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Fannulloni!

25 marzo 2010


Senza pretese di voler strafare
io dormo al giorno quattordici ore
anche per questo, nel mio rione,
godo la fama di fannullone.

Ma non si sdegni la brava gente
se nella vita non riesco a far niente.

Qui i giorni si macinano uno dopo l’altro senza che si riesca in qualche modo a fissarne altro che una frase sul diario nero, un pezzo di ricordo mal conservato che va a imbozzolarsi assieme a tutti gli altri, in una specie di impasto di torta non mescolato nascosto in qualche oscura landa cerebrale, in attesa di ordine.
Ho la sensazione che, dal giorno dopo la laurea, sia cominciata un’unica, enorme lastra di tempo in cui tutti i secondi si sono congelati uno dopo l’altro, senza spazi, senza intervalli. Dopo aver cominciato a scivolarci sopra è praticamente impossibile riuscire a fermarsi, ad ancorarsi da qualche parte, a salvare nella memoria più di una sensazione vaga.
E’ buffo, perchè tutti quelli che incontro mi chiedono "che fai, adesso che hai tutto questo tempo libero?" proprio nel momento in cui, per la prima volta in vita mia, ho dovuto procurarmi un’agenda in cui segnarmi le cose da fare, dal momento che stavo cominciando pesantemente a perdere colpi.
Vita dura, quella dei fannulloni.

Tu vaghi per le strade quasi tutta la notte
sognando mille favole di gloria e di vendette
racconti le tue storie a pochi uomini ormai stanchi
che ridono fissandoti con vuoti sguardi bianchi.
Tu reciti una parte fastidiosa alla gente
facendo della vita una commedia divertente.

Si conoscono persone, però, mentre si scivola sulla lastra. Persone di ogni genere, e al di fuori di ogni genere. Un giorno, prima o poi, vi parlo di loro, come si deve. E’ che sono tante, decisamente troppe, e ognuna avrebbe bisogno di uno spazio per sè, ma io non ho tutto il tempo che servirebbe per parlarvene in maniera vagamente sensata, e comunque credo che non ne sarei capace. Quello che hanno in comune tutti loro, però, è la capacità di ridere della tragedia. Di non perdere di vista il dolore, i compromessi e l’insoddisfazione, ma di non farcisi asfaltare, appiattire, rovinare. Sono persone ciniche, distruttive, coscienti e per questo disilluse. Ma, per questo, capaci di non farsi fregare, di tirare fuori all’ultimo secondo il guizzo cattivo che salva la situazione, e ti tira fuori dalla pancia la risata,ingiusta, che non vorresti, ma che, mentre scivoli, ti ricorda che non vale ancora la pena di rompere il ghiaccio e lasciarsi andare giù, in attesa di soccorsi.
Sono una fannullona ingiustamente fortunata.

 

Ho anche provato a lavorare
senza risparmio mi diedi da fare
ma il sol risultato dell’esperimento
fu, della fame, il tragico aumento.
Non si risenta la gente per bene
se non mi adatto a portar le catene.

Ci hanno rovinato da piccoli, tra l’altro, a noi. Ci hanno insegnato la diligenza, ci hanno insegnato la collaborazione, ci hanno insegnato che quando qualcuno dice "ci sono volontari?" è nobile e bello alzare la mano e offrisi, anche se il lavoro non ci piace. Ma, in realtà, non so mica se è stato un insegnamento saggio. Nell’ultimo week-end, ho avuto un attimo di vertigine cattiva. A tutti quelli che mi parlavano, attorno, avrei solo voluto dire di tacere e levarsi dai piedi, anche se non se lo meritavano, anche se non avevano fatto niente di male e avevano ragione da vendere, nel loro essere lì. Li avrei voluti chiudere fuori da una porta per fare, dentro, qualcosa di molto stupido, tipo un salto a piedi pari pieno di cattiveria, cercando di sfondare il pavimento, oppure un minuto di lacrima libera nascosta in un angolo,  o ancora un urlo multicolore di quelli che di norma non sono capace di tirare fuori. Non l’ho fatto, poi, per via di quella diligenza di cui parlavo. Ed è stato uno sbaglio. Si può essere fannulloni, ma avere lo stesso, da qualche parte del proprio cervello, un super-io pronto a fare lo sgambetto. E, a disinniscare il mecacnismo, bisogna imparare al più presto.

