Archive for the ‘Casadellaluce’ Category

h1

90. De Vita Beata

31 marzo 2015

Marzo finisce così, come è giusto che sia. Finisce in una sera dolce ben oltre i limiti di legge, con il cielo chiaro e l’aria bianca e il senso di qualcosa di imminente che è davvero qui proprio perché è ancora sul punto di arrivare. Sappiamo tutti benissimo, perché l’abbiamo già tante volte provato, che quando arriverà davvero tutto sarà già accaduto, sarà finito, sarà ormai troppo tardi, ma sappiamo anche che di questo non dobbiamo preoccuparci, ora. Ora è tutto promesso, ora è tutto a un passo dall’esplodere, ora è il momento della vera, segreta meraviglia.
Oggi, oggi che è tutto così sospeso e aprile è ancora un’ipotesi all’orizzonte, è il momento per stare alla finestra, guardare il cielo chiaro, bere vino rosso e ascoltare musica così. E rendersi conto, con un singhiozzo di vertigine, che nessuna beatitudine più grande di questa è data all’uomo. Perfetta e instabile, assolutamente in bilico sul confine ultimo di una primavera che sta per arrivare.

 

h1

74. L’eterna lotta tra vero e fedeltà

15 marzo 2015

A dodici anni, subito prima di cadere nei marosi dell’adolescenza, attraversai un’intensa fase di amore profondo, furioso e abbacinante per la figura e l’opera di Ludwig van Beethoven.
Adoravo tutto, di quel personaggio pieno di poesia e di commovente grandezza: amavo la sua musica, ovviamente, ma soprattutto mi incantava l’uomo che immaginavo fosse stato, le sue follie, la sua solitudine, la sua fine così triste, romantica e disperata.
Presa nell’impeto di quel sentimento totale e trascinante, cercai di leggere tutto ciò che Beethoven aveva scritto in vita (le sue lettere, i quaderni di conversazione superstiti, il testamento di Heiligenstadt), e dopo averlo letto di mandarlo a memoria, per tenerlo sempre con me, come se quelle parole fossero l’unica cosa lasciatami in pegno da un amico fidato, come un gruzzolo di saggezza e di genio da custodire gelosamente e non perdere mai di vista.
Tra le molte cose imparate in quel periodo che ancora ricordo, c’è un breve aforisma (elementare in modo struggente, a ripensarci oggi. Allora, però, certo non la vedevo così) che recita: «Fare tutto il bene che si può / amare la libertà sopra ogni cosa / e, fosse anche per un trono, non tradire mai la verità».
Le parole di questo breve monito non mi sembravano solo belle: mi parevano proprio sacrosante. Le rigiravo in bocca pensando che, sì, quell’uomo che amavo tanto aveva proprio ragione: niente è più importante della verità. Tutto il resto – interesse, buon senso, sentimenti – viene dopo: la prima cosa è accettare di vedere le cose per come sono, la prima cosa è toccare la verità, che è una sfera liscia, inscalfibile, perfetta. Niente viene prima di lei, niente al mondo, mai, in nessun caso. Quanto romantico, adolescenziale assolutismo, dentro questo pensiero.

Quella frasetta così elementare ha percorso, sottovoce, tutta la strada che ha trasformato la ragazzina che la imparò a memoria, tanto tempo fa, nella persona che sono adesso. Senza farsi notare ha plasmato la mia vita, nel bene e nel male, e nonostante la sua apparente insignificanza ha saputo essere una bussola a cui credevo non si potesse fare a meno di fare riferimento, se si voleva essere uomini integri, onesti, interi.
Finché oggi, nel bel mezzo di una sera nuvolosa, piena di pioggia che si preparava all’orizzonte, mi sono ritrovata a pensare che forse la fedeltà viene prima anche del mio amato, irrinunciabile “vero”. Essere fedeli a qualcosa – a un sentimento, a un’idea, a un qualunque legame tra uomini – forse è più importante anche della pretesa di mettere sempre in chiaro la realtà delle cose, e forse pur di restare fedeli a qualcosa o a qualcuno è giusto anche chiudere un occhio su ciò che è vero e immutabile (e che resta tale, a prescindere da noi). Forse la fedeltà vince la lotta sulla verità, dopotutto, se scegliamo di essere un po’ meno giudici pur di diventare un po’ più profondamente uomini.

