Archive for the ‘Daquandoseipartita’ Category

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28. Il compleanno

28 gennaio 2015

Vorrei dirti che oggi, oggi che è il tuo compleanno, per la prima volta ho visto l’ultima bava di tramonto fare capolino a Ovest, tornando dal lavoro.
Vorrei dirti che non me ne sono accorta fino a quando non sono arrivata alla curva dopo lo svincolo dell’autostrada, ma che appena sono uscita dalla rotonda e ho svoltato per imboccare la pista ciclabile quell’ombra di cielo chiaro mi ha colpito la retina con la forza di una promessa mantenuta.
Quella luce flebile e vaga mi ha salutato come una vecchia amica, e mi ha messo nel centro preciso dell’universo in cui le cose girano, e le si sente girare, e si può godere dell’incastrarsi eterno del loro ingranaggio, con la consapevolezza di farne in qualche modo parte.

Questo segnale cosmico, proprio oggi che è il tuo compleanno, mi ha fatto sentire vicino a te. Mi ha fatto pensare che siamo parte dello stesso giro di stagioni, che anche tu stai per godere della mia stessa primavera, che nonostante tutto la luce torna sempre, alla sera, e le giornate non possono far altro che ricominciare ad allungarsi, dopo l’inverno, e tutto continua eternamente a passare, asciugarsi e consolarsi, sotto il cielo degli uomini.

Avrei voluto dirtelo, che oggi sulla strada di casa mi ha aspettato la luce, ma queste cose sono sempre un po’ zitte, e forse non è il caso di soffermarcisi sopra con troppa supponenza, con troppa esplicita arroganza. Queste cose sono solo cose, al di là del senso che noi vogliamo attribuire loro.
Oggi, però, oggi che è il tuo compleanno, il tramonto mi è venuto a prendere sulla pista ciclabile, con il suo carico di coraggio e di promesse, e questo è un fatto che non può essere messo in discussione. E io correvo ancora più veloce, sotto di lui, per arrivare a casa il prima possibile, e intanto ti ringraziavo sottovoce per questo regalo. Arrivato forte e chiaro, proprio oggi, tutto per me.

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20. La telefonata

20 gennaio 2015

Non esiste mezzo più spietato del telefono.

Al telefono – soprattutto quando si parla con persone che si conoscono bene – si capisce tutto, si colgono le sfumature, i sottosensi sono chiari come se si stesse parlando faccia a faccia. Al telefono è difficile nascondersi, anche se in teoria non ci si vede. Al telefono ci si può fraintendere, ma non si può far passare nulla sotto silenzio. Nemmeno quello che si vorrebbe tacere.
Allo stesso tempo, però, al telefono non si riesce mai a toccarsi. Si sente quel che l’altro dice, ma non si riesce mai a rispondere a tono, non si riesce mai ad essere all’altezza della situazione. Tutto è troppo forte, troppo veloce, troppo crudele. Tutto cospira perché, pur parlando, non si riesca a non sentirsi drammaticamente isolati, soli, incapaci di aiutarsi e di toccarsi, bloccati in una bolla fatta di vetro e di ghiaccio, impossibile da prendere a gomitate e da sbriciolare.

Parlando al telefono ci si confessa, ma non ci si conforta: non esiste mezzo più spietato del telefono.

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Rivoluzioni

7 gennaio 2014

E intanto, attorno al Motore Immobile, i pianeti continuano a compiere all’infinito le loro Rivoluzioni…

 

 

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327. Come una specie di sorriso

23 novembre 2013

Le cose importanti e le cose futili si mescolano quasi sempre in maniera sbagliata, irragionevole e irrazionale, nel bilancio degli elementi che compongono la vita.
I dettagli ininfluenti, i sassi nelle scarpe, i fastidi momentanei – più o meno grandi, più o meno giustificati – finiscono quasi sempre per gonfiarsi e togliere aria alla bellezza occupando spazi che non dovrebbero essere loro, riempiendo con la loro inconsistenza momenti e luoghi che contengono in realtà ben altre enormità, dati di fatto incomparabilmente più significativi, più belli, più importanti, che non meriterebbero di essere sopraffatti così facilmente dalla stupida mole della contingenza fastidiosa. La polvere sul cuore, la fatica spicciola di vivere, guadagna il centro della scena con una facilità che fa rabbia, contro cui ci si può solo mordere forte le labbra, consapevoli che questo baco del sistema è una delle tare ineliminabili dell’essere uomini, un limite senza ragione che fa parte del nostre stesso DNA e contro cui, nonostante tutto, non ci sarà mai una vera cura.

