Archive for the ‘Fondati sul lavoro’ Category

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93. Vivere, morire, perdonare

3 aprile 2015

Il venerdì prima di Pasqua è il giorno in cui, per definizione, l’umano e il divino entrano in rotta di collisione e si scontrano, provocando scintille che non riescono a smettere di parlarci, secolo dopo secolo.
Da qualsiasi punto di vista si cerchi di mettere a fuoco la storia, vecchia di duemila anni, di quel falegname palestinese che morì dopo un processo sommario, insieme a due ladri qualsiasi, quella storia continua a interrogarci, a rilanciare di fronte alle nostre risposte, a denunciare a gran voce il suo carattere apocalittico, totale, definitivo. Il carattere che hanno, sempre, le storie in cui la vita, il perdono e la morte entrano di prepotenza, e prendono il controllo della situazione.

Qualche settimana fa, al lavoro, mi è capitato di leggere un libro che parlava del perdono e dei suoi paradossi (e in cui si citava il terrificante Processo di Shamgorod). Considerato il tema, il saggio non poteva evitare di soffermarsi, almeno per un attimo, su quella vecchia storia di delitti, miracoli mancati e accuse senza risposta. E quel che diceva a proposito della vita, della morte e del perdono mi sembra uno spunto interessante a proposito della giornata di oggi, con tutto il suo infinito carico di angoscia, meraviglia e umanità.

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e due malfattori, uno a destra e l’ altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. C’ era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.

Diverse le questioni poste da questa pagina dell’evangelista Luca.
La prima, inestricabile, riguarda il perdono invocato da Gesù per i suoi carnefici. Perché lo chiede a Dio e non lo concede direttamente, essendo – in qualità di vittima – il più titolato a farlo? È magari il Padre la vera vittima (o, in quanto sostituto assoluto, il vero carnefice) della situazione? Perché poi, nel farsi supplire da Dio, il crocifisso adduce anche un’ attenuante generica legata all’inconsapevolezza degli assassini? […] Eppure il fatto che non si tratti di un’offerta di perdono diretta ma di una sorta di intercessione presso un terzo assoluto, presso Dio, cambia ancora la partita. Il perdono è invocato, non concesso. È chiesto nella forma di una speranza a venire, non in quella di una certezza attuale. Alla domanda non segue alcuna risposta udibile. Dio, se c’è, tace. In questo silenzio si nasconde la possibilità del perdono impossibile. […]
La seconda questione riguarda il dialogo tra Gesù e i malfattori condannati allo stesso destino. Di fronte alla morte prematura e violenta si può pretendere un miracolo, un deus ex machina che risolva magicamente ogni problema. Normalmente non arriva. E la delusione che ne consegue può trasformarsi in amaro sarcasmo, veleno per i pochi istanti che rimangono, maledizione della propria esistenza passata e della propria condizione presente, negazione di ogni futuro possibile. Oppure si può invocare un perdono, un benevolo guardare al proprio immutabile passato, una benedizione per il presente e per il futuro, per quanto breve possa essere. A patto che il verbo venga coniugato in tutte e tre le forme: passiva, riflessiva e attiva. Il precipizio della morte è inevitabile e invalicabile. Può però essere umanizzato dall’essere perdonati, dal perdonarsi e dal perdonare.
Sono le parole dell’altro, di quello che dice: “Ricordati di me”, a suggerire che il perdono venga – ancora una volta – insieme richiesto e offerto. A leggerle e rileggerle suonano come tre grazie. Grazie, ti dico grazie, ti sono grato perché sei qui a condividere la mia stessa sorte sciagurata nonostante la tua innocenza. Grazie, ti chiedo grazie, ti chiedo perdono perché la mia vita finora non è stata un granché. Grazie, ti faccio grazie, ti perdono per la tua impotenza, per il tuo non scendere dalla croce, per il tuo non farmi scendere insieme a te. Ti grazio e ti accetto per quello che sei, mettendo da parte la mia delusione nei tuoi confronti. Ti faccio la grazia di non chiederti un miracolo, di non imprecare – e ne avrei molti motivi – sulla mia e sulla tua sorte. Questo malfattore crocifisso chiede di essere perdonato attraverso la domanda di un ricordo, decide di perdonare tacendo le proprie legittime maledizioni e zittendo le rivendicazioni miracolistiche del compagno condannato.

