Archive for the ‘I wrote it’ Category

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Un come e un dove. E (forse) perfino un perché.

19 giugno 2014

Non tutte le cose hanno un perché. C’è sempre, inesorabilmente, un quando, c’è sempre un come che le caratterizza e le fulmina in una forma precisa. Ma la causa delle scelte, a volte, è proprio difficile da mettere a fuoco, scivola via, palpita e trema. Non si trova e non si sgrezza, e forse è giusto che sia così. E quindi, non lo so perché oggi torno a scrivere, così come non so perché il gioco delle parole si è smorzato ed è andato lontano da me, qualche mese fa: so solo che le cose sono andate così, e così sono in questo momento, e che è bello cedere alla loro dittatura, arrendersi al loro come e al loro quando, senza filosofare troppo sul perché.

E così sono di nuovo qui, ad annotare e a salvare in questa memoria inconsistente che oggi, tra poche ore, viaggerò verso casa, e appena posato piede a terra, appena chiuso il lucchetto della bici, andrò a vedere un’altra casa, cercando di capire se potrà essere un nuovo regno in cui mettere radici, se sarà la nuova stazione di posta di questo viaggio fatto a forma di vita.

Ad annotare che stamattina alle cinque l’aria era incredibilmente viola e trasparente, e che accarezzava con indicibile grazia gli omini con le tute arancioni che ripulivano il selciato della piazza e si rovesciava senza dighe sui binari neri della stazione, che erano così limpidi da sembrare disegnati con la china e un pennello sottile. Passando sul cavalcavia della stazione ogni cosa era così arruffata e perfetta che non si poteva evitare di innamorarsene, ancora una volta, ancora dopo anni, nonostante tutto. E non si poteva non sentire che quel posto, proprio quello, quel posto sospeso nel niente della non-città, è proprio casa, e lo sarà per sempre.

Ad appuntare che tra poche ore, in un posto non poi così lontano da qui, un amico andrà in scena e porterà ancora un passo più in là quello che per lui è un sogno, una vertigine e un perché. E il semplice fatto che questo avvenga, che succeda in qualche parte del mondo, basta per gettare su questo giorno una prospettiva nuova che parla di polvere magica, ricordi, sudore e lavoro.

A ricordare che oggi ho combattuto la solita battaglia sorridente con le lettere e l’ordine del mondo, nel mezzo di una zona industriale tanto brutta da diventare quasi affascinante, e che anche oggi lo scontro è avvenuto secondo le regole, con amore e con rispetto, e che questo è quel che basta a riempire una vita, se lo si sa guardare nel modo giusto.

A dire ancora una volta, a voce alta, che ieri era il giorno diciotto del mese di giugno, con tutto ciò che questo significa e significherà per sempre, dentro di me.

Ma, soprattutto, c’è una cosa che oggi non si può proprio dimenticare, una sensazione irrinunciabile, fatta di nervi e di brividi, che deve per forza di cose essere annotata qui, prima che scompaia per sempre nell’abisso nelle cose. Stanotte, senza motivo, un istante di meraviglia è venuto da me. Arrivava dritto dalle leggi lontane e imprescindibili dei corpi, dalla fisica testarda delle cose, e mi ricordava che – quando si addormenta – il corpo si allunga e diventa pesante, profondo, appoggia se stesso sulla terra con una fiducia e con un peso che non si danno, nella vita consueta. Sentirlo, sentirlo con tutti i sensi, percepire forte e chiaro sulla clavicola l’eterno abbandono di un corpo che si arrende e prende fiato, è stato quanto di più simile all’eternità mi sia stato dato di provare, da tanto tempo a questa parte. E nell’istante stesso in cui ho provato questa sensazione insieme infinita e minima, puramente animale, sotto l’onda grande della gratitudine per la pura e semplice esistenza di quel corpo, ho pensato che quel momento non poteva andare perso. Che bisognava scriverlo, bisognava dargli forma e corpo, bisognava poterselo ricordare in un giorno lontano. Bisognava che tutto quel tumulto silenzioso lasciasse traccia, in qualche modo incruento, irrinunciabile e indolore. Ed è per questo che ho scritto, per questo che scrivo. Perché qualcosa di tutto questo resti, fuori e dentro di me.

Alba in stazione

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103. “ma poi, come fa ad essere così carogna?”

