Archive for the ‘Chitarristini’ Category

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50. La prima volta

19 febbraio 2015

Mi ricordo la prima volta che ho insegnato come se fosse oggi.
Mi ricordo che era un primo pomeriggio di inizio autunno, e io avevo addosso un paio di pantaloni neri, una maglietta bianca, un golf azzurro con la zip.
Mi ricordo che non avevo un’idea precisa di quello che avrei fatto durante la lezione, né di chi sarebbero stati i miei allievi, né di come fare ad agganciarli e convincerli a concedermi la loro fiducia, ma mi ricordo anche che, allo stesso tempo, ero sicura che qualcosa avrei pur fatto, in qualche misterioso modo, e poche storie.
Mi ricordo la stanzetta senza finestre – una specie di sgabuzzino piazzato, irragionevolmente, alla metà di un corridoio – in cui mi sono ritrovata di fronte Ettore e Mercurio (quest’ultimo, peraltro, aveva pure un polso rotto, «ma il gesso lo tolgo lunedì, quindi intanto sono venuto lo stesso»), mi ricordo che gli ho fatto prendere in mano la mia chitarra, a turno, perché loro non ne avevano ancora una propria, e mi ricordo infine la faccia poco convinta della mamma di Ettore, quando alla fine dell’ora è venuta a riprendere il suo pargolo e si è trovata di fronte me, che dovevo essere piuttosto diversa rispetto all’idea di “insegnante” che c’era nella sua mente.
Mi ricordo che la mamma di Mercurio arrivò in ritardo, alla fine dell’ora, e che io e lui passammo del tempo insieme, fuori dal portone, aspettandola. Parlammo di tutto e di niente mentre lui, con il suo braccio ingessato, mi saltellava attorno prendendo a calci una palla fatta di carta appallottolata, e ci trovammo reciprocamente piuttosto simpatici, sicuramente abbastanza interessanti da poter continuare la strana e asimmetrica relazione che ci faceva essere maestra e allievo, per quanto assurdo potesse sembrare.
Come è andata a finire, poi, ormai è storia.

Mi ricordo, di quel giorno, il senso forte di essere sulla cresta di un’onda, in cima a una bolla di energia antica a solida, resistente, esaltante e allo stesso tempo folle. Mi ricordo che, in quella stanza bruttissima e senza luce, c’era un misto strano, unico, mai più provato dopo, di ragione e di istinto, di controllo e di ingenuità, di consapevolezza e di irresponsabilità. Mi ricordo che quel giorno ho provato, forte come mai prima, la sensazione di avere un ruolo, una parte da recitare, un compito da svolgere, e che questo non fosse restrittivo, falso o limitante ma anzi liberatorio, utile, sensato e vantaggioso. Inevitabile. Io dovevo essere la loro maestra, anche se avevo diciannove anni e nessuna idea del punto da cui cominciare. Loro dovevano fidarsi di me, e avere un po’ di desiderio di imparare quel che io potevo dargli, anche se avevano undici anni e tutto il diritto di non averne voglia.

Oggi ho ripensato a quel giorno di fine ottobre, alla meraviglia di quell’inizio, bello e caotico come sanno essere solo gli inizi, gli esordi, le prime volte.
Ho pensato a me che, dopo quelle prime due ore di lezione, mi trascino a casa con addosso una stanchezza atavica e un senso grande e quasi tangibile di orgoglio, sgomento e soddisfazione, e ho risentito, per interposta persona e a distanza di anni, quella meravigliosa sensazione di vertigine che si prova solo quando si scavalla l’onda alta e si sente che, di là, c’è qualcosa di grande e di vivo, qualcosa che pulsa di energia e di senso, meritevole di ogni stanchezza e di ogni pensiero.
Qualcosa a cui ha senso voler dedicare la parte migliore di noi: quella che ci sembra bella abbastanza da poter essere insegnata anche agli altri.

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35. Lo spettacolo

4 febbraio 2015

Interno buio. Poltrone rosse. Sala arcuata con poche file di posti. Il posto perfetto, per nascondersi a guardare una storia così.

La storia di Boyhood è una storia fatta di quasi niente, benedetta però dal miracolo quotidiano del tempo che scorre. È la variabile “tempo” a rendere questa pellicola così intensa, così struggente, così capace di trascinare il pubblico in sala nella sua dimensione e di lasciarlo uscire solo alla fine, quando il bambino è diventato un uomo, la sua mamma si addolora nel capire che ormai è pronto a iniziare la sua vita adulta e tutto è allo stesso tempo luminoso e inquietante, colorato con la sfumatura triste delle cose che scorrono, e scivolano via, e non si possono fermare nemmeno volendolo.