Rocchi, A. Il tempo del perdono, 2015.

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91. Il corpo dice tutto

1 aprile 2015

“Quando sei nato non puoi più nasconderti” recita il titolo di un vecchio film, e nonostante la sua stupidità da sentenza lapidaria questa frase va a colpire il nucleo di qualcosa che è problematico e denso, qualcosa che ha a che vedere con nervi scoperti e con cicatrici che, anno dopo anno, diventano sempre più trasparenti, ma che non scompaiono mai del tutto dalla memoria e dal retrobottega della nostra coscienza.
Perché, che lo vogliamo o no, un corpo ce l’abbiamo tutti, e dobbiamo trascinarlo insieme a noi nella buona e nella cattiva sorte, sotto gli occhi del mondo intero. Dopo la perdita dell’innocenza originaria, non possiamo più sperare di essere al riparo dallo sguardo dei nostri simili, non possiamo più invocare alcuna sospensione del giudizio, non possiamo più fingere di non avere uno spessore, di non occupare uno spazio. Dal secondo in cui siamo nati (e in alcuni casi anche da prima: le ecografie da tempo non sono più un tabù) non possiamo più illuderci che il mondo non ci veda: lo sguardo dell’umanità sta lì a soppesarci senza tregua, in ogni senso, e sarebbe bello ma illusorio poter confidare nella sua comprensione, nella sua compassione, nella sua tenerezza.

Questo pensavo, questa sera, seduta al tavolino di un bar. Attorno a me c’erano tante persone intelligenti e sensibili, preparate e rilassate, che parlavano senza impegno di conoscenti comuni, amici, colleghi di lavoro, bevendo una birretta mentre attorno passavano bambini in bicicletta e signori di mezz’età con cani al guinzaglio. La leggerezza della sera di aprile, la dolcezza di questo scenario quasi da cartolina, si sono incrinate irreparabilmente, però, quando il discorso è caduto su A.
A. è una ragazza che, nell’ultimo anno, ha perso parecchi chili, e che ora si aggira tra gli uffici con la pelle del viso che le tira sugli zigomi e con l’aria fragile ai limiti dell’implosione che ha, sempre, chi mangia troppo poco, e quindi deve concentrare tutte le sue energie nello sforzo costante di mantenersi dritto in piedi.
A. è, da sempre, una presenza un po’ anomala, bizzarra e sopra le righe, rispetto agli standard dell’azienda, ma la sua attuale discesa verso la magrezza estrema è, ugualmente, sotto gli occhi di tutti. E tutti – l’ho realizzato con la chiarezza con cui si riceve uno schiaffo, questa sera – sono convinti di capire questa sua deriva, hanno la certezza di saperla catalogare, di poterla giudicare con parole che stanno sospese sul crinale sottile che divide la pena dalla disapprovazione. Perché, in fondo, se A. è arrivata a questo punto è solo perché se l’è voluta. Se la mascella le sporge in modo così innaturale dalla faccia, se non ha più carne sopra le ossa e, in pausa, si siede nel piazzale raccogliendosi le ginocchia al petto, perché ha freddo anche sotto il sole, la colpa è solo sua.

La totale mancanza di delicatezza, da parte di quelle persone sensibili e per bene, nel parlare di una storia di cui nulla sanno, è l’emblema più evidente dell’impossibilità di difendersi dallo sguardo del mondo, della fine di ogni ipotesi di tenerezza possibile, del naufragio di ogni zona franca in cui potersi fermare a fare i conti con se stessi, al riparo dal giudizio altrui.
Gli occhi degli altri sezionano e soppesano, e non hanno pietà nel loro emettere sentenze. E questo dato di fatto, pur nella sua evidenza non poi così rivoluzionaria, ha cambiato il colore della mia serata e ha illuminato tanto passato e tanto futuro di una luce livida, minacciosa e un po’ imprevista.
Perché sotto i riflettori, senza scampo, siamo tutti. E tutti dobbiamo fare i conti con ciò che gli altri leggono dentro di noi, senza possibilità di poter sperare nemmeno in una briciola di tenerezza, di umiltà, di umana pietas.

