Archive for the ‘Cronache da casa’ Category

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94. Fuori dal sogno

4 aprile 2015

Questa sera, in mezzo al passeggio del sabato pomeriggio, tra cani al guinzaglio e bambini lanciati a passo di corsa sopra i ciottoli del Corso della mia città, ho assistito al piccolo e silenzioso miracolo di un sogno che diventava reale. Ho sentito con precisione che un’immagine che esisteva solo nel mio ricordo, l’eco di un sogno sognato tanti mesi fa, si gonfiava dentro la memoria e poi tracimava – con travolgente e rivoluzionaria evidenza – nel mondo delle cose che esistono davvero, e ho guardato quell’incredibile transustanziazione con riverente, commossa incredulità, cercando solo di non farmi notare e di godere quanto più possibile di quel meraviglioso regalo delle cose.
Mesi fa, una notte, ho sognato una scena del tutto simile a quella che ho vissuto stasera (ambientata in un altro posto, sceneggiata da un altro regista, imprecisa nei contorni e nei confini, certo. Ma uguale nella sostanza, senza il minimo dubbio). Nel mio sogno incontravo un pezzo del mio passato, vedevo una faccia uscire dalla nebbia del tempo per avvicinarsi a me, e mentre tutto ciò accadeva sentivo chiaramente – con la strana lucidità tipica dei sogni – che il sentimento che provavo per il suo proprietario era finalmente un sentimento limpido, semplice, rotondo e privo di ricordi, di sottintesi, di sottili distinguo. In quel sogno abbracciavo forte il corpo uscito dalla nebbia e gli dicevo “ti voglio bene”, e nel farlo sapevo finalmente che questa stupida frase era vera, che non nascondeva niente e non significava niente più di quello che dichiarava. In quel sogno, meravigliosamente liberatorio, il passato era quello che doveva essere: qualcosa di concluso, di consegnato alla storia, e non aveva più nulla da nascondere. E c’era già un “dopo”, più grande e più bello, da vivere senza rimpianti e senza zavorre, senza pesi da trascinare avanti a forza.

Quando quel sogno ha preso corpo, oggi, la sua forma concreta si è rivelata totalmente diversa dall’immagine onirica che avevo salvato nella mia memoria, ma sarebbe stato comunque impossibile non riconoscere il sapore di quella sensazione. Oggi non c’era la nebbia, chiaramente, e non ci sono stati nemmeno abbracci definitivi o dichiarazioni sopra le righe. Ma al di là di questi trascurabili dettagli, la sensazione era esattamente la stessa che ricordavo: quella di una meravigliosa, sfacciata, ubriacante libertà. La libertà di essere ciò che siamo oggi, finalmente sollevati dall’obbligo di essere fedeli alle conseguenze di ciò che eravamo tanto tempo fa. La libertà di non avere più nulla da rimproverare a nessuno, nemmeno a noi stessi, e di poter essere, finalmente, qualcosa di radicalmente nuovo. Al di fuori di qualsiasi sogno: nel mondo – molto più interessante, sorprendente e rivoluzionario – delle cose che esistono davvero.

Immenso smarrimento, immensa libertà

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88. Un gran mistero

29 marzo 2015

Domenica pomeriggio.

Giro la chiave della Signorina Felicita e, prima ancora di aver fatto in tempo ad arrivare alla rampa dell’autostrada, mi ritrovo invischiata in questo “Mambo reazionario”, che dura quattro minuti ma che riesce ugualmente a colonizzare tutti i miei pensieri fino a destinazione e oltre.

Il Mambo reazionario è una canzonetta facile facile, una cosa quasi da ridere, ma parla di tante cose su cui i miei pensieri non riescono a smettere di svolazzare, in questo periodo, come mosche dalle parti di un vaso di miele. Il mondo che il Mambo reazionario dipinge ha contorni che sono tanto banali quanto pungenti, fastidiosi come un maglione di lana che pizzica. Il mondo che questa canzone racconta fa venire le bolle sulla pelle, senza che si possa accusarlo di altro che della sua innocente normalità.

