Archive for the ‘Dove finiscono le mie dita’ Category

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53. Anche il vento ed il mare

22 febbraio 2015

«Questo concerto è davvero molto bello, molto suggestivo, e non manca di riscuotere sempre grandi consensi tra il pubblico, ogni volta che viene eseguito o anche solo trasmesso via radio. Purtroppo sono poche le occasioni di sentirlo suonare, però, probabilmente per la difficoltà di trovare un chitarrista all’altezza…». Così diceva, ieri pomeriggio, dentro l’autoradio della Signorina Felicita, un giornalista musicologo, mentre a me cadeva la mascella. La difficoltà di trovare un chitarrista all’altezza? Ma stiamo scherzando? Ma in quale mondo? Ma sono cose da dirsi, così senza vergogna, di pomeriggio, a RadioTre? Ma sono cose che hanno senso? Ma dove andremo a finire, signora mia, qua la gente non ha proprio più rispetto…

Mentre, ancora incredula, ero presa a sciorinare il mio rosario mentale di imprecazioni (tutte meritate, da quello scostumato!) e lo speaker continuava a parlare, ho captato per caso un frammento di frase che specificava come questa musica fosse stata di ispirazioni per molti musicisti (e qui io istintivamente ho pensato a questo, che è un po’ banale ma sempre tanto toccante… anche se il signor sapientino di RadioTre non ne ha parlato), tra cui Miles Davis.
Quest’ultimo, parlando di questo concerto, diceva che è una musica che, più la si suona piano, più acquisisce forza, e che più si suona forte più perde energia, depotenziandosi. Quest’annotazione mi è sembrata – nonostante il mio motivatissimo furore – straordinariamente azzeccata. Perfetta per definire non solo questa musica, ma la musica per chitarra in generale, e forse anche il destino di tutti noi che la suoniamo e che l’abbiamo suonata, innamorandoci senza fine di quella bellezza così priva di durata, di peso, di sostanza, fatta solo di sfumature senza centro.
E così, mentre il concerto attaccava e io restavo come sempre a bocca aperta di fronte alla sua placida magnificenza, mi sono accorta che avevo quasi perdonato le parole senza senso dello speaker, ed era rimasta accanto a me solo la commozione per il sogno bello, profumato e antico che è la trama vera e concreta di Aranjuez.

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10. Torniamo umani

10 gennaio 2015

Oggi ho visto sei uomini volare. Avevano la barba lunga, la pancia, le rughe. E volavano, letteralmente, davanti ai nostri occhi, scivolando su una musica che non si capiva come potesse stare tutta inclusa dentro le loro piccole persone, dentro la scarsa potenza sonora dei loro strumenti antichi.
Questi sei uomini suonavano musica composta svariati secoli fa e improvvisavano su una manciata di temi tradizionali. I materiali di base da cui partivano erano vecchi come il mondo, melodie antiche la cui origine si perde nella notte del tempo: musica da strada e da ballo, per sua natura erotica, liberatoria e sconcertante. Musica che, senza prendersi troppo sul serio, travolge, scompiglia e passa oltre.
Quando, nell’improvvisazione, arrivava il momento di cominciare ad aumentare la tensione emotiva e sonora del brano, i sei uomini si sorridevano di sottecchi al di sopra delle loro viole da gamba, dei loro chitarrini barocchi fragili e leggeri come foglie d’autunno, e poi iniziavano a volare, fuor di metafora. Finché a un certo punto, semplicemente, non li si prendeva più.
Quando succede questo, l’unica cosa da fare è restare buoni e fermi, con la schiena incollata al velluto rosso della poltrona, a chiedersi com’è possibile che al mondo possa esistere tanto calore, tanta esplosiva potenza, tanta esplicita, intensissima umanità. Come è possibile che al mondo esista tutto questo, e che l’uomo non passi le sue giornate a ballarci sopra, ringraziando l’Eterno (o chi per lui) di averglielo messo davanti agli occhi, sotto le dita e sotto i piedi.
Di fronte all’armonia senza freno, si resta sempre un po’ tramortiti. E si sente dilagare, da qualche parte dietro i polmoni, il ricordo di cose che sapevamo, ma che per chissà quale ragione in qualche momento del nostro passato abbiamo dimenticato. E, per un po’, tutto va bene, sotto il cielo muto degli uomini.

(La formazione del complesso era un po’ cambiata, stasera, ma la sostanza e la musica erano decisamente queste.)

 

Il concerto, stasera, era dedicato alle vittime del terrorismo e alla libertà dell’arte. “Senza dimenticare che quello che è successo a Parigi fa parte di un conflitto molto più grande, alimentato da entrambe le parti e di cui tutti siamo responsabili”, come ha detto il direttore dell’ensemble prima di suonare il bis.