Guardando Boyhood si vedono facce che tutti noi abbiamo conosciuto, nel mondo delle cose vere. C’è stato un momento in cui l’espressione del protagonista era identica a quella che aveva Ettore, un giorno di ottobre di tantissimi anni fa, quando è entrato nella stanza in cui facevamo lezione con i riccioli un po’ più lunghi del solito e in faccia un sorriso che non gli avevo mai visto prima, e si sentiva con tutta la pelle che nel corso di quell’estate il bambino che avevo salutato a giugno si era inabissato per sempre, lasciando il campo a un meraviglioso giovane uomo. Mentre si avvicinava a me, camminando come non aveva mai camminato, e veniva a baciarmi sulle guance con una sicurezza di modi che non aveva mai avuto prima, ho capito con un’inedita chiarezza cosa significhi “crescere”, ho toccato con la punta delle dita gli esiti di quel fenomeno mirabolante e inafferrabile che trascina via tutti, prima che possa esserci il tempo di accorgersene.
In Boyhood, visto in questa sala buia aggrappandosi forte a una mano e lasciando andare lontano ogni altra preoccupazione, abita la stessa sensazione di trascinante, minimo, imprendibile scivolare avanti. E così, mentre quel bambino gioca con improbabili videogiochi tutti pugni, fa pipì sulle braci di un fuoco spento, al campeggio, viene lasciato da una ragazza e si chiede “ma dov’è che ho sbagliato?”, accetta di buon grado le foto di rito del giorno del diploma, viaggia leggero e arriva al college portandosi dietro solo qualche scatolone, lasciando a sua madre il ricordo-non-ricordo della sua prima fotografia, chi guarda si trova squadernato di fronte il più grande spettacolo del mondo. Quello delle cellule nuove che prendono il posto delle cellule vecchie, e che costruiscono eternamente persone che hanno parentele strettissime e insieme labili con i “se stessi” del giorno prima.

Nella sala buia e rossa, questa sera, il più grande spettacolo del mondo si srotolava sotto i nostri occhi. Noi lo guardavamo e, senza nemmeno pensarci, sapevamo istintivamente di farne parte, perché nessuno può chiamarsi fuori di fronte al miracolo del cambiare, del crescere, del diventare ogni giorno un altro restando però, allo stesso tempo, proprietario degli stessi occhi, delle stesse mani, dello stesso sguardo che aveva il giorno prima. Fissato una volta per sempre, ancorato nella faccia di un bambino di otto anni e destinato a non scollarsi mai più di lì, mentre attorno tutto scivola e muta.

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355. I just want you to know who I am

21 dicembre 2013

Ci sono giorni in cui anche l’ombra è calda, e sorregge e sostiene. In cui tutti i ricordi cospirano per riscaldare la nebbia, in cui ci si sente forti di una forza soprannaturale, che arriva dall’alto e da fuori, da prima e da sopra, da un meraviglioso e irrinunciabile “altrove” che è accanto a noi anche quando non c’è, che ci sta vicino anche quando si allontana dentro i doveri e gli impegni propri di ogni giorno, di ogni mattino.
Nei giorni così, ci si sente alti di una statura che non nasce dai centimetri ma che ha a che vedere con lo spessore, la consistenza, la consapevolezza della propria esistenza al mondo, del proprio posto nel disegno vasto e largo dell’universo. Nei giorni così ci si sente giusti sopra i propri piedi, dentro i propri vestiti, nelle profondità della propria testa, e la sicurezza che nasce da tutto questo è una coperta che scalda contro ogni notte, che protegge da ogni nebbia, che auto-alimenta il suo calore con una piccola riserva bollente di sensazioni e di ricordi, e si moltiplica dentro raddrizzando la schiena, rendendo forti i muscoli e precisi i gesti, netti i contorni e danzanti i movimenti.
Uscita dalle ore morbide e rassicuranti del Palazzo, questa sera, con la chitarra sulle spalle e un pacchetto dorato stretto forte in mano, mi sentivo esattamente così: un minuscolo reattore nucleare di forza, un pozzo mobile di calore, dentro la trama fitta dell’umidità tutto attorno.
E – in un delirio di onnipotenza breve ma intenso – per un istante ho sognato un mondo in cui questa sensazione si potesse comunicare agli altri con la forza e la sicurezza con cui la avvertivo io. Un mondo in cui tutti potessero avere un’immagine chiara e netta, vivida, di tutto quel calore, di tutta quella forza che convergeva nel centro della mia schiena, e potessero farne un po’ parte, entrando a far parte di tutto quel vortice di tepore che brillava, dentro l’acqua della sera.

