Archive for the ‘De amicitia’ Category

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94. Fuori dal sogno

4 aprile 2015

Questa sera, in mezzo al passeggio del sabato pomeriggio, tra cani al guinzaglio e bambini lanciati a passo di corsa sopra i ciottoli del Corso della mia città, ho assistito al piccolo e silenzioso miracolo di un sogno che diventava reale. Ho sentito con precisione che un’immagine che esisteva solo nel mio ricordo, l’eco di un sogno sognato tanti mesi fa, si gonfiava dentro la memoria e poi tracimava – con travolgente e rivoluzionaria evidenza – nel mondo delle cose che esistono davvero, e ho guardato quell’incredibile transustanziazione con riverente, commossa incredulità, cercando solo di non farmi notare e di godere quanto più possibile di quel meraviglioso regalo delle cose.
Mesi fa, una notte, ho sognato una scena del tutto simile a quella che ho vissuto stasera (ambientata in un altro posto, sceneggiata da un altro regista, imprecisa nei contorni e nei confini, certo. Ma uguale nella sostanza, senza il minimo dubbio). Nel mio sogno incontravo un pezzo del mio passato, vedevo una faccia uscire dalla nebbia del tempo per avvicinarsi a me, e mentre tutto ciò accadeva sentivo chiaramente – con la strana lucidità tipica dei sogni – che il sentimento che provavo per il suo proprietario era finalmente un sentimento limpido, semplice, rotondo e privo di ricordi, di sottintesi, di sottili distinguo. In quel sogno abbracciavo forte il corpo uscito dalla nebbia e gli dicevo “ti voglio bene”, e nel farlo sapevo finalmente che questa stupida frase era vera, che non nascondeva niente e non significava niente più di quello che dichiarava. In quel sogno, meravigliosamente liberatorio, il passato era quello che doveva essere: qualcosa di concluso, di consegnato alla storia, e non aveva più nulla da nascondere. E c’era già un “dopo”, più grande e più bello, da vivere senza rimpianti e senza zavorre, senza pesi da trascinare avanti a forza.

Quando quel sogno ha preso corpo, oggi, la sua forma concreta si è rivelata totalmente diversa dall’immagine onirica che avevo salvato nella mia memoria, ma sarebbe stato comunque impossibile non riconoscere il sapore di quella sensazione. Oggi non c’era la nebbia, chiaramente, e non ci sono stati nemmeno abbracci definitivi o dichiarazioni sopra le righe. Ma al di là di questi trascurabili dettagli, la sensazione era esattamente la stessa che ricordavo: quella di una meravigliosa, sfacciata, ubriacante libertà. La libertà di essere ciò che siamo oggi, finalmente sollevati dall’obbligo di essere fedeli alle conseguenze di ciò che eravamo tanto tempo fa. La libertà di non avere più nulla da rimproverare a nessuno, nemmeno a noi stessi, e di poter essere, finalmente, qualcosa di radicalmente nuovo. Al di fuori di qualsiasi sogno: nel mondo – molto più interessante, sorprendente e rivoluzionario – delle cose che esistono davvero.

Immenso smarrimento, immensa libertà

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71. Canzoni per l’estate

12 marzo 2015

La mia amica Valentina è una di quelle persone che hanno la rara capacità di restare vicine, prossime, presenti, a prescindere da ogni distanza. Si allontanano, scelgono, fanno, vivono la loro vita e poi di tanto in tanto ritornano e, con quattro-parole-quattro, riescono a rinsaldare tutti i legami e a riannodare tutti i fili, con una grazia e un’intelligenza semplici e lievi che lasciano a bocca spalancata, e che fanno pensare che le cose, nei rapporti tra esseri umani, a volte possono anche essere facili.