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79. Una stoffa verdina, tra il bosco e il pisello

20 marzo 2015

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L’attrice, con i capelli rossi tutti raccolti dietro la testa e quella sua faccia strana, lunga, piena di guizzi, racconta una storia di due secoli fa.
La storia di una signora modenese che insegnava l’inglese ai suoi figli, anche se tutti dicevano che non serviva a niente e che, con quelle sue fantasie, li avrebbe cresciuti smidollati e inadeguati; la storia di una fabbrica di macchine da scrivere dentro un bosco, con accanto un vecchio convento trasformato in casa e un’antica cappella riadattata a fienile; la storia di una culla con un rivestimento di stoffa verdina, tra il bosco e il pisello, che diventerà il colore dell’oggetto più rivoluzionario e più fortunato prodotto dalla ditta che nascerà da quella antica fabbrica, alimentata da utopie e principi il cui sapore abbiamo quasi dimenticato.

Tutto attorno a me, ad ascoltare questa storia, c’erano tanti ragazzi che mi parevano molto, molto giovani. Almeno un paio di classi delle superiori, a occhio, portate a teatro grazie a uno di quei progetti che si facevano, a scuola, già ai miei tempi, e che col passare degli anni mi appaiono sempre più utili, più preziosi e più pieni di senso.
Chissà cosa pensavano, quei ragazzi, di questa storia di lavoro. Chissà se loro – che da quando hanno l’età della ragione non hanno sentito parlare di altro che di bolle speculative, disoccupazione galoppante e crisi – l’avevano mai sentito dire che bisogna disprezzare il denaro che nasce dal denaro, perché l’unico denaro dignitoso è quello che nasce dal lavoro di tutti in vista di un obiettivo comune. Chissà che effetto gli faceva sentir dire che il lavoro deve essere pagato, e pagato bene, perché un industriale non ha ricchezza più grande della competenza dei suoi dipendenti; chissà che effetto gli faceva sapere che non esiste male più terribile della disoccupazione involontaria, e che il bene comune va messo prima del profitto, perché non esiste profitto che non nasca dal miglioramento delle condizioni di tutti.
Chissà cosa suggeriva, a quei ragazzi così giovani, la storia ottocentesca di Camillo Olivetti – ebreo, socialista, ateo e valdese. Tutto allo stesso tempo – raccontata dall’attrice dai capelli rossi e dalla faccia lunga e mobile. Chissà se loro, così belli, così eterei e così disillusi, riescono ancora a credere, almeno un po’, nella meravigliosa utopia di una nazione fondata davvero, senza vie di mezzo, su quella cosa nobile, preziosa e umile che è il lavoro.

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64. Il tuo passo è leggero

5 marzo 2015

Ci sono giorni in cui la coincidenza tra le cose “così come sono” e le cose “così come ce le hanno raccontate” è quasi troppo smaccata, eccessivamente evidente, dotata di una peculiare luminosità traboccante e chiassosa. Giorni in cui ci si sorprende di fronte alla capacità del mondo di essere – attraverso gli anni, le stagioni e gli uomini che passano e vanno – sempre così follemente identico a se stesso.

Giorni in cui, camminando in mezzo ai capannoni sotto il sole delle due del pomeriggio, si sente forte e chiara la sensazione del vento di marzo, e si percepisce con la pelle e con i sensi che le cose sono esattamente così, proprio come ce le hanno raccontate, uguali a se stesse ancora una volta, di nuovo e per sempre.
E viene quasi voglia di lasciarsi cadere, di cedere allo splendore doloroso che c’è attorno e farsi portare via da quel brivido che scuote ogni cosa e che scorre senza fine, nelle vene della terra e dentro il sangue degli uomini. Viene quasi voglia di darla vinta al vento di marzo, e al suo eterno ritornare.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo sono
un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.

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63. Loro (ovvero noi)

4 marzo 2015

Quattro e trenta del mattino.
Quattro occhi spalancati, dentro la stanza.

«A cosa pensi?»
«Pensavo a loro.»
«Lo so. Pensavo a loro anche io.»