Nel mezzo di questa sera nuvolosa mi sono sforzata di capire se questo cambio di prospettiva è troppo grande, per la mia vita. Mi sono chiesta se è possibile, arrivati a questo punto, cambiare idea a proposito di una cosa così radicale, così costitutiva di tutto quello che ho sempre pensato.
Sono rimasta lì, per un po’, a guardare l’eterna lotta tra vero e fedeltà e la loro incapacità di vincere l’una sull’altra, e mentre riflettevo – senza approdare a definitive soluzioni – sul loro sovrapporsi mi è sembrato di risentire lo stesso rimescolamento massiccio, imprendibile e grandioso, che non si può evitare di provare quando si sente, ad esempio, una musica come questa:

 

h1

71. Canzoni per l’estate

12 marzo 2015

La mia amica Valentina è una di quelle persone che hanno la rara capacità di restare vicine, prossime, presenti, a prescindere da ogni distanza. Si allontanano, scelgono, fanno, vivono la loro vita e poi di tanto in tanto ritornano e, con quattro-parole-quattro, riescono a rinsaldare tutti i legami e a riannodare tutti i fili, con una grazia e un’intelligenza semplici e lievi che lasciano a bocca spalancata, e che fanno pensare che le cose, nei rapporti tra esseri umani, a volte possono anche essere facili.

La mia amica Valentina mi ha scritto, oggi, per dirmi che tra qualche mese si sposa, e mi ha raccontato della sua futura casa e della famiglia che sta per far nascere con un’emozione e una consapevolezza che non hanno potuto che sembrarmi assolutamente sublimi: questo momento è la pienezza, l’apice, l’estate della sua vita, dice Valentina. Questi mesi sono il momento in cui tutto deve ancora accadere, in cui tutto è a portata di mano, tutto appartiene a lei e al suo futuro marito, mentre quello che verrà dopo “sarà già il momento di qualcun altro, se avremo dei figli. Sarà già l’era successiva, l’ora di farsi da parte e fare spazio”. In ognuna delle sue parole (e anche nelle intercapedini tra le parole, nelle pause, nelle virgole, nelle prese di fiato) ho sentito forte e chiaro che la sua vita, in questo momento, è esattamente così. Proprio come vivere un’estate perfetta e breve, fuggevole, da godere finché c’è, con la consapevolezza che presto tutto farà posto a qualcosa di nuovo. Avvertire tutta quella gioia contagiosa e tiepida è stato, senza mezzi termini, commovente. Come ricevere in regalo il centro perfetto di una vita altrui, con tutto il carico di meravigliosa, totale felicità che questa porta con sé.

Alla fine del suo messaggio Valentina mi ha anche chiesto se mi veniva in mente qualche musica bella, lieve, “non trionfale né allegrissima” da suggerirle per la sua cerimonia, cosa che ovviamente ha colpito e affondato il mio animo musicale, spalancando le porte su un enorme mare di emozione, alternative e possibilità.
E così, cercando di trovare qualcosa di adatto e seguendo l’onda di quest’emozione così bella, inaspettata e gratuita, nella cucina della Casa della Luce, a fine serata, ballavamo sulle note di questo, come se non ci fosse un domani.
E anche la nostra vita dimostrava di essere, senza mezzi termini, nel centro più sfolgorante della sua estate.

h1

68. …nel paese dei bugiardi

9 marzo 2015

8CAP4T1

Ho ascoltato una favola, stasera, prima di dormire, e non so quante persone al di sopra dei dieci anni abbiano avuto, oggi, il privilegio di concludere la loro giornata con un regalo così bello, lieve e stupefacente.

La favola parlava di un bambino che finiva nel paese dei bugiardi, dove aveva la fortuna di trovare per strada una moneta ma non poteva usarla per comprare il pane, perché – vergogna! – quella moneta era vera. Parlava poi di gatti disegnati sui muri che erano capaci di prendere vita, di canzoni cantate a voce tanto alta da distruggere i muri dei manicomi (brutti posti in cui si rinchiudono quelli che non riescono a perdere il brutto vizio di dire la verità), di uomini che, sedendosi, invecchiano, e che un giorno scelgono di immolarsi lasciandosi morire sulle stanghe di un carro pieno di stracci, pur di proteggere i loro amici.
Oltre a questo c’erano anche tante altre cose, tutte riassunte in quella favola. Cose meravigliosamente sospese nel punto che tiene in equilibrio la magia, la verità, la metafora e il sogno, e mentre ascoltavo lo svolgersi (un po’ commovente, molto allusivo) di quella trama enorme mi chiedevo come mai, crescendo, si debba perdere il privilegio di lasciarsi cullare da cose del genere. Mi chiedevo qual è l’ultimo vallo dopo il quale si perde il diritto a farsi raccontare le storie, qual è il giro di boa che stabilisce che un regalo del genere non è più appropriato, è fuori luogo, non serve più, e mi rispondevo che, in ogni caso, chi ha fissato quel limite ha preso un grosso, grosso granchio.

