Archive for the ‘Dallapartedeltorto’ Category

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94. Fuori dal sogno

4 aprile 2015

Questa sera, in mezzo al passeggio del sabato pomeriggio, tra cani al guinzaglio e bambini lanciati a passo di corsa sopra i ciottoli del Corso della mia città, ho assistito al piccolo e silenzioso miracolo di un sogno che diventava reale. Ho sentito con precisione che un’immagine che esisteva solo nel mio ricordo, l’eco di un sogno sognato tanti mesi fa, si gonfiava dentro la memoria e poi tracimava – con travolgente e rivoluzionaria evidenza – nel mondo delle cose che esistono davvero, e ho guardato quell’incredibile transustanziazione con riverente, commossa incredulità, cercando solo di non farmi notare e di godere quanto più possibile di quel meraviglioso regalo delle cose.
Mesi fa, una notte, ho sognato una scena del tutto simile a quella che ho vissuto stasera (ambientata in un altro posto, sceneggiata da un altro regista, imprecisa nei contorni e nei confini, certo. Ma uguale nella sostanza, senza il minimo dubbio). Nel mio sogno incontravo un pezzo del mio passato, vedevo una faccia uscire dalla nebbia del tempo per avvicinarsi a me, e mentre tutto ciò accadeva sentivo chiaramente – con la strana lucidità tipica dei sogni – che il sentimento che provavo per il suo proprietario era finalmente un sentimento limpido, semplice, rotondo e privo di ricordi, di sottintesi, di sottili distinguo. In quel sogno abbracciavo forte il corpo uscito dalla nebbia e gli dicevo “ti voglio bene”, e nel farlo sapevo finalmente che questa stupida frase era vera, che non nascondeva niente e non significava niente più di quello che dichiarava. In quel sogno, meravigliosamente liberatorio, il passato era quello che doveva essere: qualcosa di concluso, di consegnato alla storia, e non aveva più nulla da nascondere. E c’era già un “dopo”, più grande e più bello, da vivere senza rimpianti e senza zavorre, senza pesi da trascinare avanti a forza.

Quando quel sogno ha preso corpo, oggi, la sua forma concreta si è rivelata totalmente diversa dall’immagine onirica che avevo salvato nella mia memoria, ma sarebbe stato comunque impossibile non riconoscere il sapore di quella sensazione. Oggi non c’era la nebbia, chiaramente, e non ci sono stati nemmeno abbracci definitivi o dichiarazioni sopra le righe. Ma al di là di questi trascurabili dettagli, la sensazione era esattamente la stessa che ricordavo: quella di una meravigliosa, sfacciata, ubriacante libertà. La libertà di essere ciò che siamo oggi, finalmente sollevati dall’obbligo di essere fedeli alle conseguenze di ciò che eravamo tanto tempo fa. La libertà di non avere più nulla da rimproverare a nessuno, nemmeno a noi stessi, e di poter essere, finalmente, qualcosa di radicalmente nuovo. Al di fuori di qualsiasi sogno: nel mondo – molto più interessante, sorprendente e rivoluzionario – delle cose che esistono davvero.

Immenso smarrimento, immensa libertà

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88. Un gran mistero

29 marzo 2015

Domenica pomeriggio.

Giro la chiave della Signorina Felicita e, prima ancora di aver fatto in tempo ad arrivare alla rampa dell’autostrada, mi ritrovo invischiata in questo “Mambo reazionario”, che dura quattro minuti ma che riesce ugualmente a colonizzare tutti i miei pensieri fino a destinazione e oltre.

Il Mambo reazionario è una canzonetta facile facile, una cosa quasi da ridere, ma parla di tante cose su cui i miei pensieri non riescono a smettere di svolazzare, in questo periodo, come mosche dalle parti di un vaso di miele. Il mondo che il Mambo reazionario dipinge ha contorni che sono tanto banali quanto pungenti, fastidiosi come un maglione di lana che pizzica. Il mondo che questa canzone racconta fa venire le bolle sulla pelle, senza che si possa accusarlo di altro che della sua innocente normalità.