Il Mambo reazionario parla della banalità e della sua capacità di assimilare tutto a sé, parla del fascino sottile di quel che è comune, semplice, per bene, e della sua forza che gli fa sconfiggere anche chi, a parole, dichiara di essere alternativo, ribelle, fuori dagli schemi. Il Mambo reazionario dipinge, con tranquillità disarmante, un mondo in cui le griglie della norma sono ovunque, e in cui chi finge di non volerci entrare non è altro che una patetica imitazione della volpe di Esopo, ridicola prima di tutti agli occhi di se stessa.

Il Mambo reazionario parla di un mondo che fa rabbia e ribrezzo, ma che allo stesso tempo – proprio perché fa rabbia, proprio perché fa ribrezzo – vince su tutto a mani basse, senza che ci sia nemmeno la possibilità di combattere.
Quel mondo è tutto attorno a noi, e basta vederlo, giudicarlo, criticarlo, per essere già diventati sue vittime. Da quel mondo non è possibile chiamarsi fuori, non è possibile dichiararsi estranei, non è possibile liberarsi una volta per tutte. L’unica cosa che si può fare è resistergli con tenacia muta, giorno per giorno, senza acuti e senza prese di posizione troppo drastiche per essere vere.
Interrogandosi, nei ritagli di tempo, sul grande mistero del cambiamento impossibile.

Come farà a cambiare il mondo?
È davvero un gran mistero.

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79. Una stoffa verdina, tra il bosco e il pisello

20 marzo 2015

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L’attrice, con i capelli rossi tutti raccolti dietro la testa e quella sua faccia strana, lunga, piena di guizzi, racconta una storia di due secoli fa.
La storia di una signora modenese che insegnava l’inglese ai suoi figli, anche se tutti dicevano che non serviva a niente e che, con quelle sue fantasie, li avrebbe cresciuti smidollati e inadeguati; la storia di una fabbrica di macchine da scrivere dentro un bosco, con accanto un vecchio convento trasformato in casa e un’antica cappella riadattata a fienile; la storia di una culla con un rivestimento di stoffa verdina, tra il bosco e il pisello, che diventerà il colore dell’oggetto più rivoluzionario e più fortunato prodotto dalla ditta che nascerà da quella antica fabbrica, alimentata da utopie e principi il cui sapore abbiamo quasi dimenticato.

Tutto attorno a me, ad ascoltare questa storia, c’erano tanti ragazzi che mi parevano molto, molto giovani. Almeno un paio di classi delle superiori, a occhio, portate a teatro grazie a uno di quei progetti che si facevano, a scuola, già ai miei tempi, e che col passare degli anni mi appaiono sempre più utili, più preziosi e più pieni di senso.
Chissà cosa pensavano, quei ragazzi, di questa storia di lavoro. Chissà se loro – che da quando hanno l’età della ragione non hanno sentito parlare di altro che di bolle speculative, disoccupazione galoppante e crisi – l’avevano mai sentito dire che bisogna disprezzare il denaro che nasce dal denaro, perché l’unico denaro dignitoso è quello che nasce dal lavoro di tutti in vista di un obiettivo comune. Chissà che effetto gli faceva sentir dire che il lavoro deve essere pagato, e pagato bene, perché un industriale non ha ricchezza più grande della competenza dei suoi dipendenti; chissà che effetto gli faceva sapere che non esiste male più terribile della disoccupazione involontaria, e che il bene comune va messo prima del profitto, perché non esiste profitto che non nasca dal miglioramento delle condizioni di tutti.
Chissà cosa suggeriva, a quei ragazzi così giovani, la storia ottocentesca di Camillo Olivetti – ebreo, socialista, ateo e valdese. Tutto allo stesso tempo – raccontata dall’attrice dai capelli rossi e dalla faccia lunga e mobile. Chissà se loro, così belli, così eterei e così disillusi, riescono ancora a credere, almeno un po’, nella meravigliosa utopia di una nazione fondata davvero, senza vie di mezzo, su quella cosa nobile, preziosa e umile che è il lavoro.