Nella stanza buia, in silenzio perfetto, ascoltavo la storia del paese dei bugiardi, cercando di farmi piccola piccola per fare in modo che il mondo non mi vedesse, che l’universo non percepisse la mia presenza fuori tempo massimo.
E il buio era rotondo, il momento perfetto, cullato com’era dalla storia di Gelsomino e dalla voce che me la raccontava, regalandomi il meraviglioso privilegio di non dover far nulla. Nient’altro che stare lì, ferma immobile, ad ascoltare.

benvenuto_mai_seduto

h1

65. Patate e cipolle

6 marzo 2015

Non c’è matrimonio più perfetto di quello tra la cipolla e la patata.
Questo dichiarava a gran voce il tavolo della mia cucina, stasera, nella casa silenziosa in cui si sentiva ancora sospeso nell’aria un odore buono, solido, comprensibile, commestibile, fatto di spezie e di tutta la poesia che può stare acquattata dentro un pezzo di pane.

Cipolla e patata mi aspettavano lì, stasera, abbracciate e perfette, concrete e inscindibili, pronte per scaldare la stanza vuota e per mettere il punto finale a questa settimana.
Vedendole lì, di fronte a me, belle e commoventi come un regalo inaspettato, ho pensato che davvero a volte la perfezione può far parte di questo mondo. Anche lei esiste, in qualche raro caso, proprio come esistono i matrimoni ben riusciti, le sorprese che tagliano il fiato, i legami che cominciano per caso, senza farsi notare, fino a quando ci si accorge che sono diventati indissolubili. Perfetti, morbidi e semplici come una cipolla che incontra una patata.

h1

63. Loro (ovvero noi)

4 marzo 2015

Quattro e trenta del mattino.
Quattro occhi spalancati, dentro la stanza.

«A cosa pensi?»
«Pensavo a loro.»
«Lo so. Pensavo a loro anche io.»

Loro. Loro, ovvero una comitiva di ragazzini conosciuti dieci giorni fa e già diventati parte della famiglia. Loro, una classe qualunque di una scuola qualunque in una periferia qualunque della città, loro incontrati per caso attraverso le geometrie inafferrabili che sorreggono lo scorrere delle graduatorie. Loro, che dopo così poco tempo sono già qui con noi di notte, perché non si può tirare una riga su quello che si è, che si fa e che si ama nascondendosi dietro la semplice scusa che, a una certa ora, il lavoro finisce.

Così, insomma, pensiamo a loro, adesso, alle quattro e trenta del mattino. Ci penso perfino io, che non li ho visti mai e mai li vedrò, ma che non posso non spalancare gli occhi di fronte a quello che dicono, scrivono e pensano, che non posso non dolermi di fronte alle loro potenzialità sprecate, alla loro bellezza che nessuno sembra vedere e che noi – noi adulti, noi che viviamo in questo paese, noi che abbiamo una responsabilità nei confronti di questo mondo e di chi lo abita insieme a noi – non possiamo permetterci di gettare al macero così, come fosse un dettaglio di cui è possibile anche fare a meno, quando invece è tutto ciò che abbiamo, la nostra unica possibilità, la nostra unica alternativa. Pensiamo a loro, in questo momento, perché pensare a loro è solo un altro modo di pensare a noi stessi, e questa cosa è fin troppo chiara, alle quattro e trenta del mattino, nel momento in cui le cose riescono ad essere più nettamente che mai quello che sono, senza scuse e senza le ombreggiature superflue di cui si sanno ammantare, poi, quando il giorno inizia.

