Archive for the ‘Ars poetica’ Category

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95. L’altezza dell’umanità

5 aprile 2015

“La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fdelmente in immagini, seguendone senza un’omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. È quest’altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica.

In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico ‘poesia’: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo”. 

Oggi, giorno di Pasqua, guidavo sotto un tramonto rosso fuoco ascoltando alla radio una trasmissione che parlava di questo film, e delle sue voci, e di quella Madonna a cui dissero, per aiutarla a interpretare la scena della crocifissione, di ricordare il momento in cui aveva visto il cadavere di suo figlio partigiano morto ammazzato. 

Tutta l’altezza dell’umanità mi si squadernava davanti agli occhi, mentre quelle voci parlavano. Tutta la divinità dell’uomo era evidente e tangibile, nel racconto di quella storia che parla di morte, paura e speranza. E niente avrebbe potuto essere più perfetto, giusto e sconvolgente, per raccontare la giornata di oggi.

“Avrei potuto demistificare la reale situazione storica, i rapporti fra Pilato ed Erode, avrei potuto demistificare la figura di Cristo mitizzata dal Romanticismo, dal cattolicesimo e dalla Controriforma, demistificare tutto, ma poi, come avrei potuto demistificare il problema della morte? Il problema che non posso demistificare è quel tanto di profondamente irrazionale, e quindi in qualche modo religioso, che è nel mistero del mondo. Quello non è demistificabile.”

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93. Vivere, morire, perdonare

3 aprile 2015

Il venerdì prima di Pasqua è il giorno in cui, per definizione, l’umano e il divino entrano in rotta di collisione e si scontrano, provocando scintille che non riescono a smettere di parlarci, secolo dopo secolo.
Da qualsiasi punto di vista si cerchi di mettere a fuoco la storia, vecchia di duemila anni, di quel falegname palestinese che morì dopo un processo sommario, insieme a due ladri qualsiasi, quella storia continua a interrogarci, a rilanciare di fronte alle nostre risposte, a denunciare a gran voce il suo carattere apocalittico, totale, definitivo. Il carattere che hanno, sempre, le storie in cui la vita, il perdono e la morte entrano di prepotenza, e prendono il controllo della situazione.

Qualche settimana fa, al lavoro, mi è capitato di leggere un libro che parlava del perdono e dei suoi paradossi (e in cui si citava il terrificante Processo di Shamgorod). Considerato il tema, il saggio non poteva evitare di soffermarsi, almeno per un attimo, su quella vecchia storia di delitti, miracoli mancati e accuse senza risposta. E quel che diceva a proposito della vita, della morte e del perdono mi sembra uno spunto interessante a proposito della giornata di oggi, con tutto il suo infinito carico di angoscia, meraviglia e umanità.

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e due malfattori, uno a destra e l’ altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. C’ era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.

Diverse le questioni poste da questa pagina dell’evangelista Luca.
La prima, inestricabile, riguarda il perdono invocato da Gesù per i suoi carnefici. Perché lo chiede a Dio e non lo concede direttamente, essendo – in qualità di vittima – il più titolato a farlo? È magari il Padre la vera vittima (o, in quanto sostituto assoluto, il vero carnefice) della situazione? Perché poi, nel farsi supplire da Dio, il crocifisso adduce anche un’ attenuante generica legata all’inconsapevolezza degli assassini? […] Eppure il fatto che non si tratti di un’offerta di perdono diretta ma di una sorta di intercessione presso un terzo assoluto, presso Dio, cambia ancora la partita. Il perdono è invocato, non concesso. È chiesto nella forma di una speranza a venire, non in quella di una certezza attuale. Alla domanda non segue alcuna risposta udibile. Dio, se c’è, tace. In questo silenzio si nasconde la possibilità del perdono impossibile. […]
La seconda questione riguarda il dialogo tra Gesù e i malfattori condannati allo stesso destino. Di fronte alla morte prematura e violenta si può pretendere un miracolo, un deus ex machina che risolva magicamente ogni problema. Normalmente non arriva. E la delusione che ne consegue può trasformarsi in amaro sarcasmo, veleno per i pochi istanti che rimangono, maledizione della propria esistenza passata e della propria condizione presente, negazione di ogni futuro possibile. Oppure si può invocare un perdono, un benevolo guardare al proprio immutabile passato, una benedizione per il presente e per il futuro, per quanto breve possa essere. A patto che il verbo venga coniugato in tutte e tre le forme: passiva, riflessiva e attiva. Il precipizio della morte è inevitabile e invalicabile. Può però essere umanizzato dall’essere perdonati, dal perdonarsi e dal perdonare.
Sono le parole dell’altro, di quello che dice: “Ricordati di me”, a suggerire che il perdono venga – ancora una volta – insieme richiesto e offerto. A leggerle e rileggerle suonano come tre grazie. Grazie, ti dico grazie, ti sono grato perché sei qui a condividere la mia stessa sorte sciagurata nonostante la tua innocenza. Grazie, ti chiedo grazie, ti chiedo perdono perché la mia vita finora non è stata un granché. Grazie, ti faccio grazie, ti perdono per la tua impotenza, per il tuo non scendere dalla croce, per il tuo non farmi scendere insieme a te. Ti grazio e ti accetto per quello che sei, mettendo da parte la mia delusione nei tuoi confronti. Ti faccio la grazia di non chiederti un miracolo, di non imprecare – e ne avrei molti motivi – sulla mia e sulla tua sorte. Questo malfattore crocifisso chiede di essere perdonato attraverso la domanda di un ricordo, decide di perdonare tacendo le proprie legittime maledizioni e zittendo le rivendicazioni miracolistiche del compagno condannato.