13 aprile 2011

Fuori dal Palazzo, di là dell’arco, c’è un sole acerbo, determinato, battagliero. Da tutta la mattina sta cercando di vincere la sua personale sfida privata con il bianco del cielo, mentre noialtri da quaggiù assistiamo a questa lotta insignificante ma all’ultimo sangue tra nuvole che accorrono da ogni parte, basse, monocrome, pesanti come piombo, e raggi di sole che si ostinano a trovare un modo per bucarle. In questo preciso momento, vince il sole, anche se di poco.
La piazza è bella e in disordine, resti di mercato stanno riavvolgendosi dentro i camioncini, qualche ragazza aspetta alla fermata dell’autobus, c’è un’aria lieve da lavoro finito, da movimento rapido e fluido, ma senza fretta, senza nevrosi.
Ho appena sentito una lezione splendida. Poco prima avevo spedito una mail lunga e importantissima, di quelle che potrebbero aprire una parentesi, o magari no, ma che hanno il peso bello e colorato delle cose grandi. Prima ancora avevo comprato un bel libro (diciamo pure un bel libro e altri due libri di caratura leggermente più bassa) a cui facevo la corte da settimane, svuotando il portafoglio e appesantendomi la borsa.
Fuori dalla gelateria snob c’è una lunga coda di persone. Le guardo scuotendo la testa, mentre mi avvicino alla gelateria accanto, tre vetrine più in là. Compro il gelato, prendo le cuffie. So che musica voglio sentire, vado a cercarla, la trovo e la faccio partire. Quando so che musica voglio sentire, significa che è un buon momento, una bella giornata, che gira in aria energia positiva, luce buona.
Comincio a camminare verso nord, con la mia borsa pesante, le cuffie, il gelato. Penso che va tutto bene. All’incrocio compro il giornale.
Allungo un occhio verso i titoli, con distratta curiosità, mentre aspetto che scatti il verde. 
E capisco, mentre il gelato diventa amaro e il sole sembra temporaneamente perdere la sua battaglia con il bianco tenace del cielo, che non avevo capito niente.

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Daily Post – mi giustifico

1 gennaio 2011

Leggo qua e là propositi e bilanci. Propositi per il futuro, bilanci dell’anno appena finito, aspettative, conclusioni, e sento uno strano senso di mancanza di equilibrio. Non ho fatto il mio dovere di fine anno, questa volta. Non ho pensato neanche per un momento a questo 2010 sgocciolato via così lento, così velocemente. Mi è capitato di rivedere qualche foto del capodanno dell’anno scorso, tutti schiacciati alla Puerta del Sol con in testa una parrucca di trecce fucsia e in mano il grappolo di Uva della Suerte, ma non ho saputo mettermi seduta a calcolare quanta acqua sia passata sotto i ponti (clichè!, direbbe il mio amico Boris) da quel momento. Mi sembra, semplicemente, che siano successe infinite cose. E che sia cambiato, in fondo, molto poco. Non è una cosa triste, è solo una constatazione, una faccenda da poco. Va bene così, la vita accelera e rallenta, è tutto a posto.

Però mi piace l’idea di avere un filo rosso che tenga assieme quest’anno appena iniziato a tradimento, senza preparazione e senza aspettative, e non essendo stata capace di disegnarmi un progetto da sola mi approprio di un’idea di Guido, che nel suo blog ha parlato di questa cosa qui.
L’idea è semplice: ogni giorno salvare e mettere da parte qualcosa, un pensiero, un’idea, un pugnetto di parole. Per un anno intero, senza buchi, costantemente, per dare concretezza all’idea un po’ ingenua e molto rassicurante del salvataggio in calcio d’angolo di molecole di vita destinate ad essere dimenticate. Un esercizio di scrittura (prima di tutto), e di memoria, insomma.

Sono praticamente certa che non ce la farò. Non ne sono capace, e non sarò mai abbastanza costante, però mi piace l’idea di provarci, di fare un tentativo di trasferire quassopra quello che è stata, negli ultimi anni, l’agenda settimanale nera con sopra la Torre di Londra. Quindi ci provo, accettando tra l’altro la splendida regola dei dieci minuti massimi per scrivere ogni post (la concisione mi sembra un ottimo progetto per l’avvenire, e io non ho mai imparato a scrivere rapidamente). Ogni giorno, poche parole, poco tempo, una manciata di cose piccole, tutte accatastate qui.
Vediamo che cosa ci riserva il futuro.
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“Sono passati gli anni, sono passati i mesi, sono passati i giorni, e ze rivà i inglesi”

25 aprile 2010


Bastava conoscere i testi giusti, essere un po’ meno ignoranti. Si doveva proclamare l’insurrezione, subito. Non la resistenza, ma l’insurrezione: il fondo della situazione, la sua carica esplosiva era politica, non convenzionalmente militare; bisognava impostare subito una guerra politica e popolare, non una resistenza generale e attesistica; agire, non prepararsi. Bisognava dire: andiamo giù in paese, stasera, ora. Chiamiamo la gente in piazza, suoniamo il tamburo, esponiamo le bandiere, i ritratti: possiamo esporre insieme i ritratti del Re, del Papa e di Lenin; tutto il mondo è con noi. Gridiamo: viva i sovieti! Viva Gesù Eucarestia! Il resto s’inventa da sé.

Era niente, in quei giorni, avviare la rivoluzione. L’Alto Vicentino avrebbe preso fuoco in poche ore. Bastava pensarci. Se c’è un comitato nell’aldilà, che giudica e registra i meriti patriottici, questa non ce la perdoneranno mai.