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78. Papà

19 marzo 2015

Questa mattina ho mandato un sms a mio padre, subito prima di iniziare a lavorare, per dirgli che speravo che avrebbe passato una bella giornata e che, sotto il sole di questa primavera, avevo pensato a lui. Mi ha risposto praticamente subito – cosa rara – ringraziandomi e suggerendomi con il suo consueto stile ellittico di guardare questo video. Cosa che ovviamente non ho potuto esimermi dal fare, subito, senza avere il tempo di indossare guantoni, ginocchiere e paradenti.

Ascoltando questa canzone, che non conoscevo, non potevo non pensare a ogni verso che papà, in effetti, è una persona fatta proprio così. Un uomo tenuto insieme da un impasto di fatica, orgoglio e ostinazione, un uomo che nella vita ha dovuto andare a cercare, e poi mettere in campo, tutto il coraggio del mondo, concentrando ogni sua energia nel tentativo – nobile, cristallino e disperato – di lasciarsi alle spalle tante cose che non poteva accettare, per riuscire a vivere e a diventare quello che voleva a ogni costo essere, e che ora è.
Mio padre è questo, è la sua storia e le sue scelte su cui davvero “non può fare niente”, e mi accorgo oggi che il mio amore per lui è straordinariamente ancorato a questo, impossibile da sganciare da questa sua testardaggine piena di umanità, di rabbia e di terrestre fragilità.
Mio padre non è – e non è mai stato – un eroe onnipotente, un semi-dio capace di ogni cosa, un deus-ex-machina che scende dall’alto a risolvere i problemi altrui. Papà è un cavaliere errante, un don Chisciotte caparbio, disarmato eppure eternamente impegnato nella sua lotta, un pugile che ha vinto nel momento stesso in cui ha scelto di rassegnarsi alla necessità di combattere, indipendentemente da come andrà a finire l’incontro.
Prima o poi, in questa vita o in un’altra, vorrei dirgli che è proprio per questo che lo amo. Perché non vuole salvarmi, perché non salva nemmeno se stesso ma allo stesso tempo non smette mai di fare appello a tutto il coraggio e tutto l’orgoglio che possono stare racchiusi dentro un essere umano, dimostrandone allo stesso tempo l’enormità e la debolezza, così tenacemente fuse insieme.
Prima o poi, in questa vita o in un’altra, vorrei dirgli che non avrei mai potuto amare un papà fatto altro che così. Sempre e comunque – in silenzio, senza farsi notare – dalla parte del torto.

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72. Colpi di cannone

13 marzo 2015

Il più giovane dei miei cugini oggi ha vinto una gara studentesca di sollevamento pesi. Ha pubblicato sul suo profilo facebook la foto della medaglia, accompagnata da un comprensibilissimo carico di orgoglio quattordicenne, e suo zio (che poi è anche mio zio) ha commentato quell’immagine con un sonoro e incoraggiante: “Sei una cannonata!”.