Mentre lo diceva, mi è venuto in mente che lui e i suoi musicisti da decenni lavorano sulla musica antica e sulla sua caratteristica di appartenere a tutte le culture, di essere per natura meticcia, mescidata, profuga, senza parenti e senza padroni.
Hanno suonato la musica del
Mediterraneo, ponte naturale tra Oriente e Occidente. Hanno riscoperto la musica degli eretici medievali, sterminati a migliaia senza tanti complimenti, in ossequio alla Vera Fede e per molte altre ragioni, parecchio più grette e più terrene. Hanno cercato le melodie dei luoghi sacri, in cui la pace celeste e quella terrestre dovrebbero convivere, almeno nella teoria delle cose e nella truffa delle parole.

Questa musica è ciò che ci rende umani, in questa musica è la radice dei nostri popoli. Consapevoli o meno di esserlo, noi veniamo tutti da qui, nessuno escluso. E se è vero che questo non ci ha mai impedito di odiarci largamente a vicenda, è anche vero che ritornare a questa musica significa tornare a casa. Significa tornare umani, nonostante tutto.

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Allegro crescendo

20 gennaio 2014

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Claudio Abbado, per me, rimarrà sempre un volto scavato che emerge da un frac, due mani grandi, due occhi infiniti e appuntiti come trapani che emergono da zigomi alti e parlano di lunghi viaggi, di cose lontane. Sarà uno sguardo intelligente, un sorriso infinitamente dolce, dita lunghe e dritte che tireranno eternamente fili pieni di echi.
Nel mio ricordo quegli occhi e quelle mani dirigeranno per sempre i Berliner Philarmoniker, e sapranno sempre generare – attraverso il guscio d’uomo traboccante di energia e di vita a cui appartenevano – una forza che ha chiaramente un’origine ultra-umana, più invincibile di qualsiasi notte, che arriva da un luogo che sta al di là della terra. Quelle mani dirigeranno sempre con la loro forza secca e definitiva, suggerendo significati che resteranno eternamente inespressi ma evidenti, proprio come accadeva nel rettangolo opaco dello schermo televisivo in cui io le ho viste muoversi per la prima volta, scoprendo attraverso loro cos’è che rende umano l’uomo, nonostante ogni scherzo della sorte, nonostante ogni abisso possibile.

Guardare Abbado dirigere le nove sinfonie di Beethoven, nell’inverno del 2001, è stata una fortuna, una benedizione e una scoperta. Sotto i miei occhi innamorati di quella musica, dentro la mia mente appena caduta nella vertigine del primo amore, quell’uomo che dirigeva l’orchestra metteva in ordine tante cose che avevano attraversato la mia vita negli ultimi mesi, riuscendo a dare loro quel senso che io, da sola, non sapevo trovare. In quell’uomo ristretto nella sua pura fibra, in quell’energia che nasceva da un corpo scavato e scheletrico, un corpo senza stomaco, il corpo di un uomo che aveva combattuto un mostro enorme ed era tornato in superficie segnato dalla lotta, ma scintillante di acqua e di splendore, vedevo la vita che continuava nonostante e oltre la morte, e lo faceva solo grazie al prodigio della bellezza a cui si aggrappava e da cui succhiava forza e vita, come un seme che combatte per affondare le sue radici nella terra.
Qualche mese prima mia nonna aveva combattuto sotto i miei occhi lo stesso mostro: aveva lottato con tutte le sue forze, come poteva, come il suo corpo e la sua energia sempre più fragili le consentivano. Io non ero stata in grado di scendere nel pozzo insieme a lei: mi ero fermata sulla soglia di quell’apocalisse, terrorizzata all’idea dell’abisso, e in quei mesi cercavo di mettere ordine nel dolore irredimibile per la sua morte, cercavo di trovare nelle cose del mondo dei vivi qualcosa che rendesse conto di tutto quel che era successo, e che lo contornasse di un senso. Quell’uomo che mi stava davanti, quell’uomo lungo e sottile con gli occhi enormi e il sorriso buono che dirigeva la musica che in quel momento della mia vita mi stava più vicina, era la cosa che più si avvicinava a una risposta. Nei suoi gesti la vita continuava, la bellezza splendeva fuori e dentro la morte, ed era di nuovo possibile avere fiducia nelle cose e nel tempo, credere in altri mondi possibili, sentire la carezza calda dello splendore del mondo, il suo sciogliersi morbido che accompagna e che consola.