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348. I ragazzi

14 dicembre 2013

Sotto il Palazzo, questa sera, Lara aspettava che suo fratello uscisse dalla lezione spostando il peso da una gamba all’altra e battendo un po’ i denti, in mezzo a questa nebbia dura che ancora non si solleva. Aveva addosso un berretto spesso di lana scura e un giubbotto imbottito grigio, da cui sbucavano un paio di jeans stretti e un po’ corti con sotto delle scarpe da ginnastica brillanti ed enormi che rendevano la sua sagoma di ragazzina decenne simile a uno schizzo a matita fatto da un bambino, con gli arti a bastoncino a cui sono attaccati mani e piedi sproporzionatamente grandi, avvolgenti, prensili. Un piccolo elfo con le gambe sottili e la testa a punta.
Quando suo fratello – che altri non è che il mio allievo Oliver, dodicenne lungo e stretto con enormi occhiali neri e profilo da uccellino curioso – l’ha vista in mezzo alla nebbia, ha cinguettato un “ah, eccola! Ciaaao, Laaa-ra” che non era niente più che una frase come un’altra, ma che ha saputo aprirmi un po’ il cuore per la leggerezza del tono con cui veniva pronunciata, per la bellezza di quella voce ancora così cristallina e così pura, così bella nella sua vibrazione acuta e svagata, tenue e sognante insieme.
Quando ci ha messo a fuoco in mezzo alle macchine parcheggiate, la fanciullina ci è corsa incontro con l’andatura saltellante che dev’essere propria della sua indole (è una di quelle bambine che sembrano sempre appena arrivate di corsa, Lara. Sempre un po’ in anticipo rispetto all’economia troppo lenta del mondo) e prima ancora di raggiungerci ha cominciato a rivolgere verso Oliver un torrentello di parole, spiegando come e dove e perché fosse parcheggiata la macchina della madre, e cosa prevedeva il programma familiare per quel che restava del pomeriggio, e molte altre cose leggere e vaganti decisamente intonate alle figure di quei due ragazzini sottili e buoni, con le loro vocine alte, i loro occhi grandi dentro le loro piccole facce.
Dopo averli salutati li ho guardati mentre si allontanavano insieme – entrambi lunghi e affilati, belli come gli scarabocchi di un bravo disegnatore – dentro la sera già prepotentemente scesa sopra tutti noi. E nelle loro sagome di spalle c’era una bellezza indicibile, perfetta, che loro di certo – presi come sono a vivere le loro piccole vite di giovani persone – nemmeno sospettano di possedere, ma che riescono ugualmente a regalare al mondo con il loro semplice esistere, con ognuno dei loro gesti elementari. Così tratteggiati e così imprecisi, così veloci e così zigzaganti: perfetti per i due minuscoli ragazzi che sono, e di cui il mondo ha così disperato bisogno, dentro l’acqua sospesa delle sere lunghe come questa.

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285. La fanciulla bionda

12 ottobre 2013

F. è bionda e bella, di una bellezza evidente e consapevole, che chiama gli sguardi, li pretende, li ottiene e se ne vanta.
Ha i capelli lisci e gli occhi segnati da perfette linee di matita nera, le guance rosee di pelle e di fard, gli zigomi alti da principessa di una volta. La sua bellezza è paradigmatica, talmente da manuale da sembrare quasi di plastica, e in ogni suo gesto si avverte un’aura di charme che nasce, in lei, da una consapevolezza innata e antica, che fluisce naturale dentro i suoi muscoli e attraverso i suoi sguardi in un modo che sarà sempre precluso a noi semplici umani, e che invece per lei è – semplicemente – l’unico modo di vivere.
F. è bionda e bella, ed è una ragazzina. Il potere del suo fascino la trascende e la trapassa, da sempre, e al primo sguardo si capisce che lei è una di quelle fanciulle abituate a convivere fin dalla nascita con la forza grande di una bellezza troppo gridata in faccia al mondo, una bellezza capace di essere una benedizione e una condanna insieme.

