Archive for the ‘From Pd’ Category

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90. De Vita Beata

31 marzo 2015

Marzo finisce così, come è giusto che sia. Finisce in una sera dolce ben oltre i limiti di legge, con il cielo chiaro e l’aria bianca e il senso di qualcosa di imminente che è davvero qui proprio perché è ancora sul punto di arrivare. Sappiamo tutti benissimo, perché l’abbiamo già tante volte provato, che quando arriverà davvero tutto sarà già accaduto, sarà finito, sarà ormai troppo tardi, ma sappiamo anche che di questo non dobbiamo preoccuparci, ora. Ora è tutto promesso, ora è tutto a un passo dall’esplodere, ora è il momento della vera, segreta meraviglia.
Oggi, oggi che è tutto così sospeso e aprile è ancora un’ipotesi all’orizzonte, è il momento per stare alla finestra, guardare il cielo chiaro, bere vino rosso e ascoltare musica così. E rendersi conto, con un singhiozzo di vertigine, che nessuna beatitudine più grande di questa è data all’uomo. Perfetta e instabile, assolutamente in bilico sul confine ultimo di una primavera che sta per arrivare.

 

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88. Un gran mistero

29 marzo 2015

Domenica pomeriggio.

Giro la chiave della Signorina Felicita e, prima ancora di aver fatto in tempo ad arrivare alla rampa dell’autostrada, mi ritrovo invischiata in questo “Mambo reazionario”, che dura quattro minuti ma che riesce ugualmente a colonizzare tutti i miei pensieri fino a destinazione e oltre.

Il Mambo reazionario è una canzonetta facile facile, una cosa quasi da ridere, ma parla di tante cose su cui i miei pensieri non riescono a smettere di svolazzare, in questo periodo, come mosche dalle parti di un vaso di miele. Il mondo che il Mambo reazionario dipinge ha contorni che sono tanto banali quanto pungenti, fastidiosi come un maglione di lana che pizzica. Il mondo che questa canzone racconta fa venire le bolle sulla pelle, senza che si possa accusarlo di altro che della sua innocente normalità.

Il Mambo reazionario parla della banalità e della sua capacità di assimilare tutto a sé, parla del fascino sottile di quel che è comune, semplice, per bene, e della sua forza che gli fa sconfiggere anche chi, a parole, dichiara di essere alternativo, ribelle, fuori dagli schemi. Il Mambo reazionario dipinge, con tranquillità disarmante, un mondo in cui le griglie della norma sono ovunque, e in cui chi finge di non volerci entrare non è altro che una patetica imitazione della volpe di Esopo, ridicola prima di tutti agli occhi di se stessa.

Il Mambo reazionario parla di un mondo che fa rabbia e ribrezzo, ma che allo stesso tempo – proprio perché fa rabbia, proprio perché fa ribrezzo – vince su tutto a mani basse, senza che ci sia nemmeno la possibilità di combattere.
Quel mondo è tutto attorno a noi, e basta vederlo, giudicarlo, criticarlo, per essere già diventati sue vittime. Da quel mondo non è possibile chiamarsi fuori, non è possibile dichiararsi estranei, non è possibile liberarsi una volta per tutte. L’unica cosa che si può fare è resistergli con tenacia muta, giorno per giorno, senza acuti e senza prese di posizione troppo drastiche per essere vere.
Interrogandosi, nei ritagli di tempo, sul grande mistero del cambiamento impossibile.

Come farà a cambiare il mondo?
È davvero un gran mistero.

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81. Il Processo

22 marzo 2015

Qualche mese fa, al lavoro, mi è capitato di leggere e impaginare un bel saggio – lucido, preciso, succinto: di meglio non si potrebbe chiedere – dedicato al tema del perdono e ai suoi indistricabili paradossi.
In quelle pagine, in mezzo a molte altre osservazioni interessanti, si faceva riferimento a un testo teatrale che non avevo mai sentito nominare, una strana e spaventosa tragedia che racconta la storia di un villaggio ebraico devastato da un pogrom, nel diciassettesimo secolo, e di tre cantori erranti che vi arrivano per caso, durante la festa di Purim, aspettandosi di trovare un pubblico disposto a guardarli recitare. Gli unici ebrei rimasti nel paese, però, sono un vecchio oste e sua figlia, disperati superstiti di quella tragedia che ha spazzato via la comunità e ha spezzato anche le loro piccole vite, lasciando solo il guscio vuoto di quel che erano stati.
Lì, in una notte piena di magie, di presagi e di minacce – perché, almeno a sentire il vecchio Pope ortodosso del villaggio, gli sterminatori stanno tornando per finire quel che hanno cominciato – viene messo in scena un macabro, terribile e umanissimo processo a Dio, che viene chiamato sul banco degli imputati perché risponda, se una risposta esiste, alle accuse che gli vengono rivolte dalle fiammeggianti parole dell’oste Berish.
Quel processo, tragico e ubriaco, avrà luogo ma non arriverà a sentenza: sarà un altro fuoco ad arrivare per primo, coronando nell’unico modo possibile la tragica sceneggiata di Purim recitata dai cantori e dal loro folle, lucidissimo ospite.