Naturalmente ci avrebbero presto sterminati, almeno la prima infornata, e poi anche la seconda e la terza. Ma almeno l’Italia avrebbe provato il gusto di ciò che deve voler dire rinnovarsi a fondo, e le nostre lapidi sarebbero oggi onorate da una nazione veramente migliore.

Bastava conoscere i testi; ma purtroppo noi non li conoscevamo. La storia della rivoluzione russa ci pareva bellissima ma impertinente; i nostri compagni più autorevoli, che probabilmente conoscevano i testi, erano assenti, o in Carnia, o in galera; e mi viene in mente che forse l’hanno fatto apposta, di non mandarci un breve cenno bibliografico, perchè conoscevano i nostri temperamenti, e temevano che volessimo strafare. Ad ogni modo, in autunno non avevamo concluso nulla, e poi nell’inverno si era venuti a questa stretta, si era rimasti soli e nudi. E così, verso la fine dell’inverno, ci siamo cercati istintivamente per andare almeno insieme in montagna, col senso che non restasse più che il tesoretto dell’antifascismo da difendere, l’onore, per modo di dire.”

Luigi Meneghello – I piccoli maestri 

 
Ci sono libri che non finisci mai di leggere. Puoi anche arrivare all’ultima pagina, puoi arrivarci anche più di una volta, ma il libro nonostante tutto non è proprio capace di finire, continua a crescere per proprio conto, a srotolare la sua storia circolare, infinita, perfettamente compiuta in un mondo parallelo che non è qui ed ora, ma che è ugualmente esatto e indispensabile.
"I piccoli maestri" è un libro fatto così, e ogni rilettura è solo un tentativo di capire dove arriverà, questa volta, nel suo meraviglioso e magico processo di crescita. Lo si può leggere tutte le volte che si vuole, basta essere consapevoli del fatto che non lo si finirà, davvero, mai.

Io, per dire, ogni volta che lo leggo ci trovo dentro qualcosa che prima non avevo visto. Mi ricordo, per esempio, la volta in cui mi sono accorta che in quel libro c’era la Marta. Donna meravigliosa “che adottò subito la resistenza vicentina in blocco”, eroica e tragica, vulcanica e generosa, tradita poi da una sciarpa azzurra. Non l’avevo vista, la prima volta che mi era passata sotto gli occhi, eppure era lì, con la sua eterna bellezza appannata e la sua sghemba pragmaticità, con le sue manie, le sue fissazioni inutili e il suo coraggio nonostante tutto. Un altr’anno, mi sono accorta di Enrico, Enrico che era l’unico che ci prendeva gusto, a fare il partigiano, e che “era sempre un po’ nervoso, impaziente, a corto di tempo, e ora sembra anche giusto che fosse così, dato che è morto ragazzo.”. E poi la Simonetta, che non mi è mai stata simpatica (tutta invidia, ovviamente, per via di quella settimana in bicicletta, e per tutto il resto), e ovviamente Antonio, il Maestro, e il Moretto, e poi, soprattutto, la scena fantastica dell’arrivo degli alleati al Prato della Valle, stralunata e assurda, in fondo a Padova: “I’m just a fucking bandit”.

Non si dovrebbe provare a raccontare, un libro così, lo so. Non riesce a finire neppure nelle parole dell’autore, è assurdo credere che le mie possano davvero significare qualcosa. Il punto è che, inevitabilmente, quando esplode la primavera, si alza il vento e arriva il 25 aprile, io questo libro non posso evitare di rileggerlo. Per vedere dove è arrivato questa volta, e perchè in pochi altri posti sento forte come in questo libro il respiro lento, regolare e giusto della memoria, del ricordo pulito, onesto, tragico ma come si deve.
E così, dato che oggi è il 25 aprile, ripenso a Luigi Meneghello e a tutta quella generazione di persone che aveva creduto davvero che l’Italia si potesse rifare da capo con regole diverse, mettendoci tutta la mia ammirazione e la mia riconoscenza. E aggiungendoci un po’ di rimpianto, anche, per tutte quelle promesse che, collettivamente, non siamo proprio stati capaci di mantenere.

Non basta leggere un libro, per dare a tutti i personaggi che lo abitano quanto meriterebbero, lo so perfettamente. Ma questa storia della Resistenza è l’unica cosa che resta di Enrico, della Marta e di Antonio, e io sento che qualcuno, prima o poi, potrebbe davvero provare a portarci via la loro memoria e quella di tutti coloro che, con le loro facce di sessant’anni fa, scelsero di andare e partirono, nonostante la fatica, gli errori, la morte quasi certa, l’incomprensibilità del presente e del futuro. Io rileggo ogni anno quel libro, senza finirlo, e mi ripeto ogni volta che posso questa storia che già so, con lo spirito del pellegrinaggio, del mantra e dell’esorcismo.