Rocchi, A. Il tempo del perdono, 2015.

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81. Il Processo

22 marzo 2015

Qualche mese fa, al lavoro, mi è capitato di leggere e impaginare un bel saggio – lucido, preciso, succinto: di meglio non si potrebbe chiedere – dedicato al tema del perdono e ai suoi indistricabili paradossi.
In quelle pagine, in mezzo a molte altre osservazioni interessanti, si faceva riferimento a un testo teatrale che non avevo mai sentito nominare, una strana e spaventosa tragedia che racconta la storia di un villaggio ebraico devastato da un pogrom, nel diciassettesimo secolo, e di tre cantori erranti che vi arrivano per caso, durante la festa di Purim, aspettandosi di trovare un pubblico disposto a guardarli recitare. Gli unici ebrei rimasti nel paese, però, sono un vecchio oste e sua figlia, disperati superstiti di quella tragedia che ha spazzato via la comunità e ha spezzato anche le loro piccole vite, lasciando solo il guscio vuoto di quel che erano stati.
Lì, in una notte piena di magie, di presagi e di minacce – perché, almeno a sentire il vecchio Pope ortodosso del villaggio, gli sterminatori stanno tornando per finire quel che hanno cominciato – viene messo in scena un macabro, terribile e umanissimo processo a Dio, che viene chiamato sul banco degli imputati perché risponda, se una risposta esiste, alle accuse che gli vengono rivolte dalle fiammeggianti parole dell’oste Berish.
Quel processo, tragico e ubriaco, avrà luogo ma non arriverà a sentenza: sarà un altro fuoco ad arrivare per primo, coronando nell’unico modo possibile la tragica sceneggiata di Purim recitata dai cantori e dal loro folle, lucidissimo ospite.

Oggi, in una domenica di nuvole, ho preso in mano il libro con la copertina gialla in cui è raccontata questa tragedia e ho letto la storia di Shamgorod, delle sue maschere, della sua accusa rivolta all’Altissimo e delle inevitabili conseguenze a cui quel grido conduce. E non c’era perdono possibile, nel mondo degli uomini, di fronte a questo macabro e surreale Processo.

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BERISH: Ha annientato la fiorente comunità di Shamgorod; ha seminato la morte […]. Se ci tiene a perseverare nelle sue vie, tanto peggio, che perseveri! Ma io, io non risponderò amen. Può schiacciarmi se vuole: io non reciterò il Kaddish. Può uccidermi, ucciderci tutti: io griderò che è lui il colpevole. […]

SAM: Veramente, taverniere, Dio vi benedice e voi l’ oltraggiate. Vi ha salvato e voi, voi lo addolorate!

BERISH: […] Se posso scegliere fra Dio e gli uomini, preferisco aver pietà degli uomini. Dio è grande: che si arrangi! Gli uomini non ne sono capaci.

