Archive for the ‘Memento’ Category

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97. E fu la notte, la notte per noi

7 aprile 2015

«Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E venne De Gennaro, che si mangiò il manganello, che in questura Fini portò.
E venne il bastone, che picchiò il manifestante, che non morse nessuno, e De Gennaro il manganello si rimangiò.

E venne Amato, che nominò De Gennaro (capo della Polizia).
E venne Prodi, che nominò De Gennaro (commissario straordinario per i rifiuti in Campania).
E venne Monti, che nominò De Gennaro (sottosegretario con delega alla sicurezza).
E venne Letta, che nominò De Gennaro (presidente di Finmeccanica).

Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E venne Strasburgo che spense De Gennaro che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto, che giustificò la Diaz con una conferenza stampa vera e una molotov finta, con un Poliziotto che si strappò la divisa (e disse che era stato accoltellato, ma poi fu condannato).

Alla fiera del G8, con un po’ di copertura, i manifestanti la polizia torturò.

E poi venne Orfini che disse «oddio».
E poi venne la Serracchiani che disse «valuti in coscienza».
E poi venne Renzi che non disse nulla.
E poi arrivò Cantone che disse «non può pagare lui per tutti».

O tutti promossi o tutti bocciati. In questo caso tutti PROMOSSI.

Alla fiera della giustizia, per due soldi, una mano nuova a Giuseppe Azzolina non gliela renderanno mai (a Giuseppe la Polizia divaricò le dita della mano così tanto che gli squartò la pelle fino all’osso).»

(via  facebook)

Oggi hanno deciso che, quella volta, fu tortura. Lo sapevamo già tutti, l’abbiamo sempre saputo, lo sapevo perfino io, a tredici anni, quel giorno di estate di quattordici anni fa, ma oggi l’ovvio ci è stato confermato, e ci dicono perfino che dobbiamo esserne felici, che dobbiamo sentirci tutelati da chi, in Europa, vuole impedire che una cosa del genere succeda ancora.

Tutta questa vicenda, il pozzo nero che è stato Genova, continua ad essere il vero spartiacque “politico” della mia esistenza. Dopo Genova niente avrebbe più potuto essere come prima, per la giovane me-cittadina. Anche se, da parte delle istituzioni, ci fosse stata una reazione giusta, concreta, responsabile, definitiva, sarebbe stato impossibile tornare a fidarsi del tutto di questa nazione, della sua capacità di amministrarsi e di difendere gli uomini e le donne che ne fanno parte. Le cose, per di più, sono andate come sappiamo, e il naufragio della verità nel mare dell’omertà più desolante, e vergognosa è una colpa che è e rimarrà sempre imperdonabile, e di fronte a cui non ci sono parole.

In questo scenario di apocalisse inevitabile, l’unica cosa che possiamo fare è continuare a pensare a quelle ossa rotte e a quelle teste spaccate, a quella gente che, dopo, raccontava: «Noi, a Bolzaneto, eravamo tutti sicuri che in Italia ci fosse stato un colpo di Stato militare. Se esistesse ancora uno stato democratico, pensavamo, non potrebbero farci questo. Se sta succedendo, vuol dire che la democrazia non c’è più». Fuori da lì, invece, lo Stato c’era, saldo e intatto al suo posto. Lo Stato c’era e assisteva alla distruzione del suo significato senza fare una piega, anzi continuando impunemente a diffondere menzogne, parziali verità e ipocriti tentativi di fornire giustificazioni. Lo Stato c’era e continuava indisturbato la sua corsa, distogliendo lo sguardo dal sangue, dai denti spaccati e dalle manganellate, come se niente fosse accaduto. Certo della sua impunità, e del suo potere.
Oggi qualcuno ha decretato che quel che accadde quel giorno ha un nome. Ma oggi, ormai, questa etichetta non può più essere d’aiuto a nessuno.

Ogni volta che ripenso a Genova, mi vergogno di non esserci stata. Mi chiedo se avrei potuto esserci, mi chiedo cosa dovrei fare, ora, in quanto cittadina, di fronte a ciò che è stato, e mi chiedo se è normale non saper trovare alcuna risposta a queste domande.
Nel dubbio, allora, mi limito a risnocciolare il rosario di tutto ciò che so di quei giorni. Per tenermelo presente, per non dimenticare nemmeno un dettaglio, nemmeno uno scricchiolio di ossa che tremano. Perché la mia vergogna per ciò che è accaduto è il sentimento più nobile che sento di poter regalare, a chi fu torturato a Genova.
E anche se questo non cambia di una virgola le cose, coltivo ugualmente questa vergogna.  Perché anche in questo caso, «mi pare confusamente che, per ciò che è accaduto in Italia, qualcuno debba almeno soffrire».