Il Mambo reazionario parla della banalità e della sua capacità di assimilare tutto a sé, parla del fascino sottile di quel che è comune, semplice, per bene, e della sua forza che gli fa sconfiggere anche chi, a parole, dichiara di essere alternativo, ribelle, fuori dagli schemi. Il Mambo reazionario dipinge, con tranquillità disarmante, un mondo in cui le griglie della norma sono ovunque, e in cui chi finge di non volerci entrare non è altro che una patetica imitazione della volpe di Esopo, ridicola prima di tutti agli occhi di se stessa.

Il Mambo reazionario parla di un mondo che fa rabbia e ribrezzo, ma che allo stesso tempo – proprio perché fa rabbia, proprio perché fa ribrezzo – vince su tutto a mani basse, senza che ci sia nemmeno la possibilità di combattere.
Quel mondo è tutto attorno a noi, e basta vederlo, giudicarlo, criticarlo, per essere già diventati sue vittime. Da quel mondo non è possibile chiamarsi fuori, non è possibile dichiararsi estranei, non è possibile liberarsi una volta per tutte. L’unica cosa che si può fare è resistergli con tenacia muta, giorno per giorno, senza acuti e senza prese di posizione troppo drastiche per essere vere.
Interrogandosi, nei ritagli di tempo, sul grande mistero del cambiamento impossibile.

Come farà a cambiare il mondo?
È davvero un gran mistero.

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80. Celle, poesie e libertà

21 marzo 2015
Era gruvi, gruvi era
il tuo cacio con i fori,
era brughi, brughi era
il tuo bosco con i fiori,
era frutti, frutti era
la speranza del tuo viaggio,
era preghi, preghi era
quel che avevi nello sguardo,
fu più rapida di un sorso
la tua anima di sorcio.

Alla radio, oggi, recitavano Toti Scialoja. Poesie bellissime fatte di gatti, libellule, topi, vermi e paesi dai nomi elementari che però, nell’affascinante calderone delle parole, riescono a diventare stranamente evocativi, suggestivi, misteriosi.
Poesie tutte comprese nell’atmosfera sospesa, eterea, polverosa e magnetica che solo dentro le parole di questo strano uomo si ritrova, e che incanta senza che sia possibile capire davvero perché.

Subito dopo, dentro la stessa radio, una voce leggeva Dei delitti e delle pene e insigni filosofi e giuristi ne commentavano alcuni passi di straordinaria bellezza e di sbalorditiva modernità (“Ecco. Un’altra cosa che ogni italiano – perlomeno – dovrebbe aver letto, e che puoi serenamente aggiungere all’infinita lista di quel che ancora ti manca”,  pensavo amaramente mentre guidavo nel traffico del pomeriggio di sabato, in città).
A intervalli, tra un pezzo e l’altro di Beccaria, comparivano le voci meno ferme e meno impostate di alcuni agenti di polizia penitenziaria, persone comuni che raccontavano cosa significa, davvero, lavorare nel luogo in cui chi ha commesso un delitto paga la sua pena, e che mentre parlavano portavano con sé un diluvio di ricordi, di contraddizioni e di incoercibile tristezza.

L’alternanza di queste voci, di queste bellezze e di questi dolori, di questi interrogativi che si accavallavano senza sosta l’uno sull’altro mi sembra il senso più bello, vivo e vero di questo pomeriggio fatto di cose che all’apparenza fingono di essere semplici ma che invece sono infinite, di domande a cui non esiste risposta facile, del terribile scorrere cieco della realtà in cui ci sono carceri, voci, filosofie e poesie che parlano di insetti e di città. Tutto caoticamente insieme. Tutto mescolato in un unico magma in cui proviamo disperatamente a fissare qualche paletto, con la forza cristallina della ragione, ma in cui alla fine prevale sempre il cieco caos del tutto che è eterno e forte, semplice e infinito come uno di quei quadri astratti che, a guardarli per un attimo, sembrano fin troppo facili, quasi fanciulleschi. Scarabocchi che chiunque avrebbe potuto realizzare, come si dice. Fino a quando non ci si perde a seguire i filamenti della tela, e si è costretti ad ammettere che – riga dopo riga, segno dopo segno – non si arriverà mai da nessuna parte.