Loro. Loro, ovvero una comitiva di ragazzini conosciuti dieci giorni fa e già diventati parte della famiglia. Loro, una classe qualunque di una scuola qualunque in una periferia qualunque della città, loro incontrati per caso attraverso le geometrie inafferrabili che sorreggono lo scorrere delle graduatorie. Loro, che dopo così poco tempo sono già qui con noi di notte, perché non si può tirare una riga su quello che si è, che si fa e che si ama nascondendosi dietro la semplice scusa che, a una certa ora, il lavoro finisce.

Così, insomma, pensiamo a loro, adesso, alle quattro e trenta del mattino. Ci penso perfino io, che non li ho visti mai e mai li vedrò, ma che non posso non spalancare gli occhi di fronte a quello che dicono, scrivono e pensano, che non posso non dolermi di fronte alle loro potenzialità sprecate, alla loro bellezza che nessuno sembra vedere e che noi – noi adulti, noi che viviamo in questo paese, noi che abbiamo una responsabilità nei confronti di questo mondo e di chi lo abita insieme a noi – non possiamo permetterci di gettare al macero così, come fosse un dettaglio di cui è possibile anche fare a meno, quando invece è tutto ciò che abbiamo, la nostra unica possibilità, la nostra unica alternativa. Pensiamo a loro, in questo momento, perché pensare a loro è solo un altro modo di pensare a noi stessi, e questa cosa è fin troppo chiara, alle quattro e trenta del mattino, nel momento in cui le cose riescono ad essere più nettamente che mai quello che sono, senza scuse e senza le ombreggiature superflue di cui si sanno ammantare, poi, quando il giorno inizia.

Tra qualche ora ci alzeremo, e ci metteremo a lavorare, e leggeremo questo articolo, e sapremo per certo che le cose che dice sono vere e sacrosante, e che bisogna continuare a ripeterle senza stancarsi, senza avere paura di sembrare voci che gridano nel deserto. Per ora, però, non lo sappiamo. Per ora guardiamo il buio, alle quattro e trenta del mattino, e pensiamo a loro. Sperando che qualcuno riesca ad afferrarli, tutti, uno per uno, e a insegnargli almeno qualcosa di tutto ciò di cui avranno bisogno per rendere questo mondo un po’ migliore di com’è.

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61. Auto da fe’

2 marzo 2015

Stamattina, appena messo piede in ufficio, il mio collega F. ha risposto al mio innocuo e allegro «Buongiorno, come va?» con un lapidario «A dire la verità, proprio di merda. Ieri M. mi ha lasciato».
L’annuncio di questo addio ha gettato su tutta la giornata una coperta di angoscia e di tristezza palpabili e irremovibili. Perché, lo so, la gente si lascia e si prende da sempre, questo è chiaro, ma quando la scure della fine dell’amore cade così vicina è difficile non avere paura del suo potere distruttivo. È difficile non aver voglia di nascondersi sotto il tavolo, chiudere le finestre e tirare le tende, quando si vede la sua forza tremenda e sfavillante all’opera sulle vite degli altri. Intenta a masticarle per bene, senza dimenticarsi nemmeno un ossicino.
F.  ha affrontato la giornata lavorativa con la forza cieca e muta del suo orgoglio ferito e del suo shock non ancora assorbito, e a sera (tornato a casa? Ma come si fa a tornare a casa, dopo che ci si è lasciati? Ognuno cucina la cena per sé? Ognuno mangia le sue scatolette? Ognuno si lava i denti in un lavandino diverso?) mandava sms che dicevano «in qualsiasi modo vada a finire, io non mi lascerò andare alla deriva. E se lo faccio, gettatemi una scialuppa, oppure prendetemi a schiaffoni».
In tutto questo io, sentendomi come un personaggio di Nanni Moretti e non potendo far nulla per evitarlo, non potevo che restare sconvolta e incredula di fronte alla catastrofe quotidiana dell’amore che non riesce più a giustificare se stesso, non sa più crederci, crescersi, farsi largo nella selva del mondo. E pensavo alla forza enorme di questa distruzione. Alla sua energia bruciante che, se si potesse raccogliere, sarebbe certamente capace di alimentare il più inarrestabile auto da fe’ di tutti i tempi.

