Archive for the ‘Annotazioni’ Category

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26 settembre 2015

Da ieri,

sono qui!

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75. Essere legno

16 marzo 2015

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Non serve essere Man Ray per capire che non c’è niente di più meraviglioso al mondo che avere la sensazione, almeno per un po’, di essere fatti di puro, massiccio, venoso legno.
A patto, però, di essere il mezzo attraverso cui succedono cose come questa. A patto di sentire sotto la pelle, dentro le ossa, in ogni fibra di muscolo che si tende e si lascia andare che al mondo non esiste altro che questa musica e le mani che la suonano. Perse nel mezzo della meravigliosa ed eterna ghirlanda brillante.

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35. Lo spettacolo

4 febbraio 2015

Interno buio. Poltrone rosse. Sala arcuata con poche file di posti. Il posto perfetto, per nascondersi a guardare una storia così.

La storia di Boyhood è una storia fatta di quasi niente, benedetta però dal miracolo quotidiano del tempo che scorre. È la variabile “tempo” a rendere questa pellicola così intensa, così struggente, così capace di trascinare il pubblico in sala nella sua dimensione e di lasciarlo uscire solo alla fine, quando il bambino è diventato un uomo, la sua mamma si addolora nel capire che ormai è pronto a iniziare la sua vita adulta e tutto è allo stesso tempo luminoso e inquietante, colorato con la sfumatura triste delle cose che scorrono, e scivolano via, e non si possono fermare nemmeno volendolo.

Guardando Boyhood si vedono facce che tutti noi abbiamo conosciuto, nel mondo delle cose vere. C’è stato un momento in cui l’espressione del protagonista era identica a quella che aveva Ettore, un giorno di ottobre di tantissimi anni fa, quando è entrato nella stanza in cui facevamo lezione con i riccioli un po’ più lunghi del solito e in faccia un sorriso che non gli avevo mai visto prima, e si sentiva con tutta la pelle che nel corso di quell’estate il bambino che avevo salutato a giugno si era inabissato per sempre, lasciando il campo a un meraviglioso giovane uomo. Mentre si avvicinava a me, camminando come non aveva mai camminato, e veniva a baciarmi sulle guance con una sicurezza di modi che non aveva mai avuto prima, ho capito con un’inedita chiarezza cosa significhi “crescere”, ho toccato con la punta delle dita gli esiti di quel fenomeno mirabolante e inafferrabile che trascina via tutti, prima che possa esserci il tempo di accorgersene.
In Boyhood, visto in questa sala buia aggrappandosi forte a una mano e lasciando andare lontano ogni altra preoccupazione, abita la stessa sensazione di trascinante, minimo, imprendibile scivolare avanti. E così, mentre quel bambino gioca con improbabili videogiochi tutti pugni, fa pipì sulle braci di un fuoco spento, al campeggio, viene lasciato da una ragazza e si chiede “ma dov’è che ho sbagliato?”, accetta di buon grado le foto di rito del giorno del diploma, viaggia leggero e arriva al college portandosi dietro solo qualche scatolone, lasciando a sua madre il ricordo-non-ricordo della sua prima fotografia, chi guarda si trova squadernato di fronte il più grande spettacolo del mondo. Quello delle cellule nuove che prendono il posto delle cellule vecchie, e che costruiscono eternamente persone che hanno parentele strettissime e insieme labili con i “se stessi” del giorno prima.

Nella sala buia e rossa, questa sera, il più grande spettacolo del mondo si srotolava sotto i nostri occhi. Noi lo guardavamo e, senza nemmeno pensarci, sapevamo istintivamente di farne parte, perché nessuno può chiamarsi fuori di fronte al miracolo del cambiare, del crescere, del diventare ogni giorno un altro restando però, allo stesso tempo, proprietario degli stessi occhi, delle stesse mani, dello stesso sguardo che aveva il giorno prima. Fissato una volta per sempre, ancorato nella faccia di un bambino di otto anni e destinato a non scollarsi mai più di lì, mentre attorno tutto scivola e muta.