La mia amica Valentina mi ha scritto, oggi, per dirmi che tra qualche mese si sposa, e mi ha raccontato della sua futura casa e della famiglia che sta per far nascere con un’emozione e una consapevolezza che non hanno potuto che sembrarmi assolutamente sublimi: questo momento è la pienezza, l’apice, l’estate della sua vita, dice Valentina. Questi mesi sono il momento in cui tutto deve ancora accadere, in cui tutto è a portata di mano, tutto appartiene a lei e al suo futuro marito, mentre quello che verrà dopo “sarà già il momento di qualcun altro, se avremo dei figli. Sarà già l’era successiva, l’ora di farsi da parte e fare spazio”. In ognuna delle sue parole (e anche nelle intercapedini tra le parole, nelle pause, nelle virgole, nelle prese di fiato) ho sentito forte e chiaro che la sua vita, in questo momento, è esattamente così. Proprio come vivere un’estate perfetta e breve, fuggevole, da godere finché c’è, con la consapevolezza che presto tutto farà posto a qualcosa di nuovo. Avvertire tutta quella gioia contagiosa e tiepida è stato, senza mezzi termini, commovente. Come ricevere in regalo il centro perfetto di una vita altrui, con tutto il carico di meravigliosa, totale felicità che questa porta con sé.

Alla fine del suo messaggio Valentina mi ha anche chiesto se mi veniva in mente qualche musica bella, lieve, “non trionfale né allegrissima” da suggerirle per la sua cerimonia, cosa che ovviamente ha colpito e affondato il mio animo musicale, spalancando le porte su un enorme mare di emozione, alternative e possibilità.
E così, cercando di trovare qualcosa di adatto e seguendo l’onda di quest’emozione così bella, inaspettata e gratuita, nella cucina della Casa della Luce, a fine serata, ballavamo sulle note di questo, come se non ci fosse un domani.
E anche la nostra vita dimostrava di essere, senza mezzi termini, nel centro più sfolgorante della sua estate.

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70. À bout de souffle

11 marzo 2015

Correvo.

Correvo fortissimo, schivando le buche e la ghiaia sparsa a bordo strada e tenendo gli occhi fissi sulla striscia bianca che separa la carreggiata dal fosso e pensando solo a pedalare, mentre le auto mi sfilavano vicino.

Correvo senza musica nelle orecchie, perché estrarre il lettore mp3 prima di salire in bici mi avrebbe fatto perdere un minuto e io un minuto da sprecare non l’avevo, se volevo almeno provare ad arrivare puntuale a una discussione di laurea provvidenzialmente fissata proprio alla fine del pomeriggio, all’orario perfetto per poterci andare nonostante ogni impedimento. A patto, chiaro, di correre un po’.

Correvo a perdifiato, schiantandomi dentro il vento contrario e pensando unicamente a filare via più veloce possibile, e in quella corsa senza paletti mi sembrava di essere nel pieno di un inseguimento, mi sembrava di dover dimostrare, con il mio delirio muscolare totalmente fine a se stesso, qualcosa a qualcuno.
Arrivata a destinazione ho capito il perché di quella sensazione, ed è stato chiaro che, anche se apparentemente stavo andando liberamente in un posto in cui volevo arrivare, in realtà mentre pedalavo stavo cercando di fuggire via dalla mia meta. Questa consapevolezza, però, è arrivata solo molto dopo, solo quando ho smesso di pedalare, ho legato la bici a un paletto e ho capito che quel che potevo dimostrare a me stessa l’avevo dimostrato, e che non importava niente se quasi nessuno, là fuori, avrebbe mai avuto nemmeno il più vago sentore di quella sfida segreta, di quello che cercavo di lasciarmi alle spalle con quella pedalata.
Tutto questo però, come dicevo, è venuto dopo. Finché correvo, esisteva solo la corsa, solo il lavoro dei muscoli e la loro determinazione a non mollare. E, così, mi sono ritrovata a pensare che l’esperienza un po’ infantile della corsa a perdifiato è in realtà dotata di una sua peculiare forma di grazia, e andrebbe coltivata e protetta con più cura di quanto si faccia normalmente, una volta diventati adulti.