Miracolosamente, però, se da un lato la futilità ha gioco facile a vincere sulla bellezza, dall’altro succede a volte anche l’inverso. Succede che un solo gesto spazzi via ogni cosa, contenga in sé talmente tanta giustizia, tanto ordine, tanto senso, da mettere ogni cosa al suo posto, una volta per sempre e nonostante tutte le ragnatele del mondo.
A volte basta una cosa da nulla, basta un sorriso grande e tiepido che arriva da lontano, basta uno sguardo che taglia la folla cercando proprio un volto preciso, una precisa espressione familiare, perché tutto di colpo sia giusto. E perché la bellezza vinca su qualsiasi dolore, su qualsiasi angoscia, su tutte le tenebre che possono scendere sopra occhi umani.

(He sent a thick of darkness over the land / even the darkness which might be felt)

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316. Pane e marmellata

12 novembre 2013

Ogni vigilia ha un gusto proprio, ogni giorno-che-viene-prima-di ha un suo colore peculiare, regalatogli dal caso, dalla somma delle cose che si affollano nella nostra vita, dalla sfumatura particolare di senso e di temperatura che ogni momento della vita porta con sé per ragioni che appartengono solo parzialmente al mondo del conoscibile.
Le cose che aspettiamo hanno un ruolo spesso difficile da mettere a fuoco, nell’economia complicata della nostra esistenza. Hanno sempre, però, un sapore. Un sapore definito e forte, che non si confonde con nulla e che – se anche non sa spiegare niente – è comunque in grado di definirlo nel modo più totale e perfetto possibile. Senza mezzi termini e al di fuori della dittatura della cosa sfuggente che chiamiamo ragione.
Per esempio questo nostro “oggi”, questo oggi che è la vigilia di qualcosa di grande, frastagliato, acidulo e dolce insieme, ha il gusto buono e semplice dei fichi chiusi in un barattolo, di un pezzo di pane con la mollica spessa ma non troppo, buona per spalmarci sopra la marmellata e per riempire tutto di briciole, ridendo come bambini persi in un trionfo di dolcezza, di zucchero e di sale, di semplicità da manuale. E, annegando in un lago arancione come una zucca matura, tutta la dolcezza del mondo ci sta vicino, e ci porta via da questo momento, trascinandoci di forza dentro l’enorme mare del domani che – basta distrarsi un istante, perdersi per un secondo dentro la forza impossibile da contenere di un’onda più grande delle altre – è già qui. Con il suo carico enorme di cose che non conosciamo e che, per il momento, non è necessario definire più di così, non è necessario definire in niente che vada oltre i confini minimi, minimi e perfetti, di un pezzo di pane spalmato di marmellata.

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312. …e poi il futuro, reloaded

8 novembre 2013

Il futuro, oggi, ci passava vicino. Ci sfiorava leggero con la sua mano capace di prendere i tasselli delle vite umane e di riassemblarli in un ordine nuovo, afferrava i destini e li rimescolava trasformando un viaggio in una partenza, un giorno di ferie in un ritorno, una scommessa in una possibilità, una prospettiva, un momento di folle, euforica, eccitante e consolante emozione, benedetta dai doni rari e giusti della fiducia, dell’orgoglio e della speranza.

Il futuro ci è passato vicino, oggi. E ascoltando i suoi passi leggeri e inesorabili ci si accorgeva che, in fondo, non c’è poi tanta differenza tra lui e il passato. Che tutto è già stato qui, che niente se ne è mai andato, che ci sono momenti benedetti da una luce fatta di forte e semplice verità che sanno sottrarsi al gioco dei minuti, di ciò che è stato e ciò che sarà per essere – semplicemente – ciò che sono, senza mezze misure, una volta per sempre. Il futuro c’è passato vicino, oggi, e anche se non conoscevamo bene la forma del travestimento con cui si era mascherato questa volta, l’abbiamo comunque riconosciuto. L’abbiamo abbracciato per ciò che era. E, dentro di lui, c’eravamo solo noi, con tutto quello che questa semplice evidenza porta con sè.