Buon venticinque aprile a tutti.

 
 
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Uomini & donne

5 gennaio 2010

Ieri sera, in macchina, io e Lucia:

– Scusa se ti interrompo… al prossimo semaforo vado dritta o giro?
– Gira. Poi al prossimo stop a sinistra.
– Ok… ah, ecco, adesso ho capito dove siamo. Scusa, è tutta la vita che frequento questa città, ma non riesco mica ad orientarmici bene, ancora… e, a pensarci, la cosa è anche abbastanza ridicola, considerato che a Madrid riuscivo ad arrivare ovunque…
– eh, cosa ci vuoi fare… è una cosa del cervello di noi femmine. Non è una cosa di cui vergognarsi o di cui discutere… siamo proprio fatte così, non abbiamo la stessa capacità di orientamento dei maschi. È che ci concentriamo troppo sui dettagli e perdiamo la visione d’insieme, un fatto di costruzione cerebrale, di evoluzione. Succede a tutte.
 
L’altro giorno, in macchina, io e Federico. Io racconto uno stupido episodio natalizio:
– …e poi c’era questa coppia. Due ragazzi, che si sono sposati qualche mese fa… bè, credimi, se non fosse che sono per la non violenza, lui a un certo punto l’avrei preso a ceffoni. Con questo cacchio di atteggiamento da “tesoro tu stai tranquilla, non preoccuparti di niente, penso a tutto io, io che SO cos’è bene per me e pure per te e che quindi deciderò di sicuro per il meglio. Tu premi pure il bottone OFF e non preoccuparti: ci sono qua io”. Una roba agghiacciante. Pensa, tutta la vita con uno così!
– ma perché, scusa? Loro saranno felici!
– ma come, “felici”? Come fai ad essere felice con uno che ti dice ogni cinque secondi che sicuramente lui sa fare qualsiasi cosa meglio di te? No, non esiste, non ci credo.
– perché sei la solita femminista bruciareggiseni. Sono mica tutte come te. A lei andrà bene così.
 
 
Ora, tralasciando il fatto che l’unico premio che io abbia mai vinto in una competizione pseudo-sportiva è la medaglia d’argento alle regionali di orienteering quando facevo la seconda media, e che io ne sia tuttora piuttosto fiera (d’accordo, so che è una cosa idiota, però quantomeno a mettere dritta una mappa penso di poterci arrivare), e tralasciando anche il fatto che la definizione “femminista bruciareggiseni” di sicuro non mi offende, ma altrettanto sicuramente mi fa abbastanza ridere, se riferita a me medesima, io credo di essermi un po’ rotta le scatole, di tutti questi discorsi. Di tutte queste ciance su come sono le donne e come sono gli uomini che si concludono sempre, prima di degenerare, con un “esclusi i presenti, ovviamente!” di circostanza. Sì, esclusi i presenti, escluso io (chiunque sia l’io che fa il discorso) ed esclusi i miei amici a cui voglio bene. Escludendo tutto ciò che devia dallo stereotipo, resta solo lo stereotipo, of course.
E, finchè si dice per giocare, la cosa mi può sembrare tollerabile, anche se non particolarmente divertente. Quando poi, però, a partire da quelle che sono e dovrebbero restare solo chiacchiere, si arriva a formulare teorie pseudo-scientifiche o sociologiche, bè, la faccenda cambia un po’ aspetto, e può arrivare a fare danno. Ovviamente questo è meglio non dirlo, per evitare di passare una volta di più per la solita femminista invasata, anche se a dire il vero mi chiedo perché questo bel carico di descrizioni fasulle debba essere offensivo solo per le donne…  insomma, presumo esistano anche uomini capaci di buttare i calzini sporchi nel cesto della roba da lavare invece che sul pavimento, che sanno elaborare frasi di senso compiuto composte da più di cinque parole e che dispongono di una certa sensibilità: loro non si sentono offesi dallo stereotipo che li fa diventare tutti zozzi ruttatori sensibili come schiacciasassi e incapaci di esprimersi se non a gesti e mugolii? Bah…
Sul fatto che uomini e donne non siano uguali, direi che c’è unanimità di vedute. Siamo tutti d’accordo. Resta il fatto che io, come chiunque, ho conosciuto decine di uomini incapaci di prendere qualsiasi decisione, insicuri e necessitanti a ogni piè sospinto di rassicurazione e conforto. E ho anche conosciuto uomini assennati e sensati e autosufficienti. Ho conosciuto donne a cui metterei in mano senza paura la mia stessa vita, donne che a vent’anni hanno passato notti e giorni ad accudire malati terminali, e donne incapaci di gestire qualsiasi minima situazione vagamente divergente dalla norma (eventi della portata dello spostamento di una lezione da un’aula a un’altra, per dire). Ho conosciuto uomini–impiastro incapaci di capire che gli è stato detto di no, così come donne che passano con gioia da un uomo all’altro, felici e soddisfatte, totalmente autonome a livello emotivo. Le donne sono fragili? Gli uomini sono logici? Fate un rapido controllo mentale tra le persone di vostra conoscenza: davvero vi pare che sia così? No, vero?
Però una donna di sicuro non è in grado di cambiare la gomma di una macchina, non parliamo poi di leggere una mappa o, addirittura, di guidarla, la macchina (e ho scelto apposta esempi in cui io, personalmente, gioco fuori casa: per dire, io sono consapevole di non essere particolarmente brava a guidare. Ma ho la presunzione di credere che in questo non c’entrino Darwin e l’evoluzione dei miei circuiti neuronali, né tantomeno il mio cromosoma X. C’entra il fatto che non mi ci sono mai applicata più seriamente di così, e cambiare questa cosa non è in cima alla mia lista di priorità. Se volessi, potrei far meglio. Ma non mi interessa. Punto. Con buona pace di Mendel, dei geni dominanti e recessivi e del dottor Freud). E, ovviamente, al contrario: gli uomini sono insensibili, sempre un poco tardi a capire le cose, non sanno sopportare il dolore fisico, sono degli eterni adolescenti sbavanti e non potrebbero vivere tre giorni senza una donna (sia essa mamma, moglie o fidanzata) che si occupi di loro a livello materiale. Non è mica un quadretto così simpatico, no? Siamo davvero così, uomini e donne, e io non me ne sono mai accorta? Frequento gente strana?
Forse, c’è stato qualcosa di sbagliato. Si è raggiunta una presunta parità (che poi di fatto non c’è davvero, ma questa è un’altra storia e ne parliamo un’altra volta), tale per cui nessuno si stupisce se una donna vince un premio Nobel e in pochi (almeno spero!) credono ancora in una superiorità intellettuale dei maschi sulle femmine, ma non siamo riusciti a districarci da quella rete di stupidi giudizi insensati che servono per gestire le persone in blocco invece che una per una.  C’è rimasto l’involucro stupido di una serie di stupidi pregiudizi, e invece di liberarcene, uomini e donne, continuiamo a rigirarcelo tra le mani, a riderne, senza sapere bene cosa fare di lui.
A tratti, tutto ciò mi sembra di una tristezza desolante.