Oggi, con la morte di Claudio Abbado, muore in me qualcosa di tutto questo. E ricordare i gesti di quell’uomo buono e saldo, ripensare alle sue parole misurate e piene di rispetto e di amore per la bellezza della vita e lo splendore della musica, è un esercizio struggente e consolatorio insieme. Bello e irrinunciabile come un sorriso tra le lacrime, intessuto di una riconoscenza e di una gratitudine che non si potranno mai spiegare.

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353. Il regalo

19 dicembre 2013

Il regalo più incredibile di questo Natale, il regalo che niente al mondo mai potrà eguagliare, l’abbiamo già ricevuto.
Ci è stato dato oggi in una brutta stanzetta fredda, con le finestre alte a ribalta e, dentro, banchi verdi e sedie di plastica bianche a riempire tutto lo spazio libero. Una stanzetta in cui sul muro, tra i soliti disegnini a matita fatti svagatamente in ore di noia e anarchia, non c’era scritto “culo” o “G+M 4ever”, bensì “amnistia”. Una stanzetta in cui ci aspettavano in tanti, con addosso il giubbotto e – attorno – la solita energia sottile e strana che solo loro hanno, e che è fatta di una dedizione che non ha uguali nella vita di tutti i giorni, non ha paralleli nel mondo comune, quello delle persone libere.
Il regalo più incredibile di questo Natale era fatto di affetto, di attesa, di stupore. Era Nicola, che quando ha visto la mia chitarra ha detto immediatamente “mamma mia, che bella custodia…me la sognavo, io, una custodia così…posso  vederla? Saranno dieci anni che non suono” ed è andato in un angolo della stanza a cercare di ritrovare, sulla tastiera stremata della mia chitarra, almeno l’eco delle canzoni metal che suonava da ragazzo, prima che tutto succedesse. Era Franco che si è letto tutta l’introduzione in spagnolo del mio spartito di musica antica, per il puro piacere di risentire l’eco di quella lingua, e poi canticchiava sottovoce pezzi sparsi di Cielito lindo e di altre melodie sconosciute, nascoste nei recessi della sua memoria lunga, delle storie incredibili che ci sono nascoste dentro. Era Enrico che raccontava storie di ingiustizie e ribellioni, di Istanbul e panettoni, era Mauro che diceva “voi non potete capire cosa significa per noi l’ora alla settimana che passiamo insieme a voi. Significa, paradossalmente, vivere una vita normale. Dopo quell’ora, io mi sento come una volta, quando in un pomeriggio qualsiasi potevo prendere e decidere di andare in libreria, o telefonare a un amico. Voi non potete capire come scompare la poesia, come scompaiono i colori, a stare chiusi qui dentro”, e nel dire questo diceva la cosa più grande e bella che un uomo possa dire a un altro uomo, ovvero – semplificando solo un po’ – “tu mi fai sentire una persona degna e libera”
Nessuna cosa avrebbe potuto essere più bella, più giusta, più consolante di questa, oggi. Nessun regalo avrebbe potuto essere più totale, più totalizzante, più consolatorio di questo ricordare forzoso che esistono cose che non si comprano e non si pagano, che non si possiedono e non si controllano. Cose che si può avere la fortuna – e la responsabilità – di avere, ma che se non si hanno non possono essere eguagliate da niente e da nessuno. Ricordare tutto questo, oggi, ha significato ricordarsi di tutta la giustizia e la bellezza che esistono nel mondo. E oggi noi  questa meraviglia l’abbiamo avuta, tutta per noi, nelle parole, nei gesti e negli sguardi di questi uomini caldi, nella forza indicibile del loro affetto vero e grande, perfetto nel suo essere unico e indicibile. E, come direbbe chi so io, di fronte a una cosa così, “a culo tutto il resto”.

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349. Già dalla prima trincea

15 dicembre 2013

Il cd nero è perfetto per il viaggio settimanale che mi porta, scivolando, da una vita all’altra: dura più o meno quanto il tragitto, accompagna il percorso senza succhiare troppa aria e lasciando spazio alle divagazioni e ai pensieri, e riassume in sé talmente tante cose del passato che ascoltarlo è, ogni volta, un planare bassi sulla geografia della propria esistenza, guardando dall’alto i suoi rilievi e i suoi avvallamenti, scoprendoli così familiari e così imprevisti come solo loro sanno essere.