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14. Che coss’è l’amor

14 gennaio 2015

C’era una coppia di giovanissimi ragazzini, questa sera, davanti al Duomo.
Lei era bella come sono belle le adolescenti belle del giorno d’oggi: magra ai limiti del diafano, pallidina, capelli liscissimi e lunghissimi e chiarissimi, giacca invernale grossa ed enorme, però portata sbottonata, ché non ci si deve lasciar intimidire dal fatto che, fuori, il giro delle stagioni ha deciso che è il mese di gennaio. L’immagine paradigmatica della fanciulla in fiore dei nostri giorni, quasi troppo perfetta per essere vera.
Lui era un po’ meno preciso, un po’ meno definito, un po’ meno capace di riempire perfettamente le pieghe degli stereotipi: era alto, un po’ allampanato, con qualche brufolo sotto il bel ciuffo di capelli castani. Aveva i pantaloni della tuta che sbucavano fuori dal giubbotto imbottito, un paio di scarpe da ginnastica grosse e appariscenti, un casco della moto nero appeso al braccio.
Se ho notato questi due giovanissimi uomini, questi rappresentanti sbucati a tradimento dal mondo misterioso e un po’ soffocante dell’adolescenza, è perché – proprio mentre io incrociavo il loro cammino in sella alla mia bicicletta – i due erano nel mezzo di una funesta, vistosissima lite. Un signore di mezza età, che correva sulla pista poco avanti a me, gli ha scampanellato  forte per incitarli almeno a spostarsi dal centro della strada, e in quel preciso momento la ragazzina ha  tirato un calcio al suo compagno, colpendolo un po’ di striscio sul casco. Lui ha reagito sibilando un «Ma cosa fai… mhhh…» che era la quintessenza della stizza e dell’esasperazione, un mugolio disperato che suggeriva allo stesso tempo “vieni qui, non intendo sopportare inerte un secondo di più” e “levati di torno, non voglio più avere sotto occhi la tua immagine”.
Cosa ha risposto la ragazzina non l’ho mai saputo, perché prima che lei reagisse il signore che mi precedeva e io ormai avevamo superato entrambi, lasciandoli in preda alla loro ira adolescente, ridicola e funesta allo stesso tempo.

“Quei due ragazzini, in qualche loro strano modo, si amano?” mi chiedevo poco dopo, mentre chiudevo il lucchetto della bici e l’immagine di quel calcio così inutile, lanciato da una fanciulla tanto evidentemente inadatta a un gesto di violenza del genere, mi sembrava l’emblema di qualcosa di fastidioso ma, allo stesso tempo, vero, impossibile da liquidare con sufficienza, come fosse una mera sciocchezza da bambini.
Chissà cosa sentivano, quei due ragazzini qualunque, nel rovesciarsi addosso le loro reciproche frustrazioni. Chissà se, pur nella loro esasperazione, quello che li teneva vicini nonostante tutto, che non li faceva semplicemente andarsene ognuno per la sua strada, poteva comunque definirsi “amore”.

Mentre ripensavo a quel quadretto di furia e di caos, aprivo la porta di casa. Dentro, ad aspettarmi, c’era tutto quello che sapevo ci sarebbe stato, più una sorpresa imprevista fatta di parole, e calore, e di una bellezza tanto grande da riempirmi contemporaneamente di orgoglio, di stupore e di uno strano desiderio di non modificare più nulla, di non spostare più l’asticella di nessun equilibrio, per limitarsi a godere della perfezione di quel che c’è, senza più attirare l’attenzione dell’universo sul nostro piccolo angolo di mondo, per non rischiare che qualche dio dispettoso possa dare sfogo alla sua invidia, e portarci via anche solo una briciola di tale meraviglia.

E così, mentre cercavo di trovare un senso capace di far coabitare nello stesso orizzonte logico la scena di fuori e quella di dentro – così inconciliabili, ma in qualche modo anche così vicine – ho pensato che l’amore è proprio tante, troppe cose. Verità troppo diverse tra loro, decisamente illogiche e incomprensibili, eppure destinate a continuare ad attorcigliarsi davanti ai nostri occhi e dentro le nostre vite, sotto il cielo scombinato e mutevole degli uomini.

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2. Gli sbagli che faremo

2 gennaio 2015

Queste sono cose che, una volta, stavano dentro la mia infanzia. Cose di bambini, di mondi lontani, di idee giuste e remote, piene di fascino e di mistero. Oggi si sono materializzate, straordinariamente impreviste, dentro la Signorina Felicita. E mentre guidavo, e le ascoltavo, e ascoltandole le ricordavo, e nel frattempo gettavo anche qualche occhiata di straforo alle immagini così ingenue e così familiari di questo video, rabbrividendo a ogni “esse” e sorridendo a ogni sorriso, pensavo che sembra impossibile che quella persona e questa, che quei piedi e questi piedi, quelle mani e queste mani, quelle idee e le idee di oggi, siano in realtà sempre “me”. Pensavo che la vita è proprio grande. E che quello che verrà, non è quasi mai quello che sarebbe stato ragionevole aspettarsi.