Mentre torniamo insieme da un concerto in una città che sembrava vicina e che invece si è rivelata essere nascosta nel fondo della pianura più piatta e più disorientante che conosco, ascolto F. che mi racconta piccole cose del suo passato – storie tutte già conosciute di amori, amicizie ed equilibri fragili e ondeggianti – e contemporaneamente mi spiega come vede il suo futuro, quali sono gli orizzonti su cui punterà nei prossimi mesi i suoi occhi troppo truccati, i suoi piedi stretti in scarpe eleganti e troppo piccole. Ascoltandola, la forza commovente della sua adolescenza canonica di ragazza troppo bella si gonfia dentro i muri di lamiera della Signorina Felicita e mentre fuori, sopra l’asfalto dell’autostrada, la sera diventa notte, la sensazione è che quel mondo così estraneo a me sia in fondo più semplice e più indifeso di quanto sembri a un primo sguardo, più bisognoso di appoggi e di orecchie disponibili ad ascoltare.
Alla fine del viaggio, la guardo allontanarsi sui suoi tacchi inutilmente alti, e la sua essenza di fanciulla bionda mi sembra provenire da un altro universo che, solo per un attimo, si è avvicinato al mio prima di allontanarsi sul suo sconosciuto binario. E c’è una dolcezza indicibile in questo momento di vicinanza e lontananza, in cui tutto è in ordine e ognuno è libero – orgogliosamente – di essere solo ciò che è.

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278. L’anno nuovo

5 ottobre 2013

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Oliver, oggi, mi ha detto con la sua voce acuta – che anno dopo anno continua incredibilmente ad essere sempre uguale a se stessa, cristallina e commovente – che il suo professore di musica, a scuola, ha aperto l’anno scolastico dichiarando a gran voce “mi aspetto tutto il peggio possibile, quest’anno, da voi: la seconda media, si sa, è sempre così!”.
Me lo raccontava sorridendo segretamente, Oliver, e nella sua chiosa che diceva semplicemente “incoraggiante, no?”, così semplice e brillante e definitiva, ho sentito forte e chiaro che quest’anno è finalmente cominciato, piccolo e arruffato, ma caldo e intenso come al solito, pieno di cose minuscole che si vanno a sommare nel loro modo incredibile, dentro la nostra brutta stanza all’ultimo piano del Palazzo.
Oliver, con la sua voce così unica, e le sue ossa lunghe, e i suoi occhiali grandi con la montatura nera e tonda, è la bellezza del diventare adulti senza straripare dalle righe, senza strafare e senza strepitare, con la compostezza semplice delle persone buone e giuste, che sanno allungarsi dentro la vita con coraggio e con cautela, conservando la grazia dei bambini anche dentro corpi che crescono. Oliver è la bellezza semplice che non si vede mai, che scompare nella massa informe e rumorosa dei ragazzi che ti aspetti, e nel suo esistere si nasconde il segreto di qualcosa che sarebbe bello saper mettere a fuoco, prima o poi, dentro la mole di tutto ciò che, nel mondo, inquieta e spaventa.
Oliver, oggi, raccontava infinite storie con pochissime parole. Dentro le sue ossa lunghe tutto il mondo era in ordine, e io lo guardavo ammirata, ammutolita, incredula. Senza nient’altro da dire, di fronte al miracolo di quella bellezza così liscia, così intensa e ancora così pura. Così piena di promesse per questo nostro anno appena nato, per la pagina di registro che abbiamo inaugurato oggi, per tutto quello che ci riserveranno i mesi a venire, dentro un nuovo inverno e una nuova primavera.

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268. L’addio di Ettore

25 settembre 2013

Oggi ho scoperto che il chitarristino Ettore, il mio primo allievo, quello che una vita fa faceva lezione con Mercurio e che mi ha gettata a capofitto nel mondo dell’insegnamento, con le mani e i piedi legati e con nelle orecchie solo una voce che diceva “ormai sei in acqua, non puoi far altro che nuotare”, ha deciso che, quest’anno, non si iscriverà più al corso di chitarra. Non suonerà più. Dice addio, insomma.

