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80. Celle, poesie e libertà

21 marzo 2015
Era gruvi, gruvi era
il tuo cacio con i fori,
era brughi, brughi era
il tuo bosco con i fiori,
era frutti, frutti era
la speranza del tuo viaggio,
era preghi, preghi era
quel che avevi nello sguardo,
fu più rapida di un sorso
la tua anima di sorcio.

Alla radio, oggi, recitavano Toti Scialoja. Poesie bellissime fatte di gatti, libellule, topi, vermi e paesi dai nomi elementari che però, nell’affascinante calderone delle parole, riescono a diventare stranamente evocativi, suggestivi, misteriosi.
Poesie tutte comprese nell’atmosfera sospesa, eterea, polverosa e magnetica che solo dentro le parole di questo strano uomo si ritrova, e che incanta senza che sia possibile capire davvero perché.

Subito dopo, dentro la stessa radio, una voce leggeva Dei delitti e delle pene e insigni filosofi e giuristi ne commentavano alcuni passi di straordinaria bellezza e di sbalorditiva modernità (“Ecco. Un’altra cosa che ogni italiano – perlomeno – dovrebbe aver letto, e che puoi serenamente aggiungere all’infinita lista di quel che ancora ti manca”,  pensavo amaramente mentre guidavo nel traffico del pomeriggio di sabato, in città).
A intervalli, tra un pezzo e l’altro di Beccaria, comparivano le voci meno ferme e meno impostate di alcuni agenti di polizia penitenziaria, persone comuni che raccontavano cosa significa, davvero, lavorare nel luogo in cui chi ha commesso un delitto paga la sua pena, e che mentre parlavano portavano con sé un diluvio di ricordi, di contraddizioni e di incoercibile tristezza.

L’alternanza di queste voci, di queste bellezze e di questi dolori, di questi interrogativi che si accavallavano senza sosta l’uno sull’altro mi sembra il senso più bello, vivo e vero di questo pomeriggio fatto di cose che all’apparenza fingono di essere semplici ma che invece sono infinite, di domande a cui non esiste risposta facile, del terribile scorrere cieco della realtà in cui ci sono carceri, voci, filosofie e poesie che parlano di insetti e di città. Tutto caoticamente insieme. Tutto mescolato in un unico magma in cui proviamo disperatamente a fissare qualche paletto, con la forza cristallina della ragione, ma in cui alla fine prevale sempre il cieco caos del tutto che è eterno e forte, semplice e infinito come uno di quei quadri astratti che, a guardarli per un attimo, sembrano fin troppo facili, quasi fanciulleschi. Scarabocchi che chiunque avrebbe potuto realizzare, come si dice. Fino a quando non ci si perde a seguire i filamenti della tela, e si è costretti ad ammettere che – riga dopo riga, segno dopo segno – non si arriverà mai da nessuna parte.

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