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80. Celle, poesie e libertà

21 marzo 2015
Era gruvi, gruvi era
il tuo cacio con i fori,
era brughi, brughi era
il tuo bosco con i fiori,
era frutti, frutti era
la speranza del tuo viaggio,
era preghi, preghi era
quel che avevi nello sguardo,
fu più rapida di un sorso
la tua anima di sorcio.

Alla radio, oggi, recitavano Toti Scialoja. Poesie bellissime fatte di gatti, libellule, topi, vermi e paesi dai nomi elementari che però, nell’affascinante calderone delle parole, riescono a diventare stranamente evocativi, suggestivi, misteriosi.
Poesie tutte comprese nell’atmosfera sospesa, eterea, polverosa e magnetica che solo dentro le parole di questo strano uomo si ritrova, e che incanta senza che sia possibile capire davvero perché.

Subito dopo, dentro la stessa radio, una voce leggeva Dei delitti e delle pene e insigni filosofi e giuristi ne commentavano alcuni passi di straordinaria bellezza e di sbalorditiva modernità (“Ecco. Un’altra cosa che ogni italiano – perlomeno – dovrebbe aver letto, e che puoi serenamente aggiungere all’infinita lista di quel che ancora ti manca”,  pensavo amaramente mentre guidavo nel traffico del pomeriggio di sabato, in città).
A intervalli, tra un pezzo e l’altro di Beccaria, comparivano le voci meno ferme e meno impostate di alcuni agenti di polizia penitenziaria, persone comuni che raccontavano cosa significa, davvero, lavorare nel luogo in cui chi ha commesso un delitto paga la sua pena, e che mentre parlavano portavano con sé un diluvio di ricordi, di contraddizioni e di incoercibile tristezza.

L’alternanza di queste voci, di queste bellezze e di questi dolori, di questi interrogativi che si accavallavano senza sosta l’uno sull’altro mi sembra il senso più bello, vivo e vero di questo pomeriggio fatto di cose che all’apparenza fingono di essere semplici ma che invece sono infinite, di domande a cui non esiste risposta facile, del terribile scorrere cieco della realtà in cui ci sono carceri, voci, filosofie e poesie che parlano di insetti e di città. Tutto caoticamente insieme. Tutto mescolato in un unico magma in cui proviamo disperatamente a fissare qualche paletto, con la forza cristallina della ragione, ma in cui alla fine prevale sempre il cieco caos del tutto che è eterno e forte, semplice e infinito come uno di quei quadri astratti che, a guardarli per un attimo, sembrano fin troppo facili, quasi fanciulleschi. Scarabocchi che chiunque avrebbe potuto realizzare, come si dice. Fino a quando non ci si perde a seguire i filamenti della tela, e si è costretti ad ammettere che – riga dopo riga, segno dopo segno – non si arriverà mai da nessuna parte.

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74. L’eterna lotta tra vero e fedeltà

15 marzo 2015

A dodici anni, subito prima di cadere nei marosi dell’adolescenza, attraversai un’intensa fase di amore profondo, furioso e abbacinante per la figura e l’opera di Ludwig van Beethoven.
Adoravo tutto, di quel personaggio pieno di poesia e di commovente grandezza: amavo la sua musica, ovviamente, ma soprattutto mi incantava l’uomo che immaginavo fosse stato, le sue follie, la sua solitudine, la sua fine così triste, romantica e disperata.
Presa nell’impeto di quel sentimento totale e trascinante, cercai di leggere tutto ciò che Beethoven aveva scritto in vita (le sue lettere, i quaderni di conversazione superstiti, il testamento di Heiligenstadt), e dopo averlo letto di mandarlo a memoria, per tenerlo sempre con me, come se quelle parole fossero l’unica cosa lasciatami in pegno da un amico fidato, come un gruzzolo di saggezza e di genio da custodire gelosamente e non perdere mai di vista.
Tra le molte cose imparate in quel periodo che ancora ricordo, c’è un breve aforisma (elementare in modo struggente, a ripensarci oggi. Allora, però, certo non la vedevo così) che recita: «Fare tutto il bene che si può / amare la libertà sopra ogni cosa / e, fosse anche per un trono, non tradire mai la verità».
Le parole di questo breve monito non mi sembravano solo belle: mi parevano proprio sacrosante. Le rigiravo in bocca pensando che, sì, quell’uomo che amavo tanto aveva proprio ragione: niente è più importante della verità. Tutto il resto – interesse, buon senso, sentimenti – viene dopo: la prima cosa è accettare di vedere le cose per come sono, la prima cosa è toccare la verità, che è una sfera liscia, inscalfibile, perfetta. Niente viene prima di lei, niente al mondo, mai, in nessun caso. Quanto romantico, adolescenziale assolutismo, dentro questo pensiero.