Tra tutte le canzoni raccolte in quel cd, oggi ce n’era una che brillava di una luce particolare, avvolgente e sinistra, meravigliosa e nuova: era una canzone infinite volte già sentita – come sono, d’altronde, tutte le canzoni di quella raccolta – ma non faceva parte del piccolo manipolo di melodie che arrivano dritte dritte dal centro scuro della mia infanzia inconsapevole, da quel luogo misterioso in cui già siamo “noi”, prima che un minimo barlume di coscienza sia ancora giunto a illuminarci a noi stessi. Questa era, invece, una canzone che ho ascoltato per la prima volta da ragazzina, quando già avevo l’età per capire e per scegliere, e che mi ha sempre affascinato in un modo strano e ambiguo, con la potenza che è spesso propria delle cose che non si comprendono appieno, e che trovano proprio in questa radicale inafferrabilità il germe della loro bellezza. Ho sempre pensato che fosse una canzone potente, quella. Potente ma pericolosa, bella di quella bellezza che non vuole il loop, l’ascolto compulsivo, il canticchiare svagato nel retro della mente: una canzone oscura e misteriosa che parlava di cose che da un lato erano scandalosamente evidenti ma che insieme, per qualche motivo inafferrabile, non era ancora il momento di mettere a fuoco, di capire davvero. Una canzone scivolosa e fonda, da maneggiare con cura e rispetto, con la deferenza che va sempre riservata alle cose che sfuggono.

Fino a oggi quella canzone è rimasta lì, nel retro della mia mente, con il suo carico di fascino nero, di mistero, di non-detto, finché oggi – guidando sotto un cielo limpidissimo che faceva pensare ad armonia e completo accordo – qualcosa dei suoi contorni si è infine messo a fuoco, ha trovato forma e senso. E ho capito che questa musica parla del conflitto con le cose della vita, dell’insanabile scontro tra il bisogno di ciascuno di vivere una vita che non tradisca quello che lui è e la parallela, inevitabile necessità di stare alle regole del mondo, di scendere a patti con la durezza delle cose, con la loro consistenza fredda, che preme e spacca e offende, e contro cui nessuna rabbia ha senso, dato che il mondo non è colpevole ma solo cieco, solo sordo e indifferente, marmoreo e fisso, impossibile da ridurre a più miti consigli.
Questa canzone, da sempre, parla di una resa e di un conflitto, della nobiltà di chi non rinuncia a combattere senza per questo ricorrere alla facile scappatoia dell’edulcorare la realtà. Parla di chi è fragile di fronte alle cose, esposto alla loro bufera, e cerca di difendersi come può, con le armi dell’azione, del coraggio e della fedeltà che, per quanto un po’ spuntate, sono gli unici alleati a cui è possibile aggrapparsi, mentre attorno tutto incombe. Ha sempre detto questo, questa canzone, ma io non l’avevo mai capito. Mai, prima di questo viaggio sotto un sole basso e accecante, da inverno perfetto, che spezzava le linee e illuminava i confini, rendendo chiaro – di colpo – dov’è la ragione e dove il torto. E, in mezzo a questo, da che parte siamo noi, da sempre e per sempre, senza possibilità di fuga.

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337. Tefteri

3 dicembre 2013

Ci sentiamo in colpa sempre per le cose sbagliate, per essere stati felici, mai per tornare all’infelicità dei nostri doveri, alla catena corta delle abitudini, a chinare di nuovo il capo nel tempo dell’Utile. Il vero mangas è il tempo. È un mangas di colore nero.

Vinicio Capossela, Tefteri

 

 

 

Al mattino, la verità perfetta. E alla sera ouzo, bouzuki e pupazzi che raccontano storie.

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320. Elastici verso il cielo

16 novembre 2013

 

 

Multiformi, impreviste e commoventi declinazioni della meraviglia. Tutte abbracciate strette nel piccolissimo organismo, enorme e perfettamente compatto, connesso, indistricabile, che abbiamo la fortuna e il privilegio di chiamare “oggi”. Oggi, in cui il mondo è imperfetto e sghembo, attorno a noi. Oggi in cui – nonostante tutto – niente potrebbe essere diverso e in cui tutto parla di coraggio, meraviglia, amore. E di nuove irrinunciabili sfide, da affrontare cullando nella mente alcune lisce, adamantine, bollenti certezze.

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314. Giornate al mare

10 novembre 2013

Inseguivamo Nettuno, questa mattina, in una delle stanze grandi e fredde del Palazzo, teatro di infinite mattinate, di lunghissime ore, di interminabili corolle di minuti trascorsi a ripercorrere sempre gli stessi percorsi, scoprendo che non sono mai uguali tra loro.
Inseguivamo Nettuno e dondolavamo sospesi su un mare di divertimento, spavento e irresponsabilità e – nonostante tutto il tempo passato, nonostante tutto quello a cui non possiamo più credere – la magia di quella corsa ci si avvinghiava addosso con forza impossibile da ignorare, facendoci tuffare ancora una volta in quel mare grande di rumori, forza e luce in cui è meraviglioso cadere, dimenticando – di proposito, con impagabile senso di liberazione – tutto il resto.

