Archive for the ‘Isbeautifulthatway’ Category

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95. L’altezza dell’umanità

5 aprile 2015

“La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fdelmente in immagini, seguendone senza un’omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. È quest’altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica.

In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico ‘poesia’: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo”. 

Oggi, giorno di Pasqua, guidavo sotto un tramonto rosso fuoco ascoltando alla radio una trasmissione che parlava di questo film, e delle sue voci, e di quella Madonna a cui dissero, per aiutarla a interpretare la scena della crocifissione, di ricordare il momento in cui aveva visto il cadavere di suo figlio partigiano morto ammazzato. 

Tutta l’altezza dell’umanità mi si squadernava davanti agli occhi, mentre quelle voci parlavano. Tutta la divinità dell’uomo era evidente e tangibile, nel racconto di quella storia che parla di morte, paura e speranza. E niente avrebbe potuto essere più perfetto, giusto e sconvolgente, per raccontare la giornata di oggi.

“Avrei potuto demistificare la reale situazione storica, i rapporti fra Pilato ed Erode, avrei potuto demistificare la figura di Cristo mitizzata dal Romanticismo, dal cattolicesimo e dalla Controriforma, demistificare tutto, ma poi, come avrei potuto demistificare il problema della morte? Il problema che non posso demistificare è quel tanto di profondamente irrazionale, e quindi in qualche modo religioso, che è nel mistero del mondo. Quello non è demistificabile.”

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90. De Vita Beata

31 marzo 2015

Marzo finisce così, come è giusto che sia. Finisce in una sera dolce ben oltre i limiti di legge, con il cielo chiaro e l’aria bianca e il senso di qualcosa di imminente che è davvero qui proprio perché è ancora sul punto di arrivare. Sappiamo tutti benissimo, perché l’abbiamo già tante volte provato, che quando arriverà davvero tutto sarà già accaduto, sarà finito, sarà ormai troppo tardi, ma sappiamo anche che di questo non dobbiamo preoccuparci, ora. Ora è tutto promesso, ora è tutto a un passo dall’esplodere, ora è il momento della vera, segreta meraviglia.
Oggi, oggi che è tutto così sospeso e aprile è ancora un’ipotesi all’orizzonte, è il momento per stare alla finestra, guardare il cielo chiaro, bere vino rosso e ascoltare musica così. E rendersi conto, con un singhiozzo di vertigine, che nessuna beatitudine più grande di questa è data all’uomo. Perfetta e instabile, assolutamente in bilico sul confine ultimo di una primavera che sta per arrivare.

 

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68. …nel paese dei bugiardi

9 marzo 2015

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Ho ascoltato una favola, stasera, prima di dormire, e non so quante persone al di sopra dei dieci anni abbiano avuto, oggi, il privilegio di concludere la loro giornata con un regalo così bello, lieve e stupefacente.

La favola parlava di un bambino che finiva nel paese dei bugiardi, dove aveva la fortuna di trovare per strada una moneta ma non poteva usarla per comprare il pane, perché – vergogna! – quella moneta era vera. Parlava poi di gatti disegnati sui muri che erano capaci di prendere vita, di canzoni cantate a voce tanto alta da distruggere i muri dei manicomi (brutti posti in cui si rinchiudono quelli che non riescono a perdere il brutto vizio di dire la verità), di uomini che, sedendosi, invecchiano, e che un giorno scelgono di immolarsi lasciandosi morire sulle stanghe di un carro pieno di stracci, pur di proteggere i loro amici.
Oltre a questo c’erano anche tante altre cose, tutte riassunte in quella favola. Cose meravigliosamente sospese nel punto che tiene in equilibrio la magia, la verità, la metafora e il sogno, e mentre ascoltavo lo svolgersi (un po’ commovente, molto allusivo) di quella trama enorme mi chiedevo come mai, crescendo, si debba perdere il privilegio di lasciarsi cullare da cose del genere. Mi chiedevo qual è l’ultimo vallo dopo il quale si perde il diritto a farsi raccontare le storie, qual è il giro di boa che stabilisce che un regalo del genere non è più appropriato, è fuori luogo, non serve più, e mi rispondevo che, in ogni caso, chi ha fissato quel limite ha preso un grosso, grosso granchio.