Oggi, in una domenica di nuvole, ho preso in mano il libro con la copertina gialla in cui è raccontata questa tragedia e ho letto la storia di Shamgorod, delle sue maschere, della sua accusa rivolta all’Altissimo e delle inevitabili conseguenze a cui quel grido conduce. E non c’era perdono possibile, nel mondo degli uomini, di fronte a questo macabro e surreale Processo.

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BERISH: Ha annientato la fiorente comunità di Shamgorod; ha seminato la morte […]. Se ci tiene a perseverare nelle sue vie, tanto peggio, che perseveri! Ma io, io non risponderò amen. Può schiacciarmi se vuole: io non reciterò il Kaddish. Può uccidermi, ucciderci tutti: io griderò che è lui il colpevole. […]

SAM: Veramente, taverniere, Dio vi benedice e voi l’ oltraggiate. Vi ha salvato e voi, voi lo addolorate!

BERISH: […] Se posso scegliere fra Dio e gli uomini, preferisco aver pietà degli uomini. Dio è grande: che si arrangi! Gli uomini non ne sono capaci.

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80. Celle, poesie e libertà

21 marzo 2015
Era gruvi, gruvi era
il tuo cacio con i fori,
era brughi, brughi era
il tuo bosco con i fiori,
era frutti, frutti era
la speranza del tuo viaggio,
era preghi, preghi era
quel che avevi nello sguardo,
fu più rapida di un sorso
la tua anima di sorcio.

Alla radio, oggi, recitavano Toti Scialoja. Poesie bellissime fatte di gatti, libellule, topi, vermi e paesi dai nomi elementari che però, nell’affascinante calderone delle parole, riescono a diventare stranamente evocativi, suggestivi, misteriosi.
Poesie tutte comprese nell’atmosfera sospesa, eterea, polverosa e magnetica che solo dentro le parole di questo strano uomo si ritrova, e che incanta senza che sia possibile capire davvero perché.

Subito dopo, dentro la stessa radio, una voce leggeva Dei delitti e delle pene e insigni filosofi e giuristi ne commentavano alcuni passi di straordinaria bellezza e di sbalorditiva modernità (“Ecco. Un’altra cosa che ogni italiano – perlomeno – dovrebbe aver letto, e che puoi serenamente aggiungere all’infinita lista di quel che ancora ti manca”,  pensavo amaramente mentre guidavo nel traffico del pomeriggio di sabato, in città).
A intervalli, tra un pezzo e l’altro di Beccaria, comparivano le voci meno ferme e meno impostate di alcuni agenti di polizia penitenziaria, persone comuni che raccontavano cosa significa, davvero, lavorare nel luogo in cui chi ha commesso un delitto paga la sua pena, e che mentre parlavano portavano con sé un diluvio di ricordi, di contraddizioni e di incoercibile tristezza.

L’alternanza di queste voci, di queste bellezze e di questi dolori, di questi interrogativi che si accavallavano senza sosta l’uno sull’altro mi sembra il senso più bello, vivo e vero di questo pomeriggio fatto di cose che all’apparenza fingono di essere semplici ma che invece sono infinite, di domande a cui non esiste risposta facile, del terribile scorrere cieco della realtà in cui ci sono carceri, voci, filosofie e poesie che parlano di insetti e di città. Tutto caoticamente insieme. Tutto mescolato in un unico magma in cui proviamo disperatamente a fissare qualche paletto, con la forza cristallina della ragione, ma in cui alla fine prevale sempre il cieco caos del tutto che è eterno e forte, semplice e infinito come uno di quei quadri astratti che, a guardarli per un attimo, sembrano fin troppo facili, quasi fanciulleschi. Scarabocchi che chiunque avrebbe potuto realizzare, come si dice. Fino a quando non ci si perde a seguire i filamenti della tela, e si è costretti ad ammettere che – riga dopo riga, segno dopo segno – non si arriverà mai da nessuna parte.

