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Mondayscreen: Atiq Rahimi – Terra e cenere

22 aprile 2013

Copertina Terra e cenereQuesto libro si apre con una mela acerba e due denti caduti che non riescono a morderla, e con un vecchio e un bambino seduti a lato di una pista deserta e polverosa, vicino a una guardiola e a una sbarra, sulla strada che conduce verso una miniera. La mela sta in un fagotto fatto con uno scialle bianco e rosso, e passa dalle mani del vecchio a quelle del bambino, che prova ad azzannarla con i canini per far fronte alla mancanza degli incisivi perduti: quel piccolo frutto acerbo diventa un esile ponte capace di metterli in contatto, ma è un’illusione che dura solo per un secondo, prima che uno scoppio di strilli, uno sbuffo di polvere minacciosa, intervengano a rompere anche quella minuscola possibilità di relazione, e li condannino entrambi a ricadere nel loro isolamento, nel loro silenzio traboccante di un dolore che niente può spezzare.
Per molti anni, per me questo libro è stato solo l’immagine di quella mela, e di quei due miseri uomini, uno vecchissimo e uno giovanissimo, che nella loro sterile e polverosa attesa si aggrappano a lei, aspettando qualcosa che non viene, che non conoscono e che forse in fondo nemmeno desiderano. Qualcosa che non ha senso, in un mondo in cui nulla ha senso, e in cui a volte semplicemente capita di trovarsi smarriti in un deserto di polvere, ad aspettare l’arrivo di un camion come se quell’evento potesse in qualche modo cambiare qualcosa, perché l’uomo è fatto così: nel mezzo della devastazione si aggrappa alle cose minime, al camion da aspettare, ai noccioli di susine con cui giocare, per non smarrirsi definitivamente nell’oceano delle cose senza ordine, senza nome, senza ragione.
In questo libro non c’era altro, per me, oltre all’immagine di quella mela passata di mano e consegnata alla polvere, per la semplice e non troppo onorevole ragione che, per molti anni, oltre quella prima scena non sono riuscita ad andare. Questo racconto è con me da un decennio – frutto di un regalo ricevuto per un compleanno lontano, nel periodo remotissimo in cui il mondo intero, dopo aver visto due aerei schiantarsi su due grattacieli di New York, scoprì l’esistenza, dentro le linee ondulate della griglia del mappamondo, di un misterioso stato chiamato Afghanistan – ma per un decennio non sono riuscita a scavalcare il dosso delle sue primissime pagine, ad andare a vedere come finiva la storia del vecchio e del bambino, cosa c’era in fondo a quella pista di sabbia che portava a una miniera di carbone. Aprivo il libro, scorrevo le prime righe: la polvere, il vecchio, il piccolo, la mela. E poi la testa deviava in direzioni imprevedibili, la prosa di Rahimi mi sfuggiva, tutto si frammentava in una miriade di schegge di addolorato, disseccato niente. Le parole non riuscivano a legarsi tra loro, e a tenermi attaccata al loro procedere, e tutto evaporava in una tempesta di sabbia. E il libro restava lì, con aria inutile e vagamente imbarazzata, in attesa di giorni migliori.
Mi sono ricordata di lui solo una sera di qualche settimana fa, dopo aver visto un bel film tratto da un’altra storia afghana dello stesso autore. L’onda della bellezza di quelle immagini, il calore di quella storia terribile ma non scontata, imprevedibile e intensa entro i suoi confini di guerra e di polvere, mi ha riportato sulle tracce di questa microscopica storia, facendomi tornare alla mente l’immagine di quella mela lontana di cui non ho mai conosciuto il destino.
E così, ripercorrendo le parole di Rahimi, ho scoperto chi sono il vecchio e il bambino, e cosa aspettano lungo quella strada piena di niente: sono nonno e nipote, i due uomini uniti da quella mela, e sono in attesa lungo quella pista sperduta nella sabbia nel tentativo di raggiungere la miniera in cui lavora l’anello della catena esistenziale capace di congiungerli: Moràd, il padre del piccolo e il figlio del nonno, che da quattro anni piccona muri di carbone e che non sa cosa è successo, in sua assenza, al loro villaggio. È per dirgli questo, che il vecchio sta cercando di raggiungerlo. Per raccontargli di come i miliziani abbiano messo a ferro e fuoco il paese, bruciato la loro casa, ucciso sua moglie, sua madre, suo fratello e sua cognata. Per dirgli, anche, che da quel giorno suo figlio Yassìn, l’unico superstite della famiglia, il piccolo senza denti che non riesce a mordere la mela, è diventato sordo, ed è convinto che siano stati i carri armati con la stella rossa a portare via al mondo i suoi suoni, ad uccidere la sua famiglia e a rubare ai superstiti la voce.
Il vecchio aspetta un camion di passaggio che lo porti da suo figlio, e intanto sogna e riflette, e soprattutto si chiede se intraprendere quel viaggio senza senso, assieme a un bambino sordo e con il solo bagaglio di un foulard pieno di mele, sia stata la scelta giusta. Perché, e il vecchio lo sa, suo figlio non potrà non voler vendicare una carneficina del genere, non potrà sopportare un’onta tanto grande su di sé, non potrà non tornare a casa, e lanciarsi in una guerra che con ogni probabilità ucciderà anche lui. Il vecchio si dibatte nella selva di questi interrogativi, e la sua mente viaggia costantemente tra la realtà delle cose e la surrealtà delle immagini che si affollano nella sua memoria stanca e raccontano il massacro a cui ha assistito, scene di vita perduta, ricordi dei personaggi di fantasia che vivevano nelle parole dei poemi epici che, durante l’infanzia, sentiva raccontare dai vecchi.
Ora il vecchio è lui, ed è nel posto sbagliato, in compagnia di un bambino sordo che urla e chiede perché hanno rubato il rumore anche alle pietre, come mai anche loro, adesso, a sbatterle l’una sull’altra stiano così zitte, e si domanda cosa fare. Ma in fondo lo sa. Sa che deve continuare la sua strada, raggiungere Moràd e raccontargli la verità. E poi accettare quello che sarà, che non potrà non essere: il trionfo del sangue che chiama altro sangue, l’eterna, inesorabile, ineludibile vendetta, che per quanto crudele è comunque l’unica possibilità dentro un mondo che ha ancora almeno un barlume di rispetto per ciò che rende uomo un uomo. La vendetta che, anche se gli ucciderà l’ultimo figlio ancora in vita, è l’unico destino possibile per lui e per i disgraziati resti di quella che era la sua famiglia.