 

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299. La sedia della Quarta

26 ottobre 2013

La mia sedia, in orchestra, è da sempre la sedia della Quarta. La quarta chitarra. L’ultima della fila, quella piazzata solida e un po’ ottusa alla fine del semicerchio, all’estrema destra del direttore, proprio sull’orlo del palco. Quella che chiude l’ordine di ingresso, e che ha sempre la parte più semplice di tutti, quella fatta di pause e bassi e note lunghe su cui serve contare il tempo, per non perdersi nella trama complessa della musica che, intanto, gli altri conducono avanti.

Ovviamente mi è capitato, qualche volta, di cimentarmi anche in altri ruoli e in altre parti, ma queste eccezioni sono sempre state solo brevi vacanze, piccoli strappi alla regola capaci di portare temporaneamente altrove, senza per questo modificare la sostanza vera delle cose, il nucleo centrale di tutto, che al di là di ogni eccezione rimane per forza sempre lo stesso: il mio posto è lì, da quel lato dello schieramento, alla fine della fila. La mia sedia, quella fatta per me, sarà sempre la sedia della Quarta. Oggi, mentre facevamo di nuovo prove di musica d’insieme nella brutta stanza al piano terra del Palazzo – quella stipata di troppe sedie e piena di troppe cose – mi sono ricordata di questo dato di fatto, e ho capito bene come mai prima cos’è che rende quella sedia, e solo quella, il posto giusto per me. Era una cosa che da anni – probabilmente da sempre – sapevo, ma che mai come oggi ha brillato di evidenza di fronte ai miei occhi, mentre ci stringevamo tutti attorno a una musica complessa, piena di suggestioni e di incastri difficili da afferrare. Quello che affascina, della sedia della Quarta e del suo potere magico, è la sua capacità di essere fondamentale e trasparente allo stesso tempo. Chi ci si siede sopra viene fatalmente inglobato nel meccanismo dell’esecuzione, entra per forza di cose a farne parte, e – mentre lo fa – in esso scompare. Gli altri ruoli spesso brillano per evidenza e per difficoltà, sono maledetti e benedetti insieme da complicazioni ritmiche e da faticosi dettagli tecnici che pretendono per forza di cose un tributo di luce, uno spicchio di attenzione, mentre chi sta seduto sulla sedia della Quarta di solito si limita a portare avanti l’organismo grande della musica disfacendosi in esso, diventando il pendolo lento e regolare, forse un po’ ottuso ma non per questo meno necessario, che lo sorregge e lo sostanzia, senza però farsi notare.

Mentre ero seduta sulla mia sedia, oggi, guardavo ammirata i miei compagni, il loro affrontare con coraggio il meccanismo complicato di una musica bella e sfuggente, ancora inafferrabile ma comunque già tutta presente nelle loro mani. Ed ero fiera del mio posto, in tutto questo. Fiera di quella sedia che è la mia, di quell’isola di solida e quieta presenza che è insieme forte e inconsistente, e su cui è bello stare appollaiati in silenzio ascoltando, attorno, le cose succedere. Sapendo che in fondo, a proprio modo, si è comunque artefici – anche se non protagonisti – di quella meraviglia.

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286. Avanti sempre e mai paura

13 ottobre 2013

Agata non lo sa, che ha paura, cantava l’autoradio mentre la macchina costeggiava laghi mai visti e ci portava sempre più in fondo dentro la spaccatura di una valle piena di rocce e di acqua e di una bellezza strana e polimorfa, che metteva insieme tante cose e le raccoglieva nei suoi ruderi di castelli antichi, nella trasparenza cristallina di uno specchio d’acqua placido e severo, perfetto e asciutto nel suo dondolare quieto in mezzo alla montagna.
Agata non lo sa, che ha paura, e non lo sappiamo neanche noi, mentre suoniamo e parliamo e improvvisiamo dentro un Museo della Resistenza che ci accoglie a braccia spalancate mentre fuori piove, e ci regala un’ora assurda e calda, come sempre e come mai prima, mentre ci addentriamo a tentoni su una strada che non conosciamo, e che pure è l’unica strada che bisogna percorrere oggi, senza esitare e senza nemmeno provare a pensare di tornare indietro. Che c’è una sola strada, qui, oggi, su cui si può andare. Avanti sempre, Agata. Avanti sempre, e mai paura.