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76. Un’altra storia

17 marzo 2015

Sulla parete del sottopassaggio che imbocco ogni giorno, due volte al giorno, per passare dall’altra parte dei binari della ferrovia, questa notte qualcuno ha disegnato qualcosa con una bomboletta nera.
A grandezza quasi naturale, spicca sul cemento ridipinto di bianco-grigetto l’immagine di un omino stilizzato, seminascosto da un enorme rettangolo su cui sta scritto un lapidario: “La storia non si fa la prossima volta. La prossima volta è un’altra storia”.

La frase non è originale – l’ha detta Makkox in una puntata di Gazebo, mi dicono – ma l’idea che, nonostante tutto quello che è accaduto e sta accadendo negli ultimi tempi nella mia città, ci sia ancora qualcuno che di notte si aggira sotto i binari per provare a regalare a quelli che passeranno cose del genere mi pare straordinariamente confortante, dolce, quasi struggente.
Perché è proprio vero che la prossima volta è un’altra storia e che, un giorno, di quello che sta accadendo oggi ci verrà chiesto conto, anche se noi per ora ci dedichiamo tenacemente all’arte di non pensarci.
Sarà bello, d’ora in poi, ricordarsene due volte al giorno, mattina e sera, per non perdere il contatto con la verità scomoda e sfuggente delle cose. Almeno finché la prossima mano di bianco-grigio comunale non interverrà a riportare l’ordine e il decoro, nei lindi sottopassaggi della nostra città.

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75. Essere legno

16 marzo 2015

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Non serve essere Man Ray per capire che non c’è niente di più meraviglioso al mondo che avere la sensazione, almeno per un po’, di essere fatti di puro, massiccio, venoso legno.
A patto, però, di essere il mezzo attraverso cui succedono cose come questa. A patto di sentire sotto la pelle, dentro le ossa, in ogni fibra di muscolo che si tende e si lascia andare che al mondo non esiste altro che questa musica e le mani che la suonano. Perse nel mezzo della meravigliosa ed eterna ghirlanda brillante.

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70. À bout de souffle

11 marzo 2015

Correvo.

Correvo fortissimo, schivando le buche e la ghiaia sparsa a bordo strada e tenendo gli occhi fissi sulla striscia bianca che separa la carreggiata dal fosso e pensando solo a pedalare, mentre le auto mi sfilavano vicino.

Correvo senza musica nelle orecchie, perché estrarre il lettore mp3 prima di salire in bici mi avrebbe fatto perdere un minuto e io un minuto da sprecare non l’avevo, se volevo almeno provare ad arrivare puntuale a una discussione di laurea provvidenzialmente fissata proprio alla fine del pomeriggio, all’orario perfetto per poterci andare nonostante ogni impedimento. A patto, chiaro, di correre un po’.

Correvo a perdifiato, schiantandomi dentro il vento contrario e pensando unicamente a filare via più veloce possibile, e in quella corsa senza paletti mi sembrava di essere nel pieno di un inseguimento, mi sembrava di dover dimostrare, con il mio delirio muscolare totalmente fine a se stesso, qualcosa a qualcuno.
Arrivata a destinazione ho capito il perché di quella sensazione, ed è stato chiaro che, anche se apparentemente stavo andando liberamente in un posto in cui volevo arrivare, in realtà mentre pedalavo stavo cercando di fuggire via dalla mia meta. Questa consapevolezza, però, è arrivata solo molto dopo, solo quando ho smesso di pedalare, ho legato la bici a un paletto e ho capito che quel che potevo dimostrare a me stessa l’avevo dimostrato, e che non importava niente se quasi nessuno, là fuori, avrebbe mai avuto nemmeno il più vago sentore di quella sfida segreta, di quello che cercavo di lasciarmi alle spalle con quella pedalata.
Tutto questo però, come dicevo, è venuto dopo. Finché correvo, esisteva solo la corsa, solo il lavoro dei muscoli e la loro determinazione a non mollare. E, così, mi sono ritrovata a pensare che l’esperienza un po’ infantile della corsa a perdifiato è in realtà dotata di una sua peculiare forma di grazia, e andrebbe coltivata e protetta con più cura di quanto si faccia normalmente, una volta diventati adulti.