Quella frasetta così elementare ha percorso, sottovoce, tutta la strada che ha trasformato la ragazzina che la imparò a memoria, tanto tempo fa, nella persona che sono adesso. Senza farsi notare ha plasmato la mia vita, nel bene e nel male, e nonostante la sua apparente insignificanza ha saputo essere una bussola a cui credevo non si potesse fare a meno di fare riferimento, se si voleva essere uomini integri, onesti, interi.
Finché oggi, nel bel mezzo di una sera nuvolosa, piena di pioggia che si preparava all’orizzonte, mi sono ritrovata a pensare che forse la fedeltà viene prima anche del mio amato, irrinunciabile “vero”. Essere fedeli a qualcosa – a un sentimento, a un’idea, a un qualunque legame tra uomini – forse è più importante anche della pretesa di mettere sempre in chiaro la realtà delle cose, e forse pur di restare fedeli a qualcosa o a qualcuno è giusto anche chiudere un occhio su ciò che è vero e immutabile (e che resta tale, a prescindere da noi). Forse la fedeltà vince la lotta sulla verità, dopotutto, se scegliamo di essere un po’ meno giudici pur di diventare un po’ più profondamente uomini.

Nel mezzo di questa sera nuvolosa mi sono sforzata di capire se questo cambio di prospettiva è troppo grande, per la mia vita. Mi sono chiesta se è possibile, arrivati a questo punto, cambiare idea a proposito di una cosa così radicale, così costitutiva di tutto quello che ho sempre pensato.
Sono rimasta lì, per un po’, a guardare l’eterna lotta tra vero e fedeltà e la loro incapacità di vincere l’una sull’altra, e mentre riflettevo – senza approdare a definitive soluzioni – sul loro sovrapporsi mi è sembrato di risentire lo stesso rimescolamento massiccio, imprendibile e grandioso, che non si può evitare di provare quando si sente, ad esempio, una musica come questa:

 

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68. …nel paese dei bugiardi

9 marzo 2015

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Ho ascoltato una favola, stasera, prima di dormire, e non so quante persone al di sopra dei dieci anni abbiano avuto, oggi, il privilegio di concludere la loro giornata con un regalo così bello, lieve e stupefacente.

La favola parlava di un bambino che finiva nel paese dei bugiardi, dove aveva la fortuna di trovare per strada una moneta ma non poteva usarla per comprare il pane, perché – vergogna! – quella moneta era vera. Parlava poi di gatti disegnati sui muri che erano capaci di prendere vita, di canzoni cantate a voce tanto alta da distruggere i muri dei manicomi (brutti posti in cui si rinchiudono quelli che non riescono a perdere il brutto vizio di dire la verità), di uomini che, sedendosi, invecchiano, e che un giorno scelgono di immolarsi lasciandosi morire sulle stanghe di un carro pieno di stracci, pur di proteggere i loro amici.
Oltre a questo c’erano anche tante altre cose, tutte riassunte in quella favola. Cose meravigliosamente sospese nel punto che tiene in equilibrio la magia, la verità, la metafora e il sogno, e mentre ascoltavo lo svolgersi (un po’ commovente, molto allusivo) di quella trama enorme mi chiedevo come mai, crescendo, si debba perdere il privilegio di lasciarsi cullare da cose del genere. Mi chiedevo qual è l’ultimo vallo dopo il quale si perde il diritto a farsi raccontare le storie, qual è il giro di boa che stabilisce che un regalo del genere non è più appropriato, è fuori luogo, non serve più, e mi rispondevo che, in ogni caso, chi ha fissato quel limite ha preso un grosso, grosso granchio.

Nella stanza buia, in silenzio perfetto, ascoltavo la storia del paese dei bugiardi, cercando di farmi piccola piccola per fare in modo che il mondo non mi vedesse, che l’universo non percepisse la mia presenza fuori tempo massimo.
E il buio era rotondo, il momento perfetto, cullato com’era dalla storia di Gelsomino e dalla voce che me la raccontava, regalandomi il meraviglioso privilegio di non dover far nulla. Nient’altro che stare lì, ferma immobile, ad ascoltare.