…quanto al femminismo, magari finisce che un giorno ci scrivo sopra un post serio, chissà… su, ditelo che non vedete l’ora! :-)

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Christmas mood

24 dicembre 2009

Prima è nevicato.
Poi abbiamo guardato la neve.
Poi le strade si sono ghiacciate, e tutte le persone sagge hanno invocato la pioggia per sciogliere il ghiaccio.
Poi è piovuto e la neve si è trasformata nella Grande Zuppa Grigetta.
Poi ha piovuto ancora, e della neve non è rimasto neanche il ricordo.
Poi ha continuato a piovere.
Poi, che sarebbe adesso, piove ancora, e tutti si lamentano della pioggia. 

— spazio libero per conclusione a scelta —

Rileggo la mia agenda nera, quella con la torre di Londra al tramonto in bianco e nero in copertina, comprata a settembre in un momento di compulsione consumistica sottotitolato "voglio un oggetto totalmente inutile che però mi piaccia da pazzi e che sia ragionevolmente economico, dato che con tutta probabilità non lo userò mai".
In realtà l’ho usata al di là di ogni previsione, poi, l’agenda, e non per segnarci cose di una qualche utilità ma per puntellarci sopra una serie di frasi che si pretendevano risolutiv-riassuntiv-evocative.
La metà di quelle frasi, fuori contesto, al momento mi risulta totalmente incomprensibile. L’altra metà, riferita agli highlights di questi ultimi mesi, presa tutta in una volta fa un filo paura. Ripassare la propria vita è una di quelle cose che andrebbero fatte con moderazione, solo in momenti di eccezionale stabilità psicologica, quindi tendenzialmente mai, a meno di non essere disposti a pagare tutte, ma proprio tutte le conseguenze dell’analisi. Sono ancora un po’ stordita da tutta quella vita che mi è franata addosso senza preavviso, ripiegata dentro un’agenda nera.

Visto che immagino non starete nella pelle dalla curiosità (fingete educatamente, plìììs), vi comunico anche i risultati del "frase del quadrimestre award":
Primo assoluto: 20 novembre – "La paura e il coraggio di dire: io ho sempre tentato"
Seconda classificata: 18 ottobre – "Del mondo antico e del mondo futuro era rimasta solo la bellezza"
Terzo premio: 20 dicembre – "Sono giunto alla disperazione / calma, senza sgomento"


