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93. Vivere, morire, perdonare

3 aprile 2015

Il venerdì prima di Pasqua è il giorno in cui, per definizione, l’umano e il divino entrano in rotta di collisione e si scontrano, provocando scintille che non riescono a smettere di parlarci, secolo dopo secolo.
Da qualsiasi punto di vista si cerchi di mettere a fuoco la storia, vecchia di duemila anni, di quel falegname palestinese che morì dopo un processo sommario, insieme a due ladri qualsiasi, quella storia continua a interrogarci, a rilanciare di fronte alle nostre risposte, a denunciare a gran voce il suo carattere apocalittico, totale, definitivo. Il carattere che hanno, sempre, le storie in cui la vita, il perdono e la morte entrano di prepotenza, e prendono il controllo della situazione.

Qualche settimana fa, al lavoro, mi è capitato di leggere un libro che parlava del perdono e dei suoi paradossi (e in cui si citava il terrificante Processo di Shamgorod). Considerato il tema, il saggio non poteva evitare di soffermarsi, almeno per un attimo, su quella vecchia storia di delitti, miracoli mancati e accuse senza risposta. E quel che diceva a proposito della vita, della morte e del perdono mi sembra uno spunto interessante a proposito della giornata di oggi, con tutto il suo infinito carico di angoscia, meraviglia e umanità.

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e due malfattori, uno a destra e l’ altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. C’ era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.

Diverse le questioni poste da questa pagina dell’evangelista Luca.
La prima, inestricabile, riguarda il perdono invocato da Gesù per i suoi carnefici. Perché lo chiede a Dio e non lo concede direttamente, essendo – in qualità di vittima – il più titolato a farlo? È magari il Padre la vera vittima (o, in quanto sostituto assoluto, il vero carnefice) della situazione? Perché poi, nel farsi supplire da Dio, il crocifisso adduce anche un’ attenuante generica legata all’inconsapevolezza degli assassini? […] Eppure il fatto che non si tratti di un’offerta di perdono diretta ma di una sorta di intercessione presso un terzo assoluto, presso Dio, cambia ancora la partita. Il perdono è invocato, non concesso. È chiesto nella forma di una speranza a venire, non in quella di una certezza attuale. Alla domanda non segue alcuna risposta udibile. Dio, se c’è, tace. In questo silenzio si nasconde la possibilità del perdono impossibile. […]
La seconda questione riguarda il dialogo tra Gesù e i malfattori condannati allo stesso destino. Di fronte alla morte prematura e violenta si può pretendere un miracolo, un deus ex machina che risolva magicamente ogni problema. Normalmente non arriva. E la delusione che ne consegue può trasformarsi in amaro sarcasmo, veleno per i pochi istanti che rimangono, maledizione della propria esistenza passata e della propria condizione presente, negazione di ogni futuro possibile. Oppure si può invocare un perdono, un benevolo guardare al proprio immutabile passato, una benedizione per il presente e per il futuro, per quanto breve possa essere. A patto che il verbo venga coniugato in tutte e tre le forme: passiva, riflessiva e attiva. Il precipizio della morte è inevitabile e invalicabile. Può però essere umanizzato dall’essere perdonati, dal perdonarsi e dal perdonare.
Sono le parole dell’altro, di quello che dice: “Ricordati di me”, a suggerire che il perdono venga – ancora una volta – insieme richiesto e offerto. A leggerle e rileggerle suonano come tre grazie. Grazie, ti dico grazie, ti sono grato perché sei qui a condividere la mia stessa sorte sciagurata nonostante la tua innocenza. Grazie, ti chiedo grazie, ti chiedo perdono perché la mia vita finora non è stata un granché. Grazie, ti faccio grazie, ti perdono per la tua impotenza, per il tuo non scendere dalla croce, per il tuo non farmi scendere insieme a te. Ti grazio e ti accetto per quello che sei, mettendo da parte la mia delusione nei tuoi confronti. Ti faccio la grazia di non chiederti un miracolo, di non imprecare – e ne avrei molti motivi – sulla mia e sulla tua sorte. Questo malfattore crocifisso chiede di essere perdonato attraverso la domanda di un ricordo, decide di perdonare tacendo le proprie legittime maledizioni e zittendo le rivendicazioni miracolistiche del compagno condannato.

Rocchi, A. Il tempo del perdono, 2015.

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