Tra qualche ora ci alzeremo, e ci metteremo a lavorare, e leggeremo questo articolo, e sapremo per certo che le cose che dice sono vere e sacrosante, e che bisogna continuare a ripeterle senza stancarsi, senza avere paura di sembrare voci che gridano nel deserto. Per ora, però, non lo sappiamo. Per ora guardiamo il buio, alle quattro e trenta del mattino, e pensiamo a loro. Sperando che qualcuno riesca ad afferrarli, tutti, uno per uno, e a insegnargli almeno qualcosa di tutto ciò di cui avranno bisogno per rendere questo mondo un po’ migliore di com’è.

h1

58. Terroristi della felicità

27 febbraio 2015

Questa mattina, dentro la Casa della Luce, bisognava muoversi piano, piano, piano, per non disturbare.
Passi piccoli, pochissime parole, i gesti semplificati all’osso: abbiamo fatto solo il minimo indispensabile per essere presentabili agli occhi del mondo di fuori e poi abbiamo chiuso la porta alle nostre spalle, immergendoci a testa bassa nelle cose della vita quotidiana senza preparazione e senza anestesia.
Alle nostre spalle avevamo lasciato una cosa piccola e preziosa come il sonno di una persona addormentata, da non turbare e non scuotere, da custodire e accogliere con tutta la delicatezza possibile. Davanti ai nostri piedi c’erano invece un’intera città allagata di luce, una strada cento volte fatta ma mai bella come in questa mattina di quasi-primavera, una via fatta solo di scuole, una dopo l’altra, con i loro profili squadrati, grigi, imprecisi e proprio per questo commoventi.
Sotto i miei pedali c’era una deviazione lungo la strada del lavoro, nella mia bocca il sapore meraviglioso della birra di ieri sera, con tutti i suoi ricordi, dentro i miei occhi tutta la luce azzurra di questa mattina limpida e palpitante.

E mi sentivo, semplicemente, una terrorista della felicità.

quino[1]

h1

57. Tre bottiglie

26 febbraio 2015

Ci sono tre bottiglie di birra indiana, su questo tavolo, e guardandole mi dico che sarebbe fin troppo facile paragonarle a noi tre che, sedute di fronte a loro, parliamo e mangiamo chapati spesso e delizioso, traboccante com’è di cura, di aspettative e di desideri.
Le cose sono solo cose, mi dico sforzandomi di non farmi travolgere dalla tentazione di vedere in ogni oggetto un simbolo e una metafora. Le cose sono casuali e mute, le cose non stanno lì per parlare con noi, le cose stanno e basta, inconsapevoli e inermi. Le cose non dicono niente: quelli che parlano, sempre, siamo solo noi.
Eppure quelle tre bottiglie piene di birra leggera e pungente, che si lascia bere con una facilità svagata che alla fine ti spinge solo a dire «ce ne sarebbe ancora un po’?» assomigliano troppo alla forma e al colore di questo momento, alla sua temperatura di serata qualunque in cui tutto è semplice e in cui le parole e le stanchezze si mescolano le une alle altre con una facilità che non prevede filtri, cancella tutte le difficoltà, permette a se stessa di esistere e basta, senza complicazioni e discorsi ulteriori.
Questa sera è facile. Ci siamo noi tre, c’è la birra indiana fresca e piena di profumi, ci sono le nostre parole che aleggiano nella cucina e si impastano in un unico discorso che forse non va a parare da nessuna parte ma che comunque occupa, poco alla volta, tutto lo spazio di questa stanza, scaldandola e riempiendola di tranquilla intensità.

Questa sera il passato e il futuro della mia vita si sono dati appuntamento in un punto preciso, si sono incontrati attorno allo stesso tavolo e qui, con pezzi di chapati tra le mani e bottiglie marroni di fronte, hanno deciso di non tenere niente da parte e di abbandonarsi a una semplice, lineare, elementare facilità. E hanno scoperto che non c’è nulla di difficile contro cui scontrarsi, quando si ha sottomano una birra indiana, e negli occhi lo sguardo limpido di chi sa che l’unica cosa che conta è volersi bene. E che tutto il resto, davvero, non ha diritto di cittadinanza, in una sera come questa.