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78. Papà

19 marzo 2015

Questa mattina ho mandato un sms a mio padre, subito prima di iniziare a lavorare, per dirgli che speravo che avrebbe passato una bella giornata e che, sotto il sole di questa primavera, avevo pensato a lui. Mi ha risposto praticamente subito – cosa rara – ringraziandomi e suggerendomi con il suo consueto stile ellittico di guardare questo video. Cosa che ovviamente non ho potuto esimermi dal fare, subito, senza avere il tempo di indossare guantoni, ginocchiere e paradenti.

Ascoltando questa canzone, che non conoscevo, non potevo non pensare a ogni verso che papà, in effetti, è una persona fatta proprio così. Un uomo tenuto insieme da un impasto di fatica, orgoglio e ostinazione, un uomo che nella vita ha dovuto andare a cercare, e poi mettere in campo, tutto il coraggio del mondo, concentrando ogni sua energia nel tentativo – nobile, cristallino e disperato – di lasciarsi alle spalle tante cose che non poteva accettare, per riuscire a vivere e a diventare quello che voleva a ogni costo essere, e che ora è.
Mio padre è questo, è la sua storia e le sue scelte su cui davvero “non può fare niente”, e mi accorgo oggi che il mio amore per lui è straordinariamente ancorato a questo, impossibile da sganciare da questa sua testardaggine piena di umanità, di rabbia e di terrestre fragilità.
Mio padre non è – e non è mai stato – un eroe onnipotente, un semi-dio capace di ogni cosa, un deus-ex-machina che scende dall’alto a risolvere i problemi altrui. Papà è un cavaliere errante, un don Chisciotte caparbio, disarmato eppure eternamente impegnato nella sua lotta, un pugile che ha vinto nel momento stesso in cui ha scelto di rassegnarsi alla necessità di combattere, indipendentemente da come andrà a finire l’incontro.
Prima o poi, in questa vita o in un’altra, vorrei dirgli che è proprio per questo che lo amo. Perché non vuole salvarmi, perché non salva nemmeno se stesso ma allo stesso tempo non smette mai di fare appello a tutto il coraggio e tutto l’orgoglio che possono stare racchiusi dentro un essere umano, dimostrandone allo stesso tempo l’enormità e la debolezza, così tenacemente fuse insieme.
Prima o poi, in questa vita o in un’altra, vorrei dirgli che non avrei mai potuto amare un papà fatto altro che così. Sempre e comunque – in silenzio, senza farsi notare – dalla parte del torto.

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74. L’eterna lotta tra vero e fedeltà

15 marzo 2015

A dodici anni, subito prima di cadere nei marosi dell’adolescenza, attraversai un’intensa fase di amore profondo, furioso e abbacinante per la figura e l’opera di Ludwig van Beethoven.
Adoravo tutto, di quel personaggio pieno di poesia e di commovente grandezza: amavo la sua musica, ovviamente, ma soprattutto mi incantava l’uomo che immaginavo fosse stato, le sue follie, la sua solitudine, la sua fine così triste, romantica e disperata.
Presa nell’impeto di quel sentimento totale e trascinante, cercai di leggere tutto ciò che Beethoven aveva scritto in vita (le sue lettere, i quaderni di conversazione superstiti, il testamento di Heiligenstadt), e dopo averlo letto di mandarlo a memoria, per tenerlo sempre con me, come se quelle parole fossero l’unica cosa lasciatami in pegno da un amico fidato, come un gruzzolo di saggezza e di genio da custodire gelosamente e non perdere mai di vista.
Tra le molte cose imparate in quel periodo che ancora ricordo, c’è un breve aforisma (elementare in modo struggente, a ripensarci oggi. Allora, però, certo non la vedevo così) che recita: «Fare tutto il bene che si può / amare la libertà sopra ogni cosa / e, fosse anche per un trono, non tradire mai la verità».
Le parole di questo breve monito non mi sembravano solo belle: mi parevano proprio sacrosante. Le rigiravo in bocca pensando che, sì, quell’uomo che amavo tanto aveva proprio ragione: niente è più importante della verità. Tutto il resto – interesse, buon senso, sentimenti – viene dopo: la prima cosa è accettare di vedere le cose per come sono, la prima cosa è toccare la verità, che è una sfera liscia, inscalfibile, perfetta. Niente viene prima di lei, niente al mondo, mai, in nessun caso. Quanto romantico, adolescenziale assolutismo, dentro questo pensiero.