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…e invece, non finisce mai

31 dicembre 2014

Non penso che sarebbe possibile mettere in ordine qualcosa che assomigli  a un riassunto, un riepilogo delle ultime puntate di quest’anno pieno di inaspettate deviazioni, di microscopici momenti aurei, di rivoluzioni silenziose. Le cose sono troppe e – come nella miglior tradizione della serialità narrativa – troppo minime per poter essere raccontate a posteriori. Le soap operas, dopotutto, hanno senso solo se le si guarda puntata dopo puntata, appassionandosi alle sorti dei personaggi e accompagnandoli con fedeltà e dedizione, momento per momento: a cercare di riassumerle in blocco, quelle storie, nel migliore dei casi ci si rende ridicoli.

Per tutte queste ragioni non inizio nemmeno a fare un riassunto del 2014, non provo nemmeno da lontano a mettere a fuoco la sua ricchezza, la sua bellezza, il suo straordinario carico di novità e di ironia, di rabbia e di caos. Però, ecco, penso che sia davvero impossibile lasciar passare questa mezzanotte senza fermarsi un attimo a ripensare a questi dodici mesi, alla loro meraviglia minima, a tutto quello che hanno costruito e che ora è lì, qualsiasi cosa succeda, pronto perché su quella base si sedimentino nuovi giorni, nuova polvere, nuove prospettive.

È stato, per dirlo in poche parole, un anno incredibile, folle e meraviglioso. Dentro ci sono stati un trasloco, un letto nuovo, un’enormità di tempo riassunta in tre piccoli mesi (e ancora adesso non sembra possibile, non pare credibile che tutto quell’infinito sia durato così poco, a guardarlo sul fuso orario umano). C’è stato tanto lavoro, ci sono stati libri da fare e libri da leggere, c’è stato un addio grosso e liberatorio, perché a volte le storie riescono anche a finire nel modo giusto. C’è stato tanto squisito cibo indiano, preparato da mani buone e cucinato su padelle annerite, concepito per riempire le pance, cicatrizzare le ferite e scaldarci l’anima.

C’è stato un viaggio verso ovest, in una terra sconosciuta piena di gentilezza scontrosa e di sentieri non segnalati. C’è stata un’alba incredibile sul cavalcavia di una stazione, caracollando doloranti in sella a una bicicletta. Ci sono stati cancelli rossi aperti e poi richiusi, francobolli che non si trovano, un panettone pieno di fichi secchi e tante parole ribattute al computer. C’è stata una serie infinita di serate meravigliose, che mi ha finalmente fatto capire che l’alba è tanto bella, nessuno discute, ma che anche il tramonto e il buio non scherzano. Ci sono stati chilometri e chilometri di asfalto, e una casa alla fine, con i suoi vetri e le sue foto, con la sua polvere e il suo calore, con le sue braccia spalancate. C’è stata tanta rabbia, e – ancora di più – c’è stata tristezza tenace per tutte le cose che dovrebbero essere, ma invece non sono capaci di.

C’è stato un ospedale, una grandinata in autostrada attraversata a folle velocità e con tanta paura sopra lo stomaco, c’è stato un sacchetto di sangue guardato con terrore e speranza allo stesso tempo. Ci sono stati bambini: bambini-vichinghi nella pancia della loro mamma, bambini misteriosi nascosti in copertine troppo strette, bambini-fringuelli impegnatissimi a mangiarsi il mondo. C’è stata la vita che continua, nonostante tutto ciò che di brutto c’è al mondo, perché la vita è fatta così, ed è bello stare alle sue regole.

C’è stata un sacco di vita, in questo 2014 iniziato un anno fa in Prato della Valle tra decine e decine di lanterne volanti e finito ora, qui, in un posto che possiamo finalmente chiamare “casa”. Un posto che in ogni angolo custodisce il nostro passato e il nostro odore, che sa di curry e di cipolla, di manifestazioni studentesche e di viaggi in posti in cui non siamo ancora stati. C’è stata tanta vita, in questi dodici mesi che valgono per dodici anni, e che meriterebbero da soli un’esistenza intera. Se tutto finisse oggi, finirebbe nel modo migliore. Se tutto finisse oggi, lo potremmo guardare pensando che ogni cosa ha avuto senso e valore, che tutto (anche ciò che è stato errore, tristezza e sconforto) ha fatto parte di una scommessa vinta, di un lancio di dadi che ha dato proprio il numero di cui c’era bisogno.

Se tutto finisse oggi, ci sarebbe un lieto fine. E questa non è nemmeno la buona notizia. La buona notizia è che oggi non finisce niente: oggi, come sempre, non si fa altro che abbracciarsi stretti, e si continua a camminare di là.