Nella stanza buia, in silenzio perfetto, ascoltavo la storia del paese dei bugiardi, cercando di farmi piccola piccola per fare in modo che il mondo non mi vedesse, che l’universo non percepisse la mia presenza fuori tempo massimo.
E il buio era rotondo, il momento perfetto, cullato com’era dalla storia di Gelsomino e dalla voce che me la raccontava, regalandomi il meraviglioso privilegio di non dover far nulla. Nient’altro che stare lì, ferma immobile, ad ascoltare.

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65. Patate e cipolle

6 marzo 2015

Non c’è matrimonio più perfetto di quello tra la cipolla e la patata.
Questo dichiarava a gran voce il tavolo della mia cucina, stasera, nella casa silenziosa in cui si sentiva ancora sospeso nell’aria un odore buono, solido, comprensibile, commestibile, fatto di spezie e di tutta la poesia che può stare acquattata dentro un pezzo di pane.

Cipolla e patata mi aspettavano lì, stasera, abbracciate e perfette, concrete e inscindibili, pronte per scaldare la stanza vuota e per mettere il punto finale a questa settimana.
Vedendole lì, di fronte a me, belle e commoventi come un regalo inaspettato, ho pensato che davvero a volte la perfezione può far parte di questo mondo. Anche lei esiste, in qualche raro caso, proprio come esistono i matrimoni ben riusciti, le sorprese che tagliano il fiato, i legami che cominciano per caso, senza farsi notare, fino a quando ci si accorge che sono diventati indissolubili. Perfetti, morbidi e semplici come una cipolla che incontra una patata.

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58. Terroristi della felicità

27 febbraio 2015

Questa mattina, dentro la Casa della Luce, bisognava muoversi piano, piano, piano, per non disturbare.
Passi piccoli, pochissime parole, i gesti semplificati all’osso: abbiamo fatto solo il minimo indispensabile per essere presentabili agli occhi del mondo di fuori e poi abbiamo chiuso la porta alle nostre spalle, immergendoci a testa bassa nelle cose della vita quotidiana senza preparazione e senza anestesia.
Alle nostre spalle avevamo lasciato una cosa piccola e preziosa come il sonno di una persona addormentata, da non turbare e non scuotere, da custodire e accogliere con tutta la delicatezza possibile. Davanti ai nostri piedi c’erano invece un’intera città allagata di luce, una strada cento volte fatta ma mai bella come in questa mattina di quasi-primavera, una via fatta solo di scuole, una dopo l’altra, con i loro profili squadrati, grigi, imprecisi e proprio per questo commoventi.
Sotto i miei pedali c’era una deviazione lungo la strada del lavoro, nella mia bocca il sapore meraviglioso della birra di ieri sera, con tutti i suoi ricordi, dentro i miei occhi tutta la luce azzurra di questa mattina limpida e palpitante.

E mi sentivo, semplicemente, una terrorista della felicità.

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57. Tre bottiglie

26 febbraio 2015

Ci sono tre bottiglie di birra indiana, su questo tavolo, e guardandole mi dico che sarebbe fin troppo facile paragonarle a noi tre che, sedute di fronte a loro, parliamo e mangiamo chapati spesso e delizioso, traboccante com’è di cura, di aspettative e di desideri.
Le cose sono solo cose, mi dico sforzandomi di non farmi travolgere dalla tentazione di vedere in ogni oggetto un simbolo e una metafora. Le cose sono casuali e mute, le cose non stanno lì per parlare con noi, le cose stanno e basta, inconsapevoli e inermi. Le cose non dicono niente: quelli che parlano, sempre, siamo solo noi.
Eppure quelle tre bottiglie piene di birra leggera e pungente, che si lascia bere con una facilità svagata che alla fine ti spinge solo a dire «ce ne sarebbe ancora un po’?» assomigliano troppo alla forma e al colore di questo momento, alla sua temperatura di serata qualunque in cui tutto è semplice e in cui le parole e le stanchezze si mescolano le une alle altre con una facilità che non prevede filtri, cancella tutte le difficoltà, permette a se stessa di esistere e basta, senza complicazioni e discorsi ulteriori.
Questa sera è facile. Ci siamo noi tre, c’è la birra indiana fresca e piena di profumi, ci sono le nostre parole che aleggiano nella cucina e si impastano in un unico discorso che forse non va a parare da nessuna parte ma che comunque occupa, poco alla volta, tutto lo spazio di questa stanza, scaldandola e riempiendola di tranquilla intensità.