 

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95. L’altezza dell’umanità

5 aprile 2015

“La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fdelmente in immagini, seguendone senza un’omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. È quest’altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica.

In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico ‘poesia’: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo”. 

Oggi, giorno di Pasqua, guidavo sotto un tramonto rosso fuoco ascoltando alla radio una trasmissione che parlava di questo film, e delle sue voci, e di quella Madonna a cui dissero, per aiutarla a interpretare la scena della crocifissione, di ricordare il momento in cui aveva visto il cadavere di suo figlio partigiano morto ammazzato. 

Tutta l’altezza dell’umanità mi si squadernava davanti agli occhi, mentre quelle voci parlavano. Tutta la divinità dell’uomo era evidente e tangibile, nel racconto di quella storia che parla di morte, paura e speranza. E niente avrebbe potuto essere più perfetto, giusto e sconvolgente, per raccontare la giornata di oggi.

“Avrei potuto demistificare la reale situazione storica, i rapporti fra Pilato ed Erode, avrei potuto demistificare la figura di Cristo mitizzata dal Romanticismo, dal cattolicesimo e dalla Controriforma, demistificare tutto, ma poi, come avrei potuto demistificare il problema della morte? Il problema che non posso demistificare è quel tanto di profondamente irrazionale, e quindi in qualche modo religioso, che è nel mistero del mondo. Quello non è demistificabile.”

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93. Vivere, morire, perdonare

3 aprile 2015

Il venerdì prima di Pasqua è il giorno in cui, per definizione, l’umano e il divino entrano in rotta di collisione e si scontrano, provocando scintille che non riescono a smettere di parlarci, secolo dopo secolo.
Da qualsiasi punto di vista si cerchi di mettere a fuoco la storia, vecchia di duemila anni, di quel falegname palestinese che morì dopo un processo sommario, insieme a due ladri qualsiasi, quella storia continua a interrogarci, a rilanciare di fronte alle nostre risposte, a denunciare a gran voce il suo carattere apocalittico, totale, definitivo. Il carattere che hanno, sempre, le storie in cui la vita, il perdono e la morte entrano di prepotenza, e prendono il controllo della situazione.

Qualche settimana fa, al lavoro, mi è capitato di leggere un libro che parlava del perdono e dei suoi paradossi (e in cui si citava il terrificante Processo di Shamgorod). Considerato il tema, il saggio non poteva evitare di soffermarsi, almeno per un attimo, su quella vecchia storia di delitti, miracoli mancati e accuse senza risposta. E quel che diceva a proposito della vita, della morte e del perdono mi sembra uno spunto interessante a proposito della giornata di oggi, con tutto il suo infinito carico di angoscia, meraviglia e umanità.

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e due malfattori, uno a destra e l’ altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. C’ era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.