Prima mi è tornato in mente un certo Natale del mio passato. Era uno di quei Natali di confine, in cui sei ancora un bambino, ma il germe del dubbio a proposito del Natale nel suo complesso si è già istillalto nella tua giovane mente, anche se tu non vuoi ancora rassegnarti a crederci. Quello fu, poi, un Natale bellissimo, pieno di sorprese e di incredulità. E’ un ricordo luminoso, anche a tutti questi anni di distanza. Forse, a pensarci bene, è un ricordo luminoso soprattutto a tutti questi anni di distanza. Sì, sono ormai al punto in cui ripenso ai Natali passati. Call me Ebenezer. :-)

Devo smettere assolutamente di ascoltare le canzoni di Gaber, che poi finisce che mi suggestiono e tutte quante mi pare parlino di me medesima di persona proprio la sottoscritta io. Ma non è colpa mia: su youtube sono subdoli e accanto al video ti mettono i link correlati, e così finisce che io mi faccio prendere la mano e clicco compulsivamente e in definitiva non sono più in grado di arginare le conseguenze delle mie azioni. Ci dovrebbe essere il disclaimer "ascolta responsabilmente", accanto a certi titoli. Altro che alcool.
(di gran moda negli ultimi giorni ci sono questa, questa e questa canzone. Nonsosemisonospiegata.)

L’altro giorno ho fatto una lista dei miei desideri materiali e pseudo-esistenziali per l’avvenire. Che, me ne rendo conto, detta così sembra una cosa un po’ idiota, ma è invece un sanissimo esercizio di riordinamento mentale, di contatto/distacco dalla realtà. Arrivata a dieci desideri, pensavo di fermarmi. Arrivata a venti, ho tirato un sospiro di sollievo. Ho ancora un sacco di cose da fare.

Stay awake, don’t rest your head
don’t lie down upon your bed
while the moon drifts in the skies
stay awake, don’t close your eyes.

(e, ovviamente, buon Natale a tutti)

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Non al denaro, non all’amore nè al cielo – Capitolo 4

30 novembre 2009

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Tutto cominciò un giorno di Novembre.

Faceva freddo e l’aria era secca e leggera come se fosse sul punto di spezzarsi. Era mattina presto, quando tutto cominciò: una mattina nitida, liscia e ghiacciata.

Avevo aperto le finestre di casa, cominciando come sempre da quelle che guardano la collina, e il silenzio del paese si rifletteva senza trovare ostacoli contro le mie orecchie ancora piene di suoni notturni. A quell’ora di mattina riuscivo sempre a sentire che quel luogo mi apparteneva, e che io appartenevo a lui, alle sue strade senza pretese, ai suoi balconi pieni di segreti, al suo cimitero sulla collina, alle sue miserie e alla sua bellezza. Bastava pochissimo perché quella sensazione scomparisse: il rumore di una finestra che sbatteva lontano, i suoni insieme intimi e invadenti delle prime persone che posavano i piedi sul tappeto della camera da letto, scuotendosi via il sonno di dosso, e quel minuto di silenziosa sospensione sarebbe scivolato via fino all’alba del giorno dopo.