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298. La scatola di cartone

25 ottobre 2013

La verità è che io, anche se non sta bene dirlo, da anni desideravo una cosa così. Una scatola fatta proprio in questo modo, da trovare una sera appoggiata sul letto e da aprire piano, con l’anima che si gonfia di quella commozione e di quella riconoscenza che non si possono non provare di fronte alle cose belle che, anche se sappiamo bene di non meritare, sono comunque capaci di scaldarci il cuore e di metterci in contatto con una parte di noi profonda e antica, che non si pone alcuna domanda di opportunità e di giustizia e sa essere solo semplicemente, banalmente felice di avere tra le mani una cosa tanto bella, tutta per sé.

Erano anni che, senza saperlo, desideravo una cosa così, e quando oggi finalmente l’ho vista – enorme nella sua consistenza di cartone, piena fino all’orlo di cose bellissime e capaci di tenere insieme, nella loro forma concreta di oggetti, realtà enormi e impalpabili grandi come sentimenti – ho capito che era proprio così che avrei voluto che fosse, e che quel regalo venuto da lontano rappresentava uno di quegli strani miracoli che la vita a volte riserva, quando decide di sorprenderti regalando alle cose la capacità di essere esattamente come le aspetti. Con addosso questa gratitudine commossa nei confronti del destino, dell’ordine del mondo e delle mani lontane che avevano confezionato quella meraviglia tutta per me, ho tagliato lo scotch trasparente che chiudeva la scatola e ho immerso le mani nei suoi tanti, indicibili tesori. E tutto, tutto, era come doveva essere.

La bellezza di questo miracolo mi tagliava un po’ il fiato, di nascosto, mentre andavo ogni secondo più a fondo dentro quel lago caldo fatto di pazienza, cura, delicatezza e cartone, capace di realizzare sogni e di annullare ogni vincolo imposto dallo spazio-tempo e dai suoi limiti solo apparentemente invalicabili. E ognuno di noi, mentre quel pacco si apriva, era esattamente al proprio posto, al di là di ogni altra possibile spiegazione, al di là di ogni ragionevole considerazione sulla realtà, i confini, gli abissi grandi della lontananza. Ed era questo, più di tutto, a scaldarmi il cuore e a sussurrarmi sottovoce all’orecchio qualcosa di semplice e necessario che suonava tanto come uno splendido, commovente, “andrà tutto bene”.

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293. Ricucire

20 ottobre 2013

Colmare i vuoti è un lavoro difficile. Un lavoro faticoso, necessario, ambiguo, che salva e distrugge allo stesso tempo, e per cui non esistono scorciatoie possibili, non esistono vie di fuga dell’ultimo secondo, traiettorie semplificate.
Colmare i vuoti è un lavoro titanico, perché a ogni granello di sabbia sparso nella buca, a renderla più piana e meno insuperabile, corrisponde necessariamente un pensiero pungente che va a toccare il centro infiammato della realtà delle cose, e che dice forte e chiaro che la buca c’è, c’è nella sua evidenza e nella sua inevitabilità, e che non si può in nessun modo scavalcarla, in nessun modo fingere che non stia lì, spalancata come una bocca pronta a inghiottirci, in mezzo al mare delle cose.
La buca va attraversata e compresa, va colmata con grazia, con piccoli regali fatti a forma di parole, di ricordi, di minuscoli tocchi cauti e discreti, che siano capaci di saldarsi l’uno all’altro come punti cuciti da una ricamatrice d’altri tempi, capace di disperdere un mare di tempo in un’opera microscopica, coltivando la certezza – dettata solo dalla fede, certo non dalla ragione – che alla fine di tutto il risultato sarà capace di ripagare dello sforzo.
Ricucire, tappare i buchi, saldare i bordi slabbrati degli strappi, è un lavoro che brucia e salva allo stesso tempo. Doloroso e consolatorio, inevitabile e complesso, infinitamente capace di generare interrogativi e di mettere di fronte a indicibili evidenze. Per arrivare in fondo a un’opera del genere, però, a volte si incontrano degli inaspettati alleati: la musica che stava dentro la nostra sveglia di una vita fa, ad esempio. Acquattata nelle pieghe di una mattina qualunque, a ricordarci senza fallo che ogni passo compiuto nella direzione che punta verso noi stessi non può che avere in sé – al di là di tutto, nonostante tutto, prima di tutto – un intero oceano di senso.