Quella frasetta così elementare ha percorso, sottovoce, tutta la strada che ha trasformato la ragazzina che la imparò a memoria, tanto tempo fa, nella persona che sono adesso. Senza farsi notare ha plasmato la mia vita, nel bene e nel male, e nonostante la sua apparente insignificanza ha saputo essere una bussola a cui credevo non si potesse fare a meno di fare riferimento, se si voleva essere uomini integri, onesti, interi.
Finché oggi, nel bel mezzo di una sera nuvolosa, piena di pioggia che si preparava all’orizzonte, mi sono ritrovata a pensare che forse la fedeltà viene prima anche del mio amato, irrinunciabile “vero”. Essere fedeli a qualcosa – a un sentimento, a un’idea, a un qualunque legame tra uomini – forse è più importante anche della pretesa di mettere sempre in chiaro la realtà delle cose, e forse pur di restare fedeli a qualcosa o a qualcuno è giusto anche chiudere un occhio su ciò che è vero e immutabile (e che resta tale, a prescindere da noi). Forse la fedeltà vince la lotta sulla verità, dopotutto, se scegliamo di essere un po’ meno giudici pur di diventare un po’ più profondamente uomini.

Nel mezzo di questa sera nuvolosa mi sono sforzata di capire se questo cambio di prospettiva è troppo grande, per la mia vita. Mi sono chiesta se è possibile, arrivati a questo punto, cambiare idea a proposito di una cosa così radicale, così costitutiva di tutto quello che ho sempre pensato.
Sono rimasta lì, per un po’, a guardare l’eterna lotta tra vero e fedeltà e la loro incapacità di vincere l’una sull’altra, e mentre riflettevo – senza approdare a definitive soluzioni – sul loro sovrapporsi mi è sembrato di risentire lo stesso rimescolamento massiccio, imprendibile e grandioso, che non si può evitare di provare quando si sente, ad esempio, una musica come questa:

 

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70. À bout de souffle

11 marzo 2015

Correvo.

Correvo fortissimo, schivando le buche e la ghiaia sparsa a bordo strada e tenendo gli occhi fissi sulla striscia bianca che separa la carreggiata dal fosso e pensando solo a pedalare, mentre le auto mi sfilavano vicino.

Correvo senza musica nelle orecchie, perché estrarre il lettore mp3 prima di salire in bici mi avrebbe fatto perdere un minuto e io un minuto da sprecare non l’avevo, se volevo almeno provare ad arrivare puntuale a una discussione di laurea provvidenzialmente fissata proprio alla fine del pomeriggio, all’orario perfetto per poterci andare nonostante ogni impedimento. A patto, chiaro, di correre un po’.

Correvo a perdifiato, schiantandomi dentro il vento contrario e pensando unicamente a filare via più veloce possibile, e in quella corsa senza paletti mi sembrava di essere nel pieno di un inseguimento, mi sembrava di dover dimostrare, con il mio delirio muscolare totalmente fine a se stesso, qualcosa a qualcuno.
Arrivata a destinazione ho capito il perché di quella sensazione, ed è stato chiaro che, anche se apparentemente stavo andando liberamente in un posto in cui volevo arrivare, in realtà mentre pedalavo stavo cercando di fuggire via dalla mia meta. Questa consapevolezza, però, è arrivata solo molto dopo, solo quando ho smesso di pedalare, ho legato la bici a un paletto e ho capito che quel che potevo dimostrare a me stessa l’avevo dimostrato, e che non importava niente se quasi nessuno, là fuori, avrebbe mai avuto nemmeno il più vago sentore di quella sfida segreta, di quello che cercavo di lasciarmi alle spalle con quella pedalata.
Tutto questo però, come dicevo, è venuto dopo. Finché correvo, esisteva solo la corsa, solo il lavoro dei muscoli e la loro determinazione a non mollare. E, così, mi sono ritrovata a pensare che l’esperienza un po’ infantile della corsa a perdifiato è in realtà dotata di una sua peculiare forma di grazia, e andrebbe coltivata e protetta con più cura di quanto si faccia normalmente, una volta diventati adulti.