Diverse le questioni poste da questa pagina dell’evangelista Luca.
La prima, inestricabile, riguarda il perdono invocato da Gesù per i suoi carnefici. Perché lo chiede a Dio e non lo concede direttamente, essendo – in qualità di vittima – il più titolato a farlo? È magari il Padre la vera vittima (o, in quanto sostituto assoluto, il vero carnefice) della situazione? Perché poi, nel farsi supplire da Dio, il crocifisso adduce anche un’ attenuante generica legata all’inconsapevolezza degli assassini? […] Eppure il fatto che non si tratti di un’offerta di perdono diretta ma di una sorta di intercessione presso un terzo assoluto, presso Dio, cambia ancora la partita. Il perdono è invocato, non concesso. È chiesto nella forma di una speranza a venire, non in quella di una certezza attuale. Alla domanda non segue alcuna risposta udibile. Dio, se c’è, tace. In questo silenzio si nasconde la possibilità del perdono impossibile. […]
La seconda questione riguarda il dialogo tra Gesù e i malfattori condannati allo stesso destino. Di fronte alla morte prematura e violenta si può pretendere un miracolo, un deus ex machina che risolva magicamente ogni problema. Normalmente non arriva. E la delusione che ne consegue può trasformarsi in amaro sarcasmo, veleno per i pochi istanti che rimangono, maledizione della propria esistenza passata e della propria condizione presente, negazione di ogni futuro possibile. Oppure si può invocare un perdono, un benevolo guardare al proprio immutabile passato, una benedizione per il presente e per il futuro, per quanto breve possa essere. A patto che il verbo venga coniugato in tutte e tre le forme: passiva, riflessiva e attiva. Il precipizio della morte è inevitabile e invalicabile. Può però essere umanizzato dall’essere perdonati, dal perdonarsi e dal perdonare.
Sono le parole dell’altro, di quello che dice: “Ricordati di me”, a suggerire che il perdono venga – ancora una volta – insieme richiesto e offerto. A leggerle e rileggerle suonano come tre grazie. Grazie, ti dico grazie, ti sono grato perché sei qui a condividere la mia stessa sorte sciagurata nonostante la tua innocenza. Grazie, ti chiedo grazie, ti chiedo perdono perché la mia vita finora non è stata un granché. Grazie, ti faccio grazie, ti perdono per la tua impotenza, per il tuo non scendere dalla croce, per il tuo non farmi scendere insieme a te. Ti grazio e ti accetto per quello che sei, mettendo da parte la mia delusione nei tuoi confronti. Ti faccio la grazia di non chiederti un miracolo, di non imprecare – e ne avrei molti motivi – sulla mia e sulla tua sorte. Questo malfattore crocifisso chiede di essere perdonato attraverso la domanda di un ricordo, decide di perdonare tacendo le proprie legittime maledizioni e zittendo le rivendicazioni miracolistiche del compagno condannato.

Rocchi, A. Il tempo del perdono, 2015.

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91. Il corpo dice tutto

1 aprile 2015

“Quando sei nato non puoi più nasconderti” recita il titolo di un vecchio film, e nonostante la sua stupidità da sentenza lapidaria questa frase va a colpire il nucleo di qualcosa che è problematico e denso, qualcosa che ha a che vedere con nervi scoperti e con cicatrici che, anno dopo anno, diventano sempre più trasparenti, ma che non scompaiono mai del tutto dalla memoria e dal retrobottega della nostra coscienza.
Perché, che lo vogliamo o no, un corpo ce l’abbiamo tutti, e dobbiamo trascinarlo insieme a noi nella buona e nella cattiva sorte, sotto gli occhi del mondo intero. Dopo la perdita dell’innocenza originaria, non possiamo più sperare di essere al riparo dallo sguardo dei nostri simili, non possiamo più invocare alcuna sospensione del giudizio, non possiamo più fingere di non avere uno spessore, di non occupare uno spazio. Dal secondo in cui siamo nati (e in alcuni casi anche da prima: le ecografie da tempo non sono più un tabù) non possiamo più illuderci che il mondo non ci veda: lo sguardo dell’umanità sta lì a soppesarci senza tregua, in ogni senso, e sarebbe bello ma illusorio poter confidare nella sua comprensione, nella sua compassione, nella sua tenerezza.

Questo pensavo, questa sera, seduta al tavolino di un bar. Attorno a me c’erano tante persone intelligenti e sensibili, preparate e rilassate, che parlavano senza impegno di conoscenti comuni, amici, colleghi di lavoro, bevendo una birretta mentre attorno passavano bambini in bicicletta e signori di mezz’età con cani al guinzaglio. La leggerezza della sera di aprile, la dolcezza di questo scenario quasi da cartolina, si sono incrinate irreparabilmente, però, quando il discorso è caduto su A.
A. è una ragazza che, nell’ultimo anno, ha perso parecchi chili, e che ora si aggira tra gli uffici con la pelle del viso che le tira sugli zigomi e con l’aria fragile ai limiti dell’implosione che ha, sempre, chi mangia troppo poco, e quindi deve concentrare tutte le sue energie nello sforzo costante di mantenersi dritto in piedi.
A. è, da sempre, una presenza un po’ anomala, bizzarra e sopra le righe, rispetto agli standard dell’azienda, ma la sua attuale discesa verso la magrezza estrema è, ugualmente, sotto gli occhi di tutti. E tutti – l’ho realizzato con la chiarezza con cui si riceve uno schiaffo, questa sera – sono convinti di capire questa sua deriva, hanno la certezza di saperla catalogare, di poterla giudicare con parole che stanno sospese sul crinale sottile che divide la pena dalla disapprovazione. Perché, in fondo, se A. è arrivata a questo punto è solo perché se l’è voluta. Se la mascella le sporge in modo così innaturale dalla faccia, se non ha più carne sopra le ossa e, in pausa, si siede nel piazzale raccogliendosi le ginocchia al petto, perché ha freddo anche sotto il sole, la colpa è solo sua.