Quella mattina di Novembre, però, arrivato all’ultima finestra mi resi conto che l’equilibrio su cui avevo costruito i miei precari riti quotidiani, quelli che da anni regolavano e tenevano in piedi la mia vita, si era inevitabilmente rotto. Affacciato all’ultimo vetro, nel silenzio perfetto che saliva dalla valle, vidi che nel mio cortile era stata piantata una croce. Una croce enorme e goffa, fatta con due pezzi di legno legati assieme da una corda consumata i cui nodi stavano per cedere. La trave messa trasversalmente cominciava già a inclinarsi sempre più pericolosamente da una parte. Presto sarebbe crollata a terra, mettendo fine a quella grottesca messinscena, a quel teatrino vigliacco che, da subito, mi sembrò più che altro un patibolo.
Significava tante cose, quella croce comparsa nel mio giardino di notte. Significava che la tacita tregua instaurata tanti anni prima tra me e il paese si era rotta, che non c’era più speranza di continuare a convivere pacificamente, ognuno attaccato ai propri simboli e ai propri rituali, ognuno libero nel proprio terreno. Dal paese, qualcuno aveva voluto comunicarmi che era giunta l’era delle decisioni irrevocabili, che non ci poteva essere più tolleranza per quelli come me.
Mi rendo conto che dovrei spiegarvi tante cose, per farvi capire meglio questa storia. Dovrei raccontarvi della mia infanzia tutta colorata a pastello, della mia giovinezza piena di promesse, del momento in cui tutto si ruppe e di come poi sono finito in quella casa a mezza strada tra il paese per la collina, a masticare il mio rancore. Mi rendo conto che dovrei raccontarvi tutto questo, per farvi capire bene la mia storia, mettendo assieme, una dopo l’altra, parole che formano nomi, e circostanze, e eventi precisi. Dovrei, ma non ne ho nessuna voglia e vi prego di concedermi, morto come sono, di tacere queste piccolezze della vita dei vivi. Se volete sapere i fatti, se vi interessano i dettagli della mia storia, potete benissimo chiedere giù in paese: non avrete difficoltà a farvi dire tutto quello che volete, con l’adeguato corollario di strizzatine d’occhio e sottintesi.
Ciò che posso dirvi è che quella mattina di Novembre rappresenta, per me, il momento in cui tutto si è sfasciato. Quella croce nel mio cortile, il mio prenderla a calci, il paese che mi si avventa contro, le bestemmie che escono una dopo l’altra dalla mia bocca, come sputi, senza che me ne renda conto, sono tutti eventi riuniti nella medesima valanga. Poi c’è stato anche il carcere, e quella notte in cui mi ruppero dentro senza che si riuscisse a capire di chi era la colpa, e perfino quello, perfino il momento in cui mi uccisero di botte, in realtà è nato da quella mia presa di coscienza alla luce dell’alba. Una presa di coscienza che è stata una sorta di reazione nucleare che, una volta innescata, è andata avanti da sola fino all’esaurimento, fino alla distruzione.
La mattina in cui mi dissero che in nome di un Bene più grande, in nome di un infinito Amore che non riuscivo neanche a immaginare, avrei dovuto avere davanti agli occhi in ogni istante due pezzi di legno che ai miei occhi non avevano alcun significato è per me la mattina in cui è finita la mia vita.
La mia non è una storia esemplare. Non ero nobile nel mio rancore contro i miei simili, non ero un ribelle mentre prendevo a calci quel patibolo e non ero un martire quando mi calpestavano, anche se il buio della notte in cui mi uccisero è qualcosa che non si può dire. In realtà, io ero solo un uomo che aveva sbagliato obiettivo. Solo da qui, da questi due metri di terra che mi sono stati dati in questo cimitero in collina, ho capito che quello, quello solo è stato il mio errore. Ho lottato disperatamente contro un dio in cui non credevo, mentre le mani del dio che mi ha ucciso scomparivano lontano dalla mia vista, avvicinandosi pericolosamente alla mia gola. Ad uccidermi, furono proprio le mani di quel dio che controlla la terra, che governa le persone, che stabilisce i limiti di ciò che è giusto e punisce i dissidenti. Le mani di quelli che hanno costruito il giardino incantato solo per inventare la colpa e giustificare la cacciata.
Solo sottoterra ho capito che la mela proibita, la mela che rende liberi e insegna la differenza tra il bene e il male è ancora a portata di mano, è ancora là fuori, vicina e raggiungibile, nascosta dalle croci brandite come manganelli, seppellita di parole che servono solo per aumentare il fumo, per ricoprire ogni cosa di cenere.

 
 
 
 
UN BLASFEMO 
(DIETRO OGNI BLASFEMO C’E’ UN GIARDINO INCANTATO)
 
Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,
più non arrossii nel rubare l’amore
dal momento che Inverno mi convinse che Dio
non sarebbe arrossito rubandomi il mio
 
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l’anima a forza di botte
 
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c’è’ il bene e c’è il male
 
Quando vide che l’uomo allungava le dita
a rubargli il mistero di una mela proibita
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni
 
E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato
ci costringe a sognare in un giardino incantato.
 
 
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Posti

11 luglio 2009

Ci sono posti.

E, poi, ci sono Posti.
Posti in cui magari andavi una volta.
Posti in cui magari sei andato infinite volte.
Posti in cui magari non andavi da anni e in cui ritorni un giorno che piove, scoprendo che riesci a ricordarti la strada per andarci solo quando ci sei proprio sopra, quando rivedi le curve, gli stop, quell’assurdo semaforo proprio a metà di una salita, e tutto ricostruisce un mosaico che avevi dimenticato, ma di cui basta guardare le tessere per farle andare a posto.
E, intanto, dal sedile del passeggero tua madre ti dice "Possibile che non ti ricordi questa strada? Con tutte le volte che ci siamo venuti…" e tu vorresti rispondere che sono passati dieci anni, che tu allora non avevi la patente e non avevi neanche diverse altre cose, e che quindi quella strada la vedevi dal sedile di dietro della macchina, e al Posto venivi portato e basta, mica decidevi tu di andarci, ma poi lasci perdere, non vale la pena mettersi a puntualizzare, perchè il Posto ormai è lì, dietro l’ultima svolta a sinistra.
Posti in cui, mentre parcheggi la macchina, prendi nota mentalmente di tutto quello che è cambiato dall’ultima volta. Quei disegni su quella palizzata, per esempio, non c’erano. E ti chiedi anche cosa facciamo lì quei cani con gli occhi sgranati, quei dinosauri e quei personaggi da cartone animato, sbattuti su quel pezzo di truciolato vicino all’ingresso del Posto, a significare qualcosa che non si riesce a capire. E anche quel parco con le giostre, una volta non c’era. Almeno credo.
Posti in cui, sceso dalla macchina, attraversi il piazzale e senti che i tuoi piedi ricalcano decine di migliaia di altre impronte, e pensi che alcune di quelle orme che vanno tutte verso la stessa porta, devono essere anche le tue, le tue orme di quella volta, di quelle volte, tanti anni fa.
Posti in cui ti ricordi perfettamente quanta pressione ci vuole per spingere la porta, che rumore fanno le suole di gomma sul linoleum azzurro, dove sono gli ascensori e qual è il pulsante giusto da premere.

