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198. La traccia aperta di una ferita

17 luglio 2011

Oggi, a ora di cena, in televisione ripassavano quelle immagini allucinate, quelle immagini folli, sgranate e sanguinolente di dieci anni fa.
Ripassavano i salotti televisivi in cui giornalisti e politici in giacca e cravatta cercavano di commentare cose di cui non sapevano nulla, ripassavano le riprese di cortei sepolti da cortine di fumo, ripassava la gente che corre via, e il sangue, e i cumuli di persone blu scuro raccolti attorno a piccole figure, microscopiche, distese a terra con le mani sopra la testa per proteggersi dai colpi dei manganelli.
Genova. Dieci anni fa.
Me li ricordo bene, quei giorni. L’attesa, l’aspettativa, le telefonate alla rassegna stampa del mattino, alla radio. Le voci che circolavano e raccontavano di sangue infetto che sarebbe stato lanciato contro i poliziotti, di diecimila sacchi neri acquistati dal comune, pronti per raccogliere i cadaveri. Sembra una follia, sembra fantascienza, ma sono tutte cose vere, successe davvero, proprio qui, solo dieci anni fa. Tutte cose che si sapevano, che noi sapevamo, che sapevo persino io che avevo tredici anni, avevo appena finito l’esame di terza media e mi preparavo per andare ad Amsterdam con la mia famiglia portandomi dietro un raccoglitore ad anelli pieno di testi di canzoni ricopiate a mano su fogli bucati.
Mi ricordo benissimo il sabato del corteo. Mi ricordo la televisione del salotto accesa, la voce dell’inviata del Tg che chiede ai poliziotti che passano "ma perché avete sparato i lacrimogeni? Il corteo era autorizzato, stava arrivando, era pacifico…perché avete sparato?", e mi ricordo che nella sua voce c’era una nota di autentica disperazione, di incredulità sincera, non professionale, profonda e umana. Nessuno le rispondeva, tutti correvano e la scansavano, e dietro si vedeva solo una nube bianca che sorvolava, come in un incubo, centinaia di persone in fuga.
E poi, ovviamente, mi ricordo il momento in cui si è saputo che era morto un ragazzo, la concitazione delle immagini, e gli infiniti commenti sull’estintore, sul passamontagna, sul fatto che se la fosse andata a cercare, i dubbi, l’ipotesi che non fosse vero, o che fosse vero ma che non ci riguardasse poi così da vicino. Non c’è nessun morto. No, c’è un morto, ma è un ragazzo spagnolo. No, è italiano. E’ italiano, ma era un punkabbestia. No, in realtà forse non lo era.
Intanto, mentre io ascoltavo incredula e sbalordita e in televisione continuavano a scorrere quei dibattiti serali da salotto televisivo in cui tutti cercavano di trovare una qualche forma di giustificazione al fatto che un ragazzo di ventitré anni fosse stato ucciso da un colpo di pistola in un vicolo, in qualche stanza, a Genova, decine di persone si preparavano per irrompere alla scuola Diaz. E oggi, rivedendo le riprese di quei momenti, guardando le facce di quei giornalisti e di quei politici che "danno, implacabili, giustificazione", mi chiedo se loro sapevano quello che stava per succedere, se sapevano che un manipolo di poliziotti stava per entrare in una scuola piena di ragazzi inermi per massacrarli a manganellate. Mi chiedo cosa avrebbero detto, se l’avessero saputo. Che faccia avrebbero fatto, di fronte a quella stessa telecamera, se avessero saputo quello che stava accadendo dall’altra parte della città, in quel preciso momento.

Genova, per noi. Genova per me è un pozzo buio. La vergogna di quelle immagini, la rabbia, il senso di nausea, di assoluto ribrezzo, ritorna sempre uguale. Genova è una cosa di quelle per cui non c’è redenzione, per cui non c’è commento. Si può solo guardare, ricordare, soffrire in silenzio. Non c’è niente altro che si possa pare.
Rimane il senso profondo di una ferita che non si potrà sanare, perché è troppo evidente che, dai giorni di Genova, nulla è cambiato. Ognuno degli attori di quella tragedia è ancora al suo posto, e tutto quello che è stato potrebbe essere di nuovo, se solo se ne presentasse l’occasione. Quel che è stato, sarà ancora. 
Rimane la vergogna di non esserci stati, di non essere stati lì in mezzo ai lacrimogeni e alla folla, di non essere stati dalla parte giusta ma di aver assistito a quell’apocalisse di violenza al sicuro, nel proprio salotto, riparati da uno schermo di vetro, increduli e muti, ma salvi e distanti. Rimane la sensazione precisa di una vergogna distante, rimane il gesto automatico di chinare lo sguardo di fronte a tutto quel sangue. Poco altro. Forse, lontano lontano, il senso della disperata attesa di una qualche forma di Liberazione.

 

3 commenti

  1.  Genova è un secchio intero pieni di denti, l’ho visto io. E hai ragione, quasi tutti gli attori sono ancora lì, con la sensazione di un fermo immagine che aspetta un replay. Però. C’è un però. Chi, in dieci anni, ha offerto il suo studio da avvocato gratis per difendere chi è stato pestato alla Diaz, stuprato a Bolzaneto, sempre, ora governa Milano. Non è molto. Ma è qualcosa.


  2.  Hai ragione, ‘povna: bisognerebbe cercare di vedere anche quel poco che non è rimasto uguale, di dare speranza e spazio al cambiamento, anche nelle nostre teste. Sono molto d’accordo, in linea di principio, ma fare tutto questo a proposito di Genova mi riesce davvero tanto difficile. C’è qualcosa, in quell’evento, che proprio mi sconvolge, che è proprio troppo. C’è un mix di violenza organizzata e di delirio dovuto al caos della situazione che è l’emblema di ciò che non dovrebbe accadere mai. E’ una di quelle situazioni in cui non può esserci innocenza: non voglio dire che non ci siano differenze di responsabilità tra chi era ai gradi più alti della catena di comando e gli esecutori, però credo che tutti siano, al loro livello, ugualmente colpevoli di quel delirio, di quella macelleria. Credo che a Genova si sia visto il peggio del Potere, il Potere nel suo aspetto peggiore, in cui ognuno di coloro che hanno una responsabilità la gestisce nella maniera più violenta e bestiale possibile. Genova, insomma, significa molto più di quel che è successo in quei tre giorni.
    Poi, certo, sapere che qualcosa da allora è cambiato è un minimo segno che però deve per forza farci ben sperare. Anche se, in questo caso, è proprio tanto difficile farlo.


  3. […] hanno deciso che, quella volta, fu tortura. Lo sapevamo già tutti, l’abbiamo sempre saputo, lo sapevo perfino io, a tredici […]



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