Quando ho letto quelle parole, ho sentito con inconfondibile chiarezza la voce di mio nonno che dice la stessa identica frase rivolgendosi a una piccola me, ormai quasi vent’anni fa.
Mi ricordo con la precisione propria della memoria infantile il tono di voce che aveva mentre pronunciava quelle parole, così come ricordo la ruvidezza lievissima della sua barba appena fatta quando mi baciava sulla guancia, l’odore del suo dopobarba, il colore pastello delle sue camicie e delle sue cravatte policrome.
Mi ricordo anche le storie che mi raccontava, ovvio: conservo nella memoria un prezioso mazzetto di aneddoti sulla sua giovinezza, un piccolo archivio di memorie in cui c’è posto per la storia del boicottaggio della miniera, per quella della gallina rubata e per qualche altra mirabolante avventura degli anni della guerra. Quei racconti, però, sono un’altra faccenda. Quella è memoria vera, quelle sono radici, quella è la storia della famiglia, una storia in cui – come capita quasi sempre – realtà e romanzo si fondono, rendendo impossibile ricostruire qualcosa che somigli alla verità.
Tutto questo è importante e indimenticabile, ovviamente, ma quei racconti si collocano su un piano totalmente diverso rispetto a quello in cui è andato a rintanarsi il ricordo della voce di mio nonno quando mi guardava e mi diceva “Sei una cannonata!”, e io capivo che il suo orgoglio – esagerato e immotivato come è sempre l’orgoglio dei nonni – aveva molto poco a che fare con la mia persona, ma era strettamente legato alla sua soddisfazione di intravedere, dentro di me, qualcosa che sentiva parte di lui.
Quello che mio nonno salutava in me con quella frase era il senso della continuità della vita, del perpetuarsi delle generazioni, era la certezza che un pezzo di qualcosa che aveva a che fare con lui si era annidato per sempre dentro la bambina di dieci anni che io ero, e lì avrebbe continuato a esistere.

Rileggere quelle parole, questo pomeriggio, ha innescato un vertiginoso riavvolgersi del nastro della mia memoria, mettendo in modo un imprevisto sovrapporsi di voci, di facce e di storie. E per un attimo mi è sembrato di essere – come tutti, in fondo – solo questo: una palla di cannone pesantissima, arrivata da lontano, che attraversa l’aria descrivendo una parabola sconosciuta fatta solo di piombo, mistero e memorie non sue.

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59. Bottiglie, solitudine e geometria

28 febbraio 2015

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Per inafferrabili ragioni – qualcuno direbbe semplicemente  “coincidenze” – oggi ho sentito parlare in tre diversi momenti, e in tre diversi contesti, di Giorgio Morandi, delle sue forme metafisiche, dei suoi paesaggi ferocemente “inameni”, del suo mondo fatto solo di geometria, di forme, di linee che definiscono i volumi con fierezza e con orgoglio, arroganti e definitive come sono.

Quando le coincidenze rompono il filo del caso e arrivano a solleticarci le dita, di solito si portano sempre dietro un qualche senso, che lo si riesca a cogliere o meno. E così, quasi mio malgrado, oggi mi sono trovata a guardare una serie infinita di bottiglie e di case, di tavoli grigi e di autoritratti feroci, di forme così minime che, dopo un po’ che le si guarda, perdono ogni connotazione emotiva e memoriale, manifestandosi per quello che sono: pure tracce, pure dimensioni staccate dal tempo e dallo spazio, prove tangibili del fatto che «il grande libro della natura è scritto in caratteri matematici».

Più guardavo questi quadri anonimi e semplici, sconosciuti eppure così straordinariamente familiari, più mi parevano dotati di una bellezza travolgente, sibillina e segreta. E pensavo che erano la perfetta incarnazione di questo giorno, la colonna sonora visiva ideale per questo “oggi”.
In questi quadri, in queste incisioni, la meraviglia convive con una tangibile, riservata tristezza, e non si riesce mai a capire quale dei due aspetti vinca sull’altro. E questo prodigio, che è poi uno dei prodigi più frequenti nella vita di ogni giorno, ci guarda dall’alto della sua celeste inafferrabilità, rivendicandola orgogliosamente e dichiarando a gran voce la sua forza trasparente. Perché tutti noi ci siamo trovati in quel paesaggio, tutti noi siamo stati quelle bottiglie, sospesi tra terrore e perfezione. E non abbiamo saputo dire quale delle due forze vinceva, nel definire ciò che chiamiamo “noi”.

