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L’odore del sangue

18 aprile 2012

Quando in sala si sono riaccese le luci, ero accartocciata sul bracciolo destro della poltrona verde. Il cinema, per fortuna, era quasi vuoto: gruppetti sparsi, piccole monadi, qua e là, e tanto spazio libero per chiudersi silenziosamente in una bolla lunga due ore, piena di pugni.
Già a scrivere questo provo vergogna:  ci vuole più rispetto per il concetto di “pugno”, penso, mentre mi dico che non sono proprio capace di trovare altre parole. Anche se di fronte a tutto quello che tracima da quelle due ore abbondanti di irragionevole, definitiva, inenarrabile violenza, il rispetto delle parole è davvero il minimo che si possa sforzarsi di conservare.
Noi eravamo seduti in platea, l’altra sera. E di fronte a noi degli attori recitavano la storia vera di qualcosa che non ha nemmeno un nome, e che nonostante questo arriva a riguardarci in maniera talmente radicale che, alla fine, non c’è altro da fare che accartocciarsi sul bracciolo di una poltrona, per difendere almeno il nucleo centrale del proprio “dentro”. E alla fine resta solo la forza per sgusciare via dal cinema con l’aria allucinata di chi non sa come rileggere tutto il mondo quieto di fuori, dopo una tale massa di scurissima bile, e può solo dire a se stesso “grazie al cielo casa mia è proprio là, giusto di là da questa strada. Cinquanta metri, sessanta passi. Datemi solo una porta da chiudere, un getto d’acqua sotto cui fare la doccia e dentro cui sciogliermi, definitivamente”.

Lo sapevo, che sarebbe stato duro precipitare di nuovo dentro Genova. Genova, come mi ha scritto una volta una lettrice di questo blog, è un secchio pieno di denti. Genova sono quelle ore a guardare una televisione dentro cui succedevano cose incredibili, e un pomeriggio d’estate passato a chiedersi “perché”. Genova è la voce spezzata di una giornalista che non sa spiegare quello che succede, ed è la sequenza di un omicidio infinitamente rivista sottoforma di scatti fotografici, e sono quelle persone con addosso magliette colorate che corrono, corrono, corrono inseguite da getti di idranti, con gli occhi pieni di lacrime e i polmoni pieni di gas, “le armi chimiche usate a Genova, capaci di trasformarti in uno stronzo”.
Genova è, poi, quella notte in cui io tredicenne dormivo senza sapere che, proprio nel mondo che avevo guardato alla televisione per tutto il giorno, un manipolo di uomini in divisa stava per entrare in una scuola a massacrare decine di innocenti, e a uccidere qualcosa che, per noi, non si ricomporrà mai più. Genova è così tante cose che non si riesce nemmeno a definire se stessi in rapporto a lei, se non ci si è stati.
Ed è per questo che, di fronte ai pugni di questo film, si resta divisi, spaccati in due lungo la linea di confine del “siamo tutti noi che, quella notte, abbiamo perso l’innocenza e la fiducia in una possibilità altra, nell’altro mondo possibile. A tutti noi hanno insegnato, per sempre, che non ci sarà mai più nulla in cui avere fiducia: siamo tutti vittime, tutti, tutti noi abbiamo un motivo per piegarci su questo bracciolo tentando inutilmente di difenderci” e quella del “le tue sono solo parole, tu non eri là. Quei manganelli non li hai visti, non era tuo quel sangue: la mattina dopo anche tu, proprio come il poliziotto buono, hai detto solo ‘andiamo a fare colazione’, sei partita per le vacanze, hai continuato la tua vita quieta. Tu, oltre tutte le parole, lì non c’eri, ed è indecente questo tuo appropriarti postumo di qualcosa che non ti apparterrà mai, e di fronte a cui dovresti solo tacere”.

Genova è una ferita che non potrà mai chiudersi, mai. Genova è qualcosa per cui non c’è redenzione e non c’è perdono: quello che è stato distrutto quel giorno non potrà ricomporsi mai più. Non per noi, almeno. Non per noi, e non per questo mondo così come lo conosciamo.  E’ per questo che questo film ci accartoccia e ci uccide ogni minuto un po’ di più, per due infinite ore di torture, sangue e vergogna: perché mostra senza mezzi termini un mondo inesorabilmente incrinato, fatto a pezzi come una bottiglia che vola e cade e si distrugge inesorabilmente, un mondo in cui ogni cosa è una scusa per tutto e in cui la normalità può sprofondare ad ogni passo nel baratro. In cui non esiste salvezza per nessuno, e in cui ognuno potrebbe trovarsi, in qualsiasi momento, a subire la violenza più indicibile e disumana, sotto gli occhi del mondo intero capace solo di guardare, senza reagire in alcun modo. Sotto gli occhi del mondo intero che, pur vedendo un fiume di sangue, non ha deviato di un centimetro il suo percorso verso il proprio “dopo”.
E’ l’odore di quel sangue, per definizione senza nome, l’unica cosa che resta alla fine. L’odore di quel sangue e la consapevolezza che mai, mai potremo davvero togliercelo di dosso.

 

6 commenti

  1. E’ un post meraviglioso. (non lo dico molto spesso)


    • Ti ringrazio…. io ci ho provato. Per quel film, c’è bisogno di parole. Ed è proprio tanto difficile trovarle…


  2. Non lo so perchè sono andato a vedere questo film. Forse perchè bisognava farlo. Ho pensato che dopo ci avrei scritto qualcosa. Invece non ho trovato nessuna parola. E ti ringrazio per averla trovata tu, perchè è esattamente quello che ho provato dopo il film andando verso casa, cercando di dormire: la sensazione che la mia ferita non troverà mai alcuna rielaborazione capace di richiuderla. Forse proprio perchè a Genova alla fine ho scelto di non andare, sono dieci anni che mi sembra di essere inchiodato lì, davanti alla tv, a disperarmi senza poter fare niente.


  3. E’ un film che si deve vedere, secondo me…nonostante tutto. E quella sensazione di cui parli la capisco proprio bene. E’ un senso di colpa senza colpa, un senso di irreparabile perdita. La capacità di tirarla fuori è forse la ricchezza più grande di questo film…


  4. Sono d’accordo con te chèrie, “è un film che bisogna vedere, nonostante tutto”, e continuare a guardarlo anche quando gli occhi iniziano a perdere acqua tentando di buttar fuori almeno un po’ della meschina violenza che stanno vedendo. E poi bisogna tornare a casa sbigottiti e increduli e col freddo dentro, perchè queste cose accadono e accadono “sotto gli occhi del mondo intero capace solo di guardare, senza reagire in alcun modo”..


    • …quanta ragione non hai, Marta…e poi, per giorni, tutto quello che hai visto continua a danzarti davanti. Ha un tempo di dimezzamento eccezionalmente lungo, questo film. Ma per quanto lungo possa essere, la sensazione è che sarà sempre, inevitabilmente, scandalosamente breve di fronte alla portata di quello che racconta.



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