano non trema mai, qualsiasi cosa debba descrivere, perché ogni cosa non può che andare in un solo modo, e lei non ha dubbi su quale sia. Ma questo senso di appartenenza – ed è qui il genio di Jane, qui quello che aggiunge ai suoi romanzi “qualunque” il loro sapore così inconfondibile, così capace di scavalcare le ere e i mondi e arrivare dritto tra le nostre mani – non si trasforma mai in “quiete”, mai in acritica accettazione pacata e definitiva: Jane Austen, per il suo mondo che pure ama, che pure è per lei l’unico mondo possibile, non ha alcuna pietà. Non ha pietà per i suoi personaggi, per le loro miserie e le loro debolezze: li scolpisce tutti senza mezzi termini, ed è feroce anche con quelli che ama, anche con quelli che ha già deciso di voler salvare. Sa tutto di loro, e proprio per questo non teme di guardarli fino al fondo della loro verità, scavando attorno alle loro debolezze, senza temere nulla, senza paura di risultare sgradevole. Jane Austen è un’eroica signorina d’altri tempi che non riesce mai a smettere di guardare il suo mondo, e di giudicarlo, e di appropriarsene con coraggio e occhio smaliziato: proprio perché lo ama, è capace di possederlo senza mezzi termini, senza passare sotto silenzio nulla del suo bene e del suo male. Proprio perché lo ama può concedersi il lusso di ridere di lui, e di metterlo alla berlina, e nonostante tutto di continuare ad amarlo, senza il minimo desiderio di abbandonarlo in favore di un “altrove” che per lei è totalmente inconcepibile.
Ed è per questo che la storia delle cinque sorelle Bennet, di un paio di gentiluomini di campagna inglesi destinati inesorabilmente a innamorarsene, di una zia acida e dispotica, di un cugino reverendo viscido e risibile, da mettere alla berlina senza la minima pietà, di due sorelle che si adorano e arrivano, insieme, fino alla soglia del nucleo delle cose senza però sfondarlo mai, riesce a parlare al tempo e a noi senza perdere nulla del suo smalto, della sua forza gentile. Dentro di lei vive un mondo intero, e pulsa l’intelligenza di una donna colma di una dolcezza affilata, di una schiettezza che – senza uscire mai dai confini della buona educazione – trafigge tutto e tutti, e riesce a farci sorridere contro la nostra volontà. Perché l’intelligenza, e il coraggio, e l’onestà, sono cose così: brillano sotto le parole, malgrado tutto. E nessun cinismo, nessuna patina da banale love story riuscirà ad annebbiarle, mai.

Read the rest of this entry ?