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46. Siamo noi, che scriviamo le lettere

15 febbraio 2015

La notte, quando non riesco a dormire, scrivo le lettere. Lettere lunghe e accorate, o vibranti e taglienti, lettere piene di buoni argomenti e di punti di vista straordinariamente ragionevoli. Sono un’oratrice senza macchia e senza paura, nel buio della mia stanza, sotto le coperte del mio letto, mentre attorno c’è solo silenzio. Mi sembra che i pensieri filino via uno dopo l’altro, meravigliosamente connessi, come fossero tutte parti di un organismo fluente e bellissimo, che non potrà non convincere, immancabilmente, il destinatario. A volte torno anche indietro per limare meglio una frase, riordino le argomentazioni perché siano più incisive, mi rigiro in testa le parole e sento il loro sapore caldo e buono, secco, pungente, che non lascia scampo.
Sono irresistibili, le mie lettere notturne. Irresistibili e perfette. Di notte, se solo i miei interlocutori potessero sentirmi, cadrebbero sicuramente sotto il potentissimo fuoco di fila delle mie argomentazioni.

Quando ero giovane, alcune di queste lettere notturne mi sono anche azzardata a trascriverle, quando arrivava la mattina. Ovviamente alla luce del sole non erano belle, perentorie, convincenti nemmeno la metà di quanto erano sembrate con la complicità del buio, ma pensavo valesse ugualmente la pena di farle arrivare ai loro ignari destinatari, che spesso le ricevevano con comprensibile incredulità. Mi sembrava una scelta che aveva in modo a qualche fare con cose grandi e importanti come l’onestà intellettuale, o la giustizia, e solo oggi mi accorgo che in realtà quella grafomania era solo figlia della spocchia un po’ arrogante dell’adolescenza, quella che spinge a credere che qualsiasi cosa, per il solo fatto di essere uscita dalla nostra mente, meriti di essere consegnata al mondo, di non evaporare nel nulla dell’inesistenza. I risultati di quelle missive così tanto masticate, meditate e rifinite erano sempre, manco a dirlo, deludenti quando non – per ovvie ragioni – imbarazzanti e disastrosi.

Oggi, che sono un po’ più vecchia e saggia, nemmeno mi illudo più che quelle lettere possano prima o poi vedere la luce. So perfettamente che sono cose che appartengono alla notte, frutti del buio e della sospensione della realtà che si crea quando il mondo dorme e noi siamo gli unici a respirare con febbrile consapevolezza, ma ciò non mi impedisce di continuare a scriverle, certe notti, con tenacia insonne e silenziosa. Sono esercizi di stile destinati a naufragare nel nulla, sono piccoli smottamenti della coscienza in cui le cose ballano e si frullano e infine trovano un loro posto ricoprendosi di parole, prima che giunga il sonno a gettare su ogni cosa il suo mantello pesante, capace di tagliare una volta per tutte la testa al toro.

Stanotte era una notte così, una notte in cui si scrivevano le lettere, una notte di fuoco, fiamme e ottimi argomenti. Finché poi, quando ormai era quasi mattina, mi è venuto in mente il ritornello di questa canzone qui, e ho cominciato a rigirarmelo in testa al posto delle mie ipotetiche filippiche di discutibile retorica. E così, poco per volta, tutte le cose hanno ripreso la giusta prospettiva.
Le mie lettere notturne si sono smaterializzate dentro il sonno, raggiungendo le loro sorelle nella terra della non-esistenza, e finalmente il meccanismo della furia ha lasciato spazio a qualcosa di più onesto e di più sensato. A un ritornello facile facile, che non convince nessuno ma che pure, nonostante tutto, basta a se stesso e si esaurisce nel tepore della nella verità che si ostina a dire.