Correre senza risparmio e senza buon senso, sfidando il mondo e le cose, è la ribellione più microscopica e gratuita, più incruenta e più silenziosa che si possa concepire. E anche se apparentemente questa rivolta non fa male a nessuno, il modo in cui batte il cuore sotto la gola, alla fine, dimostra chiaramente che l’ordine consueto delle cose è stato infranto, mentre i muscoli faticavano. E, a volte, già questo è sufficiente per poter sopportare tante, tante delle cose del mondo di fuori.

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61. Auto da fe’

2 marzo 2015

Stamattina, appena messo piede in ufficio, il mio collega F. ha risposto al mio innocuo e allegro «Buongiorno, come va?» con un lapidario «A dire la verità, proprio di merda. Ieri M. mi ha lasciato».
L’annuncio di questo addio ha gettato su tutta la giornata una coperta di angoscia e di tristezza palpabili e irremovibili. Perché, lo so, la gente si lascia e si prende da sempre, questo è chiaro, ma quando la scure della fine dell’amore cade così vicina è difficile non avere paura del suo potere distruttivo. È difficile non aver voglia di nascondersi sotto il tavolo, chiudere le finestre e tirare le tende, quando si vede la sua forza tremenda e sfavillante all’opera sulle vite degli altri. Intenta a masticarle per bene, senza dimenticarsi nemmeno un ossicino.
F.  ha affrontato la giornata lavorativa con la forza cieca e muta del suo orgoglio ferito e del suo shock non ancora assorbito, e a sera (tornato a casa? Ma come si fa a tornare a casa, dopo che ci si è lasciati? Ognuno cucina la cena per sé? Ognuno mangia le sue scatolette? Ognuno si lava i denti in un lavandino diverso?) mandava sms che dicevano «in qualsiasi modo vada a finire, io non mi lascerò andare alla deriva. E se lo faccio, gettatemi una scialuppa, oppure prendetemi a schiaffoni».
In tutto questo io, sentendomi come un personaggio di Nanni Moretti e non potendo far nulla per evitarlo, non potevo che restare sconvolta e incredula di fronte alla catastrofe quotidiana dell’amore che non riesce più a giustificare se stesso, non sa più crederci, crescersi, farsi largo nella selva del mondo. E pensavo alla forza enorme di questa distruzione. Alla sua energia bruciante che, se si potesse raccogliere, sarebbe certamente capace di alimentare il più inarrestabile auto da fe’ di tutti i tempi.

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58. Terroristi della felicità

27 febbraio 2015

Questa mattina, dentro la Casa della Luce, bisognava muoversi piano, piano, piano, per non disturbare.
Passi piccoli, pochissime parole, i gesti semplificati all’osso: abbiamo fatto solo il minimo indispensabile per essere presentabili agli occhi del mondo di fuori e poi abbiamo chiuso la porta alle nostre spalle, immergendoci a testa bassa nelle cose della vita quotidiana senza preparazione e senza anestesia.
Alle nostre spalle avevamo lasciato una cosa piccola e preziosa come il sonno di una persona addormentata, da non turbare e non scuotere, da custodire e accogliere con tutta la delicatezza possibile. Davanti ai nostri piedi c’erano invece un’intera città allagata di luce, una strada cento volte fatta ma mai bella come in questa mattina di quasi-primavera, una via fatta solo di scuole, una dopo l’altra, con i loro profili squadrati, grigi, imprecisi e proprio per questo commoventi.
Sotto i miei pedali c’era una deviazione lungo la strada del lavoro, nella mia bocca il sapore meraviglioso della birra di ieri sera, con tutti i suoi ricordi, dentro i miei occhi tutta la luce azzurra di questa mattina limpida e palpitante.

E mi sentivo, semplicemente, una terrorista della felicità.

