Archive for the ‘Buoni propositi’ Category

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55. Il tempo andato non ritornerà

24 febbraio 2015

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Questa bambina qui sopra si chiama Shokoria, e qualche giorno fa una scheggia di granata l’ha ferita alla testa, in Afghanistan. L’hanno portata all’ospedale di Emergency di Lashkar Gah, dove è stata operata e dove, adesso, pare si stia riprendendo: i medici che la curano dicono che ha ricominciato a mangiare e che, se la stuzzicano, ride perfino. Sperano tutti che la craniotomia d’urgenza che ha subito – e che le ha salvato la vita – non le procurerà danni sul lungo periodo, ma questo potrà dirlo solo il tempo. Per ora, almeno, ha avuto diritto a una possibilità di futuro, ed è viva oggi. E questa alla fine è l’unica cosa che conta davvero (in Afghanistan, ma non solo lì).

Sono incappata nella foto di Shokoria in questa sera piovosa, una di quelle sere in cui si girovaga nella rete senza meta, cercando solo qualche palliativo capace di far scivolare via il tempo il più velocemente possibile. Contro tutte le aspettative, invece, ho incontrato lei – ovviamente senza averla cercata – e il suo comparire inaspettato nella mia sera ha dato un significato tutto nuovo all’espressione “fuori scala”. Mi ha ricordato quanto sono risibili le nostre recriminazioni, quanto ridicole le nostre pretese. Mi ha ricordato che c’è qualcuno che, là fuori, fa cose realmente importanti, e che dal momento che questo qualcuno non sono certo io, forse è il caso di prendersi un po’ meno sul serio. Ma, soprattutto, mi ha ricordato che il tempo sprecato non ritorna, che i secondi di una sera inutile sono destinati a finire nel tritacarne del tempo e a morire senza lasciare traccia, e che questo scempio è un insulto alla mortalità, alla dignità umana, all’umano desiderio di pace e felicità.
Così, guardando questa bimba afghana con la testa fasciata, ho capito quale lusso sia lo sperpero del tempo, quanto sia criminale buttare all’aria i minuti senza riuscire a fare nemmeno il minuscolo sforzo di usarli per vivere davvero, con il carico di dignità, orgoglio e felicità che questo verbo reclama. Nella mia sera insignificante, Shokoria mi ha fatto provare vergogna di fronte alla tentazione – propria dei ricchi, dei colti, di chi non deve fare i conti con la sopravvivenza – dell’infelicità auto-indotta, e mi ha ricordato quanto sia facile caderci dentro, gettando nel grande falò di ciò che scorre preziosi, impagabili frammenti di tempo. Tempo che, dopo essere andato, di certo non ritornerà.