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49. Beautiful beautiful beautiful, beautiful world

18 febbraio 2015



La giornata, oggi, è cominciata così. Every day in every way is getting better, and better, and better.

Il random del mio lettore mp3, poi, mentre andavo al lavoro mi ha regalato un’infilata di canzoni perfette, una dopo l’altra, in una sequenza così geometrica e implacabile che, se avessi voluto costruirla apposta, sarebbe sicuramente riuscita peggiore. Tutto è iniziato da questa, ed è continuato con questa (che, non so come mai, è una delle mie preferite in assoluto e ha una capacità di commuovermi del tutto irragionevole. Però, è più forte di me, non riesco a non amarla. Sarà perché mi fa pensare che davvero tutto può “finire in gloria”, almeno qualche volta). Poi il genere è cambiato, e sono arrivate prima questa (che viene da lontano-lontano-lontano, nella mia vita, e che solo ora capisco veramente… era tutto già deciso, tutto parte di un unico disegno), e subito dopo questa (che, vabbè… che ve lo dico a fare?). Il viaggio poi è andato a finire con una meravigliosa triade epica, che ha reso l’ultimo tratto di strada statale – tra camion, berline blu e SUV bianchi – un trionfo di proiettili volanti, peperoncini rossi e rivoluzioni, fatto di questa, questa e soprattutto questa canzone:

 

 

Quando le cose del mondo sono così unanimi nell’incanalarsi nella direzione giusta, pare quasi di poter credere che esista una Giustizia Superiore che governi le cose, che manovri i random dei lettori mp3 e che faccia svoltare le vite di tutti noi, trainandole – almeno qualche volta – sulla strada giusta. Quella in cui capita di pensare di vivere davvero in un beautiful beautiful beautiful, beautiful world.


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33. Omero, in bicicletta

2 febbraio 2015

Correndo sempre sulla stessa striscia di asfalto, le facce che si incrociano diventano velocemente familiari. C’è la signora con il rossetto color ciclamino, che incontro ogni giorno mattina e sera e che pedala straordinariamente compunta su una Graziella da città scura; c’è il ragazzo con il paraorecchie di felpa che guida senza mani e che un giorno di qualche settimana fa si è esibito in uno spettacolare capitombolo sulla pista, cadendo vittima di un’infida sconnessione delle piastrelle; c’è la coppia di signori di mezza età che al martedì sera va al corso di yoga, e che io incrocio sempre verso la fine della pista, ognuno con addosso la sua tuta e con il suo bravo tappetino arrotolato sottobraccio.
Fanno tutti parte di una precisa geografia, questi personaggi con cui non avrò mai il piacere di scambiare una parola (beh, quando il ciclista col paraorecchie è caduto, a dire il vero, ci siamo anche parlati. Ma lui, mentre tentava di districarsi dalla bicicletta, era troppo vergognoso e impegnato a dimostrarmi che, nonostante le apparenze, in realtà stava benone per poter considerare quello scambio di battute come una vera conversazione), e in qualche modo è confortante sapere di fare parte del loro panorama. Quando i nostri sguardi si incrociano, ogni giorno sempre più o meno allo stesso punto, colgo nei loro occhi il guizzo rassicurante del riconoscimento reciproco, ed è un tocco di colore caldo che attraversa la pedalata.

