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91. Il corpo dice tutto

1 aprile 2015

“Quando sei nato non puoi più nasconderti” recita il titolo di un vecchio film, e nonostante la sua stupidità da sentenza lapidaria questa frase va a colpire il nucleo di qualcosa che è problematico e denso, qualcosa che ha a che vedere con nervi scoperti e con cicatrici che, anno dopo anno, diventano sempre più trasparenti, ma che non scompaiono mai del tutto dalla memoria e dal retrobottega della nostra coscienza.
Perché, che lo vogliamo o no, un corpo ce l’abbiamo tutti, e dobbiamo trascinarlo insieme a noi nella buona e nella cattiva sorte, sotto gli occhi del mondo intero. Dopo la perdita dell’innocenza originaria, non possiamo più sperare di essere al riparo dallo sguardo dei nostri simili, non possiamo più invocare alcuna sospensione del giudizio, non possiamo più fingere di non avere uno spessore, di non occupare uno spazio. Dal secondo in cui siamo nati (e in alcuni casi anche da prima: le ecografie da tempo non sono più un tabù) non possiamo più illuderci che il mondo non ci veda: lo sguardo dell’umanità sta lì a soppesarci senza tregua, in ogni senso, e sarebbe bello ma illusorio poter confidare nella sua comprensione, nella sua compassione, nella sua tenerezza.

Questo pensavo, questa sera, seduta al tavolino di un bar. Attorno a me c’erano tante persone intelligenti e sensibili, preparate e rilassate, che parlavano senza impegno di conoscenti comuni, amici, colleghi di lavoro, bevendo una birretta mentre attorno passavano bambini in bicicletta e signori di mezz’età con cani al guinzaglio. La leggerezza della sera di aprile, la dolcezza di questo scenario quasi da cartolina, si sono incrinate irreparabilmente, però, quando il discorso è caduto su A.
A. è una ragazza che, nell’ultimo anno, ha perso parecchi chili, e che ora si aggira tra gli uffici con la pelle del viso che le tira sugli zigomi e con l’aria fragile ai limiti dell’implosione che ha, sempre, chi mangia troppo poco, e quindi deve concentrare tutte le sue energie nello sforzo costante di mantenersi dritto in piedi.
A. è, da sempre, una presenza un po’ anomala, bizzarra e sopra le righe, rispetto agli standard dell’azienda, ma la sua attuale discesa verso la magrezza estrema è, ugualmente, sotto gli occhi di tutti. E tutti – l’ho realizzato con la chiarezza con cui si riceve uno schiaffo, questa sera – sono convinti di capire questa sua deriva, hanno la certezza di saperla catalogare, di poterla giudicare con parole che stanno sospese sul crinale sottile che divide la pena dalla disapprovazione. Perché, in fondo, se A. è arrivata a questo punto è solo perché se l’è voluta. Se la mascella le sporge in modo così innaturale dalla faccia, se non ha più carne sopra le ossa e, in pausa, si siede nel piazzale raccogliendosi le ginocchia al petto, perché ha freddo anche sotto il sole, la colpa è solo sua.

La totale mancanza di delicatezza, da parte di quelle persone sensibili e per bene, nel parlare di una storia di cui nulla sanno, è l’emblema più evidente dell’impossibilità di difendersi dallo sguardo del mondo, della fine di ogni ipotesi di tenerezza possibile, del naufragio di ogni zona franca in cui potersi fermare a fare i conti con se stessi, al riparo dal giudizio altrui.
Gli occhi degli altri sezionano e soppesano, e non hanno pietà nel loro emettere sentenze. E questo dato di fatto, pur nella sua evidenza non poi così rivoluzionaria, ha cambiato il colore della mia serata e ha illuminato tanto passato e tanto futuro di una luce livida, minacciosa e un po’ imprevista.
Perché sotto i riflettori, senza scampo, siamo tutti. E tutti dobbiamo fare i conti con ciò che gli altri leggono dentro di noi, senza possibilità di poter sperare nemmeno in una briciola di tenerezza, di umiltà, di umana pietas.

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