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353. Il regalo

19 dicembre 2013

Il regalo più incredibile di questo Natale, il regalo che niente al mondo mai potrà eguagliare, l’abbiamo già ricevuto.
Ci è stato dato oggi in una brutta stanzetta fredda, con le finestre alte a ribalta e, dentro, banchi verdi e sedie di plastica bianche a riempire tutto lo spazio libero. Una stanzetta in cui sul muro, tra i soliti disegnini a matita fatti svagatamente in ore di noia e anarchia, non c’era scritto “culo” o “G+M 4ever”, bensì “amnistia”. Una stanzetta in cui ci aspettavano in tanti, con addosso il giubbotto e – attorno – la solita energia sottile e strana che solo loro hanno, e che è fatta di una dedizione che non ha uguali nella vita di tutti i giorni, non ha paralleli nel mondo comune, quello delle persone libere.
Il regalo più incredibile di questo Natale era fatto di affetto, di attesa, di stupore. Era Nicola, che quando ha visto la mia chitarra ha detto immediatamente “mamma mia, che bella custodia…me la sognavo, io, una custodia così…posso  vederla? Saranno dieci anni che non suono” ed è andato in un angolo della stanza a cercare di ritrovare, sulla tastiera stremata della mia chitarra, almeno l’eco delle canzoni metal che suonava da ragazzo, prima che tutto succedesse. Era Franco che si è letto tutta l’introduzione in spagnolo del mio spartito di musica antica, per il puro piacere di risentire l’eco di quella lingua, e poi canticchiava sottovoce pezzi sparsi di Cielito lindo e di altre melodie sconosciute, nascoste nei recessi della sua memoria lunga, delle storie incredibili che ci sono nascoste dentro. Era Enrico che raccontava storie di ingiustizie e ribellioni, di Istanbul e panettoni, era Mauro che diceva “voi non potete capire cosa significa per noi l’ora alla settimana che passiamo insieme a voi. Significa, paradossalmente, vivere una vita normale. Dopo quell’ora, io mi sento come una volta, quando in un pomeriggio qualsiasi potevo prendere e decidere di andare in libreria, o telefonare a un amico. Voi non potete capire come scompare la poesia, come scompaiono i colori, a stare chiusi qui dentro”, e nel dire questo diceva la cosa più grande e bella che un uomo possa dire a un altro uomo, ovvero – semplificando solo un po’ – “tu mi fai sentire una persona degna e libera”
Nessuna cosa avrebbe potuto essere più bella, più giusta, più consolante di questa, oggi. Nessun regalo avrebbe potuto essere più totale, più totalizzante, più consolatorio di questo ricordare forzoso che esistono cose che non si comprano e non si pagano, che non si possiedono e non si controllano. Cose che si può avere la fortuna – e la responsabilità – di avere, ma che se non si hanno non possono essere eguagliate da niente e da nessuno. Ricordare tutto questo, oggi, ha significato ricordarsi di tutta la giustizia e la bellezza che esistono nel mondo. E oggi noi  questa meraviglia l’abbiamo avuta, tutta per noi, nelle parole, nei gesti e negli sguardi di questi uomini caldi, nella forza indicibile del loro affetto vero e grande, perfetto nel suo essere unico e indicibile. E, come direbbe chi so io, di fronte a una cosa così, “a culo tutto il resto”.

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344. Frammenti di mattino

10 dicembre 2013

In piedi davanti all’armadio, questa mattina, fissavo la piccola pila dei miei vestiti affrontando la prima, microscopica sfida della giornata: quella di capire cosa mettere addosso, di scegliere – tra il repertorio non poi così vasto delle alternative possibili – l’oggetto più giusto per scaldarsi lungo tutta la parabola del giorno appena nato, la cosa più adatta per correre attraverso le ore e i minuti nel modo più domestico e più rassicurante possibile, nella maniera più appropriata all’economia complicata di quell’entità composita che è la vita.