Da qualche tempo a questa parte, però, i miei para-compagni-di-viaggio preferiti sono diventati due spettacolari ragazzini con i tratti del viso orientali (forse indiani) che incontro ogni lunedì sera tra la doppia curva e la rotonda della chiesa. Il più grande avrà forse dodici anni, il più piccolo sette o otto, e corre su una bici con le ruote piccole, chiuso nel suo giubbotto blu, con uno zainetto Quechua sulle spalle. Questo piccolo guerriero a due ruote azzanna l’asfalto come se fosse costantemente al centro di una fuga, pedalando con furia forsennata e sollevandosi sui pedali quando incontra dossi o sconnessioni della strada. Com’è ovvio, semina regolarmente l’altro ragazzino, che dal canto suo pedala placido e tranquillo, mettendo subito la parola “fine” a ogni velleità di sfida. Il piccoletto, ogni tanto, si ferma e lo aspetta, ma appena il più grande lo raggiunge subito riparte con tutta la sua foga, incapace di concepire la pedalata in modo diverso da così.
Oggi, tornando a casa, mi sono messa sulla sua scia. Li ho visti da lontano e, dopo aver superato il più grande senza sforzo, ho cominciato ad avvicinarmi all’altro. Nonostante le sue ruote di formato ridotto, non è stato per niente facile raggiungerlo. Quando sono passata alla sua sinistra ho fatto in tempo a lanciargli un’occhiata velocissima e a vederlo per un istante, tutto preso nel suo sforzo senza tempo, energico e scattante come un cucciolo di leone. Dopo averlo superato ho rallentato un po’ il ritmo, pensando alla sua bellezza e alla vertigine della corsa, ma com’era prevedibile il ragazzino non ha mollato la presa. Mi ha raggiunta e poi, senza pietà, superata prima di svoltare a destra a un incrocio e scomparire dalla mia vista. Non l’ha fatto perché ha un’anima da signore, ma sono sicura che dentro di sé mi ha anche fatto una pernacchia, dritto e solido sulla sua biciclettina mignon.

Sono arrivata a casa ripensando a quell’eroe omerico con la pelle scura e lo zainetto Quechua sulle spalle, al suo placido fratello, alla forza guizzante dei muscoli che schiacciano i pedali e trascinano con sé tutta la pesantezza inutile della testa che, quando subentra la vertigine dello sforzo, diventa di colpo niente, un puro accessorio dimenticabile. E in tutto questo, l’epopea della pista ciclabile era chiaramente la metafora di tante cose. Almeno fino alla prossima sfida. Quella che avrà luogo – ne sono certa – allo stesso identico punto della pista, il prossimo lunedì.

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32. La vita, non il mondo

1 febbraio 2015

Ho passato la mattinata a leggere storie di gente triste.
Ragazzi abbattuti, aspiranti scrittori depressi, persone che si sentono messe al margine, fagocitate da un sistema che sa solo nutrire, crescere e poi – senza passare dal via – masticare i suoi stessi figli, senza lasciargli nemmeno l’illusione di un’alternativa possibile.
Le pagine che leggevo, una dopo l’altra, sono state scritte da persone che si sentono espulse dal circolo della vita e che, di fronte a questa situazione di cui non hanno colpa ma di cui sono costrette a pagare le conseguenze, provano una rabbia cieca e certamente motivata, ma allo stesso tempo furiosamente impotente, futile, sterile. Una rabbia che non si trasforma mai in una spinta verso qualcosa di esterno – magari anche nella forma, certamente sbagliata, dello stimolo barbaramente distruttivo – ma solo in un tetro prendere atto del proprio fallimento interiore, con tanti saluti a ogni velleità rivoluzionaria, a ogni svolta possibile.
Nelle pagine di questi ragazzi tristi c’era una quantità di dolore e di impotenza difficile da sopportare, una massa di piombo e di grigiume che nemmeno la letteratura – secolare strumento di liberazione, eterna porta d’accesso a mondi più liberatori e più gratificanti di quello reale – riusciva a vincere. Nessuno di loro scriveva per essere felice, nessuno di loro scriveva per inventare un mondo che non c’è. Le loro parole erano, tutte, un triste canto funebre su un presente già morto, su un’interminabile quotidianità fatta solo di frustrazione e di ingiustizia.