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360. Tra le alpi carniche e il west

26 dicembre 2013

Facevo benzina a un distributore semi-abbandonato accanto a una superstrada deserta, questo pomeriggio. Il cielo era latteo, e l’umidità toglieva il fiato alla montagna lì davanti, alla pianura alle spalle, all’asfalto e alla terra dei campi alla mia destra, deserti e infinitamente lavati. Un tendone mezzo scollato sbatteva i suoi angoli sfrangiati sulla lamiera di un gabbiotto in disuso, e gli uccelli neri che volavano bassi erano l’unica presenza mobile, ma non per questo amichevole, in un mondo silenzioso e vuoto.
Mettendo in moto la macchina appena fuori da quella stazione di servizio lunare e desolata, il piede schiacciava l’acceleratore con una forza forse non necessaria, ma comunque rassicurante. Per un secondo, in quella solitudine da giorno dopo, da pedemonte desolato, nulla è esistito: solo acqua, solitudine e west.

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343. La stagione che stagioni non sente

9 dicembre 2013

Ogni mattina, se non sono in ritardo, alla fermata dell’autobus 13 intravedo una ragazza bionda, alta, con i capelli legati sulla nuca e in braccio un bambino di forse un anno, infagottato in una provvidenziale tuta imbottita grigia che lo protegge dal gelo di questi giorni e lo trasforma in una sagoma grande e buffa, con gli arti rigidi e gli occhi guizzanti che ridono nell’unico pertugio libero, tra la fine della zip e l’incombere del berrettino di lana coperto dal cappuccio imbottito.

Sono una presenza fissa e rassicurante, la ragazza e il suo bambino, che parla di mondi lontani e di un amore che è insieme evidente e raro, prezioso, capace di evidenziarsi anche di fronte ai miei occhi che scivolano via veloci, che si soffermano su di loro giusto per lo spazio breve di un paio di pedalate. Quella figura unica, quell’unica sagoma che raccoglie due persone, due entità, due teste, è tenuta insieme da forze sovrumane che si traducono in un’infinità di gesti minimi eppure perfettamente espliciti, in un profluvio di parole eternamente pronunciate dalla bocca sottile della donna all’orecchio del bambino, nascosto da strati e strati di tessuto, in un intero mondo di microscopiche attenzioni che sono l’espressione insieme più pura e più terrena di quella cosa misteriosa che chiamiamo “amore materno”, e che ogni mattina mi aspetta lì, alla fermata, nell’immagine di quella ragazza alta e pallida, quasi sicuramente straniera, certamente innamorata di quella sua creatura che stringe forte tra le braccia e che non smette mai di accarezzare, sistemare, rassettare e a cui non cessa mai di rivolgere parole che lui certo non può sentire, ma di cui – altrettanto certamente – nessuno dei due può fare a meno.
La donna e il bambino sono solo un’immagine che mi impressiona la retina per una manciata di secondi ogni mattina, sono un’idea e un’eco più che un’entità concreta: non conoscerò mai la loro storia, non saprò mai dove li porta l’autobus che aspettano, verso quali contingenze, in quali mondi misteriosi. Eppure, ogni volta che li metto a fuoco tra la piccola folla di persone in piedi alla fermata, non posso non salutarli silenziosamente con un misto di ammirazione, emozione e sollievo, con un immotivato senso di gratitudine per il loro semplice essere lì.

In questi giorni pieni di annunci e di emozioni, in cui il mondo intero sembra essere entrato di gran carriera nella stagione che stagioni non sente, è bello vederli lì, insieme, ogni mattina. A parlare, senza parole, di un mondo meraviglioso fatto di un amore grande e perfetto, in cui ogni gesto basta a se stesso e in cui nessuna domanda, nessun inquietudine può toccare la meraviglia di ciò che è. Nonostante ogni fatica, ogni ricatto della contingenza, ogni freddo di fermata a cui stare fermi ad aspettare. Abbracciati forte e senza mai smettere di stringersi a vicenda, senza sapere bene chi dei due, alla fine dei conti, protegge più intensamente l’altro.

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322. L’officina

18 novembre 2013

Una delle cose più stupefacenti del Quartiere è la sua capacità di nascondere le cose meravigliose che contiene e di rivelarle nel tempo, un pezzo alla volta, senza mai scoprirsi troppo, con la grazia guardinga e scontrosa che gli è propria, con la lenta e impalpabile generosità che, nonostante tutto, non riesce mai a smettere di sorprendere anche chi è consapevole dei suoi inaspettati, magici poteri.