Mentre fissavo quei vestiti fin troppo conosciuti, sentivo il meccanismo dell’analisi mentale che si attivava lentamente, scuotendosi di dosso la ruggine dolce del sonno e il tepore delle lenzuola gialle abbandonate proprio lì a due passi e capivo che, mentre ancora la coscienza barcollava dondolando sul confine della notte appena finita, la mente logica già aveva cominciato la sua corsa folle lungo i soliti binari.
Guardavo quei vestiti e mi sforzavo di inserirli in una tabella di calcolo, di considerare pro e contro, di pensare in prospettiva, di valutarli in un’ottica che tenesse insieme passato e futuro, anche se al livello elementare del “questa maglietta l’ho già messa una volta: la uso anche oggi così poi la ficco in lavatrice”. E per un secondo, mentre riflettevo e calcolavo e ragionavo, mentre sentivo il meccanismo della logica che si sforzava di fare il suo lavoro nel migliore dei modi, come sempre, la percezione dell’inutilità di tutto questo si è fatta avanti forte e chiara, nella mattina appena iniziata. È stato evidente, di colpo, che tutto quello sforzo era inutile, che le cose importanti non stavano nascoste in quell’armadio, non sarebbero mai e poi mai dipese dall’economia di quella stupida scelta. Che la vita era altrove, in altri luoghi, in altri pensieri e in altre decisioni, e che era ridicolo sprecare tante risorse energetiche per arrivare a preferire la felpa viola al golfino nero.
In quel secondo, ho pensato a un mondo meraviglioso in cui la contingenza scorra avanti senza sforzo, in cui la scelta di un vestito avvenga spontaneamente, senza calcolo, senza investimenti mentali, senza presunzione di ragionevolezza e di coerenza. Un mondo in cui di fronte all’armadio aperto l’unica domanda da porsi sia “cosa ho voglia di mettermi”, e in cui nessun altro pensiero para-razionale intervenga ad ammantare con i suoi presunti diritti di precedenza quella che non è altro che una minuscola decisione capace di migliorare un po’ l’economia di una giornata, ma in cui è assurdo investire tempo e pensieri, riflessioni sul passato e il futuro, il meglio e il peggio, il giusto e l’ingiusto. Un mondo semplice in cui esista solo il presente, per le cose piccole, e il passato e il futuro siano bussole a cui guardare unicamente quando ad essere in gioco ci sono cose che lo meritano, scelte importanti, circostanze che riguardano davvero noi, e la nostra volontà, e gli altri e il modo di avere a che fare con ciascuno di loro. Cose più dense e più forti di uno stupido maglione da mettersi addosso, insomma.
Pensavo tutto questo, stamattina, guardando il mio armadio aperto mentre ancora barcollavo nella giornata neonata. E pensandolo, la pesantezza delle cose piccole e futili veniva sconfitta dalla consapevolezza di tutto quello che, nella vita, è altro. Di tutto quello che sa brillare, nelle mattine preziose e rare come quella di oggi, nonostante ogni nostro sgambetto, nonostante le piccole ondate di nebbia autoprodotta che noi, piccoli uomini, a volte non possiamo proprio fare a meno di alimentare e dentro cui ci smarriamo, convincendoci che stia nascosto in loro il segno di qualcosa di importante. Qualcosa che invece, fortunatamente, sta acquattato altrove, in un mondo senza nebbie fatto solo d’istinto, semplicità e luce. L’evidenza di questo era chiara, nell’istante piccolo di quella stupida scelta. E percepire così nettamente quell’evidenza è stata una benedizione inaspettata, un solletico rassicurante, nell’aria tiepida e nuova di questo giorno appena iniziato.

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340. La notte di Sante Nicola

6 dicembre 2013

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La notte di Sante Nicola è magica per eccellenza. Sembra una notte come tutte le altre, ma è legata indissolubilmente a qualcosa di grosso come un destino, una scelta, un abisso di dolore e di rinascita: la notte di Sante Nicola è la notte in cui si combattono i diavoli, la notte in cui il freddo congela la voce e la forza ma in cui – alla fine di ogni lotta – vince la luce che sa sempre trovare la strada per tornare.
La notte di Sante Nicola sta lì a ricordarci che, anche quando sembra assurdo anche solo pensarlo, in realtà siamo più forti di quanto supponiamo, più coriacei e resistenti di qualsiasi mostro. Ci dice sottovoce, con il suo freddo e i suoi ricordi, che non c’è possibilità di sottrarsi alla sofferenza e al dolore, che non c’è alcuna garanzia da quel punto di vista, ma che se si accetta di sfidare la durezza delle cose, alla fine si vince. Nonostante tutto, perfino nonostante noi stessi.

Questa notte di Sante Nicola è la notte perfetta per raccontare la storia di una vittoria contro diavoli crudeli, destinati però fatalmente a uscire perdenti nello scontro contro l’enormità degli eventi, sconfitti dalla forza di una rinascita che ride di loro, che li annega in un bicchiere di vino e che guarda lontano, moltiplicando gli orizzonti come loro non sapranno mai fare.

Questa notte di Sante Nicola è magica e perfetta. Chiude un cerchio grande, più grande di quanto siamo in grado di capire. E cadendo dentro di lei con addosso il solido paracadute di un rito laico e della promessa di un’infinità di nuove sere fatte esattamente come questa, possiamo lasciarci scivolare addosso ogni buio.
Con dentro una sola certezza: il diavolo ha perso di nuovo.