Correre senza risparmio e senza buon senso, sfidando il mondo e le cose, è la ribellione più microscopica e gratuita, più incruenta e più silenziosa che si possa concepire. E anche se apparentemente questa rivolta non fa male a nessuno, il modo in cui batte il cuore sotto la gola, alla fine, dimostra chiaramente che l’ordine consueto delle cose è stato infranto, mentre i muscoli faticavano. E, a volte, già questo è sufficiente per poter sopportare tante, tante delle cose del mondo di fuori.

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65. Patate e cipolle

6 marzo 2015

Non c’è matrimonio più perfetto di quello tra la cipolla e la patata.
Questo dichiarava a gran voce il tavolo della mia cucina, stasera, nella casa silenziosa in cui si sentiva ancora sospeso nell’aria un odore buono, solido, comprensibile, commestibile, fatto di spezie e di tutta la poesia che può stare acquattata dentro un pezzo di pane.

Cipolla e patata mi aspettavano lì, stasera, abbracciate e perfette, concrete e inscindibili, pronte per scaldare la stanza vuota e per mettere il punto finale a questa settimana.
Vedendole lì, di fronte a me, belle e commoventi come un regalo inaspettato, ho pensato che davvero a volte la perfezione può far parte di questo mondo. Anche lei esiste, in qualche raro caso, proprio come esistono i matrimoni ben riusciti, le sorprese che tagliano il fiato, i legami che cominciano per caso, senza farsi notare, fino a quando ci si accorge che sono diventati indissolubili. Perfetti, morbidi e semplici come una cipolla che incontra una patata.

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60. Contava una vertebra della mia schiena

1 marzo 2015

Mentre il pomeriggio diventava sera, oggi, ho avuto per la prima volta in vita mia la consapevolezza fisica di essere proprietaria di alcune vertebre collocate più o meno a metà della schiena.
Loro, le innocenti e fedeli ossa, sono lì da sempre, come è ovvio, e da sempre fanno il loro onesto e silenzioso lavoro, accompagnandomi ovunque con la tenacia servizievole e cieca propria della materia muta. Solo che io, colpevolmente, prima di oggi non le avevo mai percepite.
Oggi, invece, alla fine di un pomeriggio accartocciato e un po’ sommesso, ho avvertito la loro presenza, le ho sentite allungarsi mentre piegavo la schiena, ho sentito la loro esistenza crocchiante e concreta, e per un attimo mi è sembrato di appropriarmi di qualcosa che avevo sempre avuto a portata di mano, ma che non avevo mai afferrato davvero.
È durato solo pochi secondi, questo momento di agnizione e di auto-riconoscimento: ha fatto la sua comparsa e un istante dopo è svanito, spaventato dal comparire precipitoso della voce della coscienza che sibilava, con la sua arroganza intellettuale, “ma che sciocchezze sono queste!”, eppure c’è stato. Per un attimo io e le mie vertebre ignote e misteriose, parte di me fino al midollo eppure completamente sconosciute, siamo state faccia a faccia. Ed è stato curioso realizzare con i sensi la loro esistenza concreta, percepirla senza bisogno di filtri, di spiegazioni, di ulteriori precisazioni, al di là di tutti gli arzigogoli propri della mente, del pensiero e della ragione. Proprio come se un angelo fosse sceso a contarle, misterioso e irraggiungibile come tutte le creature celesti, e avesse voluto lanciare un qualche misterioso, ininterpretabile segnale.

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58. Terroristi della felicità

27 febbraio 2015

Questa mattina, dentro la Casa della Luce, bisognava muoversi piano, piano, piano, per non disturbare.
Passi piccoli, pochissime parole, i gesti semplificati all’osso: abbiamo fatto solo il minimo indispensabile per essere presentabili agli occhi del mondo di fuori e poi abbiamo chiuso la porta alle nostre spalle, immergendoci a testa bassa nelle cose della vita quotidiana senza preparazione e senza anestesia.
Alle nostre spalle avevamo lasciato una cosa piccola e preziosa come il sonno di una persona addormentata, da non turbare e non scuotere, da custodire e accogliere con tutta la delicatezza possibile. Davanti ai nostri piedi c’erano invece un’intera città allagata di luce, una strada cento volte fatta ma mai bella come in questa mattina di quasi-primavera, una via fatta solo di scuole, una dopo l’altra, con i loro profili squadrati, grigi, imprecisi e proprio per questo commoventi.
Sotto i miei pedali c’era una deviazione lungo la strada del lavoro, nella mia bocca il sapore meraviglioso della birra di ieri sera, con tutti i suoi ricordi, dentro i miei occhi tutta la luce azzurra di questa mattina limpida e palpitante.

E mi sentivo, semplicemente, una terrorista della felicità.

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