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255. Indigo

12 settembre 2013

Volare nell’acqua, a molti passi dal suolo.
Innamorarsi dei colori, anche quando li si vede scomparire nel vortice del grigio.
Mangiare peperoncini rosso fuoco, ignari del pericolo.
Sognare un mondo meccanico, a manovella, in cui ogni superficie non è altro che un meraviglioso palcoscenico su cui muoversi scivolando e in cui le gambe di tutti si allungano a dismisura, nel disperato desiderio di poter ballare ancora un po’ di più.
Dirsi assurde frasi d’amore in lingue diverse dalla propria, ridendo e incespicando, esattamente nel centro dell’universo.
Bere cocktail costruiti a regola d’arte, goccia dopo goccia, dalle magie di un pianoforte.
Provare una bicicletta alta e rossa, perfettamente oliata, e sentirsi – su di essa – i padroni del mondo, della notte, della città.
Avere paura, ma non riuscire a smettere di amarsi. Nonostante ogni dolore, nonostante ogni ninfea pallida che cresce dentro al petto.

Tutte queste cose sono successe, oggi. Tutte sono ugualmente vere, pur essendo vere in modo diverso. E il prodigio di un film indaco, le sue mirabolanti invenzioni che strappano il cuore, non sono i dettagli più imprevedibili e stupefacenti di giornate come quella di oggi, giornate in cui tutto cospira per diventare forte e vero, e rubarti il cuore. In ogni lingua del mondo, in ogni frammento di luce, in ogni passo notturno che parte da un frammento di verità e arriva fino al centro preciso di questa città, di questo mondo, di questa nostra vita ancora a colori. Che combatte ogni grigio, sfidando la sorte, e ride forte nel mezzo della notte che scende.

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232. Orizzonti

20 agosto 2013

Venezia oggi, nella luce del crepuscolo ormai decisamente avviato verso la notte, sembra disegnata a pennarello da un bambino caparbio. Ci sono palme controluce, un diluvio arancione, sagome di aerei che si staccano da terra e puntano dritti verso i loro altrove, con quella lentezza disincantata che gli è propria e che li fa sembrare – a guardarli da terra – assurde e torpide creature aliene, assonnate e pedanti ma comunque impossibili da distogliere dal loro obiettivo. E c’è Venezia, da qualche parte laggiù in fondo. Invisibile ma presente, vicina, a portata di mano, chiarissima e netta nei suoi contorni di ombra nera.
Nella luce del crepuscolo fatta di colori a pennarello l’orizzonte è preciso e definito, oggi. Emerge dallo sfondo con la forza sfacciata del suo nero che taglia a pezzi il tramonto. E mentre la Signorina Felicita esce dal parcheggio dell’aeroporto, svolta a destra, cerca la linea dritta della striscia d’asfalto che porta verso casa, in quei colori che combattono la loro infinita battaglia sembra che la vita intera si condensi. E ogni cosa ha il suo spazio, ogni cosa occupa il posto giusto, non esiste alcuna solitudine possibile, mentre il sole va giù. Ci solo un aereo che parte, una strada dritta su cui lanciarsi il più velocemente possibile, un piccolo proiettile di lamiera che attraversa la luce arancione, e corre dentro l’orizzonte. Senza sbandare, senza incertezze, dritto e inesorabile come le linee di questo crepuscolo, solido e forte come questo giorno che freme ancora di luce, mentre alle sue spalle già sorge una nuova luna.