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64. Il tuo passo è leggero

5 marzo 2015

Ci sono giorni in cui la coincidenza tra le cose “così come sono” e le cose “così come ce le hanno raccontate” è quasi troppo smaccata, eccessivamente evidente, dotata di una peculiare luminosità traboccante e chiassosa. Giorni in cui ci si sorprende di fronte alla capacità del mondo di essere – attraverso gli anni, le stagioni e gli uomini che passano e vanno – sempre così follemente identico a se stesso.

Giorni in cui, camminando in mezzo ai capannoni sotto il sole delle due del pomeriggio, si sente forte e chiara la sensazione del vento di marzo, e si percepisce con la pelle e con i sensi che le cose sono esattamente così, proprio come ce le hanno raccontate, uguali a se stesse ancora una volta, di nuovo e per sempre.
E viene quasi voglia di lasciarsi cadere, di cedere allo splendore doloroso che c’è attorno e farsi portare via da quel brivido che scuote ogni cosa e che scorre senza fine, nelle vene della terra e dentro il sangue degli uomini. Viene quasi voglia di darla vinta al vento di marzo, e al suo eterno ritornare.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo sono
un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.

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56. Musica per bambini marziani

25 febbraio 2015

Questa mattina, mentre navigavo nella solita nebbia del solito sonno, la voce bella e buona della giornalista di Qui comincia… (io vorrei conoscerla, un giorno la proprietaria di quella voce di burro e di ovatta. Solo per dirle che lei dev’essere una persona veramente tanto buona. E che il suo ruolo sociale nell’accompagnarci verso la vita, ogni giorno che il Signore manda in terra, non è sufficientemente riconosciuto. E che io le voglio bene, soprattutto e prima di ogni altra cosa) parlava di Igor Stravinski.
Raccontava cose che in gran parte non ho capito (posso dire, a mia discolpa, che quando la sveglia si è accesa il discorso era già iniziato) ma a un certo punto ha raccontato un aneddoto piccolo e prezioso, che splendeva come una gemma brillante dentro la nebbia. Pare che nei suoi ultimi giorni di vita il compositore, anziano e malato, fosse ormai molto debole, ma che questo non offuscasse la sua personalità. Una volta, ad esempio, sua moglie gli porse una lettera da firmare. L’aveva scritta lei al posto suo, perché non si stancasse, ma lui invece di siglarla col suo nome prese in mano la penna e sotto, rivolto a lei scrisse solo: “Mamma mia, quanto ti amo!”.
Dopo aver raccontato questa favola di folli musicisti russo-americani e di amore furibondo della terza età, la voce di ovatta ha presentato questa canzoncina per voce e pianoforte, descrivendola come “una melodia per bambini marziani”. La definizione mi è sembrata, semplicemente, perfetta. Ideale per iniziare la giornata con qualcosa di sideralmente assurdo, qualcosa che ha superato il silenzio e il gelo dello Spazio profondo, pur di giungere fino a noi.
Poi la musica è iniziata, e io ormai ero completamente conquistata: dalla storia del vecchio musicista innamorato, dalla civetta e dal gatto, dai bambini astrali che, in qualche luogo della galassia, ascoltano questa musica e la cantano, al di sopra della vita di noi uomini.

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47. … with care

16 febbraio 2015

Ho sentito dire che, oggi, era un giorno in minore. Ma se “minore” significa questa meraviglia così semplice e bella e buona e giusta, questa melodia in cui – anche la prima volta che la si ascolta – si sa sempre quale sarà la prossima nota, perché in quel punto preciso ce ne può andare una e solo una, unicamente quella, per una norma che sta incisa nel nostro DNA uditivo e nel nostro destino nei secoli dei secoli, beh, allora non potrebbe esserci nulla di meglio di questo giorno minore, oggi. Perché è giusto e necessario, almeno qualche volta, mettere un bel punto a capo e ricordarsi, alla radice di tutto, cosa siamo e cosa siamo stati, da dove veniamo e cosa ci ha nutrito e ci nutre, al di là di tutta la fuffa e di tutta la nebbia contingente che a volte ostruiscono la visuale e ci impongono di muovere le acque, reagire, creare correnti.