Correre senza risparmio e senza buon senso, sfidando il mondo e le cose, è la ribellione più microscopica e gratuita, più incruenta e più silenziosa che si possa concepire. E anche se apparentemente questa rivolta non fa male a nessuno, il modo in cui batte il cuore sotto la gola, alla fine, dimostra chiaramente che l’ordine consueto delle cose è stato infranto, mentre i muscoli faticavano. E, a volte, già questo è sufficiente per poter sopportare tante, tante delle cose del mondo di fuori.

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63. Loro (ovvero noi)

4 marzo 2015

Quattro e trenta del mattino.
Quattro occhi spalancati, dentro la stanza.

«A cosa pensi?»
«Pensavo a loro.»
«Lo so. Pensavo a loro anche io.»

Loro. Loro, ovvero una comitiva di ragazzini conosciuti dieci giorni fa e già diventati parte della famiglia. Loro, una classe qualunque di una scuola qualunque in una periferia qualunque della città, loro incontrati per caso attraverso le geometrie inafferrabili che sorreggono lo scorrere delle graduatorie. Loro, che dopo così poco tempo sono già qui con noi di notte, perché non si può tirare una riga su quello che si è, che si fa e che si ama nascondendosi dietro la semplice scusa che, a una certa ora, il lavoro finisce.

Così, insomma, pensiamo a loro, adesso, alle quattro e trenta del mattino. Ci penso perfino io, che non li ho visti mai e mai li vedrò, ma che non posso non spalancare gli occhi di fronte a quello che dicono, scrivono e pensano, che non posso non dolermi di fronte alle loro potenzialità sprecate, alla loro bellezza che nessuno sembra vedere e che noi – noi adulti, noi che viviamo in questo paese, noi che abbiamo una responsabilità nei confronti di questo mondo e di chi lo abita insieme a noi – non possiamo permetterci di gettare al macero così, come fosse un dettaglio di cui è possibile anche fare a meno, quando invece è tutto ciò che abbiamo, la nostra unica possibilità, la nostra unica alternativa. Pensiamo a loro, in questo momento, perché pensare a loro è solo un altro modo di pensare a noi stessi, e questa cosa è fin troppo chiara, alle quattro e trenta del mattino, nel momento in cui le cose riescono ad essere più nettamente che mai quello che sono, senza scuse e senza le ombreggiature superflue di cui si sanno ammantare, poi, quando il giorno inizia.

Tra qualche ora ci alzeremo, e ci metteremo a lavorare, e leggeremo questo articolo, e sapremo per certo che le cose che dice sono vere e sacrosante, e che bisogna continuare a ripeterle senza stancarsi, senza avere paura di sembrare voci che gridano nel deserto. Per ora, però, non lo sappiamo. Per ora guardiamo il buio, alle quattro e trenta del mattino, e pensiamo a loro. Sperando che qualcuno riesca ad afferrarli, tutti, uno per uno, e a insegnargli almeno qualcosa di tutto ciò di cui avranno bisogno per rendere questo mondo un po’ migliore di com’è.