Oggi, per esempio, il Quartiere mi ha regalato un’officina di una volta, piantata a bordo strada dagli anni Sessanta e, da quel momento, mai più modificata se non in qualche marginale, ininfluente dettaglio. Un’officina con attaccato al muro un attestato scritto a caratteri gotici, con sopra il nome del proprietario e il logo dell’associazione artigiani della citta. Accanto, infilata nel bordo basso di una cornice, c’è una foto del papa che sorride alla folla, e vicino un calendario annuale con, in alto, la fotografia di due bambini. Sulla parete di fronte, incorniciato di marrone, c’è un foglio con sopra alcune parole di Luigi Einaudi che parlano di lavoro, risparmio, competenza e società, e che arrivano dritte dritte dal centro di un tempo che non esiste più, da un mondo perduto che solo qui, nell’irragionevole meraviglia di questo Quartiere, può continuare a esistere.

Nell’officina si muovono in tanti, con le loro tute blu e la loro placida lentezza. In molti hanno i capelli bianchi, e se c’è qualcuno di più giovane, tra loro, sta nascosto in spazi che vedo solo da lontano: a me si rivolge un uomo anziano e amichevole, basso e pacioso, che mi dice “a ritirare la sua macchina, è venuta, signorina? Oh! Mi dispiace! L’abbiamo venduta, quella, sa?” “Mi sa che non avete fatto un grande affare…” “Dice, signorina? Ma no, ma no…sa, è meglio se mette in previsione di cambiare la frizione, tra un po’, ma tutto sommato può correre ancora un po’, con quella macchina. Certo, ha sempre i suoi duecentomila chilometri, ma insomma…”, e io sono grata a lui come se la meravigliosa e tenace resistenza della Signorina Felicita fosse un suo merito personale, frutto di qualche prodigio segreto che conosce solo lui, o che magari discende dai poteri misteriosi di questo Quartiere in cui le cose vecchie si salvano e trovano un modo di non perdersi, di continuare a camminare ancora un po’.

Mentre la moglie del meccanico, nell’ufficetto accanto all’ingresso, compila la mia ricevuta e la infila piegata in tre parti dentro una busta da lettera, dicendomi “buona serata, signorina, e arrivederci”, penso che un posto come questo non potrebbe esistere in nessun altro punto di questa città, in nessun altro luogo della sua mappa concreta ed emotiva. E provo una strana gratitudine per questo luogo, per queste persone, per i loro gesti antichi e consapevoli, costanti e sicuri nel loro svolgersi lungo binari conosciuti. Per la loro consapevolezza remota e perduta, per questo loro modo di vivere così alto, così altro, così semplice e così necessario anche per chi, come me, un’officina così incredibile non avrà mai la possibilità di comprenderla davvero. Per la forza, la sicurezza e la bellezza del loro vivere e lavorare in questo modo, esattamente così, proprio a un passo da noi. Nascosti nei meandri sconfinati di questo infinito Quartiere.

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310. …perché nulla cambi

6 novembre 2013

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Il film è vecchio, lungo, pieno di colori carichi e di immagini che cadono dentro gli occhi dritte e nette come microscopiche, ipnotiche pugnalate. Ci sono dentro camicie rosse, occhi neri, baffi biondi e polvere grigia. Ci sono visi di cera, panorami che tracimano dallo schermo e invadono tutto, con i loro colori-troppo-colori, le loro forme eccessivamente aguzze lanciate dritte e impudiche entro i confini stretti dell’inquadratura.
C’è tutto il mondo, in questo film. L’universo intero nella sua forma più invadente, più sfacciata e più barocca, più estenuata e nauseante, più perfettamente riuscita e, proprio per questo, più dolorosa e insostenibile.
Nel fasto finto e decadente di un ballo infinito, nella nausea che si moltiplica dentro la luce eccessiva di troppe candele, dentro l’opulenza esagerata di troppo cibo, dentro lo scintillio esasperato di troppi gioielli e di troppa chincaglieria inutile e soffocante, l’aria manca e la vita intera si condensa attorno alla gola con la forza strisciante di infinite mani pronte a stringere.
E nel miracolo efficacissimo di questo film antico, penetrante e perfetto, nel suo colore fatto di gesso e di polvere, nella sua consistenza pesante e pervasiva, la vita di tutti si trova messa a nudo. Sbugiardata dal fasto nauseante di un ballo esagerato, scorticata dall’evidenza di un apparente cinismo che, a guardarlo bene, non è altro che abbacinante, fastidiosa, necessaria verità. Che rosicchia e disturba, che macina e corrode. E che non si può non guardare, nella girandola invadente di un valzer eterno e terribile, che non finisce mai.