La totale mancanza di delicatezza, da parte di quelle persone sensibili e per bene, nel parlare di una storia di cui nulla sanno, è l’emblema più evidente dell’impossibilità di difendersi dallo sguardo del mondo, della fine di ogni ipotesi di tenerezza possibile, del naufragio di ogni zona franca in cui potersi fermare a fare i conti con se stessi, al riparo dal giudizio altrui.
Gli occhi degli altri sezionano e soppesano, e non hanno pietà nel loro emettere sentenze. E questo dato di fatto, pur nella sua evidenza non poi così rivoluzionaria, ha cambiato il colore della mia serata e ha illuminato tanto passato e tanto futuro di una luce livida, minacciosa e un po’ imprevista.
Perché sotto i riflettori, senza scampo, siamo tutti. E tutti dobbiamo fare i conti con ciò che gli altri leggono dentro di noi, senza possibilità di poter sperare nemmeno in una briciola di tenerezza, di umiltà, di umana pietas.

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87. Il Compleanno

28 marzo 2015

Il calendario appeso al muro mi ricorda che, oggi, è il tuo compleanno.

Non so perché continuo ad annotarlo scrupolosamente ogni volta, gennaio dopo gennaio, sia sul calendario che sull’agenda: la data è incisa nella mia memoria, e non la scorderei in ogni caso, ma se anche dovesse succedere la dimenticanza non avrebbe nessun esito visibile. Non ci sono compiti da svolgere, per il tuo compleanno; non ci sono telefonate da fare, messaggi di auguri da scrivere, regali da impacchettare.
Il tuo compleanno è una storia che si risolve tutta in un pensiero, in un soffio, nel secondo in cui dico a me stessa che oggi i tuoi anni sarebbero stati ottantuno, e che ormai saresti stata la donna anziana che non hai fatto in tempo a diventare. Avresti avuto le rughe, oggi, e avresti sorriso di fronte alla torta con il tuo solito sorriso bianco e irresistibile; avresti parlato con la tua voce che ancora ricordo, e le tue mani ossute e lucide sarebbero state le stesse di sempre, nel loro muoversi nell’aria con quieta precisione.

Che tu sia, per me, un legame eterno tanto con il passato che con l’infinito tempo a venire, non è una cosa che ho scoperto oggi. Tu sei la dimostrazione invincibile del fatto che niente passa e che niente scompare, nemmeno quando arriva la morte a spazzare via tutto con la sua cecità, e questo dato di fatto è quanto di più simile all’eternità e alla fede possa esistere nella mia vita. Tu sei tutto l’eterno di cui ho bisogno, oggi e in ogni altro giorno, per sempre.
Quello che ho scoperto oggi, però, è che è proprio nel momento in cui andiamo a mettere le mani dentro l’infinito che abbiamo più bisogno delle cose minime. Ho bisogno di scrivere il tuo compleanno sul calendario, insieme a quello di tutti gli altri, perché esista qualcosa di tangibile a parlare della tua presenza, a prescindere dal fatto che la tua presenza non scompare e non cambia forma mai.
Quel tratto di penna sulla pagina bianca del mese di marzo sta lì per dirmi che tu esisti tanto quanto ciascuno di noi, e per ricordarmi che la tua presenza dà colore e sostanza al modo in cui io vivo e guardo alle cose. A ogni singola cosa, in ogni singolo giorno, per sempre.