Fa bene ricordarsi, ogni tanto, di quali sono le cose davvero importanti. Quelle da accarezzare piano, da avvicinare tremando, con emozione e rispetto. Le cose che amiamo, quelle che vanno maneggiate con cura.

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44. Ulisse e l’aranciata

13 febbraio 2015

Il fisarmonicista con il berretto di lana bianca e azzurra (a dire il vero ormai sono anni che non porta più quel berretto, ma la sua immagine per me resterà sempre legata a quel vecchio dettaglio, ormai incancellabile dalla mia mente) continua a rendere meravigliose le strade di questa città, che pure non si meriterebbe il suo quotidiano regalo, la sua presenza leggera, un po’ misteriosa, sempre disinvolta, affilata e divertita.
Quasi tutte le sere, tornando a casa, passo davanti a lui, alla sua fisarmonica e al suo sgabello, e non c’è giorno in cui il suo talento così naturale, così solido e sicuro di sé non mi strappi un sorriso e un guizzo di felicità, perché poche cose sono commoventi come la bellezza semplice, facile come bere un bicchiere d’acqua, come prendere fiato e respirare, del tutto priva di peso e di sovrastrutture (almeno in apparenza).
A volte – spesso, a dire il vero – suona melodie conosciute e orecchiabili, mettendoci però sempre dentro qualche dettaglio personale, qualche variazione improvvisata che se ne sta lì discreta ma perfettamente percepibile, come un granello di sale dentro un impasto dolce, a rendere interessante l’insieme; altre sere invece, soprattutto se è tardi e c’è in giro poca gente, suona melodie sconosciute e bellissime, probabilmente musica popolare che arriva da chissà dove, attraverso chissà quante menti e quante mani, e che lui continua a rielaborare con la sua eleganza rilassata e provocatoria insieme, con l’aria di fare un regalo prima di tutto a se stesso.
Ha l’eleganza di un nobile, la bellezza di Ulisse e la generosità di un bambino, il fisarmonicista con il berretto di lana bianca e azzurra, e io vorrei trovare un modo, prima o poi, per ringraziarlo di ciò che fa, della sua grazia naturale e limpida, della fedeltà della sua presenza che attraversa gli anni e che ogni sera mi aspetta sempre nello stesso posto, sempre uguale a se stessa ma mai ripetitiva, mai stucchevole e banale.

Questa sera ho scoperto – con poco stupore, a dire il vero – che sono in molti, in città, ad essere affezionati a questo ragazzo e alla sua musica. Il suo talento, in effetti, è troppo evidente per passare inosservato, e la cosa non è sorprendente: la bellezza si fa sempre sentire chiara e forte, quando è autentica.
Non mi aspettavo, però, che tra i suoi fan ci fosse anche la signora bassa e impellicciata, con le dita laccate di rosso e la messa in piega fresca di parrucchiere, che ho visto avvicinarsi a lui porgendogli un sacchetto con dentro una lattina di aranciata, una cannuccia e un involucro avvolto in carta stagnola, di sicuro proveniente da qualcuno dei bar della piazza. La signora gli ha detto qualcosa come «te go portà qualcossa da magnar, caro, che xe ore che ti si qua…co’ tuto ‘sto fredo… te se giassa le man!», e il ragazzo ha smesso per un attimo di suonare, ha aperto la borsa di plastica e, annusandola, ha ringraziato la signora con un sonoro «Oh, che bello! Si mangia! Grazie, signora, grazie veramente».

Un attimo, un solo attimo dopo, la signora non c’era più e il ragazzo aveva ricominciato a suonare, con il sacchettino posato accanto, e guardando la scena da lontano non ho potuto evitare di percepire chiaramente che quel momento di contatto tra loro non aveva avuto niente a che fare con l’elemosina. Quello a cui avevo appena assistito era un atto di cortesia, uno scambio tra pari che liberamente si fanno un regalo, antico e sacro come l’omaggio rituale a un ospite straniero in visita.

Questo gesto così semplice, perfetto e gratuito, afferrato per caso in una sera qualunque in una strada qualsiasi di questa città che fa così poco per farsi amare, era commovente, colmo di grazia silenziosa, e mi ha ricordato che cos’è una “comunità”, al di là di tutto e prima di tutto. A prescindere da ogni ordinanza, ogni razzismo, ogni stupida e artificiosamente amplificata paura.