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293. Ricucire

20 ottobre 2013

Colmare i vuoti è un lavoro difficile. Un lavoro faticoso, necessario, ambiguo, che salva e distrugge allo stesso tempo, e per cui non esistono scorciatoie possibili, non esistono vie di fuga dell’ultimo secondo, traiettorie semplificate.
Colmare i vuoti è un lavoro titanico, perché a ogni granello di sabbia sparso nella buca, a renderla più piana e meno insuperabile, corrisponde necessariamente un pensiero pungente che va a toccare il centro infiammato della realtà delle cose, e che dice forte e chiaro che la buca c’è, c’è nella sua evidenza e nella sua inevitabilità, e che non si può in nessun modo scavalcarla, in nessun modo fingere che non stia lì, spalancata come una bocca pronta a inghiottirci, in mezzo al mare delle cose.
La buca va attraversata e compresa, va colmata con grazia, con piccoli regali fatti a forma di parole, di ricordi, di minuscoli tocchi cauti e discreti, che siano capaci di saldarsi l’uno all’altro come punti cuciti da una ricamatrice d’altri tempi, capace di disperdere un mare di tempo in un’opera microscopica, coltivando la certezza – dettata solo dalla fede, certo non dalla ragione – che alla fine di tutto il risultato sarà capace di ripagare dello sforzo.
Ricucire, tappare i buchi, saldare i bordi slabbrati degli strappi, è un lavoro che brucia e salva allo stesso tempo. Doloroso e consolatorio, inevitabile e complesso, infinitamente capace di generare interrogativi e di mettere di fronte a indicibili evidenze. Per arrivare in fondo a un’opera del genere, però, a volte si incontrano degli inaspettati alleati: la musica che stava dentro la nostra sveglia di una vita fa, ad esempio. Acquattata nelle pieghe di una mattina qualunque, a ricordarci senza fallo che ogni passo compiuto nella direzione che punta verso noi stessi non può che avere in sé – al di là di tutto, nonostante tutto, prima di tutto – un intero oceano di senso.

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276. Prospettive

3 ottobre 2013

Sono piccoli o grandi i ragazzini con il gel sui capelli che sprintano con tutte le loro forze tra un semaforo e l’altro, in sella alle loro biciclette, e che poi, a ogni nuova luce rossa che gli si accende davanti, si fanno riprendere alle spalle da noi più vecchi e più saggi, che sappiamo amministrare con maggior parsimonia le nostre forze e pedaliamo più piano, sicuri come siamo che alla fine il risultato sarà identico?

Sono piccole o grandi le signore con i capelli azzurrini che la sera passeggiano lente lente tenendosi sottobraccio, sui ciottoli tondi di via Santa Lucia, dicendosi a vicenda “oggi fa freddo, eh? Mamma mia… io stamattina ho messo anche le calze!” “eh, sì…io le mezze calze, e la canottiera!”?

Sono piccole o grandi le ragazzine con i capelli verdi e i pantacollant a macchia di leopardo che camminano a tre a tre, zainetti Eastpack appoggiati con malagrazia in spalla, e cercano di dare un senso a questa mattina in cui non sono andate a scuola e scoprono, in fondo, di non sapere bene cosa fare per riempire di cose l’orizzonte piatto delle ore che gli si distendono davanti?

Sono piccoli o grandi questi bambini con la giacca e la cravatta e le guance lisce, che sembrano aver rubato la ventiquattrore a un adulto distratto e dondolano avanti e indietro sulle loro scarpe, dentro i loro cappotti, cercando dentro una vetrina traboccante di tramezzini quello più giusto per togliergli la fame, quello che li accompagnerà come la carezza di una mano amichevole fino alla resa dell’ora di cena?

Siamo piccole o grandi, noi, mentre cerchiamo riparo dal freddo duro di oggi, dal cielo grigio che ci minaccia, dentro la pancia morbida di una stanza familiare? Siamo piccole o grandi mentre cerchiamo di immaginare la vita, e ogni passo avanti è insieme anche uno scalino, un passo più in alto, in un luogo misterioso in cui l’aria ha una consistenza diversa, una rarefazione mai sperimentata prima? Siamo piccole o grandi noi, oggi, qui, mentre il mondo grigio si sforza di diventare buio e noi scopriamo ridendo, una volta di più, che non esiste al mondo un nero che sia abbastanza fondo, per chi ha mani e occhi e sa dove posarli?