Ti diedero lavoro in un grande ristorante
a lavare gli avanzi della gente elegane.
Ma tu dicesti "il cielo è la mia unica fortuna
e l’acqua dei piatti non rispecchia la luna".
Tornasti a cantar storie lungo strade, di notte
sfidando il buonumore delle tue scarpe rotte.

Probabilmente ve l’ho già raccontato – scusatemi, sono vecchia e ripetitiva – ma questa strofetta mi commuove sempre. E’ il mio primo ricordo di una riflessione autonoma su una collanina di parole, una frase, un pezzo di testo. Come tutti i ricordi infantili, nessuno al mondo potrà mai stabilire se tutto ciò è vero o meno, ma io credo di avere nella memoria un’immagine di me stessa, a un’età indefinibile, che ripensa a queste parole lungo una corsia della coop, e per la prima volta realizza che quelle cose che escono dall’autoradio non solo riempitivi standard a cui non fare caso, ma dati di fatti dotati di un significato. Ricordo lo stupore, quasi una folgorazione, del momento in cui ho capito che stavo capendo quello che queste parole volevano dire. E l’immagine del fannullone che canta storie, di notte, per strada, era così bella ma così bella che rendeva eccezionale anche quel supermercato, anche quel momento, anche l’espositore delle scatole di uova che avevo di fronte, proprio all’ultima svolta prima delle casse. Ascoltare le storie degli altri. Il massimo. Non avevo sbagliato poi tanto, in quel supermercato.

Non sono poi quel cagnaccio randagio
senza morale, straccione e malvagio
che si accontenta di un osso bucato
con affettuoso disprezzo gettato.
Al fannullone sa battere il cuore
il cane randagio ha trovato il suo amore.

L’altro giorno ero sull’acqua (anzi, ad essere precisi ero nell’acqua: rende meglio l’idea) con una fanciulla con gli occhi enormi che mi raccontava una storia. Negli intervalli in cui non gliene raccontavo una io, of course. E alla fine, mentre ritornavo a casa ripercorrendo sempre gli stessi binari, sempre quelli, proprio loro, pensavo che in definitiva tutte le storie finiscono per assomigliarsi in maniera quasi imbarazzante, e che ascoltando gli altri non si fa altro che ricercare nelle loro storie, in trasparenza, quello che è rimasto delle proprie. Pensavo fosse una cosa brutta, ma poi mi è ritornata in mente la mia amica con gli occhi come pozzi e ho pensato che non è così: la vera fratellanza si nasconde in questo cercare di assomigliarsi a vicenda, riconoscendosi a pezzi nelle faccende degli altri, sentendosi parte di un unico disegno pieno di ombre e di fatica, e di sofferenza di portata diversa, e di sorrisi limpidi come acqua. Anche se, purtroppo, non a tutti è dato di avere occhi così profondi. Pazienza, tocca accontentarsi.

Pensasti al matrimonio come al giro di una danza
amasti la tua donna come un giorno di vacanza
prendesti la tua casa per rifugio alla tua fiacca
per un attaccapanni a cui appendere la giacca.
E la tua dolce sposa consolò la sua tristezza
cercando tra la gente chi le offrisse tenerezza.

E, comunque, sì: è sempre più frequente che, fuori dalla bolla, il livello di pazzia collettivo stia raggiungendo vette imbarazzanti, pericolose e perennemente oscillanti tra la tragedia e la burla desolante. Seguiranno, con calma, opportuni esempi.


E’ andata via senza fare rumore
forse cantando una storia d’amore.
La raccontava ad un mondo ormai stanco
che camminava distratto al suo fianco.
Lei tornerà in una notte d’estate
l’applaudiranno le stelle incantate
rischiareranno dall’alto i lampioni
la strana danza di due fannulloni.
La luna avrà dell’argento il colore
sopra la schiena dei gatti in amore.

Perchè, in qualche modo, è primavera, e bisognerà pure avere la forza di credere ancora che ci sia un lieto fine. E io, oggi, per un po’, ci credo davvero. Oh, yes.

One comment

  1. "la vera fratellanza si nasconde in questo cercare di assomigliarsi a vicenda, riconoscendosi a pezzi nelle faccende degli altri, sentendosi parte di un unico disegno pieno di ombre e di fatica, e di sofferenza di portata diversa, e di sorrisi limpidi come acqua"
    quanta verità si nasconde in queste parole :)
    non ho potuto fare a meno di annuire con la testa a ogni frase.
    besitos my dear



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