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57. Tre bottiglie

26 febbraio 2015

Ci sono tre bottiglie di birra indiana, su questo tavolo, e guardandole mi dico che sarebbe fin troppo facile paragonarle a noi tre che, sedute di fronte a loro, parliamo e mangiamo chapati spesso e delizioso, traboccante com’è di cura, di aspettative e di desideri.
Le cose sono solo cose, mi dico sforzandomi di non farmi travolgere dalla tentazione di vedere in ogni oggetto un simbolo e una metafora. Le cose sono casuali e mute, le cose non stanno lì per parlare con noi, le cose stanno e basta, inconsapevoli e inermi. Le cose non dicono niente: quelli che parlano, sempre, siamo solo noi.
Eppure quelle tre bottiglie piene di birra leggera e pungente, che si lascia bere con una facilità svagata che alla fine ti spinge solo a dire «ce ne sarebbe ancora un po’?» assomigliano troppo alla forma e al colore di questo momento, alla sua temperatura di serata qualunque in cui tutto è semplice e in cui le parole e le stanchezze si mescolano le une alle altre con una facilità che non prevede filtri, cancella tutte le difficoltà, permette a se stessa di esistere e basta, senza complicazioni e discorsi ulteriori.
Questa sera è facile. Ci siamo noi tre, c’è la birra indiana fresca e piena di profumi, ci sono le nostre parole che aleggiano nella cucina e si impastano in un unico discorso che forse non va a parare da nessuna parte ma che comunque occupa, poco alla volta, tutto lo spazio di questa stanza, scaldandola e riempiendola di tranquilla intensità.

Questa sera il passato e il futuro della mia vita si sono dati appuntamento in un punto preciso, si sono incontrati attorno allo stesso tavolo e qui, con pezzi di chapati tra le mani e bottiglie marroni di fronte, hanno deciso di non tenere niente da parte e di abbandonarsi a una semplice, lineare, elementare facilità. E hanno scoperto che non c’è nulla di difficile contro cui scontrarsi, quando si ha sottomano una birra indiana, e negli occhi lo sguardo limpido di chi sa che l’unica cosa che conta è volersi bene. E che tutto il resto, davvero, non ha diritto di cittadinanza, in una sera come questa.

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54. Come se amici fossimo sempre stati

23 febbraio 2015

Ci sono tre uomini, seduti su un divano decisamente troppo piccolo per la loro stazza.

Il Lungo è smisurato e dolce, non sa dove incuneare le sue gambe senza fine e parla con una cadenza inconfondibile e strascicata, piena di vocali estenuate e di sillabe molli. Ogni tanto si interrompe, guarda i suoi interlocutori e sorride con il suo sorriso disarmante, che mostra fin troppo chiaramente che, nonostante i moltissimi centimetri dei suoi femori e della sua spina dorsale, il Lungo è e rimarrà in eterno un bambino grande, intelligente, preparato e responsabile, ma allo stesso tempo sempre travolto dalla sua bontà, dalla sua gentilezza infinita che gli impedisce di opporsi alle cose ma che chiede solo di essere cullata, coccolata, accolta e vezzeggiata.
Il Lungo è un meraviglioso bambino alto un metro e novanta, e io adoro la sua grazia così sproporzionata, tutta fatta di gomiti e di ginocchia, che è un costante elogio alla bontà e all’imperfezione.

Il Rosso è criptico e sigillato, sembra fatto di un unico blocco di acciaio temperato, impossibile da scalfire, inafferrabile fino all’ultimo ricciolo di barba. Per i primi minuti della conversazione conserva la sua algida riservatezza, non dice una parola e si impone di studiare la situazione, di guardarsi attorno con circospezione, senza lasciarsi trascinare in direzioni meno che sicure. Dopo poco, però, comincia impercettibilmente  a sciogliersi, come un cubetto di ghiaccio la cui superficie diventa poco a poco tremolante, bagnata, con gli angoli meno netti, finché non si entusiasma e non prende posizione, dimostrando che, nonostante tutto, c’è qualcosa che può andare a toccare le corde interiori anche di chi è fatto d’acciaio.
Il Rosso è un uomo autonomo e misterioso, che concentra tutte le sue energie nel bastare a se stesso e nel guardare il mondo per squadrarlo, prendergli le misure e infine comprenderlo, e io ammiro la sua testardaggine di metallo, così come la sua tenace volontà di mostrarsi sempre più duro, più solido, più inscalfibile di quanto in realtà sia.