Ha comunicato la sua decisione alla sua attuale maestra qualche giorno fa, accampando scuse fumose che parlano di esami di maturità da preparare, di università costose in cui farsi ammettere, di voti da pretendere e di priorità da riorganizzare, e quando oggi lei l’ha riferito a me non ho potuto non sentire una puntura acuta, da qualche parte sopra il diaframma, dalle parti del luogo segreto in cui sono conservate le memorie belle e lontane. Un pizzicotto netto e triste, subito soffocato da nugoli di considerazioni dettate dal buonsenso e dalla consapevolezza e da tante argomentazioni assolutamente accettabili, che però svanivano di fronte alla forza chiara di quel dispiacere irrazionale, irrisolvibile, incurabile.
Ettore alza le braccia, cambia strada, decide di mollare. E io non posso fare né dire nulla, ora, per provare a capire quali sono i veri motivi di questa scelta che allontana lui, lui così bello e così pieno di amore per questa strana cosa che è la musica, da un mondo che è il suo, e dentro cui io l’ho visto nuotare solido e sicuro, consapevole e felice, in qualche meraviglioso, luminoso momento. Non saprò mai le vere ragioni di questa sua scelta, e decidendo di non essere più la sua insegnante, anni fa, ho perso ogni diritto a giudicarla e a intervenire in ogni cosa che abbia a che vedere con essa.
E così non posso far altro che starmene qui, oggi, sotto un sole che cuoce e batte su di me, in questo cortile, con il mio dolore sordo e segreto, che non ha ragione ma che pulsa chiaro e percepibile, sotto la rassegnata e banale evidenza di questo addio.

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250. Il viale del ritorno

7 settembre 2013

Sono tornata, dopo un’assenza che – a definirla per mezzo di un calendario – sembra essere durata solo qualche settimana (ma è chiaro che niente come i calendari è fallace, quando si propone di misurare la consistenza delle vite umane), tra le strade della Piccola Città. Ho lasciato come al solito la macchina tra le righe bianche del mio parcheggio segreto sotto gli alberi, come al solito ho attraversato il piccolo parco e il ponticello di legno sul fiume che mi separavano dal Palazzo, come al solito ho incontrato tra l’inizio e la fine di questo brevissimo tragitto una piccola schiera di fanciulle dai lunghi capelli, tutte perfettamente inseribili nel paradigma della “ragazza della piccola città“, e poi un paio di facce conosciute di vista, e infine un’intera festa parrocchiale di fine estate, con centinaia di bambini seduti in terra davanti a un piccolo palcoscenico di legno, a rispondere in coro alle parole che un ragazzo appena più grande di loro pronunciava al microfono.
Tutto è uguale a se stesso, sotto questo sole bollente di settembre, alla Piccola Città. Le strade e le case, la geometria delle cose e il modo di camminare delle persone non si sono modificati di una virgola, durante la breve parentesi della mia assenza. Tutto è come prima, ognuno è ciò che era, in un rassicurante tran tran da cui non ci si può sottrarre. Eppure – non so dire come, non so dire perché – il ritorno di oggi tra le piccole vie della Piccola Città non è stato un ritorno qualunque: nell’aria della serata di provincia, qualcosa di imprevisto impregnava l’atmosfera con il suo profumo netto, e cambiava il colore ad ognuna delle nostre parole, perfino alla consistenza frizzante dell’acqua e menta che avevo dentro il bicchiere. Tutto era più chiaro, più sicuro, tutto si lasciava guardare da un punto di vista che non lasciava scampo, oggi, alla Piccola Città. E la sensazione, mentre camminavo sul porfido un po’ sconnesso della piazza sotto il Palazzo, era quella di essere diventata di colpo, in poche settimane di astinenza, decisamente più alta e più forte, decisamente più abile e più sicura nell’attraversare quel mondo, e nel farmene attraversare, di quanto sia mai stata in un’intera vita precedente.

C’è stata molta bellezza, oggi, nel ritorno tra i parcheggi e i passi e gli sguardi della Piccola Città: molta bellezza, e un gusto totalmente nuovo che ha aperto la strada a infiniti forse, a innumerevoli pensieri fatti a punto di domanda a proposito di ciò che sarà. Ma che insieme, nel centro di tutto ciò che fluisce, ha saputo mettere bene in chiaro almeno qualcosa, qualcosa che ha a che vedere con la fiducia in se stessi, con la sicurezza a proposito delle proprie forze. Mentre tornavo alla mia macchina, allineando un passo alla volta lungo una via infinite volte già percorsa, pensavo a come non esista al mondo una moneta capace di pagare una sensazione come questa. Mi rigiravo in bocca il sapore buono di questa microscopica certezza, mentre attorno a me una città opulenta e bisbigliante continuava la sua vita prevedibile, in un sabato pomeriggio di fine estate, e ogni cosa del mondo credeva di essere al proprio posto, pur trovandosi in realtà in un luogo totalmente nuovo. Lei non lo sapeva, ma io sì. E tanto, decisamente, bastava,