Siamo piccoli o grandi noi, oggi, qui? Noi, che non siamo altro che minuscoli abissi schiacciati a un millimetro da terra e che non possiamo far altro – da qui – che guardare tenacemente altrove. In tutti i luoghi lontani che sono il solo orizzonte a cui tendere. L’unico luogo in cui ha senso dire “saremo”.

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270. On va danser

27 settembre 2013

E ora, oggi, adesso, è il momento di ballare.
Essere felici, cadere a peso morto dentro l’enorme mole del futuro che viene e che non può far altro che venire, galleggiare su ogni paura e su ogni incertezza, con la forza cosciente di chi continua, nonostante tutto, a pedalare, perché sa che questo è l’unico modo perché il fantasmagorico sistema che è la vita non crolli e non cada, continui in qualche modo ad avere senso. A modo suo.
Adesso si balla, finalmente, dopo una vita vissuta in equilibrio. Si balla come se nessuno ci guardasse (così, almeno, invitava a fare un’anonima scritta a pennarello letta una vita fa sulla porta di un treno), e si ride forte alle soglie di questo inverno che viene e che porta con sé il suo carico di freddo, di emozione e di solida, concreta consapevolezza che – da qui in poi – c’è solo la vita, e nient’altro. Un mondo nuovo, infinito, dentro cui ballare, per sempre.

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264. Due ragazzi italiani si sposano

21 settembre 2013

Quello che ci  stato regalato oggi è qualcosa di infinito, e di infinitamente puro. Colmo di una grazia cristallina che rifiuta ogni parola, sospesa com’è sulla soglia dell’indicibile.

Alla fine, di un giorno così lungo, restano solo i ricordi: il ricordo di infinite lacrime di gioia piante subito e alla luce del sole, senza alcuna vergogna, e poi il ricordo di una mamma che risponde solo “lo so” a un prete che le dice “Lei è la mamma? Piacere. Ha proprio un bravo ragazzo, sa, signora?”. Il ricordo di una pelle liscia e rosa che sorride, e il ricordo di mani veloci che suonano un tamburo, regalando a tutti un momento di sana, liberatoria irresponsabilità. Non c’è ringraziamento, per un giorno così. Non c’è contraltare possibile per tutta la grazia che ci è stata regalata oggi.

E mentre guardo questi “due ragazzi italiani che si sposano” non posso non pensare che a volte la vita è proprio – semplicemente – una cosa tanto bella, tanto grande, tanto piena di spazio, di energia, di riposo e di meraviglia semplice. E sono grata alla sorte, quando vedo la loro stupefacente bellezza inconsapevole, così indicibile e così perfetta, così destinata a durare oltre i confini di questa giornata che se ne va.

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246. E poi, il futuro.

3 settembre 2013

Pedalavo sotto il sole, oggi, tra i capannoni di una zona industriale che riusciva ad essere quasi interessante – se non bella – nel clima un po’ elettrico del settembre appena iniziato che si mescolava al torpore della pausa pranzo sul punto di finire.
Pedalavo leggendo le indicazioni stradali che ieri avevo appuntato puntigliosamente sul mio quadernetto con la copertina rosso fragola, e mentre andavo cominciava a farsi largo nella mia mente la paura sottile di perdere la mia traversa e di smarrirmi tra i cartelli neri e gialli e tra le costruzioni basse, tutte uguali nella loro essenza scintillante di lamiera, finendo così per far tardi al mio appuntamento, che oggi era uno di quegli appuntamenti in cui è bello sforzarsi di credere, e a cui è giusto impegnarsi in tutti i modi per arrivare puntuali.
Pedalavo e ripassavo le indicazioni, aguzzando la vista per cogliere con i miei occhi miopi il nome della via che cercavo, la traversa giusta, la strada laterale verso cui svoltare per non cadere nel vortice dello smarrimento assoluto, quando all’improvviso alle mie spalle si è alzata una folata di vento che andava esattamente nella direzione in cui correvo io. Quel fratello d’aria inaspettato, che mi accarezzava la schiena con la forza allegra delle rivelazioni impreviste, mi ha spinto avanti rendendo molli i pedali della bicicletta e trasformando il gesto di scivolare avanti sull’asfalto lustro di quella zona industriale in qualcosa di semplice e lineare, geometrico e liscio come una biglia che rotola su un piano inclinato.
Mentre andavo, il vento mi spingeva nella direzione giusta soffiandomi in faccia i capelli e regalandomi un momento di vertiginosa e potente fiducia nel futuro, qualsiasi cosa esso sia. E mentre capivo dove girare, mentre azzeccavo al primo colpo la strada giusta in cui svoltare, ogni paura per l’abisso di quel che sarà si faceva inghiottire da quel fruscio di aria che era – per una volta – decisamente dalla mia parte. E la zona industriale era bella e quieta, oggi, mentre arrivavo puntuale al mio appuntamento misterioso con un futuro possibile, con un nuovo orizzonte di possibilità ancora inimmaginabili, segrete e silenziose, da spiare sottovoce.