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61. Auto da fe’

2 marzo 2015

Stamattina, appena messo piede in ufficio, il mio collega F. ha risposto al mio innocuo e allegro «Buongiorno, come va?» con un lapidario «A dire la verità, proprio di merda. Ieri M. mi ha lasciato».
L’annuncio di questo addio ha gettato su tutta la giornata una coperta di angoscia e di tristezza palpabili e irremovibili. Perché, lo so, la gente si lascia e si prende da sempre, questo è chiaro, ma quando la scure della fine dell’amore cade così vicina è difficile non avere paura del suo potere distruttivo. È difficile non aver voglia di nascondersi sotto il tavolo, chiudere le finestre e tirare le tende, quando si vede la sua forza tremenda e sfavillante all’opera sulle vite degli altri. Intenta a masticarle per bene, senza dimenticarsi nemmeno un ossicino.
F.  ha affrontato la giornata lavorativa con la forza cieca e muta del suo orgoglio ferito e del suo shock non ancora assorbito, e a sera (tornato a casa? Ma come si fa a tornare a casa, dopo che ci si è lasciati? Ognuno cucina la cena per sé? Ognuno mangia le sue scatolette? Ognuno si lava i denti in un lavandino diverso?) mandava sms che dicevano «in qualsiasi modo vada a finire, io non mi lascerò andare alla deriva. E se lo faccio, gettatemi una scialuppa, oppure prendetemi a schiaffoni».
In tutto questo io, sentendomi come un personaggio di Nanni Moretti e non potendo far nulla per evitarlo, non potevo che restare sconvolta e incredula di fronte alla catastrofe quotidiana dell’amore che non riesce più a giustificare se stesso, non sa più crederci, crescersi, farsi largo nella selva del mondo. E pensavo alla forza enorme di questa distruzione. Alla sua energia bruciante che, se si potesse raccogliere, sarebbe certamente capace di alimentare il più inarrestabile auto da fe’ di tutti i tempi.

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58. Terroristi della felicità

27 febbraio 2015

Questa mattina, dentro la Casa della Luce, bisognava muoversi piano, piano, piano, per non disturbare.
Passi piccoli, pochissime parole, i gesti semplificati all’osso: abbiamo fatto solo il minimo indispensabile per essere presentabili agli occhi del mondo di fuori e poi abbiamo chiuso la porta alle nostre spalle, immergendoci a testa bassa nelle cose della vita quotidiana senza preparazione e senza anestesia.
Alle nostre spalle avevamo lasciato una cosa piccola e preziosa come il sonno di una persona addormentata, da non turbare e non scuotere, da custodire e accogliere con tutta la delicatezza possibile. Davanti ai nostri piedi c’erano invece un’intera città allagata di luce, una strada cento volte fatta ma mai bella come in questa mattina di quasi-primavera, una via fatta solo di scuole, una dopo l’altra, con i loro profili squadrati, grigi, imprecisi e proprio per questo commoventi.
Sotto i miei pedali c’era una deviazione lungo la strada del lavoro, nella mia bocca il sapore meraviglioso della birra di ieri sera, con tutti i suoi ricordi, dentro i miei occhi tutta la luce azzurra di questa mattina limpida e palpitante.

E mi sentivo, semplicemente, una terrorista della felicità.

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47. … with care

16 febbraio 2015

Ho sentito dire che, oggi, era un giorno in minore. Ma se “minore” significa questa meraviglia così semplice e bella e buona e giusta, questa melodia in cui – anche la prima volta che la si ascolta – si sa sempre quale sarà la prossima nota, perché in quel punto preciso ce ne può andare una e solo una, unicamente quella, per una norma che sta incisa nel nostro DNA uditivo e nel nostro destino nei secoli dei secoli, beh, allora non potrebbe esserci nulla di meglio di questo giorno minore, oggi. Perché è giusto e necessario, almeno qualche volta, mettere un bel punto a capo e ricordarsi, alla radice di tutto, cosa siamo e cosa siamo stati, da dove veniamo e cosa ci ha nutrito e ci nutre, al di là di tutta la fuffa e di tutta la nebbia contingente che a volte ostruiscono la visuale e ci impongono di muovere le acque, reagire, creare correnti.

Fa bene ricordarsi, ogni tanto, di quali sono le cose davvero importanti. Quelle da accarezzare piano, da avvicinare tremando, con emozione e rispetto. Le cose che amiamo, quelle che vanno maneggiate con cura.