Il Curvo è un mistero in forma umana, un grande crocevia di interrogativi e di nodi che non si sciolgono. Il Curvo vorrebbe ma sente di non potere, desidera ma dispera di ottenere, il Curvo è capace di una dedizione totale, cieca, decisamente ammirevole – in astratto – ma totalmente scollegata dalla realtà delle cose e del mondo, che gli si ritorce contro sottoforma di frustrazione e di risentimento. Il Curvo è un uomo che sa di non avere ancora trovato chi riconosca le sue doti, i suoi talenti, i suoi meriti, e che continua a menare testate contro il muro coriaceo della realtà, senza capire che, quello, è per definizione più forte di lui.
Il Curvo è un adolescente fuori tempo, nobile e saldo come un crociato, talmente dedito alle cause che sceglie di sostenere – qualsiasi esse siano – che a volte non si rende conto che la guerra che sta combattendo è ormai finita da anni, e che nella giungla vietnamita è rimasto solo lui.

Guardo questi tre uomini, stasera, tutti accartocciati su quel divano troppo piccolo, e mi sembrano straordinariamente trasparenti, facilissimi da capire, da riconoscere, da apprezzare nonostante ogni differenza, ogni delusione e ogni debolezza. La loro presenza mi ricorda un pezzo di quello che sono. La loro imprecisione mi porta a dire – quasi mio malgrado – che insieme abbiamo costruito qualcosa che merita di essere difeso. Nonostante tutte le derive della vita, nonostante i cambiamenti, nonostante il peso che deriva, almeno qualche volta, dalla responsabilità di restare fedeli a se stessi.

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24. Non è star sopra un albero

24 gennaio 2015

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La mia amica A. è una ragazza intelligente, appassionata e molto, molto, molto bella. Bella che la gente in auto si ferma per guardarla. Bella che se si siede a un bar e ordina un succo di frutta, quando si alza per andare a pagarlo alla cassa scopre che qualcuno ha già provveduto a farlo per lei. Bella di una bellezza che più di una volta l’ha messa in pericolo, e che lei si porta addosso con orgoglio e consapevolezza, e con un filo – un accenno appena – di tremante rassegnazione.

Oggi, mentre beveva una tazza di tè di fronte a me, la mia amica A. mi raccontava dei suoi progetti per il futuro, della fatica che si è lasciata alle spalle, dei mesi bui che ha attraversato e di come, mentre ci passava in mezzo, abbia imparato che dentro la mente umana c’è molto, molto più di quello che la più folle fantasia dei romanzieri di ogni tempo abbia mai saputo inventare.
In quel momento aveva in faccia una faccia che non le vedevo addosso da mesi, e mi parlava di terapie, sogni e libertà. Diceva che, combattendo i mostri appostati dentro al suo deserto personale, ha capito che non c’è niente, niente che sia anche solo lontanamente comparabile con la sensazione di essere finalmente liberi, dopo tanta fatica, dentro di sé. E di aver realizzato che questo genere di libertà è diverso da quello che comunemente ci si aspetta: è la libertà che si prova quando si smette di voler essere liberi a ogni costo e si accetta di fermarsi in un punto preciso, si accetta di essere legati senza possibilità di fuga a qualcosa, a qualcuno o anche solo a se stessi, e si sceglie di aderire alla realtà piuttosto che di passare il tempo a sfuggirle. È la libertà che si prova quando quello che è stato messo da parte si ripresenta prepotentemente sul fronte della scena, e di fronte alla domanda sotterranea “scegli di curarti di lui o eserciti il tuo sacrosanto diritto alla ritirata?” si decide di preferire la prima opzione.