(perché, in fondo, sapevamo tutti che ci sarebbe stato un prezzo da pagare, in cambio del privilegio di essere una ribellione alla statistica)

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39. L’apocalisse

8 febbraio 2015

Alle quattro del pomeriggio, in questa stagione e a questa latitudine, il sole è una lama di luce che si incastra con precisione chirurgica tra l’orizzonte e il bordo inferiore del parasole della macchina.
Non c’è modo di evitare la sua appuntita, sfacciata e abbagliante presenza: anche torcendo la testa e allungando il collo lui rimane sempre lì, fisso e irridente, ad abbarbagliare tutto e a confondere la mente con la sua potenza che fa sentire pieni, saturi, quasi ubriachi. Dopo qualche chilometro di disperata ricerca di un compromesso (mi siedo meglio-sposto il sedile-riaggiusto la tendina-volto un po’ la testa verso destra-riaggiusto la tendina) ci si accorge che la cosa meno pericolosa da fare è arrendersi e cedere alla sua superiore e indiscutibile forza, al suo abbaglio quasi rumoroso, accettando di farsi ubriacare da quell’inondazione luminosa fino a che non sarà lui, spontaneamente, a decidere di mollare la presa e andare giù. Lasciandosi dietro, però, un tramonto lungo e lucido, senza filtri, con quell’aura inconfondibile che ha la luce del nord, trasportata però qualche centinaia di chilometri più in basso.

Oggi era un giorno così, fatto di luce tagliente e di tramonti smaltati. In cima alla rampa dell’autostrada, in tutto quel caos luminoso, ho visto di fronte a me le montagne piene di neve, così nitide e vicine che sembrava che l’asfalto ci finisse dritto dentro. Non ho avuto nemmeno il tempo di mettere a fuoco questo pensiero che, dalla radio, ha cominciato a eruttare questa canzone qui, con un’entrata in scena quasi orchestrale, precisa come se un gesto secco e perfetto le avesse dato l’autorizzazione a scoppiare. E di colpo, in quell’apocalisse luminosa e frastornante come un coro di cicale, c’era veramente pochissimo altro da dire, da precisare o da ripensare. Solo il rumore accecante, e un sole sfacciato che non si decideva proprio ad andare giù.

 

(Fabbricare quello che verrà
con materiali fragili e preziosi
senza sapere come si fa)

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38. Un bambino sconcertato

7 febbraio 2015

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Ci vuole coraggio, a parlare del corpo. Serve molta spudorata sfacciataggine per riuscire a ragionare, di fronte ad altre persone, della corporeità intesa come “cosa” , della meravigliosa appendice di concretezza che ci definisce come individui e, allo stesso tempo, ci confonde nella moltitudine del mondo e ci rende parte del grande organismo collettivo che per semplicità chiamiamo “umanità” e di cui anche il più misantropo degli eremiti fa parte, senza possibilità di esilio.

Il corpo è un macigno, un’incudine, un piccolo dettaglio insormontabile. Il corpo è la parte più coriacea di ciò che ci piace definire “noi”, e sa essere allo stesso tempo straordinariamente piccolo ma anche sfacciatamente pubblico, capace di squadernarsi senza ritegno davanti alla massa informe dei nostri simili. Che sono a loro volta esseri fatti di corpo, questo è chiaro, e che quindi conoscono benissimo i trucchi, le angosce, i dettagli meravigliosi e raccapriccianti che sono figli e fratelli della corporeità, anche se questo pensiero è così scomodo da pensare che, per la maggior parte del tempo, cerchiamo di non soffermarci su questa lampante realtà. Tutti noi, in quanto uomini, conosciamo la pesantezza, l’errore, l’orrore dei dettagli sordidi di ciò che ci costituisce. Tutti noi conosciamo la meraviglia dell’appropriarci di questa complessità, del sentire che riusciamo finalmente a farne parte, che non è più una terra straniera ma un luogo in cui incontrare altri corpi. E magari perfino amarli, consapevoli e al tempo stesso dimentichi dei loro lati oscuri. Tutti noi conosciamo questo mondo, conosciamo i misteri che ruotano attorno al corpo, eppure siamo restii a parlarne, come eterni adolescenti ancora imbarazzati dalle sproporzioni, dalle imprecisioni e dai refusi della loro eterna zavorra materiale.