2858309349_5de66c2c3f_b

h1

56. Musica per bambini marziani

25 febbraio 2015

Questa mattina, mentre navigavo nella solita nebbia del solito sonno, la voce bella e buona della giornalista di Qui comincia… (io vorrei conoscerla, un giorno la proprietaria di quella voce di burro e di ovatta. Solo per dirle che lei dev’essere una persona veramente tanto buona. E che il suo ruolo sociale nell’accompagnarci verso la vita, ogni giorno che il Signore manda in terra, non è sufficientemente riconosciuto. E che io le voglio bene, soprattutto e prima di ogni altra cosa) parlava di Igor Stravinski.
Raccontava cose che in gran parte non ho capito (posso dire, a mia discolpa, che quando la sveglia si è accesa il discorso era già iniziato) ma a un certo punto ha raccontato un aneddoto piccolo e prezioso, che splendeva come una gemma brillante dentro la nebbia. Pare che nei suoi ultimi giorni di vita il compositore, anziano e malato, fosse ormai molto debole, ma che questo non offuscasse la sua personalità. Una volta, ad esempio, sua moglie gli porse una lettera da firmare. L’aveva scritta lei al posto suo, perché non si stancasse, ma lui invece di siglarla col suo nome prese in mano la penna e sotto, rivolto a lei scrisse solo: “Mamma mia, quanto ti amo!”.
Dopo aver raccontato questa favola di folli musicisti russo-americani e di amore furibondo della terza età, la voce di ovatta ha presentato questa canzoncina per voce e pianoforte, descrivendola come “una melodia per bambini marziani”. La definizione mi è sembrata, semplicemente, perfetta. Ideale per iniziare la giornata con qualcosa di sideralmente assurdo, qualcosa che ha superato il silenzio e il gelo dello Spazio profondo, pur di giungere fino a noi.
Poi la musica è iniziata, e io ormai ero completamente conquistata: dalla storia del vecchio musicista innamorato, dalla civetta e dal gatto, dai bambini astrali che, in qualche luogo della galassia, ascoltano questa musica e la cantano, al di sopra della vita di noi uomini.

h1

55. Il tempo andato non ritornerà

24 febbraio 2015

10974281_10153024577781357_3379224055486734801_o

Questa bambina qui sopra si chiama Shokoria, e qualche giorno fa una scheggia di granata l’ha ferita alla testa, in Afghanistan. L’hanno portata all’ospedale di Emergency di Lashkar Gah, dove è stata operata e dove, adesso, pare si stia riprendendo: i medici che la curano dicono che ha ricominciato a mangiare e che, se la stuzzicano, ride perfino. Sperano tutti che la craniotomia d’urgenza che ha subito – e che le ha salvato la vita – non le procurerà danni sul lungo periodo, ma questo potrà dirlo solo il tempo. Per ora, almeno, ha avuto diritto a una possibilità di futuro, ed è viva oggi. E questa alla fine è l’unica cosa che conta davvero (in Afghanistan, ma non solo lì).

Sono incappata nella foto di Shokoria in questa sera piovosa, una di quelle sere in cui si girovaga nella rete senza meta, cercando solo qualche palliativo capace di far scivolare via il tempo il più velocemente possibile. Contro tutte le aspettative, invece, ho incontrato lei – ovviamente senza averla cercata – e il suo comparire inaspettato nella mia sera ha dato un significato tutto nuovo all’espressione “fuori scala”. Mi ha ricordato quanto sono risibili le nostre recriminazioni, quanto ridicole le nostre pretese. Mi ha ricordato che c’è qualcuno che, là fuori, fa cose realmente importanti, e che dal momento che questo qualcuno non sono certo io, forse è il caso di prendersi un po’ meno sul serio. Ma, soprattutto, mi ha ricordato che il tempo sprecato non ritorna, che i secondi di una sera inutile sono destinati a finire nel tritacarne del tempo e a morire senza lasciare traccia, e che questo scempio è un insulto alla mortalità, alla dignità umana, all’umano desiderio di pace e felicità.
Così, guardando questa bimba afghana con la testa fasciata, ho capito quale lusso sia lo sperpero del tempo, quanto sia criminale buttare all’aria i minuti senza riuscire a fare nemmeno il minuscolo sforzo di usarli per vivere davvero, con il carico di dignità, orgoglio e felicità che questo verbo reclama. Nella mia sera insignificante, Shokoria mi ha fatto provare vergogna di fronte alla tentazione – propria dei ricchi, dei colti, di chi non deve fare i conti con la sopravvivenza – dell’infelicità auto-indotta, e mi ha ricordato quanto sia facile caderci dentro, gettando nel grande falò di ciò che scorre preziosi, impagabili frammenti di tempo. Tempo che, dopo essere andato, di certo non ritornerà.