Mentre la mia amica A. parlava, vedevo la sua bellezza vorticarmi sotto gli occhi e prevedevo le sue parole prima ancora che le uscissero dalla bocca. Perché, sì, è proprio chiaro che la libertà è davvero quella cosa lì, esattamente quella che diceva lei. La libertà è sapere che c’è qualcosa per cui vale la pena essere un po’ meno liberi, la libertà è scegliere di appartenere a qualcosa e di non essere solo polvere nell’universo.
Sarebbe bello esistesse un modo meno cruento per capirlo, un modo più economico e meno sanguinolento, ma purtroppo non è dato agli uomini avere in premio una cosa tanto grande senza prima aver pagato il giusto prezzo. Ci vogliono deserti, e tanta paura, e parecchie sbucciature, tanto per cominciare. Ma alla fine la libertà – come in un vecchio film, come nelle storie di schiavi neri che si liberano, come uno squillo di tromba nella lontananza – all’ultima scena arriva sempre. E davanti a una tazza di tè capita di riconoscerla, e di dirsi sottovoce che, sì, qualsiasi sia stato il prezzo pagato per raggiungerla, ne è senza il minimo dubbio valsa la pena.

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13. A cosa serve, Cesare, in galera

13 gennaio 2015

Prima di iniziare a guardarlo, questo film così improbabile e così famoso, credi di sapere a cosa stai andando incontro. Credi di essere pronto, di avere un’idea di quello che succederà. È un film che parla del carcere, no? Questo lo sappiamo tutti. Un film che racconta la storia di un gruppo di detenuti che recita, in galera. Sul retro della custodia del dvd c’è anche, tra virgolette, la frase che uno di loro pronuncerà, verso la fine: «Da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione». Tutto chiaro, tutto comprensibile, tutto come deve essere. Tutto aguzzo e pronto a fare male, anche, dal momento che il carcere – anche se ormai è una cosa che fa parte del passato – è difficile scrollarselo da dentro, è difficile dimenticarlo del tutto, farlo scomparire dalla memoria insieme a tutte le facce degli uomini che ci stanno dentro, e che scordare sarebbe criminale e disgustoso, oltre che impossibile.

Pensi di sapere a cosa vai incontro, quando metti il dvd dentro il lettore del computer, quando premi il tasto “play”, quando i titoli di testa sfumano e comincia la prima scena.
Ma appena i personaggi cominciano a parlare, appena c’è il primo scambio di battute tra quegli uomini a torso nudo, coperti solo da mantelli rossi, ti accorgi che in realtà non sapevi proprio niente. Perché in scena Bruto muore, quello è chiaro ed evidente, ma le parole che accompagnano quella morte, quelle mica si capiscono. Sono uno schiaffo in piena faccia, sono suoni privi di senso. Cosa sta succedendo, là sopra? Loro stanno sicuramente dicendo qualcosa di importante, qualcosa che ha un significato di per sé: com’è che noi non lo capiamo?
Poco dopo – giusto il tempo necessario perché la domanda “ma in che lingua stanno recitando?” si faccia chiara dentro la testa – si  comincia ad afferrare qualcosa. Dal magma informe, poco alla volta, emerge qualche briciola di parola, qualche cadenza prova a definirsi, i dialetti prendono forma insieme al senso della scena nel suo complesso. Ci vuole relativamente poco perché dal caos venga fuori un po’ di chiarezza, perché sul palco la storia cominci a diventare quella che conosciamo, quella di Cesare che voleva il potere, di Bruto che doveva fermarlo, di Marco Antonio che pare un bravo ragazzo, ma che in realtà è fatto solo di astuzia e desiderio di vendetta.
Ci vuole relativamente poco perché le cose comincino a parlare un po’ più chiaro, certo, ma anche quando tutto prende un corso più consueto, l’esordio del film resta difficile da digerire.
Quella prima scena così destabilizzante e così intensa, così rabbiosa fin dalla prima inquadratura, sta lì a dire che, di quella storia, noi non sappiamo e non abbiamo capito niente. Che non sappiamo chi siano gli uomini che la stanno recitando, e che i nostri pregiudizi sono stupidi, e non valgono niente di fronte al muro testardo della realtà e del mondo, che è fatto di persone che non sono mai quello che, da fuori, qualcuno ha deciso che devono essere.