Solo che – ed è qui che Rahimi azzecca la mossa giusta e riesce a non deludere, a instillare nella sua storia afghana quella goccia di splendente e inquietante verità capace di trasformarla in qualcosa di più e di diverso rispetto a quello che tutti potremmo aspettarci – quando il vecchio finalmente raggiunge la miniera, scopre l’inverosimile, l’inaccettabile: Moràd sa già tutto, da tempo. Sapeva del destino della sua famiglia, dello sterminio di sua moglie, sua madre, suo fratello. Sapeva, e non ha mosso un dito. Non si è allontanato dalla miniera, non è tornato a seppellire i suoi morti, e a vendicare il loro destino. Moràd è uscito dal circolo dell’onore che uccide e brucia, Moràd ha provato a inventarsi una strada diversa. Moràd è l’eroe invisibile di questa storia, quello che non compare mai scena  – il vecchio, alla fine del suo viaggio, non parlerà con lui ma con uno dei suoi superiori, alla miniera, che gli racconta questa inascoltabile verità – ma che con la sua scandalosa, inconcepibile, ingiudicabile scelta riesce a gettare su questo racconto un’ombra di inquietudine, a renderlo acerbo come una mela in cui non si riescono a piantare i denti.
Il vecchio, infine, lascia la miniera senza aver visto suo figlio: non gli serve, quell’incontro, perché in nessun caso saprebbe inventarsi le parole giuste da dire, quando i fatti hanno già dispiegato a tal punto la loro scintillante, tragica evidenza.
Il vecchio si allontana dalla miniera, ed è l’immagine triste di un mondo che non può far altro che perpetuare la tragedia che l’inghiotte, come un mostro che divora se stesso. Non si può non commuoversi di fronte alla sua fragilità assoluta, di fronte al suo essere un puro guscio di dolore e di desolazione, di fronte al suo aver perso davvero ogni cosa, e la possibilità stessa di trovare uno spazio in cui inserirsi, dentro i giochi di una realtà che per lui non ha più alcun senso. Il vecchio è l’immagine di un mondo antico, segnato di bellezza e violenza, di splendore e sangue e onore, che non sa finire, e la cui scomparsa non sarebbe comunque risolutiva, non saprebbe comunque spalancare un orizzonte alternativo di bellezza, di felicità, di pace possibile. Tanto il vecchio che suo figlio sono l’immagine di un dolore infinito, di una guerra che non può far altro che perpetuare se stessa, di una fuga verso il nulla capace solo di aprire la strada a nuovi, diversi baratri.
In questo quadro di salvezza impossibile si chiude questo racconto che mi ha aspettato per anni, raccolto nella forma tonda di una mela passata di mano. E nella sua tragica, polverosa conclusione questa storia – raccontata come un lungo piano sequenza in cui sogni e realtà si mescolano e in cui i pensieri trascolorano nelle cose e viceversa – parla di mondi molto più vicini di quelli sperduti al lato di una strada lontana, in mezzo al nulla. E li racconta con  voce solida, con limpida chiarezza, gettando ombre sulla polvere e disegnando personaggi i cui contorni netti brillano con tragica, smagliante evidenza, capaci di guardarci da lontano, e di parlare, nella loro lingua antica e diversa, esattamente a noi.

