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221. La storia di Ersilia

9 agosto 2013

A Ersilia, per stabilire i rapporti che reggono la vita della città, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case, bianchi o neri o grigi o bianco-e-neri a seconda se segnano relazioni di parentela, scambio, autorità, rappresentanza. Quando i fili sono tanti che non ci si può più passare in mezzo, gli abitanti vanno via: le case vengono smontate; restano solo i fili e i sostegni dei fili.
Dalla costa d’un monte, accampati con le masserizie, i profughi di Ersilia guardano l’intrico di fili tesi e pali che s’innalza nella pianura. È quello ancora la città di Ersilia, e loro sono niente.
Riedificano Ersilia altrove. Tessono con i fili una figura simile che vorrebbero più complicata e insieme più regolare dell’altra. Poi l’abbandonano e trasportano ancora più lontano sé e le case.
Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma.

(Italo Calvino – Le città invisibili)

Dentro la sera di un giorno lungo, pieno di stanchezza, di chilometri, di sonno tenacemente sconfitto e di fili caparbiamente annodati e riannodati con la certezza che – riassumendo all’osso ogni possibile enormità – il meglio che c’è nella vita è questo eterno stringersi gli uni agli altri, allacciandosi contemporaneamente alla vastità del mondo per mezzo di una rete labile e indistruttibile fatta di pensieri e di parole, ci siamo ritrovati su un tappeto, a scambiarci un’eredità estemporanea e imperdibile fatta semplicemente di parole.
Non poteva esserci conclusione più perfetta, per questo giorno: una favola al telefono, un dialogo di bambini che dicono “le persone innamorate hanno un sorriso speciale”, uno sguardo lungo e carezzevole capace di abbracciare il mondo intero, dalle estremità dell’Oriente più remoto fino a noi. E, infine, un tesoro di parole già conosciute eppure inedite – regalate con una generosità che commuoveva senza farsi scoprire, simile a una carezza impossibile da fermare – che raccontavano la storia dell’uomo che, ormai da anni, prega per finta, tenacemente, dentro ognuna delle sue sere.
In tutto questo la nostra Ersilia viveva, lontana dai suoi ruderi e dalle sue macerie che passano e vanno, molto più semplice e sublime di come Calvino l’ha raccontata.
In questo momento perfetto, in cui il salotto di una bella casa affacciata su un orologio era, semplicemente, il mondo intero, Ersilia eravamo noi. E niente esisteva oltre la magia dei nostri fili colorati, niente poteva aggiungersi al miracolo di quelle parole che ci stringevano e ci carezzavano da ogni parte, lisce e perenni, senza far male.

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