Dopo aver finito l’ultima storia, dopo aver completato il mio viaggio nel mondo plumbeo delle prigioni di oggi, sono andata a salutare mio nonno. Mi ha parlato di tante cose: di suo fratello e del nuovo Presidente della Repubblica, dei documentari di RaiStoria che guarda alla sera e di quando lui era bambino e la tessera del Balilla costava sei lire.
Mio nonno diceva frasi come «è normale che non si abbia tutti la stessa idea. Solo col fascismo bisognava essere tutti d’accordo. Ma quella era la dittatura» e come «una volta si sentiva quello che facevano i politici e si criticava, si diceva “ecco, fanno finta di avere idee diverse, ma tanto si sa che alla fine vanno tutti al bar a bere insieme, sono tutti uguali!”. Adesso invece capisco che era giusto così. Che nella politica bisogna mettersi d’accordo, non si può dire sempre solo no».
Mentre parlava io sorridevo senza farmi notare e mi meravigliavo pensando che mio nonno, a 84 anni, sa ancora cambiare idea. Sa riprendere in considerazione quello che pensava ieri, e sa accorgersi che forse oggi ha cambiato opinione. Sa guardare alle cose del mondo senza sentirsi un ingranaggio di un meccanismo perverso, ma con la lucida, solida, rassicurante tranquillità che gli è propria e che gli permette di dire “io so chi sono. Le cose di fuori, per quanto criticabili, non potranno mai rubarmi questo”.

Qualche ora dopo ho preso la macchina, ho guidato sotto un sole basso e accecante, sono uscita in anticipo dall’autostrada per perdermi un po’ in mezzo ai campi, prima di andare alla Casa della Luce.
Una volta arrivata a destinazione, poi, ho attivato tutti i miei infallibili sistemi-per-la-perdita-del-tempo: ho tolto la polvere da mensole dimenticate, ho arrotolato due materassi vecchi da buttare nel bidone, ho sistemato nello sgabuzzino provviste un po’ inutili ma comunque consolatorie e ho riempito di zenzero della verdura insignificante, per farla sembrare più dolce e più buona. Come sempre succede, tutti questi sistemi hanno funzionato a meraviglia e hanno inghiottito i minuti con implacabile precisione e con indicibile perizia. Come sapevo, alla fine del loro banchetto c’era A. in fondo alle scale, e poi sul pianerottolo, e poi dentro casa, e subito dopo sono arrivati, come sempre, un diluvio di parole, e torrenti di pensieri e di emozioni ad altissima intensità.

Alla fine, pensando a tutti i volti di questa giornata e cercando di tenere insieme il suo esordio depresso, il suo procedere caldo e il suo finale luminoso, ho capito una volta di più che la temperatura delle cose è la vita a deciderla, non il mondo. Quello che c’è fuori può essere plumbeo, meschino e ingiusto quanto vuole, ma non potrà mai nulla contro le armi segrete e silenziose, infallibili, che la vita sa affilare, quando decide di tenerti al caldo. E in questo pensiero tutto il dolore del mondo si annichiliva, lasciando spazio a un’indicibile sensazione di quieta, silenziosa, vitale felicità.

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30. Aria di neve

30 gennaio 2015

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Oggi c’è aria di neve, senza ritegno, e lo sforzo per scuotersi fuori dalle coperte è di quelli che esigono una quantità di energia che sembra, in un primo momento, inaccettabile, inaffrontabile e soprattutto ingiusta. Quando finalmente si riescono a posare i piedi a terra, e poi sui pedali, e infine sotto la scrivania, non si può evitare di sentirsi stranamente eroici e furiosamente in debito con il mondo esterno: nonostante tutto io sono qui, mi sono fatto coraggio, sto facendo il mio dovere. Nonostante la neve sono stato diligente: ammiratemi tutti, subito!

Però, sotto sotto, in mezzo a questo brodo di fatica c’è spazio anche per un piccolo e guizzante uccellino di felicità. Perché l’aria di neve eccita parti assopite e infantili di noi stessi, e mentre ci azzoppa la forza di volontà genera anche energie di strana forma, di inafferrabile fattura. È piena di promesse, l’aria di oggi. Promesse colorate e silenziose, misteriose e polverose, che sanno di segreti antichi, di luce soffusa, di quella meravigliosa quiete dei giorni di vacanza che è venuta a trovarci, stamattina, con un giorno di anticipo. E anche mentre si lavora, inchiodati nella più bigia e deprimente delle zone industriali, la si stente forte e chiara, questa peculiarità che rende inconfondibile e unica l’aria di questo momento. E il suo profumo di spezie mescolato con l’odore del gelo – concepito nel futuro, ricordato prima ancora di essere percepito – è già sospeso a un millimetro dalla punta delle dita. Pronto a esplodere, insieme al freddo della neve di oggi. Che c’è, anche se non si vede.