La tosse di Mirzà Quadir ti riporta indietro dal viaggio nella tua infanzia. Il negozio ridiventa piccolo. Dentro la cornice della finestrella spunta la testa di Mirza Quadir. Ti domanda:
– Vai alla miniera per lavorare insieme a tuo figlio?
– No, fratello, vado solo a fargli visita… Non sa niente della sciagura della sua famiglia. La cosa più terribile è annunciare una simile sciagura a mio figlio. Non so come la prenderà. Non è tipo da restare in silenzio. Gli puoi togliere la vita, ma non l’onore! Improvvisamente lo prende la follia…
Porti la mano alla fronte, chiudi gli occhi e prosegui:
– Mio figlio, il mio unico figlio diventerà pazzo… È meglio se non gli dico nulla.
– È un uomo, padre! Glielo devi dire! E lui lo deve accettare. Un giorno o l’altro lo verrà a sapere. È meglio se glielo dici tu, se gli resti accanto, se condividi il suo dolore. Non lo lasciare solo! Fagli capire che oggigiorno è così che va la vita, che lui non è solo, che tu e suo figlio gli state accanto, che tu darai coraggio a lui, e lui a te. Questa è la sciagura più grossa, e nella guerra non c’è perdono…
Mirzà Quadir avvicina la testa alla finestrella del negozio e parla a voce bassa:
…che la legge della guerra è la legge del sacrificio. Il sacrificio ti riempie di sangue…o la gola o la mano.
– Perché? – chiedi innocentemente senza rendertene conto.
Mirzà Quadir getta via la sigaretta e con lo stesso tono di voce continua:
– Fratello, la logica della guerra è la logica del sacrificio. Non c’è una spiegazione. La cosa importante non è né la causa né la conseguenza, ma solamente l’atto in sé!
Rimane in silenzio. Ti scruta negli occhi per cercare l’effetto delle sue parole. Tu dondoli la testa come se avessi compreso le sue parole. Chiedi a te stesso quale sia la logica della guerra. Queste sono tante belle parole che non curano né i dolori tuoi né quelli di tuo figlio. Moràd non è tipo da ascoltare consigli e riflettere sulla legge e la logica della guerra. Per lui il sangue chiama sangue. Chiederà vendetta. Questa è la sua unica legge! Lui non ha paura di sporcarsi le mani col sangue.

[…]

Il caporeparto si siede nuovamente sulla sua poltrona e continua a parlare scandendo le parole:
Moràd è sceso nella miniera. È il suo turno di lavoro. Vuoi una tazza di tè?
Rispondi con voce tremante:
– È molto gentile, signor caporeparto.
Il caporeparto ordina al giovane aiutante che ti aveva aperto di portare due tazze di té.

È un sollievo che Moràd non sia libero in questo momento. Hai ancora tempo per trovare una risposta ragionevole da dargli. Cercare parole tranquillizzanti. Forse il caporeparto ti può aiutare. Gli chiedi:
– A che ora ritorna dal lavoro?
– Verso le otto di sera. […] Caro fratello, Moràd sta bene. È al corrente della sciagura che si è abbattuta sulla vostra famiglia. Che riposino in pace…
Non ascolti il resto delle parole del caporeparto. Moràd è al corrente? Ti ripeti molte volte questa frase. Come se non ne conoscessi il significato. Non l’avessi sentita bene. A quest’età le orecchie si indeboliscono e confondono le parole. A voce alta domandi:
– Moràd è al corrente?
– Sì, fratello mio, lui è al corrente.

Allora, perché mai non è venuto al villaggio? No, non è il tuo Moràd. Sarà un’altra persona con lo stesso nome. D’altronde, tuo figlio non è l’unico a chiamarsi Moràd. In questa miniera sicuramente ci saranno altri dieci uomini che si chiamano Moràd. Il caporeparto non ha capito che tu cercavi Moràd, il figlio di Dastghìr. Anche lui non ci sente bene. Presentagli di nuovo tuo figlio.
– Io intendo dire Moràd, il figlio di Dastghìr, da Abqùl.
– Certo, fratello, anch’io parlo di lui.
Mio figlio Moràd ha saputo della morte di sua madre, della moglie, del fratello e…
– Sì, fratello. Gli avevano detto che anche tu…
– No, io sono vivo. Anche suo figlio è vivo…
– Grazie a Dio.
No, non c’è da ringraziare Dio! Era meglio se moriva anche suo figlio, se moriva anche suo padre! Era meglio che padre e figlio non si vedessero in questo stato di disgrazia e maledizione. Cosa è successo a Moràd? Di sicuro avrà avuto una disgrazia. Gli è crollata la miniera addosso ed è rimasto sepolto sotto il carbone. Ti scongiuro, in nome di Dio, dimmi la verità. Cosa è capitato a Moràd? I tuoi occhi vagano in tutte le direzioni cercando la risposta in ogni cosa. Dentro un tavolo da cui si sentono rosicchiare i tarli, nella foto del caporeparto simile a una natura morta, nella penna caduta inerte sulla carta, nel pavimento che trema sotto i tuoi piedi, nel soffitto che va in pezzi, in una finestra che non ha speranza di essere più aperta, in una collina che ha inghiottito tuo figlio, nel carbone che ha annerito le ossa di tuo figlio…
– Cosa è successo a Moràd?
Lo chiedi a voce alta.
– Niente. Grazie a Dio, sta bene.
Allora perché non è venuto al villaggio?


Atiq Rahimi, Terra e cenere, Einaudi, 2010, 86 pagine.

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