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81. Il Processo

22 marzo 2015

Qualche mese fa, al lavoro, mi è capitato di leggere e impaginare un bel saggio – lucido, preciso, succinto: di meglio non si potrebbe chiedere – dedicato al tema del perdono e ai suoi indistricabili paradossi.
In quelle pagine, in mezzo a molte altre osservazioni interessanti, si faceva riferimento a un testo teatrale che non avevo mai sentito nominare, una strana e spaventosa tragedia che racconta la storia di un villaggio ebraico devastato da un pogrom, nel diciassettesimo secolo, e di tre cantori erranti che vi arrivano per caso, durante la festa di Purim, aspettandosi di trovare un pubblico disposto a guardarli recitare. Gli unici ebrei rimasti nel paese, però, sono un vecchio oste e sua figlia, disperati superstiti di quella tragedia che ha spazzato via la comunità e ha spezzato anche le loro piccole vite, lasciando solo il guscio vuoto di quel che erano stati.
Lì, in una notte piena di magie, di presagi e di minacce – perché, almeno a sentire il vecchio Pope ortodosso del villaggio, gli sterminatori stanno tornando per finire quel che hanno cominciato – viene messo in scena un macabro, terribile e umanissimo processo a Dio, che viene chiamato sul banco degli imputati perché risponda, se una risposta esiste, alle accuse che gli vengono rivolte dalle fiammeggianti parole dell’oste Berish.
Quel processo, tragico e ubriaco, avrà luogo ma non arriverà a sentenza: sarà un altro fuoco ad arrivare per primo, coronando nell’unico modo possibile la tragica sceneggiata di Purim recitata dai cantori e dal loro folle, lucidissimo ospite.

Oggi, in una domenica di nuvole, ho preso in mano il libro con la copertina gialla in cui è raccontata questa tragedia e ho letto la storia di Shamgorod, delle sue maschere, della sua accusa rivolta all’Altissimo e delle inevitabili conseguenze a cui quel grido conduce. E non c’era perdono possibile, nel mondo degli uomini, di fronte a questo macabro e surreale Processo.

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BERISH: Ha annientato la fiorente comunità di Shamgorod; ha seminato la morte […]. Se ci tiene a perseverare nelle sue vie, tanto peggio, che perseveri! Ma io, io non risponderò amen. Può schiacciarmi se vuole: io non reciterò il Kaddish. Può uccidermi, ucciderci tutti: io griderò che è lui il colpevole. […]

SAM: Veramente, taverniere, Dio vi benedice e voi l’ oltraggiate. Vi ha salvato e voi, voi lo addolorate!

BERISH: […] Se posso scegliere fra Dio e gli uomini, preferisco aver pietà degli uomini. Dio è grande: che si arrangi! Gli uomini non ne sono capaci.

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78. Papà

19 marzo 2015

Questa mattina ho mandato un sms a mio padre, subito prima di iniziare a lavorare, per dirgli che speravo che avrebbe passato una bella giornata e che, sotto il sole di questa primavera, avevo pensato a lui. Mi ha risposto praticamente subito – cosa rara – ringraziandomi e suggerendomi con il suo consueto stile ellittico di guardare questo video. Cosa che ovviamente non ho potuto esimermi dal fare, subito, senza avere il tempo di indossare guantoni, ginocchiere e paradenti.

Ascoltando questa canzone, che non conoscevo, non potevo non pensare a ogni verso che papà, in effetti, è una persona fatta proprio così. Un uomo tenuto insieme da un impasto di fatica, orgoglio e ostinazione, un uomo che nella vita ha dovuto andare a cercare, e poi mettere in campo, tutto il coraggio del mondo, concentrando ogni sua energia nel tentativo – nobile, cristallino e disperato – di lasciarsi alle spalle tante cose che non poteva accettare, per riuscire a vivere e a diventare quello che voleva a ogni costo essere, e che ora è.
Mio padre è questo, è la sua storia e le sue scelte su cui davvero “non può fare niente”, e mi accorgo oggi che il mio amore per lui è straordinariamente ancorato a questo, impossibile da sganciare da questa sua testardaggine piena di umanità, di rabbia e di terrestre fragilità.
Mio padre non è – e non è mai stato – un eroe onnipotente, un semi-dio capace di ogni cosa, un deus-ex-machina che scende dall’alto a risolvere i problemi altrui. Papà è un cavaliere errante, un don Chisciotte caparbio, disarmato eppure eternamente impegnato nella sua lotta, un pugile che ha vinto nel momento stesso in cui ha scelto di rassegnarsi alla necessità di combattere, indipendentemente da come andrà a finire l’incontro.
Prima o poi, in questa vita o in un’altra, vorrei dirgli che è proprio per questo che lo amo. Perché non vuole salvarmi, perché non salva nemmeno se stesso ma allo stesso tempo non smette mai di fare appello a tutto il coraggio e tutto l’orgoglio che possono stare racchiusi dentro un essere umano, dimostrandone allo stesso tempo l’enormità e la debolezza, così tenacemente fuse insieme.
Prima o poi, in questa vita o in un’altra, vorrei dirgli che non avrei mai potuto amare un papà fatto altro che così. Sempre e comunque – in silenzio, senza farsi notare – dalla parte del torto.