Parlare del corpo significa attraversare un terreno minato, insidioso proprio perché eternamente esplorato, troppo battuto per consentire vie di fuga o ritirate strategiche e troppo misterioso per potercisi muovere senza circospezione, senza ritegno, senza riservatezza discreta e vergognosa. Questa sera, guardando un uomo che non è un attore ma che nonostante questo ha accettato la sfida di mettersi in mostra su un palcoscenico – con la sua voce, con i suoi capelli, con ogni centimetro di ciò che è – il grande mondo dei corpi ci si è mostrato di fronte nella sua tragica e universale complessità. E, ridendo e rabbrividendo per questa rivelazione liberatoria e imbarazzante, tutti noi che guardavamo abbiamo sentito di essere parte di un unico, enorme organismo vivente, proprio perché tutti fatti di cellule, sensi e futura decadenza. Io, la mia vicina di posto ingioiellata, i ragazzi delle scuole superiori stipati in galleria, il vecchio signore con gli occhiali tondi dalla ridicola montatura arancione, siamo tutti fatti allo stesso modo, di sangue e di respiro. E siamo vivi solo perché sappiamo ogni giorno scendere a patti con il grande mistero della buccia di noi stessi, che vive al posto nostro nella sua dimensione sfacciata e terrena fatta di imbarazzi, pruriti e disarmante concretezza.

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Nous sommes jusqu’au bout l’enfant de notre corps. Un enfant déconcerté.

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31. Giardini segreti

31 gennaio 2015

Oggi mia madre, un paio d’ore prima di prendere un aereo, mi ha abbracciato forte accanto al tavolo della cucina dicendomi che, quando si avvicina il momento di partire, a lei sale sempre in gola la tristezza. Che sa che è assurdo desiderarlo, ma che nonostante tutto a lei piacerebbe fosse possibile stare sempre al caldo, sempre vicini, sempre affacciati tutti sullo stesso cortile, a un tiro di voce, a portata di mano. Rimanere sempre l’uno accanto all’altro, a una distanza non superiore a quella di un istante, di un desiderio, in modo da potersi sempre prendere, da non doversi mai lasciare.

Non è un desiderio così strano, in fondo. È un’ambizione legittima, comprensibile, dolce e quasi commovente. Lo sembrava davvero, lo giuro, questa sera, mentre il buio scendeva e mia madre mi stringeva forte e io stringevo lei dicendo solo “mamma, sono qui”. È un’ambizione legittima, comprensibile, dolce e – ovviamente – ingiusta e impossibile. Impossibile perché la vita non passa per tutti dallo stesso cortile, e perché è necessario uscire da casa, andare di là, costruire qualcosa al di fuori di ogni aspettativa, sfidando ogni sistema e ridendo di ogni hortus conclusus, con i suoi rassicuranti, ipnotici e velenosi fiori di digitale purpurea.

E così, questa sera, mentre abbracciavo mia madre e cercavo in ogni modo di convincerla che non c’è nulla di doloroso nella partenza in sé, e che si può essere vicini anche se non si guarda, al mattino, esattamente lo stesso angolo di cielo e la stessa tazza per la colazione, pensavo che non c’è via d’uscita a questa aporia, che non c’è un modo per salvare tutto e tutti, per portare a zero la lancetta della sofferenza.
Che sarà eternamente bella l’immagine della mamma che stringe il suo bambino che dorme, ma che quel bambino – lo si vede subito, se si guarda bene l’espressione che ha nel quadro – prima o poi aprirà gli occhi, e getterà il proprio sguardo sul mondo, e non sarà possibile arginare le conseguenze di questo primo e irrevocabile atto di autonomia.

Per quanto questo quotidiano gioco di fughe e di rimbalzi possa essere difficile da attraversare, un giorno dopo l’altro, non c’è alternativa al suo ipnotico e dolcissimo canto di sirena: non c’è alternativa all’eterno ritorno a quello che si è e, al tempo stesso, all’eterno slancio verso qualcos’altro. Perché siamo tutti inesorabilmente uomini, e come tali non possiamo sottrarci al vizioso circolo virtuoso dell’affetto, dell’orgoglio, dell’autonomia e dell’appartenenza.

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