Posti, insomma. Posti che possono essere tutto, ma non insignificanti, perchè il passato gli ha già dato più significati di quelli che tu potrai mai arrivare a capire. Posti in cui metti piede pensando solo al momento in cui la tua suola bagnata premerà di nuovo frizione e acceleratore, per portarti via da lì il prima possibile. Via dal loro fascino oscuro, via dai cani dagli occhi sgranati disegnati sul legno, via dalla nuvola perennemente sopra quella montagna, via da tutte le cose che hai lasciato là dentro.

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Come fu che scomparvi

4 giugno 2009

Non so bene come mai sono scomparsa da questi schermi per un mese

Forse perchè avevo una camionata di treni da prendere, e io quando supero la dose limite di 5 treni a settimana ho strane reazioni a livello epidermico, mi si scioglie la lingua, mi si intorcinano le dita e, insomma, ho troppe cose da tenere sotto controllo per poter reggere anche un blog. Anche se i treni sanno essere i più bei posti del mondo, non ho ancora cambiato opinione.
Forse perchè dovevo farmi venire con comodo le palpitazioni al pensiero di tutto quello che devo/dovrò fare a breve e non avrò con tutta probabilità il tempo di fare e, insomma, se devo angosciarmi seriamente necessito di grande concentrazione e non posso insieme anche scrivere.
Forse perchè è venuta a tradimento la primavera, con il consueto codazzo di cardellini tubanti, sonni dirompenti, emozioni strabordanti e rullo di peace&love che, insomma, oggettivamente distraggono.
O, forse, perchè un mese fa ho ricominciato a scrivere seriamente altrove, e la cosa mi ha occupato molta più RAM del previsto, chè due serbatoi di parole sono difficili da riempire contemporaneamente, e se scarichi da un lato inevitabilmente l’altro si prosciuga. Però ho scoperto tante belle cose, scrivendo su spiagge diverse da questa. Ho scoperto che è strano e liberatorio raccontare al vuoto, al nulla, a un muro indistinto di "lettori" di cui non si sa nulla, che mai lasceranno un commento, che mai entreranno in relazione con te. Ho scoperto che la mia generazione, quella che ha masticato videogiochi e televisione fin dall’infanzia più tenera, fa un sacco di fatica a raccontare gesti, e quando scrive cade quasi inevitabilmente in opinioni, commenti, considerazioni che spiegano senza mostrare, come se tutti fossimo vittime di qualche bizzarra maledizione analitica, a cui tutta la tecnologia che abbiamo bevuto non è stata capace di sottrarci. Ho scoperto che non bisogna farsi trovare a casa, che la spontanea tendenza egocentrica dello scrittore va tenuta a bada anche con la forza, anche a prezzo di cancellare con un bel tratto di indelebile qualcosa che si era scritto con commozione e certezza di aver indovinato. Ho capito anche che il lavoro sulle parole è come quello sulle note, uguale identico, che richiede pazienza, tempi lunghi, umiltà, disposizione a discutersi e a cambiare strada, attenzione a non cadere nel tranello delle emozioni a buon mercato, dei vecchi trucchi da quattro soldi.-
Insomma, ho ricordato molte cose in questo mese. E molte cose nuove ho imparato.

Mi spiace avervi trascurato, ma non c’era altro da fare. Vedere che, nonostante tutto, più di qualcuno ha continuato a passare di qui ogni giorno (magari per caso, magari per inerzia, magari per abitudine, ma comunque l’ha fatto) mi commuove un po’. Un po’ tanto. Grazie.

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Ulteriori Appunti (su ieri)

9 marzo 2009

"Scesi dalla macchina, si getta un’occhiata allo scenario di retropalazzi che circonda il parcheggio. C’è aria di biancheria sui terrazzi, parole da pranzo, piccioni sulle grondaie.
Si passa tra i condomini, annusando l’aria per indovinare la direzione da prendere, poi si incrocia una strada dal nome risorgimentale: ha l’aria della via ideale per un corteo, ha i marciapiedi lisciati dai passi.
Si cammina tra auto parcheggiate, portici e venditori di kebab, in vie col nome dal sapore solido, prima di vedere la Piazza: la chiesa è sempre sul fondo, il Nettuno è sempre tra i suoi zampilli, la Sala Borsa è sempre accanto al muro coperto da facce di sessant’anni fa. E’ tutto in ordine, si può proseguire.
Via dei calzolai. Via degli artieri. Via degli orefici, con la salumeria di faccia alla libreria, il porfido in disordine, i nomi incisi sul marmo. Aria di passi, di cibo e di persone senza cappotto."