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75. Essere legno

16 marzo 2015

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Non serve essere Man Ray per capire che non c’è niente di più meraviglioso al mondo che avere la sensazione, almeno per un po’, di essere fatti di puro, massiccio, venoso legno.
A patto, però, di essere il mezzo attraverso cui succedono cose come questa. A patto di sentire sotto la pelle, dentro le ossa, in ogni fibra di muscolo che si tende e si lascia andare che al mondo non esiste altro che questa musica e le mani che la suonano. Perse nel mezzo della meravigliosa ed eterna ghirlanda brillante.

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64. Il tuo passo è leggero

5 marzo 2015

Ci sono giorni in cui la coincidenza tra le cose “così come sono” e le cose “così come ce le hanno raccontate” è quasi troppo smaccata, eccessivamente evidente, dotata di una peculiare luminosità traboccante e chiassosa. Giorni in cui ci si sorprende di fronte alla capacità del mondo di essere – attraverso gli anni, le stagioni e gli uomini che passano e vanno – sempre così follemente identico a se stesso.

Giorni in cui, camminando in mezzo ai capannoni sotto il sole delle due del pomeriggio, si sente forte e chiara la sensazione del vento di marzo, e si percepisce con la pelle e con i sensi che le cose sono esattamente così, proprio come ce le hanno raccontate, uguali a se stesse ancora una volta, di nuovo e per sempre.
E viene quasi voglia di lasciarsi cadere, di cedere allo splendore doloroso che c’è attorno e farsi portare via da quel brivido che scuote ogni cosa e che scorre senza fine, nelle vene della terra e dentro il sangue degli uomini. Viene quasi voglia di darla vinta al vento di marzo, e al suo eterno ritornare.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo sono
un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.

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63. Loro (ovvero noi)

4 marzo 2015

Quattro e trenta del mattino.
Quattro occhi spalancati, dentro la stanza.

«A cosa pensi?»
«Pensavo a loro.»
«Lo so. Pensavo a loro anche io.»

Loro. Loro, ovvero una comitiva di ragazzini conosciuti dieci giorni fa e già diventati parte della famiglia. Loro, una classe qualunque di una scuola qualunque in una periferia qualunque della città, loro incontrati per caso attraverso le geometrie inafferrabili che sorreggono lo scorrere delle graduatorie. Loro, che dopo così poco tempo sono già qui con noi di notte, perché non si può tirare una riga su quello che si è, che si fa e che si ama nascondendosi dietro la semplice scusa che, a una certa ora, il lavoro finisce.

Così, insomma, pensiamo a loro, adesso, alle quattro e trenta del mattino. Ci penso perfino io, che non li ho visti mai e mai li vedrò, ma che non posso non spalancare gli occhi di fronte a quello che dicono, scrivono e pensano, che non posso non dolermi di fronte alle loro potenzialità sprecate, alla loro bellezza che nessuno sembra vedere e che noi – noi adulti, noi che viviamo in questo paese, noi che abbiamo una responsabilità nei confronti di questo mondo e di chi lo abita insieme a noi – non possiamo permetterci di gettare al macero così, come fosse un dettaglio di cui è possibile anche fare a meno, quando invece è tutto ciò che abbiamo, la nostra unica possibilità, la nostra unica alternativa. Pensiamo a loro, in questo momento, perché pensare a loro è solo un altro modo di pensare a noi stessi, e questa cosa è fin troppo chiara, alle quattro e trenta del mattino, nel momento in cui le cose riescono ad essere più nettamente che mai quello che sono, senza scuse e senza le ombreggiature superflue di cui si sanno ammantare, poi, quando il giorno inizia.

Tra qualche ora ci alzeremo, e ci metteremo a lavorare, e leggeremo questo articolo, e sapremo per certo che le cose che dice sono vere e sacrosante, e che bisogna continuare a ripeterle senza stancarsi, senza avere paura di sembrare voci che gridano nel deserto. Per ora, però, non lo sappiamo. Per ora guardiamo il buio, alle quattro e trenta del mattino, e pensiamo a loro. Sperando che qualcuno riesca ad afferrarli, tutti, uno per uno, e a insegnargli almeno qualcosa di tutto ciò di cui avranno bisogno per rendere questo mondo un po’ migliore di com’è.