Quando, poco alla volta, la storia raccontata nel film comincia a farsi più chiara, insieme alle parole dei suoi attori diventa sempre più comprensibile anche quello che significa, quello che vale a livello profondo. Comincia a diventare chiaro cosa se ne fanno, di Cesare, in una galera. E l’evidenza di quello che si scopre a quel punto è potente, dirompente, quasi minacciosa, in ogni caso perfetta per una storia che parla del carcere, e che ha il coraggio di dire, da subito, che il mistero della galera e di coloro che ci abitano non potrà mai essere sciolto, non potrà mai essere compreso e risolto. Che di fronte all’orrore di Bruto che uccide Cesare, e di Bruto che muore, saremo sempre analfabeti, indifesi e impotenti. Eternamente incapaci di comprendere, al di là di tutte le nostre illusioni.

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6. Trieste e una donna (anzi, più di una)

6 gennaio 2015

C’era un meraviglioso tramonto, oggi, sul colle di San Giusto, ed era l’unica cosa facile tra tutte quelle che ci circondavano. L’unica cosa evidente, coerente con se stessa, prevedibile e comprensibile senza bisogno di ricorrere a parole o a ragionamenti. C’era un clamoroso sole che andava giù, oggi, sul colle di San Giusto, e c’era quell’incredibile luce gialla e rosa che hanno, a volte, i tramonti d’inverno, quando il cielo è sgombro e l’aria è chiara. Una luce da paese del Nord. Anche se, laggiù in fondo, bello e incredibile c’era perfino il mare.

Tramonto a parte, sul colle di San Giusto oggi non c’era nulla di semplice. Tutto era meraviglioso e assurdo, tutto era imprevedibile, tutto dimostrava a gran voce che le cose della vita sono sempre difficili da ficcare dentro una categoria, e che proprio per questo sono belle e commoventi, taglienti come un’enorme gru austroungarica piazzata sulla riva del mare proprio per spezzare, una volta per sempre, le linee troppo dritte e troppo facili dell’orizzonte.
La nostra stessa presenza lì seguiva binari che nessuno sceneggiatore avrebbe osato immaginare – troppo irrealistica, troppo improbabile, troppo forzata – e a guardarci da fuori nessuno avrebbe saputo indovinare chi di noi era galeotto e chi insegnante, chi era incerto e chi spaventato, chi aveva una casa e chi ne aveva troppe, e aveva lasciato un pezzo di anima in ognuna di esse. A guardarci da fuori, nessuno sarebbe stato capace di indovinare chi eravamo, cosa ci univa, cosa ci passava per la testa, che tipo di geometria regolava i nostri rapporti e ci teneva vicini l’uno all’altro, nonostante tutti i buchi, le angosce e le domande senza risposta. Eppure era proprio questo a rendere la nostra presenza lì così sensata, accompagnata dall’eco di tutti coloro che avrebbero dovuto esserci e non c’erano, cullata da ognuno dei nostri ricordi, piena di auspici e di prospettive per un futuro che, per ciascuno di noi, è insieme nebuloso e inesorabile.

Ed era per la meraviglia di tutto questo nostro assurdo che il tramonto di San Giusto, oggi, brillava. Bello come mai prima.

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