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194. Incroci

13 luglio 2013

Oggi ho camminato nella luce netta e chiara delle sei del mattino accanto a mio padre che raccontava minuscole storie, ho letto un racconto che parlava di cancelli rossi e di amore e ci sono caduta dentro senza riuscire ad uscirne più, ho imparato le note di una canzone che dice “I beg to dream and differ to the hollow lies” per insegnarle poi a un Telemaco eccitato e sudato, caotico e approssimativo come solo lui sa essere, e per leggere nel suo sguardo emozionato l’eco di un senso che giustifica ogni cosa. Ho guidato e ascoltato parole e rispettato gli stop e pagato bollette, sono stata comprensiva e sbrigativa, paziente e tagliente, scostante e irritante, a seconda dei momenti.
Ma oggi era un giorno di quelli in cui, in mezzo al caos, qualcosa di misterioso e sconosciuto tiene insieme la mole apparentemente senza senso di tutte le cose, racchiudendole tutte in uno stesso pugno, riportandole tutte allo stesso incrocio, in cui brillano e scoppiano, si scontrano e crepitano, si moltiplicano e il senso di ciascuna di loro si riflette in quello delle altre, dando vita a un fuoco artificiale di portata inaudita, una bomba inaspettata e di potenza inspiegabile.
In tutte le parole, in tutti i gesti, in tutti gli scatti e i momenti e le ore di lavoro e le pause di pazienza di questo strano “oggi”, un solo pensiero dominante continuava a rombare in sottofondo, dietro le cose, e le illuminava alle spalle donandogli la forza inconfondibile della sua luce. E in quella luce continuo a nuotare, anche ora, incapace come sono di allontanarmi dal luogo in cui, oggi, tutto continua a incrociarsi. In cui tutte le cose diventano più di se stesse, scoprono sensi ed echi che mai avrebbero sospettato di avere, e continuano a moltiplicarsi come infinite variazioni di una stessa melodia che suona forte e chiara. Miracolosa, e incapace di tacere, dentro il caos eterno che resta proprio, per sempre, di ogni piega della vita.

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166. Cose che non finiscono mai

15 giugno 2013

C’è nell’aria un tangibile, spesso, consistente sentore di anno scolastico al termine, di cose passate e concluse, di tempo scorso e finito, consegnato al passato, con tutto il bene e tutto il male che questo implica.
C’è nell’aria il tepore polveroso della scuola ormai semi-chiusa, delle grandi pulizie estive già finite, c’è la stessa tinta un po’ sbiadita che si respira nelle aule poco prima degli esami, quando tutto è silenzioso e quieto, in pace, pronto a riempirsi di caos e di rumore per quello che è l’ultimo sforzo prima di cedere a uno strano, bollente letargo.

In tutto questo, in questo clima tenue ed estenuato fatto di quieto e intenso senso di smobilitazione, il passato ritorna a farsi largo. Lo fa assumendo la forma dei miei chitarristini di un tempo che vengono, nei panni dei quasi-adulti che ormai sono diventati, a suonare per noi per l’ultima volta in quest’anno scolastico, per quello che è per loro l’ultimo dovere dell’anno, per me uno strano ritorno verso un passato che non finisce mai, che rimane sempre vicino a un luogo preciso e segreto della mia memoria.
E così li vedo, Teseo e la sua maglietta bianca all’ultima moda, da ragazzino cresciuto, che continua a mordersi forte il labbro inferiore mentre suona, Ettore bello e finalmente un po’ più sereno, sotto la sua corolla di riccioli meravigliosi, Achille sempre sul punto di esplodere ma comunque vivo e presente, concreto, in cammino. Li vedo e li ascolto, e penso che la loro musica è bellissima, nonostante ogni successiva precisazione. La loro musica è bellissima, proprio come sono loro, sospesi sul bordo di quest’estate che inizia, sul limite di infinite cose che cambiano colore e dimensione, direzione e senso, nel mezzo dell’enorme mare di tutto ciò che è – semplicemente – troppo splendido per poter finire mai.