Questa sera il passato e il futuro della mia vita si sono dati appuntamento in un punto preciso, si sono incontrati attorno allo stesso tavolo e qui, con pezzi di chapati tra le mani e bottiglie marroni di fronte, hanno deciso di non tenere niente da parte e di abbandonarsi a una semplice, lineare, elementare facilità. E hanno scoperto che non c’è nulla di difficile contro cui scontrarsi, quando si ha sottomano una birra indiana, e negli occhi lo sguardo limpido di chi sa che l’unica cosa che conta è volersi bene. E che tutto il resto, davvero, non ha diritto di cittadinanza, in una sera come questa.

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53. Anche il vento ed il mare

22 febbraio 2015

«Questo concerto è davvero molto bello, molto suggestivo, e non manca di riscuotere sempre grandi consensi tra il pubblico, ogni volta che viene eseguito o anche solo trasmesso via radio. Purtroppo sono poche le occasioni di sentirlo suonare, però, probabilmente per la difficoltà di trovare un chitarrista all’altezza…». Così diceva, ieri pomeriggio, dentro l’autoradio della Signorina Felicita, un giornalista musicologo, mentre a me cadeva la mascella. La difficoltà di trovare un chitarrista all’altezza? Ma stiamo scherzando? Ma in quale mondo? Ma sono cose da dirsi, così senza vergogna, di pomeriggio, a RadioTre? Ma sono cose che hanno senso? Ma dove andremo a finire, signora mia, qua la gente non ha proprio più rispetto…

Mentre, ancora incredula, ero presa a sciorinare il mio rosario mentale di imprecazioni (tutte meritate, da quello scostumato!) e lo speaker continuava a parlare, ho captato per caso un frammento di frase che specificava come questa musica fosse stata di ispirazioni per molti musicisti (e qui io istintivamente ho pensato a questo, che è un po’ banale ma sempre tanto toccante… anche se il signor sapientino di RadioTre non ne ha parlato), tra cui Miles Davis.
Quest’ultimo, parlando di questo concerto, diceva che è una musica che, più la si suona piano, più acquisisce forza, e che più si suona forte più perde energia, depotenziandosi. Quest’annotazione mi è sembrata – nonostante il mio motivatissimo furore – straordinariamente azzeccata. Perfetta per definire non solo questa musica, ma la musica per chitarra in generale, e forse anche il destino di tutti noi che la suoniamo e che l’abbiamo suonata, innamorandoci senza fine di quella bellezza così priva di durata, di peso, di sostanza, fatta solo di sfumature senza centro.
E così, mentre il concerto attaccava e io restavo come sempre a bocca aperta di fronte alla sua placida magnificenza, mi sono accorta che avevo quasi perdonato le parole senza senso dello speaker, ed era rimasta accanto a me solo la commozione per il sogno bello, profumato e antico che è la trama vera e concreta di Aranjuez.

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49. Beautiful beautiful beautiful, beautiful world

18 febbraio 2015



La giornata, oggi, è cominciata così. Every day in every way is getting better, and better, and better.

Il random del mio lettore mp3, poi, mentre andavo al lavoro mi ha regalato un’infilata di canzoni perfette, una dopo l’altra, in una sequenza così geometrica e implacabile che, se avessi voluto costruirla apposta, sarebbe sicuramente riuscita peggiore. Tutto è iniziato da questa, ed è continuato con questa (che, non so come mai, è una delle mie preferite in assoluto e ha una capacità di commuovermi del tutto irragionevole. Però, è più forte di me, non riesco a non amarla. Sarà perché mi fa pensare che davvero tutto può “finire in gloria”, almeno qualche volta). Poi il genere è cambiato, e sono arrivate prima questa (che viene da lontano-lontano-lontano, nella mia vita, e che solo ora capisco veramente… era tutto già deciso, tutto parte di un unico disegno), e subito dopo questa (che, vabbè… che ve lo dico a fare?). Il viaggio poi è andato a finire con una meravigliosa triade epica, che ha reso l’ultimo tratto di strada statale – tra camion, berline blu e SUV bianchi – un trionfo di proiettili volanti, peperoncini rossi e rivoluzioni, fatto di questa, questa e soprattutto questa canzone:

 

 

Quando le cose del mondo sono così unanimi nell’incanalarsi nella direzione giusta, pare quasi di poter credere che esista una Giustizia Superiore che governi le cose, che manovri i random dei lettori mp3 e che faccia svoltare le vite di tutti noi, trainandole – almeno qualche volta – sulla strada giusta. Quella in cui capita di pensare di vivere davvero in un beautiful beautiful beautiful, beautiful world.