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209. Guardare indietro

29 luglio 2013

Nel pomeriggio bollente di questa domenica in cui si cammina e si suda e si respira piano – ricordando i giorni che sono stati ed emozionandosi, contemporaneamente, nell’immaginare una nuova sera, un concetto di “ritorno” mai sperimentato prima, talmente meraviglioso da non sembrare nemmeno vero – guardare alle proprie spalle è un buon trucco per ingannare l’attesa e sgambettare la canicola che preme da ogni parte, rarefacendo l’ossigeno e spazzando via i pensieri. È un’ottima tattica per lasciar sgusciare via i secondi uno dopo l’altro – veloci ma piano – fino al momento in cui si può finalmente scrollare le spalle, raccogliere le forze, e infine, di nuovo, andare.
Guardare alle spalle significa fissare per ore un fascio di luce che proietta immagini fissate su pezzetti di pellicola durante un passato che sembra essere remoto come un’altra epoca, un altro mondo traboccante di cose ormai perdute. Significa perdersi nel ricordo di permanenti malriuscite e di tramonti dentro il mare guardati una vita fa, significa guardare in controluce l’immagine di una bambina bella e dolce, con le guance tonde e i riccioli scuri, che cammina su una spiaggia di sassi, con ai piedi sandali di plastica blu, seguita da una giovane donna con una maglietta bianca, da un padre che sembra un ragazzo con la barba rada e i pantaloncini corti. Significa ricordare un passato di cui non è possibile conservare vera memoria, ma che è nonostante tutto una miniera di sensazioni, di ricordi che non sono veri ricordi ma piuttosto frammenti di subcosciente, di cose che ci hanno costruito e che l’hanno fatto prima ancora della nostra nascita, quando altri piedi hanno calcato pietre non troppo diverse da quelle su cui ora possono finalmente posarsi i nostri piedi, quando altri occhi hanno osservato gli stessi Sassi, la stessa pietra bianca, la stessa acqua blu e verde che anche noi chiamiamo “mare”.

Nel pomeriggio bollente di questa domenica, respirando piano, guardavo indietro e vedevo nelle immagini che si stampavano sul muro bianco il segno di qualcosa che era molto chiaro e molto netto, che emanava un buon profumo di asciutto e di limpido, che non aveva bisogno di troppe parole ma che era ugualmente bello circondare di sguardi e di sensi semi-segreti, da non approfondire troppo, da prendere e assorbire per quello che sono, nella loro evidente e indicibile chiarezza. Guardavo indietro, questo pomeriggio, aspettando l’ora giusta per partire. E nel farlo, tutta la bellezza si sedimentava piano sotto la pelle. E nascevano, in un luogo finora sconosciuto della coscienza, una fiducia e una speranza mai sentite prima, che partendo dal passato finivano nel centro preciso di un futuro indistinto ma – almeno a tratti – finalmente percepibile. Una fiducia e una speranza perfette e nuove, completamente comprese nel cerchio perfetto formato dalla somma di tutti i nostri sguardi, di tutti i nostri ricordi sottintesi, e dal pulsare lento e inesorabile di quell’attesa  traboccante di un’emozione iridescente e inedita, irrinunciabile e segreta, dentro il pomeriggio traboccante di calore.